Archive for the 'Archivi del Nord/2003' Category

12 novembre 2003. Morti annunciate

Il 26 gennaio 1887, a Dogali in Eritrea, nell’ambito dell’infelice avventura colonialista tentata dall’Italia savoiarda, cinquecento soldati italiani vennero massacrati dalle forze etiopiche irregolari di ras Alula. In patria la notizia destò enorme commozione, e quando, nel 1889, uscì Il Piacere di D’Annunzio in cui il protagonista Andrea Sperelli liquidava la tragedia di Dogali con la secca frase «cinquecento bruti morti brutalmente», l’opinione pubblica insorse. Non posso fare a meno di ricordare l’episodio, oggi che 18 carabinieri italiani sono morti in un attentato “terroristico” a Nassiriya, Iraq. (Curioso questo fatto, che chi combatte per la propria patria a volte sia un eroico partigiano e a volte un vile terrorista, dipende da chi lo dice e da dove succede il fatto. Quando si dice la relatività…). Diciotto vite spezzate, certo; poche in confronto ai 155 militari statunitensi morti dopo la conclusione ufficiale delle principali azioni belliche, dichiarata orgogliosamente il 1° maggio dall’esuberante Bush jr. Meno di niente se paragonate alle centinaia di migliaia di iracheni morti dal 1991 in qua, per bombe, armi biologiche o embargo poco importa — conta che si muore, non il perché ciò avvenga.

Ma lo so da me che non è bello fare il conto della spesa sulle vite umane; tuttavia non posso fare a meno neppure di ricordare che i carabinieri italiani in Iraq ci sono andati volontari, spinti forse da un ideale ma anche dall’allettante prospettiva di un ingaggio milionario. Forse è un po’ scomodo da dire, ma i carabinieri italiani, lì, ci sono andati da mercenari. Al soldo di un governo forcaiolo disposto a tutto pur di compiacere il padrone americano, anche a credere che davvero il popolo iracheno avrebbe accolto come liberatori i criminali poliziotti planetari. (Va detto che su questa italica convinzione deve aver pesato parecchio l’esperienza nostrana del post-8 settembre, con il gioioso assalto delle “segnorine” e dei loro familiari ai blindati Usa da cui piovevano imparzialmente sigarette cioccolato e calze di seta. Ma questo è un altro discorso).

Resta il fatto che diciotto italiani sono morti in una terra infinitamente lontana da una qualsiasi pacificazione, almeno finché vi resteranno gli occupanti a stelle e strisce e i loro reggicoda europei. La Mesopotamia che è stata la culla della civiltà diventerà forse la tomba della civiltà occidentale omologata — gli americani dicono che l’Iraq non sarà un altro Vietnam, e hanno ragione: sarà forse il loro Afghanistan, con quel che ne segue (ricordatevi dell’URSS).

E che adesso l’opposizione tuoni “l’Iraq agli iracheni!” (Fassino alle 13:41), o che i soliti servizi scuotano la testa sospirando “noi l’avevamo detto” (Sismi e Cia alle 15:54) non serve a granché: in Italia sono state molte le voci levatesi implacabilmente contro l’illegittimo attacco americano allo Stato sovrano dell’Iraq, e le stesse voci hanno ribadito il “no” di gran parte della nazione italiana alla partecipazione al conflitto voluta fortemente dal governo. Nessuno le ha ascoltate, quelle voci. Così capita che qualcuno si meravigli che in Iraq, dove si dice che non ci sia la guerra e si crede che davvero tutti vogliano bene agli americani, due kamikaze abbiano assimilato i militari italiani alle truppe d’occupazione angloamericane e abbiano deciso di dare una lezione anche a loro. Ma come sarà successo?

Eppure “Roma era stata avvertita”: l’ha detto oggi pomeriggio (17:31)Mohammed al Bakri, leader di un’organizzazione islamica estremista con sede a Londra, considerato un portavoce ufficioso di al Qaeda: «Chi fa parte delle forze che occupano le terre dell’Islam non può aspettarsi l’impunità. Non so chi abbia attaccato il comando italiano a Nassiriya, ma Roma era stata avvertita […] Solo abbandonando la terra araba, l’Occidente può fermare il bagno di sangue». Immediata la risposta delle forze di governo: fermezza, lotta al terrorismo in tutte le sue forme, no al ritiro delle truppe italiane dall’Iraq — col risultato immediato di guadagnarsi l’apprezzamento di Bush. Il cane che si comporta bene va premiato.

Che succederà? Difficile fare previsioni. Le variabili sono molte, e se non proprio impazzite sono comunque un po’ nervose. Quei cattivoni degli islamici direbbero “Dio ne sa di più″: noi continuiamo a dire “Iraq libero!”.

3 ottobre 2003. Un santo dimenticato?

In genere non se lo ricorda nessuno, ma san Francesco d’Assisi è il patrono d’Italia. In Italia c’è il Vaticano. Francesco d’Assisi è stato fatto santo dal Vaticano, mica dall’Animal Liberation Front. E allora perché la Chiesa cattolica continua a dimenticare la grande lezione di empatia col creato (uso l’espressione per comodità di linguaggio, abbiate pazienza) che fa di Francesco d’Assisi il più “pagano” dei millanta santi che l’agiografia elenca? Mistero della fede. Meno male che qualcuno si salva: per esempio monsignor Mario Canciani — che un qualche dio lo benedica e lo conservi. Leggetevi l’agenzia che riporto qui sotto, e vedete un po’ fin dove può arrivare la gesuitica malizia…

ANCHE IN LORO C’E’ IL SOFFIO DI DIO ED HANNO UN CUORE Roma, 3 ott. (Adnkronos)- «Anche negli animali c’è il soffio di Dio». Risponde così monsignor Mario Canciani alle affermazioni di “Civiltà Cattolica”, il quindicinale dei gesuiti che definisce gli animali «belli senz’anima e non meritevoli di diritti» prendendo posizione contro il ddl del ministro Sirchia che introduce nel codice penale la norma sui “delitti contro gli animali”. E monsignor Canciani, notissimo a Roma per aver aperto le porte della sua chiesa a cani, gatti, uccelli e per averli benedetti solennemente, a “La Repubblica” sottolinea: «Il teologo è quasi sempre solitario, chiuso nella sua torre d’avorio: non si rende conto che gli animali hanno un linguaggio, capacità di contare, di esplorare l’ambiente, di inventare e di avere sentimenti e affetto, possono arrivare perfino alla morte, al rifiuto di vivere se abbandonati […] Il “Cantico delle Creature” di San Francesco non deve rimanere muto per la nostra società e per la Chiesa. Non è — conclude Canciani — un problema di anima: gli animali hanno un cuore ed è già tanto».

25 settembre 2003. È morto Edward Said

È morto nella tarda serata di ieri, mercoledì 24, Edward W. Said, lo studioso palestinese docente alla Columbia University fattosi portavoce della causa palestinese negli Stati Uniti e nel mondo. Aveva 67 anni, e soffriva da tempo di una forma incurabile di leucemia per la quale era stato ricoverato in un ospedale di New York, dove la sua fibra ha ceduto.

Ghazi Aridi, il ministro libanese della cultura, ha definito la sua morte una grande perdita per gli arabi in generale e per i Palestinesi in particolare. Said, ha detto il ministro, era «un uomo colto ed un intellettuale capace di presentare il mondo arabo e le posizioni palestinesi in maniera razionale”, scientifica e al tempo stesso comprensibile a tutti.

Nato a Gerusalemme nel 1935, Said passò la maggior parte della sua vita negli Stati Uniti; dal 1991 è stato per 14 anni un membro di rilievo del parlamento palestinese in esilio. Il grande pubblico lo conosce per i suoi vibranti scritti a favore della causa palestinese, ma la sua produzione in campo culturale è stata varia e di ottimo livello — dalla letteratura inglese, che era la sua materia, fino alla musica, la passione che riempiva il suo scarso tempo libero.

La sua scomparsa lascia un vuoto enorme e difficilmente colmabile nel panorama intellettuale arabo e mediorientale in genere. I Palestinesi perdono un paladino generoso e un uomo di grande coraggio. L’Occidente perde una voce libera — così rara di questi tempi. Io perdo un maestro.

17 settembre 2003. … e non dite che non ve l’avevo detto

Oggi è il 17 settembre. Fra tanti anniversari che costellano questo settembre, ci giurerei che questo è sfuggito a molti. Però qualcuno se lo ricorderà che martedì 17 settembre 2002 «nel disinteresse pressoché generale della non-America, la Casa Bianca rendeva pubblico un documento intitolato “The National Security Strategy of the United States of America” (la strategia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America), e considerata da più parti e a buon diritto come il manifesto dell’Impero: si tratta, infatti, del primo testo in cui l’America esprime apertamente, e motivandola dal punto di vista morale, la propria intenzione — non più discutibile o procrastinabile — di governare il mondo. La novità principale contenuta in questo documento consiste nell’enunciazione di una Weltanschauung o, se si preferisce, di una precisa antropologia: è questo, infatti, il significato dell’affermazione iniziale che dalle grandi lotte del secolo XX è scaturito un modello unico fondato su tre (e tre soli) pilastri — libertà, democrazia e libera impresa. Il non voler, o non poter, adottare questo modello è condizione necessaria e sufficiente per essere annoverati fra i “cattivi” — i famigerati rogue states, gli Stati-canaglia. Ed è per questo, si suggerisce, che verrà dichiarata guerra all’Iraq: la prima guerra del nuovo Impero, pronto a prendere il posto dello Stato-canaglia eliminato in vista di una ridelineazione del Medio Oriente, come in un tragico Risiko giocato sulla pelle dei popoli» (mi cito: cfr. il mio intervento del 9 aprile 2003 su questo stesso blog, in cui esaminavo più a fondo il documento).

Dunque è passato un anno e gli anniversari, si sa, vanno festeggiati: è per questo che oggi, spulciando le agenzie di stampa, m’imbatto in queste tre perle che riporto di seguito:

TERRORISMO: FRIEDMAN, GUERRA MONDIALE CONTRO ISLAMISMO POLITICO - NON RINUNCEREMO A SOCIETA’ CHE ABBIAMO COSTRUITO New York, 17 set. (Adnkronos) - «La “terza guerra mondiale” è contro il totalitarismo religioso. L’”islamismo politico” ha come fondamentale obiettivo quella di minacciare l’esistenza della “società aperta”. Da questa minaccia è nato l’11 settembre». Lo afferma Thomas Friedman, columnist del New York Times, saggista di successo e premio Pulitzer, in un’intervista a “Repubblica”. «È stata sconfitta — sottolinea — l’idea di chi pensava che questo terrorismo avrebbe cambiato la bilancia del potere fra noi e loro. Il messaggio che abbiamo mandato è chiaro: non siamo disposti a rinunciare alla società aperta che abbiamo costruito in 250 anni».

USA: LISTA UNICA PER TUTTI I SOSPETTI TERRORISTI Washington, 17 set. (Adnkronos) - Gli Stati Uniti intendono stilare un’unica lista con i nomi di oltre 100mila sospetti di terrorismo, in modo da evitare gli errori precedenti all’11 settembre. Il compito è stato affidato ad un nuovo centro, che sarà operativo in dicembre e verrà guidato dall’Fbi, assieme alla Cia, il Dipartimento di Giustizia e quello per la Sicurezza Interna.

M.O.: NY TIMES, DA ARABIA SAUDITA META’ FONDI HAMAS - ‘RIAD FORNISCE 5 MILIONI DI DOLLARI L’ANNO ALL’ORGANIZZAZIONE’ Riad, 17 set. - (Adnkronos/Aki) - Almeno la metà dei fondi a disposizione del movimento integralista palestinese Hamas proviene direttamente dall’Arabia Saudita. È quanto afferma nell’edizione di oggi il “New York Times” citando fonti statunitensi e israeliane, secondo cui 5 dei 10 milioni di dollari annui di cui dispone l’organizzazione provengono appunto da donatori sauditi. Le offerte — sottolinea il quotidiano — vengono effettuate esclusivamente in contanti, rendendo difficile se non impossibile l’individuazione del denaro da parte dei servizi di sicurezza americani. (Mam/Gs/Adnkronos).

Ci riuscite da soli a mettere in collegamento le dichiarazioni di Friedman con quelle del “New York Times” di cui lo stesso Friedman è opinionista, o devo darvi una mano? E vi torna che la lista unica di proscrizione per i sospetti terroristi rientra nella strategia per la sicurezza nazionale del grande Paese sotto Dio, o vi sembra un caso? Fate un piccolo sforzo. E cominciate a preoccuparvi.

26 luglio 2003. Genocidio

È di ieri la notizia (ripresa da www.arabmonitor.info e soltanto in serata dalle reti nazionali) che un bambino palestinese di cinque anni, Mahmud Qabha, è stato ucciso a un posto di blocco israeliano, nel nord della Cisgiordania. Fonti ufficiali dicono che si sarebbe trattato di una tragica fatalità: «dalla mitragliatrice di un blindato israeliano sarebbero partiti “accidentalmente” svariati colpi che, oltre a uccidere il bimbo, hanno ferito le sue due sorelline, una delle quali, di sei anni, versa ora in gravissime condizioni. I tre bambini sono stati raggiunti dai proiettili mentre si trovavano a bordo della macchina del padre». Certo che è incredibile: in Israele, ogni volta che qualcuno si distrae e parte un colpo non c’è pericolo che vada perso. Becca sempre qualcuno, e preferibilmente gente giovane — molto giovane. Bambini.

Bambini che non diventeranno mai uomini o donne, che non lavoreranno mai la loro terra, che non avranno mai figli e soprattutto (perché è a questo che pensano gli israeliani) che non andranno mai a ingrossare le fila dei combattenti per la liberazione della Palestina. Bambini che resteranno consegnati per l’eternità alla loro fragile condizione infantile, pochi anni di timori e speranze buttati via in un attimo per quella “tragica fatalità” che così spesso si verifica nei territori occupati da Israele.

Uccidere i vecchi è una vigliaccheria, uccidere le donne può essere, nell’allucinata logica della guerra, una scelta strategica. Ma uccidere i bambini è il più odioso dei crimini: è genocidio. Perché uccidendo un bambino si uccidono le speranze di un popolo, si impedisce che la sua memoria venga perpetuata, si annienta l’immensa potenzialità racchiusa in ogni individuo.

È contro questo che bisogna battersi, e pensare alla lotta, dopo le lacrime. Io ho già finito di piangere.

25 luglio 2003. Criminali di guerra

Una delle notizie più interessanti ma meno pubblicizzate di oggi è che la Corea del nord ha simbolicamente riconosciuto colpevoli come criminali di guerra il presidente americano George Bush e 10 suoi predecessori fino a Harry Truman, a due giorni dal cinquantesimo anniversario dell’armistizio che pose fine alla sanguinaria guerra di Corea, il 27 luglio 1953. Un tribunale internazionale sui crimini americani in Corea «appoggiato da organizzazioni democratiche internazionali, organizzazioni pacifiste, avvocati e esponenti di spicco a livello mondiale», come ha reso noto l’agenzia di stampa ufficiale Kcna di Seul, ha incriminato «in contumacia 11 presidenti degli Stati Uniti dopo averli riconosciuti colpevoli di reati contro il popolo coreano». Non sto qui a fare un’impossibile “breve storia della guerra di Corea”: mi limito a ricordare che la guerra scoppiò il 25 giugno 1950 con l’invasione del Sud, voluta dall’allora leader nordcoreano Kim Il Sung, e fece oltre 2 milioni di vittime al Nord e al Sud — cifra che comprende anche 900.000 volontari cinesi accorsi a fianco del Nord e oltre 50.000 soldati americani intervenuti in difesa del Sud. Si concluse il 27 luglio 1953, come si è detto, con un fragile armistizio tuttora in vigore che non spostò di una virgola l’assetto prebellico. Naturalmente gli Stati Uniti giustificarono il loro intervento dietro la nobile facciata della difesa di valori sacri come la libertà, l’autodeterminazione dei popoli e la democrazia: lo fanno sempre. E naturalmente, non appena vi misero piede, impiantarono nella “loro” Corea una dittatura militare strettamente legata al mondo degli affari sia locale che americano — situazione che si protrae tuttora e che ha impedito praticamente fino al 1990 una libera consultazione elettorale. Dicevo prima dell’interesse rivestito da questa notizia: e mi riferisco al fatto che la presa di posizione della Corea del Nord controbilancia, almeno in parte, il recente calamento di brache del Belgio nei confronti di Israele. Meno male che ogni tanto qualcuno ha l’ardire di sfiorarli, questi intoccabili: che credono di godere dell’intangibilità dell’Arca, e forse finiranno come dei paria. La Storia è lunga, e se talvolta si ripete talaltra riserva delle sorprese.

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