Que le temps passe…

 

Auguri, Carlo carissimo, oggi come sempre, come ogni 10 ottobre.

L’anno passato non ho scritto niente, è vero: ero in uno di quei miei momenti cupi che tu non hai mai conosciuto, perché te ne sei andato prima. Ma sono certa che se tu fossi ancora qui, di sicuro saresti una di quelle pochissime (due? tre?) persone capaci di accendermi una luce nel buio.

Dunque non ho scritto niente, un anno fa. Ma tu e io sappiamo che te li ho fatti lo stesso, gli auguri. Quest’anno invece non manco all’appuntamento: io non lo so se ho i venticinque lettori che diceva il Manzoni (lui scherzava, io sono serissima); mi accontenterei della radice quadrata, ma se anche soltanto uno leggesse queste righe e si soffermasse a pensare a te, pur senza conoscerti, vorrebbe dire che ho fatto un buon lavoro.

È da stamattina che ho qui davanti a me l’ultima cartolina che mi hai mandato: la tengo sempre in vista, viatico per un viaggio che prima o poi mi porterà là dove sei tu adesso (spero). Ed è da stamattina che mi chiedo di che cosa potrei mai parlarti, oggi.

Non certo delle solite annose questioni geopolitiche: mi toccherebbe ripetere quello che vado dicendo da quando non sei più qui — chissà che cosa potrebbe insegnarci Carlo, in questo frangente così complesso e dall’equilibrio così disperatamente instabile. Né dei molti cadaveri che continuano a passare sul fiume: li guardo sfilare e penso a un altro fiume, penso al tuo Arno dove andavamo a passeggiare quando calavo dalle tue parti, discutendo, conversando, scherzando, a perdifiato, senza pause, come se non ci fosse un domani. E in realtà un domani senza più te è arrivato, troppo presto.

Lo so, ce ne facciamo una ragione perché siamo persone di buon senso; ma la ragione, in fondo, è soltanto lo schermo fra il mondo e il cuore. Perché se il cuore dovesse affrontare la realtà così com’è, senza filtri, non sarebbero mica in tanti a reggerla — «all’apparir del vero / tu, misera, cadesti»: ecco un altro che aveva capito tutto, Carlo, ti ricordi come se ne parlava? E te l’ho già detto che uno di quei cadaveri galleggianti una volta ha dichiarato pubblicamente che si trattava di “uno sfigato”? Peccato che non c’eri, Carlo: tagliente come sei l’avresti fatto a striscioline come neanche un tritadocumenti.

Chiudo qui, Carlo. Parlare di te e non con te, scrivere di te e non a te mi stanca molto, mi stanca sempre di più. Preferisco continuare il nostro dialogo muto che non si è mai interrotto. Auguri, amico mio — quelli che sai.

1 Comment on Que le temps passe…

  1. davide d'amario | 13 ottobre 2016 at 14:12 | Rispondi

    Ho avuto almeno la fortuna di “incrociarlo” nella mia gioventù … tra il “campo dei ribelli”, Roma e Firenze … non posso dire che lo conoscevo, ma quando lo vedevo ed ascoltavo irradiava in me la convinzione di esser davanti ad un uomo differente, speciale, superiore. Poi l’ho cercato nelle sue analisi, negli articoli, nei libri per comprendere … un esempio …

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