Archive for the 'Silva rerum' Category

Lettera a Carlo

E così, amico mio, sono trascorsi cinque anni.
Non mi sembra possibile, ma devo arrendermi all’evidenza. Non so se adesso, lì dove sei, possono fischiarti le orecchie: ma ti assicuro che parliamo di te, e ti pensiamo, con tale frequenza e intensità che certamente in qualche modo te ne dovrai accorgere.
Siamo pochi — te lo dicevo già l’anno passato, ricordi?— ma siamo buoni. E felici di aver condiviso il tuo passaggio terreno: compagni di strada in un tempo parecchio interessante, ed è proprio un peccato che tu non sia qui, perché stanno succedendo cose che davvero a pensarci sembra impossibile che la gente possa continuare a vivere normalmente come se niente fosse.
Ho detto “gente”, e tu penserai che parlo della massa. In realtà la cosa divertente è che sono proprio quelli che si piccano di fare politica ad avvitarsi, invece, in certi arzigogoli che si pensavano confinati al secolo passato. Si parla di continuo del nuovo che avanza ma qui, caro mio, c’è tanto di quel vecchiume che i viceré, al confronto, sembrano dei rockettari.
A proposito di cose nuove: adesso vanno parecchio di moda i social network — luoghi d’incontro virtuale che ti permettono di conoscere pochi elementi validi e molti cretini, in tempo reale e senza muoverti di casa, sai? Potenza della tecnologia… Mi sono fatta traviare anch’io, convinta dal nostro Claudio che ha fatto leva sulla tentazione intrigante di saper cavalcare la tigre della modernità, e peccato, di nuovo, che non ci sei a vedere cosa si può combinare adesso con un pc. Pensa che lo scollamento fra reale e virtuale arriva al punto che c’è gente capace di dire una cosa col suo vero nome, e di sostenere l’esatto contrario nascondendosi dietro un nickname, stringendo amicizie da un lato e diffamando dall’altro… Ne parlavo ieri con un amico, chiamando in causa la psicoticità della società liquida e via sociologando. Mi ha interrotto, seccato: «Ma quale psicoticità! È paraculaggine». Voilà le mot, ho pensato.
Di positivo, invece, c’è che si parla ancora, e bene, di geopolitica. Si scrivono libri, la rivista fa un lavoro egregio, e se penso alle analisi che la tua lucidità e la tua preparazione avrebbero potuto regalarci in questo periodo di rivolgimenti che forse possiamo definire epocali (anche se, standoci in mezzo, è difficile mantenersi distaccati), mi viene una gran voglia di buttare nella pattumiera quella storia che il caso è solo il nome che lo sciocco dà al Fato, e di maledire quel Caso che senza alcuna Necessità ha separato anzitempo le nostre strade.
Sì, sì, la smetto… Non è così facile come quando c’eri tu a venirtene fuori con qualche causticità tutta toscana a far evaporare l’umidore sentimentale che a tratti ci travolgeva, ma insomma ce la posso fare. Ce la posso fare ad andare avanti sapendo di non poterti più telefonare o scrivere o incontrare; sapendo che con te se n’è andata una delle pochissime persone (vi conto sulle dita di una mano, sai?) con le quali posso sentirmi me stessa; sapendo che in questa vita mi tocca rinunciare — e lo dico senza piaggerie, ché fra noi non ce n’è mai stato bisogno — a un amico e un maestro.
Arrivederci, Carlo. Non so ancora dove sei, ma so dove trovarti — perché in fondo non ti ho mai perso.
Con affetto
A.

Ancora (!) su destra e sinistra

Oggi non ho niente da fare. Sembra che lassù Qualcuno abbia dimenticato i rubinetti dell’acqua aperti, e non potendo andare in giro sotto questo cielo nero e inzuppato butto qualche parola al vento (ne arrivasse un po’, magari, a spazzar via questa nuvolaglia diluviante!).

Mi pare fosse Bordiga a dire che il male peggiore del fascismo è stato l’antifascismo (parafrasando, aggiungerei che il male peggiore del comunismo è stato l’anticomunismo). In concreto, la dotta citazione introduce uno dei luoghi comuni più cari all’antifascismo militante: e cioè che il motto “né destra né sinistra” sia l’escamotage preferito dei fascisti per far passare subdolamente la loro mortifera ideologia e infiltrarsi eccetera.

Urge rettifica: in realtà, il “né destra né sinistra” appartiene alla frangia benedetta e miserella dei sansepolcristi o diciannovisti (o “fascisti di sinistra”, se si vuole). Ovvero di coloro che, abbracciando i princìpi del ‘19 (il “Programma di San Sepolcro” — piazza San Sepolcro a Milano, dico, non la cittadina bellissima di Sansepolcro in provincia di Arezzo: puntualizzo perché c’è chi confonde le due cose, e questo mi fa una tristezza…) — di coloro, dicevamo, che abbracciando i princìpi del Programma sansepolcrista intendevano fare piazza pulita, già allora!, delle ideologie per dar vita a qualcosa di nuovo: e le cui istanze caddero al Congresso di Roma del novembre 1921, quando si affermò una più marcata tendenza verso la “destra” che scontentò molti fascisti della prima ora, i quali si sentirono legittimamente traditi. Proprio come nel 1936 si sentiranno traditi quei giovani universitari fascisti che avevano plaudito alla rivoluzione spagnola per poi scoprire che il regime era, dopo qualche traccheggiamento, di tutt’altro avviso; e che, espulsi dal partito o emarginati dallo stesso, passarono dall’altra parte. Et pour cause. L’avrebbero fatto nel dopoguerra anche molti combattenti della RSI, convinti che un riflesso dell’originario messaggio fascista si riverberasse più nel Partito comunista che nel Movimento sociale.

Insomma quest’idea dell’andare oltre destra e sinistra, nel senso non già di rinnegare o vituperare quelle realtà, bensì di lasciarsele alle spalle consegnandole alla storia per elaborare nuovi assetti del Politico alla luce dei mutati scenari mondiali, è stata un chiodo fisso della destra radicale (di una sua parte, almeno) e di certa sinistra eretica: entrambe sconcertate di fronte al massacro fisico e intellettuale di intere generazioni annientate dal teorema criminale degli opposti estremismi, funzionale al cosiddetto Sistema ovvero al mantenimento di uno stato di sudditanza dell’Italia alle potenze d’oltreoceano, concertato nel corso della seconda guerra mondiale e ancora oggi, ahinoi, ben saldo. Quella certa destra e quella certa sinistra non hanno mai mancato di parlarsi.

Dopodiché, dal momento che sia a destra che a sinistra sussiste un esiziale impasto di ignoranza, becerume, sloganistica e malafede, la possibilità di un dialogo allargato è sempre più a rischio: la prevalenza del cretino mortifica i rari tentativi in questo senso, anche se per fortuna nelle nuove generazioni emerge qualcuno in grado di raccogliere il testimone. Sono passati parecchi anni da quando Renzo De Felice (nel suo Rosso e Nero che gli attirò gli strali della peggior sinistra e dell’antifascismo in blocco, che ne avevano ben donde) esortava ad affrettarsi perché lo spazio utile ad un confronto più sereno si stava pericolosamente riducendo. Continuo a credere che qualche spiraglio ancora ci sia.

Per quanto mi riguarda, oggi come oggi il desiderio (fortissimo e doloroso) di superare destra e sinistra è motivato da ragioni di salute: entrambe mi stomacano, e non vedo per quale motivo dovrei passare il mio tempo a lottare contro la nausea quando ci sono ben altre battaglie da combattere.

Salutismo. Salutismo?!?

Ci si ritrova al parco tutte le sere.
Siamo il piccolo popolo dei proprietari di cani, che frequenta il parco per consentire ai nostri quattrozampe di socializzare un po’. Ignoriamo reciprocamente i nostri nomi, l’età, la professione, l’indirizzo — sorta di legione straniera ideale in cui l’unico vincolo che ci accomuna è appunto quello di condividere la nostra esistenza col miglior amico dell’uomo (e della donna, ça va sans dire).
Ieri sera ero nella zona cani con un altro legionario, quando sentiamo un ansare, uno sbuffare penoso che diventa rantolo al di là della siepe. Corriamo a guardare, non si vede niente; leghiamo i cani e ci precipitiamo fuori del recinto per soccorrere la vittima. Continuiamo a sentire i gemiti, ma ancora non riusciamo a scorgere nulla; c’inoltriamo per il sentiero e lì troviamo un tizio sulla cinquantina, pancetta, occhi fuor dalle orbite, paonazzo, che si ammazza di flessioni.
Restiamo lì interdetti, a fissarlo senza capire, finché lui con un filo di voce e una smorfia che vorrebbe essere un gagliardo sorriso dice: «È importante tenersi in forma», e continua a pompare anfanando come un moribondo. Mormoriamo educatamente qualcosa e ce ne andiamo.
Rientriamo nella zona cani senza dire una parola, e senza neppure guardarci in faccia.
Sciogliamo i cani, ci sediamo su una panchina e il mio amico-di-parco tira fuori di tasca un pacchetto di sigarette: me ne offre una in silenzio, in silenzio la prendo e le accendiamo. Ce le siamo gustate fino all’ultimo tiro, senza parlare. Sul viso, una serena complicità.

Le stelle mancanti di Ipazia

Ricevo da Giangualberto Ceri (che ringrazio pubblicamente per la cortesia di avermi scelto come destinataria di queste sue riflessioni) lo scritto che segue, e che mi pare interessante per il suo proporre chiavi di lettura molto diverse da quelle cui siamo abituati. Dopo secoli di oblio, la sventurata Ipazia di Alessandria conosce ora, inconsapevolmente, il suo quarto d’ora di celebrità (Warhol docet): ciò che non comporta affatto l’esser compresa. Ben vengano, dunque, voci diverse in grado di rimandare (anche) ad altri piani dell’Essere. Buona lettura.



Nel Film “AGORA’” su IPAZIA - JOHN TOLAND, Ipazia, Editrice Clinamen, Firenze, 2010 - mancano assolutamente i riferimenti ASTROLOGICI: ed è gravissimo!!! Le scuole neoplatoniche dei primi secoli non erano guidate in tale modo. Il film è stato comunque culturalmente molto utile, se pur, da un punto di vista artistico, criticabile. Comunque ne andrebbero messi in scena altri riguardanti argomenti simili. L’ utilità del film avrebbe potuto essere evidenziata anche da MARINO discepolo di PROCLO, poiché egli racconta che Proclo stesso (Vita Procli, 30: cfr. PROCLUS, Théologie platonicienne, livre I, par H.D. Saffrey et L.G. Westerink, Paris, Les Belles Lettres, 1968, pp. XXII – XXIII), per aver custodito in casa sua la dea Atena, avrebbe poi rischiato di fare la stessa fine di Ipazia. Così erano diventate molte sette cristiane una volta finite le prime comunità apostoliche, cioè della DIDACHE’. Alcuni interventi all’epoca del Concilio VATICANO II sembrarono indicare di dover tornare a queste primissime comunità.

Fino a Dante, e perciò anche nelle antiche scuole neoplatoniche di Atene e di Alessandria, non esistevano comunque semplici lezioni astronomiche senza riferimenti all’astrologia tolemaica e, conseguentemente, senza l’identificazione, quanto meno, dei quattro umori, UMIDO, CALDO - fecondi e attivi e perciò nobili e montanti- , e SECCO e FREDDO - distruttivi e passivi e perciò volgari e volgenti - (Tetrabiblos, I, V, 1-2; I, VIII, 1-2). Anche Dante incentra, sia il viaggio della Commedia, che gli altri episodi simbolici della Vita Nuova e del Convivio sui quattro umori esercitati dagli astri durante il loro moto (rivoluzioni sinodiche, o aspetti dei pianeti in rapporto col Sole) e peculiarmente sugli umori umido e caldo in quanto, appunto, nobili e montanti (Convivio, IV, XXIII). Vedere il Link: http://www.youtube.com/watch?v=wV4vEG15yjA). Che gli storici e i letterati non ne parlino, e non vogliano prendere atto, non significa affatto che la realtà non fosse allora immaginata tutta sussumibile sotto questi quattro umori.

Il problema della teorizzazione del movimento ELLITTICO dei pianeti messo in evidenza da Ipazia, a migliore giustificazione delle loro apparenze in cielo, è importante, ricorda la passione per la ricerca dei neoplatonici, ma la loro passione per la ricerca stessa andava ben oltre questo semplice aspetto astronomico-gravitazionale a noi tanto caro. Essi erano ancor più impegnati nel problema della spiritualizzazione dell’anima: problema i cui tentativi di risoluzione venivano ugualmente sottoposti ad osservazione scientifica, empirica, sia pure sotto il profilo della soggettività, o di una scienza dell’anima in generale.
I pianeti ontologicamente influenti erano inoltre i primi cinque in base a CLAUDIO TOLOMEO, ma anche a Dante, e andavano gerarchicamente dalla Luna a Marte (Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte). La Luna si immaginava assai vicino alla Terra e alla sua fertilità e il l’angelo signore di questo primo cielo, o pianeta, non per caso è GABRIELE. Le gerarchie angeliche della cultura cristiana sono ovviamente parto della mentalità di rimonta verso l’Uno, verso il Bene, del mondo neoplatonico.
Riassuntivamente sulla Terra esisterebbe, per la Tradizione esoterica, un problema riguardante SATANA: cioè la non volontà di resurrezione quale conseguenza indiretta degli influssi esercitati dalla Luna.
Al contrario Marte, essendo assai più vicino al più alto dei cieli, è lontanissimo dalla Terra, darebbe luogo al problema riguardante LUCIFERO: cioè la non volontà di incarnazione.
Il cielo della Luna presiede alla GRAMMATICA che permette all’essere umano di iniziare ad incarnarsi nella cultura. Il cielo di Marte presiede invece alla MUSICA che permette all’essere umano di affrontare la morte con convinzione: Marte-Musica-Martirio-Morte. Nella sua piena completezza Marte inclina al versamento del sangue per la verità, mentre la Luna inclina al poter fare incarnare Colui che sarà all’altezza di questo compito, di questa verità-realtà ontologico-vissuta (Convivio, II, XIII, 8; Commedia, Par., XIV, 103-108).
Per arrivare a tanto bisognerà però che prima l’anima discenda dal cielo di Marte per incarnarsi sulla Terra, vinca la luciferina e simbolica non volontà di incarnazione: ed è qui che può essere aiutato dagli influssi della Luna andando però incontro alla satanica non volontà di resurrezione.
LUCIFERO e SATANA appaiono dunque come due campi di forza opposti scientificamente utili alla maturazione dell’uomo completo qualora riescano a crocifiggersi l’uno sull’altro.
Quando allora il nostro allievo dedica ad Ipazia, nell’agorà, la sua musica è simigliante al cielo di Marte e sottostà perciò al problema della non volontà di incarnazione, ovviamente. Ipazia l’ha capito, e se l’ha capito cosa vorrà ancora insegnargli?
Quando dunque Ipazia contraccambia didatticamente l’omaggio regalandogli il suo fazzoletto macchiato del suo mestruo, intanto il simbolo è ovviamente quello del cielo della Luna, mentre il consiglio sarà quello di doversi anche lui meglio incarnare. Attraverso la Luna ci si incarna, ma il problema è poi quello di resuscitare. Dunque Ipazia, seguendo i significati astrologici, col suo regalo legato alla Luna, consiglia all’allievo di incarnarsi oltre che di continuare a dedicarsi alla musica. E siamo qui all’inizio e alla fine del tragitto ontologico dell’essere umano.
Anche Gesù Cristo si incarnò attraverso gli Uffici del signore del cielo della Luna: l’ANGELO Gabriele, che sarebbe perciò un grave errore chiamare ARCANGELO, come invece si legge anche in alcuni testi promossi dalla Conferenza Episcopale Italiana.
I due campi di forza della NON VOLONTA’ (non volontà di incarnazione per chi si trova in cielo, e a più forte ragione in quello della musica; e non volontà di resurrezione per chi si trova sulla Terra in conseguenza degli influssi della Luna), per tentazione reciproca danno luogo, ontologicamente, alla Croce di Cristo che, se intesa come simbolo di scienza, diventa e simboleggia la contemporanea volontà di incarnazione e di resurrezione. Questa è la Croce di Cristo. Cristo, ovvero l’UOMO che va incontro alla deità, deve diventare infatti potente di incarnazione e di resurrezione: da qui la CROCE DI CRISTO come simbolo, ormai trascurato, di una scienza della soggettività in generale e dell’evoluzione della persona. Questa traiettoria esistenziale risulta anche dagli insegnamenti, ancorati alla Tradizione, del Filosofo e romanziere francese RAYMOND ABELLIO (cfr. R. ABELLIO, LA STRUCTURE ABSOLUE, Essai de phénoménologie génétique, coll. Bibliothèque des Idées, Gallimard, Paris, 1965, pp. 23, 244, 333-353, 358, 440, 450-462, 469-475, 519. A pagina 349 egli così scrive, p.e., : “Il cielo è il germe di una terra ideale, ma esso, in quanto luciferino, dovrà incarnarsi sulla Terra. Il campo simbolico di forza luciferino che sta in cielo e quello satanico che viviamo qui sulla terra rendendola un Inferno, non si conoscono però come tali e, da qui, l’impotenza a crocifiggersi l’uno sull’altro, p.349). Il contraccambio del regalo, MUSICA CONTRO MESTRUO, da parte di IPAZIA punterebbe dunque, considerandolo sotto questo profilo esoterico-scientifico, alla realizzazione futura di una terra ideale: la pagana NOVELLA TROIA promessa da Giove a sua figlia Venere mattutina e perciò UMIDA E CALDA (VIRGILIO, Eneide, libro primo, 254-260; Annibal Caro, 416-421) e, ugualmente, la cristiana NUOVA GERUSALEMME TERRESTRE.
Ipazia, sotto il profilo scientifico-spirituale, cioè della ricerca della verità è, paradossalmente, già più cristiana dei cristiani e del suo allievo, e dunque non per caso è lei a versare il sangue per la verità, ad essere martire: Marte-Musica-Martirio-Morte.
E’ interessante ricordare come Dante MALEDICA nel Convivio quei cristiani che non vedono nella paganità classica la spinta necessaria per diventare autentici cristiani. Egli sta dunque dalla parte di Ipazia mentre così scrive: “Maledetti siate voi (cristiani traviati), e la vostra presunzione, e chi a voi crede” (Convivio, IV, V, 9).

Non si può studiare il medioevo e la classicità, come anche gli egizi e i caldei, solo riempiendosi la mente di avvenimenti, di episodi storici e di cronaca e di date poiché tale indirizzo è parziale, intimamente deludente, e infine finisce per impoverire lo studente e la cultura. Per studiare con autentico profitto culturale bisognerà invece cercare prima di tutto di impadronirsi delle scienze dell’epoca di cui intendiamo riferire poiché è di esse stesse che ha vissuto l’umanità di cui vogliamo riferire. Il compito è difficile e rischioso ma possibile, comunque ineludibile. Scriveva Eugenio Garin che l’università delle Scienze Umane, sotto questo profilo, fa pena. Io ho condiviso il suo sentimento e ho cercato di porre alcuni qualificanti rimedi con lunghi e faticosissimi studi. Il risultato didattico è però rimasto inascoltato. Perché?

(© Giovangualberto Ceri, giugno 2010)

Catturata dal Cigno nero

Compro libri da una vita (e li leggo anche, naturalmente). Il loro numero è inversamente proporzionale a quello dei miei amici, e pur essendo tanto numerosi ognuno di loro mi ha lasciato qualcosa — foss’anche una sola frase, una sola idea, un solo spunto di riflessione. Li compro abitualmente, non solo per le feste comandate o per farmi un regalo.

Ma la cosa più eccitante è quando sono loro a comprare me.

Accade raramente, certo, e loro non usano soldi, è chiaro. Forse sarebbe più corretto dire che mi conquistano, mi catturano, mi prendono — non c’è nessuna firma vergata col sangue, ma il concetto è quello.
In genere succede per puro caso, e in tempi e modi unici. E l’altro giorno è successo di nuovo: in notevole anticipo su un appuntamento (evento per me, più che raro, unico), per ingannare il tempo mi sono messa a fare quattro passi e ho scovato una libreria della quale ignoravo l’esistenza. Mi sono presa tutto il tempo del mondo per scrutare le vetrine (quelle delle librerie e quelle dei negozi di scarpe sono le uniche nelle quali mi perdo, e se non mi ci appiccico è solo per dignità residuale), dalle quali occhieggiavano un paio di testi accattivanti.
Sono entrata a comprarli, ma dopo averlo fatto chissà perché non mi decidevo a uscire, e mi sono fatta un altro giro finché zac! — presa. Lui era lì che mi guardava da uno scaffale neanche tanto in vista, ma la sua presenza era così insistente da imbarazzarmi: e così, senza neanche stare a spulciare l’indice e la bibliografia (lo faccio sempre quando compro un saggio) l’ho acchiappato alla svelta, ho pagato e sono uscita. E sono arrivata in ritardo all’appuntamento, ça va sans dire. Ma ne è valsa ampiamente la pena.

Perché il libro è Il Cigno nero, di Nassim Nicholas Taleb (libro, come si vede, non nuovissimo, ma che mi era finora sfuggito). Più che l’origami in copertina, però, e in aggiunta al fatto che la figura del cigno mi rimanda a un periodo cruciale della mia vita, sono stati il sottotitolo — Come l’improbabile governa la nostra vita — e la dedica — a Benoît Mandelbrot, un greco tra i romani — a stroncare ogni mia eventuale resistenza all’acquisto; visto e piaciuto, insomma.
Mi ci sono tuffata, e ci sono ancora immersa — sguazzo felice tra caso e necessità, antilogica e frattali, asimmetrie e divina ignorantia; e l’aver gettato uno sguardo sia pure fugace alla seconda parte (non ci sono ancora arrivata: le sto centellinando, queste pagine benedette) intitolata “Non possiamo proprio prevedere” mi ha confortato nelle mie convinzioni su quello che io chiamo l’inganno previsionale, e che ho espresso a modo mio proprio qui.

Torno al Cigno nero, mio ultimo livre de chevet (in ordine di tempo, soltanto…). Per adesso sono arrivata all’unico punto fermo (forse) che è il manifesto programmatico di tutti quelli che, come me, sanno soltanto di non sapere — “nessuno sa come stanno le cose”; il mio amico Hamza direbbe invece Allāhu aʿlam — “Dio ne sa di più″. Ma credo che intendiamo la stessa cosa.

I compagni di Zarathustra

«Ho trovato più pericoli tra gli uomini
che in mezzo alle bestie,
perigliose sono le vie di Zarathustra.
Possano guidarmi i miei animali!»

F.W. Nietzsche, Così parlò Zarathustra

È la fine dell’estate quando, venerdì 21 settembre 1888, Friedrich Nietzsche lascia Sils-Maria, in Alta Engadina, per ritornare a Torino. Vi era stato per la prima volta fra l’aprile e il giugno di quello stesso anno, e si era innamorato a prima vista di quella città così quieta e raccolta — «il primo posto dove io sono possibile», come scrive lui stesso. Tutto, di questa bomboniera padana, lo affascina: l’autunno, eccezionalmente splendido; le strade, le gallerie, i palazzi ricchi di grazia resa un po’ polverosa dalla storia e dal tempo; la cucina eccellente e a buon mercato; la gente cortese che impara presto a benvolere il mite professore in pensione (il ragazzo che ogni sera, al ristorante, gli porta il “Journal des débats”, la fruttivendola che gli tiene da parte la frutta migliore…).
La nuova dolcezza del vivere quotidiano — gentilezza, premure, consistenti miglioramenti dello stato di salute — incrementa l’attività intellettuale di Nietzsche, che lavora a pieno ritmo: nel giro di poche settimane termina L’anticristo, cura la stampa del Crepuscolo degli idoli e a metà ottobre inizia l’autobiografia: Ecce homo. Come si diventa ciò che si è. Alla fine di novembre decide di pubblicare l’ Anticristo e di farne non il primo libro della Trasvalutazione di tutti i valori, ma la Trasvalutazione stessa. Scrive molte lettere: a Brandes, a Strindberg, a Gast, a Fuchs e a molti altri, dalle quali traspare un’intensa eccitazione psichica, che sembra placarsi soltanto con la frenetica produzione intellettuale. A metà dicembre scrive un nuovo opuscolo su Wagner, Nietzsche contra Wagner, e si dedica alla rielaborazione di Ecce Homo (il testo autentico si è perso, a causa delle censure e dei tagli operati dalla sorella di Nietzsche, Elisabeth, e da Peter Gast; ancora oggi dobbiamo accontentarci di una sua ricostruzione). Tra la fine di dicembre e l’inizio del gennaio 1889 nascono i Ditirambi di Dioniso, e nello stesso periodo Nietzsche decide di non pubblicare il Contra Wagner. Sono i giorni in cui divampa la fiamma nel cuore e nella mente del filosofo.
Giovedì 3 gennaio 1889, Nietzsche esce di casa. Per strada, in via Po, assiste ad una scena non insolita e non peggiore di tante altre recitate da analoghi attori: un carrettiere ubriaco che bastona il suo cavallo. Indignato, Nietzsche si getta fra l’animale e il suo tormentatore; la folla fa capannello, accorre un agente di polizia. Nietzsche si schianta al suolo, esanime. L’affittacamere, richiamato dalla confusione, si precipita in strada, s’intromette, soccorre il suo pensionante e lo riporta a casa: il professore torna subito in sé, ma soggiace a un delirio destinato a non cessare più, come provano i molti «biglietti della pazzia» indirizzati nei giorni seguenti agli interlocutori più disparati — Cosima Wagner, gli amici, il popolo polacco, Umberto I di Savoia. Questo, in poche parole, lo scarno racconto che l’affittacamere allarmato fa a Franz Overbeck, giunto trafelato a Torino l’8 gennaio, non appena informato dell’accaduto. Il 9 gennaio Nietzsche è già a Basilea, nella clinica per malattie mentali — è già uscito dalla storia per entrare nel mito. Continue Reading »

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