Piccoli cacciatori crescono

Dunque vediamo: ho un raffreddore micidiale, sono oberata di lavoro, non sono neanche tanto di buonumore e per giunta mi tocca apprendere di tre — come chiamarli? Dissennati? Sconsiderati? Improvvidi? — insomma, di tre tizi, genitori e cacciatori, che hanno avuto la geniale pensata di scrivere “il libro che non c’era”: un libro di favole per bambini in cui sostengono, allegramente e convintamente, che la caccia è cosa buona giusta doverosa e salutare, e che bisogna rivalutare la figura del cacciatore.

 

 

Superato il primo momento di sconcerto e/o sconforto, mi costringo a leggere le giustificazioni dei tre geni. E allo sconcerto e/o sconforto si aggiunge l’avvilimento per la pochezza delle argomentazioni. Non obbligatemi a fare un copia-incolla e andate a leggere voi stessi, siate comprensivi. Perché già mi tocca soffermarmi su un paio di agudezas partorite dalla fervida mente di questi campioni:

1) «Ma allora bisognerebbe discutere di Biancaneve perché è un cacciatore a portare alla strega un cuore di cervo per guarirla.» Ora, io non so che versione di Biancaneve abbiano letto questi tre, così riporto qui una traduzione dall’originale dei fratelli Grimm:

Allora [la regina] chiamò un cacciatore e disse:
“Porta la bambina nel bosco, non la voglio più vedere. Uccidila, e mostrami i polmoni e il fegato come prova della sua morte”. Il cacciatore obbedì e condusse la bimba lontano; ma quando mosse il coltello per trafiggere il suo cuore innocente, ella si mise a piangere e disse:
“Ah, caro cacciatore, lasciami vivere! Correrò verso la foresta selvaggia e non tornerò mai più”. Ed era tanto bella che il cacciatore disse, impietosito: “Va’ pure, povera bambina, le bestie feroci faran presto a divorarti”, pensava; ma sentiva che gli si era levato un gran peso dal cuore, a non doverla uccidere. E siccome proprio allora arrivò di corsa un cinghialetto, lo sgozzò, gli tolse i polmoni e il fegato e li portò alla regina come prova.

Aggiungo che se la regina chiama un cacciatore e non un maniscalco è, suppongo, perché vuole qualcuno capace di uccidere una creatura innocente senza porsi troppi scrupoli; che poi in questo caso il cacciatore mostri di avere un cuore tenero è un’altra faccenda.

2)«O Cappuccetto Rosso, perché lei e la nonna vengono liberate da un cacciatore che taglia la pancia del lupo.» Anche qui, io credo che siamo tutti d’accordo sul fatto che in caso di bisogno eccezionale praticamente chiunque sarebbe disposto a mettere in condizione di non nuocere un animale o un essere umano, quand’anche la cosa ne comportasse la morte. Ma il punto è che i cacciatori non vanno in giro ad ammazzare animali pericolosi che minacciano esseri umani innocui e innocenti; mi sembra invece che tipico del cacciatore sia andare nell’habitat di un animale innocente che se ne sta per i fatti suoi per violarne lo spazio e strappargli la vita, a titolo gratuito. E non mi venite a dire che si caccia per mangiare perché il Paleolitico è finito da un pezzo (anche se c’è ancora gente che si ostina a scuoiare animali per coprirsi delle loro pelli). Regolate l’orologio e girate pagina al calendario.

Ma non è finita: una delle tesi di base dell’aureo libretto filo-venatorio è che la caccia è meno crudele dell’allevamento intensivo. Così, per dimostrare la nostra disapprovazione verso quell’orrore che sono gli allevamenti intensivi cosa facciamo? Andiamo ad ammazzare degli altri animali, però secondo le leggi che regolano la nobile tradizione venatoria asburgica, così loro muoiono contenti e noi facciamo vedere che non siamo crudeli e soprattutto quanto siamo fighi — dalla parte del calcio: dalla parte della canna forse lo saremmo un po’ meno. Non fa un plissé, che dite?

Vorrei anche infierire sottolineando che una delle tre, quando dice «dai 13 ai 22 anni sono stata vegetariana (…). Però mangiavo pesce» dimostra un’ignoranza abissale e… e mi fermo qui.

Anzi no: perché una donna e una madre che difende la caccia è una cosa che mi riempie di un’angoscia infinita. E mi si stringe il cuore al pensiero di quei bambini educati dalla propria madre a vedere nell’animale non umano un essere inferiore su cui è lecito esercitare la violenza suprema. E ho delle visioni — “Mammina, domani facciamo una torta?” “No, tesoro. Ci alziamo presto presto e andiamo ad ammazzare un bel cerbiattino, che ne dici?” “Oh sì, mammina, evviva!”. Esagerata, dite? Io?

In rete è partita una petizione per chiedere il ritiro di questa oscenità gabellata come materiale didattico. Non so se sarà sufficiente, ma auspico una levata di scudi da parte di singoli e associazioni, perché la difesa della caccia nel terzo millennio mi sembra una psicopatologia pericolosa per il pianeta. La nostra è la specie più aggressiva al mondo, che perdipiù vanta un tasso di violenza e crudeltà intraspecifica che non ha eguali presso nessun’altra specie. Incentivare questa aggressività e legittimare questa violenza costituisce, a mio avviso, un comportamento criminale in piena regola che, come tale, andrebbe severamente sanzionato. Nell’attesa, m’interrogo sul senso della nostra specie nell’economia dell’universo.

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