Archive for the 'Archivi del Nord/2006' Category

We no need another hero…

venerdì, 13 gennaio 2006

… cantava Tina Turner in un “Mad Max” del quale non ricordo il numero. Non ci serve un altro eroe.
Lo dico e mi ripeto: su questo stesso blog, giovedì 21 ottobre 2004, parlavo della vicenda di Fabrizio Quattrocchi. Adesso come adesso, mi sento di ripetere parola per parola quello che scrivevo più di un anno fa.
Aggiungo, anzi ribadisco, che la bella morte di Quattrocchi, se gli fa onore, non per questo cancella lo status che motivava la presenza in Iraq sua e dei suoi colleghi — cioè di «”veri e propri fiancheggiatori delle forze della coalizione e questo spiega, se non giustifica, l’atteggiamento dei sequestratori nei loro confronti”. Lo scrive il gip del Tribunale di Bari, Giuseppe De Benedictis, in un provvedimento in cui aggiunge che le indagini sinora compiute “hanno consentito di accertare che era effettivamente vero quanto ipotizzato, subito dopo il sequestro dei quattro italiani in Iraq, che essi erano sul territorio di quel Paese in veste di mercenari, o quantomeno, di ‘gorilla’ a protezione di uomini di affari in quel martoriato Paese”» (cfr. questo blog, 21 ottobre 2004).
Quindi, pur esprimendo tutta la mia umana solidarietà e comprensione ai suoi congiunti, non capisco la necessità di intitolare a Fabrizio Quattrocchi strade e piazze del nostro paese. L’eventualità della morte faceva parte, per così dire, dei rischi assunti consapevolmente da Quattrocchi alla firma del contratto con la società di sicurezza privata per la quale aveva accettato di lavorare. Non si intitolano strade e piazze alla memoria degli operai morti sul lavoro o dei poliziotti caduti durante l’adempimento del loro dovere. Fatico a comprendere questa eccezione, lo ammetto senza problemi. (A dire la verità fatico a comprendere molte cose dell’Italia di oggi, ecco…)

18 luglio 2006. Impotenza

È da qualche giorno che vorrei scrivere qualcosa sulla guerra in Medio Oriente. Ma proprio non mi riesce. Non ne sono capace. Tutto l’orrore, il disgusto e la rabbia che mi porto dentro mi paralizzano, e provo soltanto un disperante senso di impotenza.

So di non essere la sola: e vedo e apprezzo tutta la solidarietà e la mobilitazione che attraversano noi, cinquantunesima stellina occulta sulla Old Glory (che ironia…) grondante sangue, e il resto del pianeta. Ma non mi basta. E non mi basta neanche l’amara soddisfazione di poter dire “io c’ero”: perché io ci sono da sempre, su certe barricate. Ma non basta. E questa voglia di urlare e di agire diventa sempre più forte, ma finirà nel nulla — è inevitabile.

Forse la cosa che mi fa più male, adesso, è vedere lo stupore sulle facce di molti che in questi giorni si agitano e strillano e mandano petizioni e scrivono a D’Alema eccetera eccetera. Ma perché, dove eravate un mese fa e un anno fa e dieci anni fa e nel 1967 e nel 1948…? DOVE CAZZO ERAVATE?

Ma ne vogliamo parlare, dell’infatuazione che la sinistra italiana ebbe per l’America? E dell’assunzione aprioristica dell’antifascismo come comoda pregiudiziale per mettere d’accordo Usa e Urss sulla spartizione dell’Europa? E che vogliamo dire della destra atlantista post-1945? Con la coscienza sporca per aver varato le leggi razziali e quel disprezzo strisciante verso gli arabi che discende dalle Crociate e dall’ignoranza? Eccole tutt’e due a giustificare l’esistenza di Israele e santificare l’Olocausto facendone un dio unico, un Moloch davanti a cui nessun sacrificio è abbastanza, un topos senza riferimento al quale nessun discorso ha valore, un alibi grazie al quale legittimare ogni prevaricazione. Naturalmente sotto sotto c’è l’economia, ma è una materia di per sé così poco affascinante… Meglio ammantarla di retorica corrusca ed agitare bandiere mentre rullano i tamburi, perché è questo che trascina le masse.

E così eccoci qui, mentre Israele attua la sua Endlösung in diretta, senza che nessuno muova un dito perché Israele è Israele… E qui in Italia, se da un lato dobbiamo riconoscere alle sinistre almeno un minimo di sbattimento (senza esagerare, eh?), dall’altro ci tocca assistere alle inaudite dimostrazioni di leccaculismo da parte di personaggi come Berlusconi&Fini con tutti i loro sodali, che gettano benzina sul fuoco e si esibiscono in tripli salti mortali con avvitamento carpiato pur di ritagliarsi un posticino sul carro del vincitore. Senza vergogna.

Non so come andrà a finire. E non so neppure se finirà, e quando: può essere relativamente facile sterminare un popolo, o addirittura una razza. Ma i fedeli di una religione sparsi per il pianeta no, e neppure i portatori di un’idea. Almeno credo. Mi auguro. Comunque, io c’ero. Io ci sono.

12 luglio 2006. Voglia di identità

Premesso che di calcio non ci capisco niente e che l’ultima volta che ho visto una partita, tolto questo campionato, è stata appunto Italia-Germania del 1982, mi scappa di dire un paio di cosucce.
La prima è che non me la sento di biasimare senza appello le folle festanti che in quest’ultima settimana si sono riversate per strade e piazze sventolando il tricolore e cantando a squarciagola l’inno più brutto del mondo. Siamo una colonia non riconosciuta degli Stati Uniti; abbiamo una classe politica esecrabile; la nostra economia è in crisi; il nostro premio Nobel per la letteratura è un guitto; la nostra giornalista più nota all’estero è una psicopatica; come ministri abbiamo avuto tra gli altri Giovanardi e Calderoli; le nostre fiction si chiamano “Distretto di polizia” e “Carabinieri”… Avremo diritto a esultare quando facciamo una bella figura?!?

E non entro nel merito di calciopoli o del comportamento dei singoli calciatori: mi limito a valutare i risultati — e siccome non siamo alle Olimpiadi, qui si guarda a chi vince, e non a chi partecipa. E ha vinto l’Italia. Gli italiani si esaltano: in fondo quali altri motivi hanno, per esaltarsi?

Io, in questo, ci vedo una gran voglia d’identità. Una gran voglia di tornare a credere in qualcosa che possa fare dell’Italia un paese degno di rispetto, non lottizzato dalle ideologie o dai pescecani dell’economia globale. Se poi l’unico motivo di coesione e di orgoglio nazionale è costituito da una squadra di calcio, vuol dire che l’Italia, agli italiani, non è capace di dare nient’altro.

E non mi si tiri fuori la vecchia frase di Kennedy — «non chiedetevi che cosa l’America può fare per voi, ma che cosa potete fare voi per l’America» — che, mutatis mutandis, si attaglia anche a noi. Perché l’Italia, questa Italia, per gli italiani ha fatto e fa ben poco. Impone tasse esorbitanti ma non è in grado di controllare l’evasione fiscale; offre un servizio sanitario pubblico ma se si vuole essere davvero curati bisogna andare nelle strutture private; il sistema scolastico fa acqua da tutte le parti; non facciamo abbastanza figli ma non si fa nulla per aiutare chi vuol mettere su famiglia o per agevolare le madri che lavorano; siamo un paese di anziani ma non si offre un’adeguata assistenza per i medesimi; si conculca la libertà di scelta terapeutica ma non si provvede all’assistenza per i malati terminali; siamo tutti spiati e intercettati ma nessuno è immune da furti, rapine e ammazzamenti; siamo la patria del diritto ma essere proprietari della casa in cui si vive è considerato un lusso; abbiamo inventato il monte di pietà ma siamo strozzati dalle banche usuraie; il nostro patrono è san Francesco d’Assisi ma se potessimo stermineremmo tucte le sue creature per i nostri comodi… Che faccio, continuo?

Chiamatelo qualunquismo, se volete. Io l’inno non lo canto e la bandiera non la sventolo, però quell’uno-due con la Germania e quei cinque rigori con la Francia mi sono piaciuti.

La seconda cosa è che posso capire le ragioni squisitamente ideologiche che hanno portato un sacco di persone ad auspicare la sconfitta dell’Italia, vedendo nella sua vittoria una grande coperta in grado di occultare le molte magagne degli ultimi tempi. Ci può stare (anche se sono proprio le ideologie ad operare ancora oggi pericolose divisioni fra cittadini di serie A e cittadini di serie B… ma questo è un altro discorso).

Ma non capisco quelli (e ne conosco) che per partito preso stanno da qualunque parte tranne che con l’Italia — tipo quelli che “ho sempre tifato per la Francia”, “io nell’82 piangevo” e via così. Costoro sono sempre critici nei confronti dell’Italia: pur essendo italiani, non c’è una cosa dell’Italia che gli vada bene. Vanno in vacanza all’estero perché come sono civili gli altri…; comprano griffato ma non made in Italy; mangiano esotico perché non fa ingrassare; guardano soltanto brasiliane svettanti ed eteree est-europee (salvo ripiegare sulla tracagnotta italiota dietro casa perché quello passa il convento e perché le brasiliane e le est-europee col cavolo che guardano loro).

Eppure questa gente dall’Italia non se ne va. Eppure nell’Unione europea vige la libera circolazione: se ti fa così schifo l’Italia, che cappero ci fai ancora qui? Il fatto è che parecchi di questi personaggi appartengono alla triste categoria degli sfigatissimi: non hanno completato un regolare cursus studiorum per manifesta incapacità; non sono riusciti ad entrare nel mondo del lavoro per lo stesso motivo; non hanno situazioni sentimental/familiari stabili o appaganti; sono essi stessi un cumulo di frustrazioni e contraddizioni. E così sognano: tutto questo gli succede perché sono in Italia, ’sto paese di merda, ma se fossero altrove…

Se fossero altrove, sospetto, parlerebbero di pizza e mandolini con gli occhi lucidi.

7 luglio 2006. Tempi duri per i bambini

A fronte della notizia allarmante che predice per il 2040 il raggiungimento del picco di 1 miliardo e 500 milioni di cinesi, le altre nazioni si portano avanti e prendono provvedimenti.

Personalmente, trovo affascinanti le politiche di contenimento demografico messe in atto da due paesi apparentemente molto diversi fra loro — Israele e l’Italia. I quali, invece di applicare una qualche forma di prevenzione — che costa una cifra in corsi formativi, pubblicistica, spot radiotelevisivi e consulenze gratuite nelle strutture sanitarie pubbliche —, preferiscono ricorrere alla buona vecchia formula repressiva — che è più economica e si avvale della forza dell’esempio (”colpirne 1 per educarne 100″).

Va detto che in Israele sono più selettivi: preferiscono far fuori i figli degli altri — nella fattispecie i palestinesi. Che sono tanti, subumani e potenzialmente terroristi. Quindi in sostanza gli fanno un favore.

In Italia invece siamo ancora a livello dilettantesco, ma la creatività che contraddistingue il nostro bel popolo (unito, in questo, dalle Alpi alle Madonie) saprà trovare una soluzione adeguata. A nostro merito va ascritta l’assoluta imparzialità della pratica eliminatoria: infatti qui si ammazzano i figli propri, quelli della convivente e quelli di ignoti — tanto per non fare odiose discriminazioni. Basta aprire un qualsiasi giornale delle ultime settimane per constatare la trasversalità della cosa. Siamo o non siamo un paese democratico?

Personalmente trovo conforto nella solita ipotesi Gaia…

29 giugno 2006. La posizione dell’uomo nel cosmo

Il titolo si riferisce a un celebre saggio del filosofo Max Scheler, partito bene (cioè da nietzscheano) e finito, con la conversione al cattolicesimo, un po’ meno bene (cioè da antropocentrista). Perché a guardare quello che sta succedendo in questi giorni, a me personalmente vien da pensare che l’uomo non solo non dovrebbe stare al centro del cosmo, ma neanche in un angolino — non dovrebbe proprio starci e basta.

In termini più dotti, dirò che mi piace assai l’ipotesi Gaia formulata da Lovelock&Margulis, e che di conseguenza ritengo la specie umana di passaggio su questa terra e per nulla fondamentale né per la sopravvivenza né per la morte del pianeta. La teoria è infinitamente più raffinata, e chi vuole può andarsela a leggere da solo.

Ma veniamo a questi ultimi giorni: ci sono alcuni fatti su cui non ho detto niente.

Non ho detto niente sulle balene. E che avrei potuto dire? La politica criminale del Giappone è sotto gli occhi di tutti, e la mia unica meschina soddisfazione è che di fronte alla pertinacia assassina dei figli del Sol Levante gli ho augurato un coccolone e il giorno dopo gli è capitato un terremotino. Coincidenze… Oppure Gaia ha protestato a modo suo. Qualcuno mi ha fatto notare che non posso accusare di certe scelte i giapponesi in blocco: ho risposto che invece potevo benissimo, dal momento che se è vero che il consumo di carne di cetaceo non è più diffuso fra la popolazione, l’indifferenza della stessa nei confronti dell’esecrabile politica economico-alimentare del Paese la rende complice.

Non ho detto niente neanche per Bruno, l’orsacchiotto ammazzato da uno sparatore al quale, vista la mia comprovata malvagità, auguro con gioia ogni male possibile. Anche qui: che avrei potuto dire? Non ci sono riusciti i gruppi animalisti né il buonsenso a far cambiare idea al governo tedesco, figuriamoci un blogghettino da quattro soldi. Ora lo rimpiangono, Bruno; e per una volta trovo che l’Italia abbia fatto una cosa carina (a volte succede. Evviva).

Del resto, come si fa a pensare seriamente che questa nostra umanità contemporanea possa preoccuparsi di orsi e balene quando con tanta atroce disinvoltura uccide bambini nel grembo materno, li lascia morire di fame e sevizie perché posseduti dal demonio (sic!) o li violenta e uccide per soddisfare pulsioni che definirò semplicemente turpi?
Però contro il genocidio dei nativi palestinesi si leva alta e forte soltanto la voce della Chiesa ortodossa, mentre la Chiesa cattolica, continuando a sostenere l’esistenza del demonio (oh quanto diverso dal daìmon socratico!), avalla il permanere di certe superstizioni ignobili e assassine; e c’è chi si straccia le vesti se l’Olanda contempla la possibilità di fondare un partito di pedofili (che comunque non sono la stessa cosa di chi i bambini li ammazza: proprio come chi va a puttane non è equiparabile agli assassini del Circeo…), ma non dice nulla se il Belgio cattolico, colonialista e bianco insabbia l’affaire Dutroux e si ritrova ora per le mani altri due cadaveri infantili.

L’umanità è malata. Terminale. Facciamo alla svelta, per favore.

21 giugno 2006. Giù le mani da Alessandro Magno!

Mi chiama un amico in odor di fascismo e mi dice: “tu che hai studiato il greco, mi dici cos’è successo l’altro giorno a Salonicco? Ci sono stati degli scontri fra i nazionalisti greci e la polizia, ma non sono sicuro di aver capito bene…”. Gli spiego pazientemente che il greco che ho studiato io è quello antico, e che ignoro tutto dei nazionalisti greci — sigle, programmi, ideologie. Lui insiste, e per farlo contento faccio una ricerchina in rete.
Così scopro che in Grecia esiste un raggruppamento nazionalista che si chiama “Alleanza patriottica”, e che in Italia Forza Nuova (FN) ha emesso un comunicato ufficiale di condanna per i fatti accaduti sabato 17 giugno a Salonicco, appunto.

A questo punto, la curiosità ha avuto il sopravvento sulle ragioni lavorative e ho cominciato a leggere. Con un ardito slalom fra una maiuscola e l’altra (ma quante ce ne sono?!?), vedo che la polizia in assetto anti-sommossa ha caricato di brutto questi ragazzotti: ma non vedo il motivo.

Fermo restando che non mi piace la polizia che carica, che provo istintivamente scarsa simpatia per l’autorità e che dei Greci mi frega poco perché sono filoamericani, davvero non capisco: nel comunicato di FN sta scritto che «Alleanza Patriottica aveva indetto una mobilitazione a Salonicco — nel nord della Grecia — per ricordare i fasti della cultura e dell’identità ellenica, magnificamente rappresentati dal Mito di Alessandro Il Grande». Ora, perché FN, che è un raggruppamento profondamente cristianista-cattolico, se la prende tanto a cuore per un gruppo che si rifà a una cosa così “pagana” come la cultura ellenica? Primo mistero.

Secondo mistero: perché una manifestazione culturale volta a celebrare Alessandro Magno dev’essere vietata dalle autorità e dispersa a suon di manganellate dalla polizia in assetto anti-sommossa? Se io domani organizzo una fiaccolata per commemorare Stilicone cosa fanno, mi arrestano?

Mi sorge il dubbio che forse “Alleanza patriottica” non contempli, nel suo programma, soltanto il meritorio intento di rinverdire i fasti dell’impero di Alessandro Magno, e che forse questo è solo un pretesto; e leggiucchiando faticosamente il comunicato in lingua originale mi par di capire che la manifestazione abbia a che fare con i concetti di patria e memoria etnica e qualcosa del genere. Giusto: se sono nazionalisti non ci vedo nulla di strano. Anche se un Impero degno di questo nome tanto nazionalista poi non è… E magari qualcuno si ricorderà pure che Alessandro Magno, conquistata la Persia, avviò una massiccia politica di matrimoni misti…
E allora perché la polizia eccetera eccetera? E perché FN se la prende tanto? E se questi greci fossero sì nazionalisti, ma un tantinello xenofobi e non solo a parole? Altro mistero. Risolvetelo voi.

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