Morte di un assassino

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È di ieri sera la notizia che il torero spagnolo Iván Fandiño Barros, 36 anni, è morto incornato da un toro  a l’Aire-sur-Adour, nel sud-est della Francia.

Sui social, le reazioni sono state le solite: esultanza, cordoglio, battute stupide come se piovesse.

Proviamo a spostarci per un momento sul piano inclinato e sdrucciolevole dell’antropocentrismo che tutto giustifica purché sia “umano”: Tizio se ne sta lì bello tranquillo per i fatti suoi quando arrivano degli energumeni che lo trascinano in un recinto dove lo aspetta un Caio sconosciuto e folle che lo vuole ammazzare a tutti i costi dio sa perché. Tizio, spaventato, infuriato e disperato, riesce in qualche modo a far fuori Caio. Quale giudice lo condannerebbe per omicidio? Quale opinione pubblica non plaudirebbe al coraggioso Tizio che ha tolto di mezzo il folle assassino Caio?

Ma Tizio non è un umano. Tizio è un toro. Dunque, nella contorta e aberrante logica antropocentrista, è una cosa, una res nullius di cui è lecito e persino raccomandabile fare scempio se questo serve a “divertire” un’orda di orridi umani pronti a riempirsi la bocca con la magica paroletta — “tradizione”.

Io, però, non sono antropocentrista. E dal mio personalissimo punto di vista che pone sullo stesso livello ogni vivente che mi è compagno in questo passaggio terreno, dico che il toro che ha incornato Fandiño Barros è riuscito nel lodevole intento di togliere di mezzo un pericoloso assassino. Onore a lui, anche se morirà lo stesso. E mi addolora non poter far nulla per la sua vita e per la vita di tanti suoi simili, se non continuare a protestare, come e quando posso, contro l’orrore che è la corrida; contro l’orrore che è l’antropocentrismo; contro l’orrore che è la specie umana, virus di questo bellissimo sventurato pianeta.

Quanto a voi, estimatori e paladini di questa “tradizione”, vi auguro un’estinzione rapida ma non indolore.

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