Quello che non si vuol capire dell’animalismo

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A malincuore, mi tocca parlare di Diego Fusaro. Se fosse per questioni personali o di poco momento, me ne asterrei volentieri — il silenzio, notoriamente, è d’oro. Ma poiché il tema è cruciale, ecco che non posso esimermi dal dedicare un po’ del mio tempo a quello che dice il personaggio.

Sul “Fatto quotidiano” di oggi (18 aprile 2017), con il titolo La sinistra difende gli agnelli per non difendere i lavoratori, Fusaro tra l’altro scrive:

 

«Alla stupidità – come al capitale – non v’è limite. In ciò sta anche l’ipocrisia di una sinistra boldriniana venduta al capitale che, pur di non difendere i lavoratori, si è messa a difendere gli agnelli. Se fossero ancora operativi, difenderebbero ovviamente anche gli Agnelli. È questa l’ultima trovata della Pasqua 2017, il tutto condito in salsa boldriniana (e berlusconiana). Dalle lotte operaie alle lotte vegane, ecco la ridicolaggine della nuova sinistra ancella del capitale. Ecco la volgare e patetica ridefinizione ultracapitalista e postproletaria di una sinistra che, per abbandonare la lotta verticale tra Servo e Signore (l’unica, per incidens, che tocchi i reali rapporti di forza), abbraccia le lotte gay, vegane e, in generale, tutte le battaglie che nemmeno sfiorano la concretezza del nesso di forza economico chiamato capitalismo. Vi è di che meditare, per chi ancora ne abbia il coraggio.»

 

Per la verità avrei da dire anche su tutto il resto dello scritto di Fusaro, ma in fondo chissenefrega. Invece mi frega eccome di quello che emerge dalle righe citate; e credo che dovrebbe fregare assai anche a tutti quelli che, in un modo o nell’altro, hanno a cuore la questione animale.

Perché se non si capisce che il superamento del carnismo è l’unica istanza autenticamente rivoluzionaria oggi possibile, non si è capito niente.

È vero che il veganismo salutistico ha svalorizzato l’impegno essenzialmente etico delle lotte per la liberazione animale; come è vero che questo stesso impegno è stato biecamente strumentalizzato per vetuste logiche di potere — si vedano appunto i casi di Berlusconi e Boldrini (e comunque, come diceva Lenin, l’ideologia conta meno del risultato).

Ma ritenere che la questione animale non abbia nulla a che fare con l’impianto dottrinale sotteso al capitalismo (classico, post-, turbo- e via declinando) e alla struttura patriarcale ­— che del capitalismo è ad un tempo causa ed effetto ­—  ovvero con la mentalità neoliberista e con la sua deriva tecnocratica, è prima di tutto profondamente sbagliato; e, in secondo luogo, denuncia l’incapacità di sottrarsi alle pastoie del pensiero bipolare che ha fondato l’Occidente come tòpos ideologico.

In altre e meno gergali parole, credere che la sofferenza e la morte che noi infliggiamo quotidianamente a milioni di animali nel nome di una nostra pretesa superiorità ontologica non abbia niente a che fare con la sofferenza e la morte che infliggiamo quotidianamente a milioni di nostri simili nel nome delle leggi di mercato travestite da esigenze “politiche” significa davvero non capire assolutamente nulla di ciò che sta accadendo sul pianeta.

È noto che dalla metà del XX secolo la velocità dei mutamenti anzi delle mutazioni socio-culturali è aumentata esponenzialmente, e la sensazione generale degli osservatori è che questa dissennata locomotiva lanciata a bomba contro l’autodistruzione (scusa, Guccini) si fermerà soltanto quando troverà un ostacolo adeguato. Nel frattempo, illudersi di cambiare le cose restando a bordo, ovvero accettando di restare impigliati nelle maglie della stessa rete che si vorrebbe squarciare, non è certamente il metodo migliore.

Riconoscere al dibattito animalista la capacità di evidenziare le contraddizioni dell’attuale sistema-mondo e lavorare in questo senso per rafforzarne l’incisività è forse l’unica strada percorribile che ci resta per salvare i non-umani e offrire una speranza agli umani.

Su questo sì che c’è di che meditare, per chi ancora ne abbia il coraggio.

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