Archive for the 'Fascismo e antifascismo' Category

Il morto e gli sciacalli

È incredibile come anche le cose apparentemente più banali riescano a tirar fuori il peggio dalle persone.
La scomparsa prematura e improvvisa di Pietro Taricone, per esempio, se ha suscitato pressoché ovunque un moto di commozione collettiva (era giovane, bello, famoso eppure semplice, compagno e padre felice) ha anche dato la stura a meschinità come questa. Che volgarità — ma, soprattutto, che stupidità. E che codardia.

Prima, perché la morte è, come ogni processo biologico, la grande livella che accomuna tutti i viventi di questo pianeta — tocca a tutti, prima o poi, e augurarla a qualcuno o gioirne una volta avvenuta è indice di estrema pochezza. Personalmente, trovo assai più creative le maledizioni in stile Alex Drastico o l’insuperabile (per me) “puozze passa’ nu guajo niro” partenopeo, con quella sua indefinitezza cupa che sgombra il campo a ogni e possibile tragedia.

Poi, perché la colpa (anzi la Colpa, con la maiuscola) di Taricone sembra essere stata la contiguità con un raggruppamento “fascista”: e qui entra in gioco il meccanismo perverso della responsabilità collettiva, che definirei volentieri “sindrome di Norimberga” se non ci fossero illustri precedenti:

“Voi inseguirete i vostri nemici ed essi cadranno dinanzi a voi colpiti di spada. Cinque di voi ne inseguiranno cento, cento di voi ne inseguiranno diecimila e i vostri nemici cadranno dinanzi a voi colpiti di spada.”
Levitico, 26:7-9

“Quando il Signore tuo Dio ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso e ne avrà scacciate davanti a te molte nazioni, tu le voterai allo sterminio; non farai con esse alleanza né farai loro grazia.”
Deuteronomio 7:1-2

“Non lascerai in vita alcun essere che respiri, ma li voterai allo sterminio, come il Signore tuo Dio ti ha comandato di fare”
Deuteronomio 20:16-17

A un singolo, in definitiva, si fa carico delle azioni commesse dalla sua comunità di appartenenza — vera o presunta; reale o ideale; presente, passata e financo futura, per sovrammercato — auspicandone la scomparsa.
Atteggiamento, questo, non scevro di implicazioni inquietanti.

Nella seconda guerra mondiale, per esempio, un membro della mia famiglia rimase vittima di uno dei molti bombardamenti angloamericani che devastarono l’Italia fra il 1943 e il 1944. Potendolo, a rigore dovrei sterminare la popolazione statunitense e quella britannica, Commonwealth compreso. E siccome le scelte angloamericane erano di necessità condivise dai loro alleati, la mia personale pulizia etnica dovrebbe estendersi a (in ordine di apparizione) Polonia, Francia, Nepal, Danimarca, Norvegia, Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi, Grecia, Jugoslavia, URSS, Repubblica Popolare di Tannu Tuva, Panama, Costa Rica, Repubblica Dominicana, El Salvador, Haiti, Honduras, Nicaragua, Repubblica di Cina, Guatemala, Cuba, Cecoslovacchia, Perù, Messico, Brasile, Etiopia, Iraq, Bolivia, Iran, Colombia, Liberia, San Marino, Albania, Ecuador, Paraguay, Uruguay, Venezuela, Turchia, Libano, Arabia Saudita, Argentina, Cile, Repubblica Popolare della Mongolia — credo di non aver dimenticato nessuno.

Ma non è finita. Siccome la seconda guerra mondiale è stata voluta, dicono, dalla Germania, dovrei prendermela anche col popolo tedesco, ovviamente, e con i suoi alleati di allora: Giappone, Ungheria, Romania, Bulgaria, Finlandia, Siam, Repubblica Slovacca, Croazia, Manchukuo, Cina di Nanchino, Mengjiang, Montenegro, Serbia, Principato del Pindo e Voivodato di Macedonia, Comitato Nazionale Ucraino, Repubblica di Lokot, Consiglio Centrale Bielorusso, Governo Provvisorio dell’India Libera, Birmania, Filippine, Vietnam, Cambogia, Laos, Spagna, Portogallo, Francia di Vichy, Iraq — e, naturalmente, Italia. Arrivando così al raffinato paradosso di odiare a morte me stessa nonché il povero zio Attilio morto, dicevamo, sotto i bombardamenti — ben gli sta, così impara a fare la guerra.

Da sola, insomma, avrei dato una bella botta alla risoluzione del problema demografico. Altri quattro o cinque come me, e qui sull’arancia azzurra non rimane nessuno (per quanto mi sforzi, non riesco a trovare validi motivi per l’eliminazione degli Xavante del Mato Grosso e degli Igbo nigeriani, ma non credano di cavarsela così a buon mercato, perbacco).

Ero poco più di una bambina quando lessi la frase (di chi? Non lo ricordo più…) «Non odio mai al plurale». Non la capii subito — la capisco ora.

Di “antisemitismo” e “antifascismo”. Ovvero come continuare a farsi del male

Che brutte cose che succedono di questi tempi — “ti sei svegliata adesso?”, chiederà qualcuno.
No, è che ci sono giorni in cui si accumulano tali e tante negatività che non vedo nessun rito capace di farne piazza pulita.

Per esempio 1: l’altro giorno segnalavo di passata l’indagine sull’antisemitismo portata avanti da una commissione parlamentare: non ho sentito tutta la registrazione (e lo farò), ma ora diversi amici-di-tastiera mi segnalano di essere in qualche modo coinvolti nelle conclusioni dell’indagine, che prevede e invoca censure, oscuramenti e repressioni varie.
Pessimo segno, direi: perché confondere artatamente il più becero e volgare antisemitismo con un dignitoso antisionismo declinato in sfumature diverse è un escamotage che non fa onore a nessuno, e anzi serve soltanto a fomentare una campagna di odio reciproco che sicuramente a tutto può contribuire tranne che a una distensione del clima in vista di un pacato confonto.
Personalmente, rivendico il diritto di sostenere forte e chiaro che nulla, neppure gli orrori reali e/o (secondo alcuni) presunti subìti dalle comunità ebraiche negli anni 1938-1945, può giustificare o legittimare o rendere tollerabile in qualche modo la politica genocidaria condotta scientemente dall’entità sionista (vulgo: Stato di Israele) ai danni dei nativi palestinesi.
Non ho nulla contro gli ebrei: non posso dire lo stesso riguardo ai sionisti, segnatamente quelli che ebrei non sono e che — volendo essere più realisti del re — si comportano proprio come i filo-americanisti di casa nostra, pronti a qualsiasi (dico qualsiasi) cosa pur di compiacere i loro modelli di riferimento.

Per esempio 2: il Blocco studentesco, movimento studentesco “fascista”(ah, queste categorie…) nato a Roma e oggi presente a livello nazionale, ha organizzato una manifestazione per venerdì 7 maggio. L’autorizzazione della Questura di Roma è stata prima concessa e poi revocata su insistenza di alcune realtà avverse (PD, ANPI, centri sociali etc.) e poi in qualche modo concessa di nuovo. In ogni caso, non è bello. Non è bello per niente che un’autorità pubblica, per ciò stesso super partes, si lasci condizionare nell’esercizio del potere che le compete da organizzazioni politiche che non hanno in vista il bene comune bensì il prevalere della propria ideologia e la tutela dei propri privilegi. E poco importa che ci siano stati dei ripensamenti. Tant’è vero che circola in rete un appello per scendere in piazza il 7 maggio con il Blocco (si può firmare presso ufficiostampa@casapounditalia.org; gira anche un appello firmato dalle “sinistre”, ma non trovo un link).

Ma veniamo al punto. La brutta, bruttissima cosa che accomuna i due episodi — e che a mio avviso dovrebbe essere la sola vera fonte di preoccupazione — è il fondare le due accuse/repressioni sull’applicazione di un medesimo meccanismo che, per essere già ampiamente noto e consolidato nella pratica degli ultimi sessantacinque anni di repubblica democratica, dovrebbe pure aver insegnato qualcosa. E invece no.
Il meccanismo è quello — oh quanto trito e ritrito e tritacarne di generazioni! — del mantenimento e foraggiamento degli opposti a maggior gloria di un potere unico che nulla più ha a che vedere con la sovranità nazionale; e a maggior rovina delle forze sane che ancora fortunosamente resistono in questo sciagurato Paese che fu grande per poco e non lo è più da tempo.

Che fare, dunque? Per quanto mi riguarda, non voglio perdere qui neanche un minuto a chiedermi (ancora?!?) il come e il qualmente di certe situazioni; mi sfilo, semplicemente. E mi dedico ad altro.

Un aprile che non finisce, e un passato che non passa

In questi giorni d’aprile, come ti muovi sbagli.
Qualunque cosa si dica o si faccia, salta sempre su qualcuno a farti un processo alle intenzioni — e meno male che ci si limita a quello. Non che la cosa non succeda tutto l’anno, sia chiaro: ma in questo periodo è più frequente e anche più scontato, va’. Se non temessi di apparire troppo dissacrante, citerei volentieri Pietre di Antoine.
Fatto sta che il clima non è dei migliori — e non parlo di quello atmosferico, che pure dà da pensare. Così, so già che se parlassi di Sergio Ramelli o di Alberto Brasili scontenterei comunque qualcuno: e allora lascio stare.
Invece preferisco riflettere sul fatto che a 65 (ses-san-ta-cin-que) anni di distanza dalla conclusione della seconda guerra mondiale ci sia ancora gente disposta a scannarsi (metaforicamente, ma sospetto che lo farebbe volentieri in real life) su dicotomie vetuste come fascismo/antifascismo e comunismo/anticomunismo— come se non fossero categorie ormai consegnate alla storia, come se non fossero fenomeni ormai conclusi, come se il muro di Berlino non fosse caduto e la guerra fredda non fosse finita e le Twin Towers non fossero crollate.
In tutta onestà, oggi come oggi (e per la verità da un quarto di secolo almeno) non riesco a vedere un pericolo nel fascismo o nel comunismo o nei loro contrari o corollari eccetera eccetera. I pericoli sono altrove: e il bello è che sono così macroscopici che la gente neanche se ne accorge — un po’ come la luce del sole, che se la guardi troppo a lungo invece di rischiarare acceca.
Anzi, quando sento le qualifiche di “fascista” e “comunista” affibbiate a persone di cui non farò i nomi perché ne rigurgitano già i media d’Italia — quando sento questo, non riesco neanche più a innervosirmi. Mi viene da ridere — dio mi perdoni, con tutto il rispetto per il sangue copiosamente e generosamente versato dall’una e dall’altra parte, e che sembra essere scorso via come acqua sulle piume di un’anitra.
Tutto questo avvitarsi su di un odio non più generazionale ma generato da un’ignoranza cupa e dall’ottuso incancrenirsi su schemi ridotti a gusci vuoti mi fa un’immensa tristezza — pari soltanto all’immensa rabbia che mi monta dentro quando leggo e sento di maestrini che non sono né buoni né cattivi, ma soltanto stupidamente funzionali al mantenimento dell’Italia nel suo status non già di nazione sovrana (come dovrebbe essere e come non è più da un pezzo) bensì di colonia americana. E se penso che le cose avrebbero potuto andare diversamente (e quanto!), mi viene quasi voglia di mollare tutto — e Valle Giulia sembra ormai così lontana.

Renzo De Felice, «Rosso e Nero»

Quindici anni fa lo storico Renzo De Felice dava alle stampe (Baldini&Castoldi, 1995) un saggio-intervista, Rosso e Nero, curato da Pasquale Chessa. Di seguito, brani dall’ Introduzione dello stesso De Felice.



… è mia convinzione che lasciar tempo al tempo non è possibile: lo spazio per una effettiva chiarificazione storica aperto dalle vicende internazionali e nazionali di questi ultimi anni si sta in Italia richiudendo.
Una vulgata sta morendo, con buona pace dei suoi superstiti sostenitori ed epigoni, ma se ne sta sostituendo giorno dopo giorno un’altra, in parte diversa, ma altrettanto refrattaria alla verità storica e probabilmente altrettanto perniciosa. Ché se la vecchia tendeva a squalificare e invalidare alcune verità a tutto vantaggio dell’esaltazione e della legittimazione di una vulgata politica di comodo, la nuova par di capire tenda a legittimare le une e le altre in funzione di un immobilismo politico e culturale che — come in passato — ignori le esigenze di una società veramente moderna ed escluda un’effettiva partecipazione di larghissimi settori della popolazione, non mediata dal “vecchio” solo formalmente messo a nuovo. Col risultato di diffondere sfiducia, lacerare vieppiù ciò che resta del tessuto nazionale e far perdere quindi, a un numero sempre più vasto di italiani, ogni punto di riferimento nazionale e di orientamento etico.
Vent’anni fa, Rosario Romeo ammoniva che «un paese idealmente separato dal proprio passato, è un paese in crisi di identità e dunque potenzialmente disponibile, senza valori da cui trarre ispirazione e senza quel sentimento di fiducia in se stesso che nasce dalla coscienza di uno svolgimento coerente in cui il passato si pone come premessa e garanzia del futuro». Romeo — pur non sottovalutando affatto il peso che sulla crisi della coscienza nazionale ancora aveva il «trauma della seconda guerra mondiale» — non nascondeva la sua convinzione che ad accrescere la crisi di identità e la potenziale disponibilità degli italiani non fosse estranea una sorta di «operazione politico-culturale», portata avanti da una parte dei cattolici e dai comunisti, per contrapporre «alla storia realmente accaduta» una «storia alternativa, non realizzata in passato, ma realizzabile in avvenire» da loro stessi [Rosario Romeo, Scritti politici 1953-1987, Milano 1990, p. 40].
A questa operazione politico-culturale vari sintomi fanno pensare che si tenti oggi di sostituirne un’altra, apparentemente più “moderna”, i cui sponsor sono diversi e non solo politici. Un’operazione non diversa negli obiettivi e nei pericoli, sotto il profilo di un ulteriore indebolimento etico-politico della nazione italiana e del suo sentirsi, per dirla ancora una volta con Romeo, «un paese irrimediabilmente sbagliato». Con le conseguenze che ciò comporta.
La crisi seguita alla caduta del muro di Berlino ha investito, chi più chi meno, tutti i paesi europei. A prima vista, il fatto di aver determinato le premesse perché fossero sostanzialmente travolti sia la Prima Repubblica sia i partiti che per mezzo secolo hanno esercitato la loro egemonia politico-culturale su di essa potrebbe far ritenere che l’Italia ne ha risentito maggiormente.
Contrariamente alle apparenze, le cose sono andate in realtà in tutt’altro modo. Per limitarci all’aspetto che qui più interessa — quello culturale — è impossibile non rendersi conto che il gran parlare che si fa della necessità di un ripensamento critico della nostra storia nazionale, dei mali che l’hanno afflitta e l’affliggono, della inadeguatezza e addirittura della strumentalità dei rimedi messi in atto per curarli, più che a fare i conti con il nostro passato, serve a introdurre più o meno surrettiziamente problemi di politica contingente.
In questo contesto va letta tutta una serie di questioni, da quella “nazionale” a quella “antifascista”, dalla “comunista” alla “democratica” (come problema generale, ma anche in particolare nella Resistenza), eccetera… Un aspetto che non costituisce nemmeno una novità, perché — sia pure in forme meno esasperate — le stesse idee sono state pensate e dette in altri momenti di crisi, per esempio negli anni Settanta. E servono ancora per cercare di dare alla loro argomentazione (terra terra) una valenza storica se non addirittura etica o ad alzare un gran polverone gattopardesco volto a perpetuare il predominio della politica e dell’ideologia sulla cultura, con poche rettifiche di tiro e concessioni verbali, talvolta abili […], talaltra ingenue fino all’autolesionismo [Si veda il caso dello studioso Lutz Klinkhammer, che alla domanda perché lo studio della Rsi è stato per anni appannaggio pressoché esclusivo della destra, condizionato dall’ambiente, ha risposto (…) di ritenere che «per un certo tempo… la Repubblica di Salò sia stata una demonizzazione necessaria, perché altrimenti l’antifascismo non si sarebbe imposto culturalmente». Cfr. “Ricerche storiche” (di Reggio Emilia), dicembre 1994, p. 17]. Al punto di non farsi scrupolo di ricorrere a vere e proprie risibili parodie della cultura per suffragare argomentazioni e tatticismi squisitamente politici. […]
A cinquant’anni dalla sua conclusione, la Resistenza costituisce ormai qualcosa di lontano, più di quanto cinque decenni giustifichino, e di sostanzialmente mal noto. Avulsi dal loro naturale contesto, i contorni della Resistenza sfumano nel vago. Così fascisti, tedeschi e Alleati restano il più delle volte controparti senza volto, che fanno pensare ai cori di certe tragedie classiche, e i partigiani con le non meglio identificate masse che sarebbero state loro dietro (ma delle quali la storiografia resistenziale non approfondisce pressoché mai il reale atteggiamento e le sue motivazioni) diventano gli unici protagonisti. Nonostante il gran parlare e scrivere che se ne è fatto, numerose sono infatti le pagine della sua storia ancora bianche o reticenti e soprattutto trattate con un animus non solo più ideologico-politico che storico, ma chiaramente dipendente dal mutare delle circostanze e delle strategie politiche.
Caratteristico è il giudizio sulla presenza cattolica, prima minimizzata al massimo, poi accusata di scarso impegno e di anticomunismo pregiudiziale, infine valorizzata anche oltre il lecito, il tutto adeguandosi puntualmente all’evoluzione dei rapporti Pci-Dc. Perciò la Resistenza è venuta assumendo agli occhi dei più, e in specie dei giovani che ne ignorano la dimensione esistenziale, una sorta di mito che non suscita altri effetti che non siano la noia e il disinteresse oppure il desiderio di sentire altre campane.
A questa situazione di fatto non sono mancati — soprattutto negli anni Settanta — tentativi di reagire estendendo e approfondendo la ricerca ad alcune almeno delle “zone d’ombra” che la storiografia resistenziale ufficiale non aveva sino allora preso in considerazione o non aveva ritenuto opportuno affrontare, un po’ per non turbare l’armonia del quadro che in un quarto di secolo aveva delineato e accreditato a tutti i livelli, un po’ perché essa stessa prigioniera della vulgata alla quale aveva dato vita. I risultati erano stati per altro scarsi, sia perché all’origine di tali tentativi erano ancora, piuttosto che motivazioni di natura scientifica, ragioni ideologico-politiche frutto delle contrapposizioni interne alla sinistra determinate dal Sessantotto, sia perché la tematica resistenziale rimase appannaggio di studiosi e di pubblicisti, anche di valore, ma che continuavano a concepirne lo studio in un’ottica politica e ad affrontarlo senza uscire dagli schemi tradizionali.
A un principio di “svolta” si è giunti solo in conseguenza della caduta del muro e al crollo del regime sovietico, allorché molte certezze ideologiche sono andate in frantumi e gli archivi russi hanno cominciato a mettere a disposizione degli studiosi una documentazione sino a quel momento a essi preclusa e che, pur indirettamente, incide anche sulla vulgata resistenziale. […]
Le celebrazioni del cinquantesimo anniversario della Guerra di liberazione e i pochi (e, salvo pochissime eccezioni, di modesto spessore) interventi più propriamente storico-culturali che le hanno punteggiate […] hanno messo in luce la centralità della Resistenza in tutta la vicenda politico-culturale successiva, ma anche come essa sia vista oggi dalla gran maggioranza dei politici e degli intellettuali attivi nel clima della Prima Repubblica in un’ottica forse anche più politica che in passato. Nel crollo delle ideologie in genere e in particolare dei tanti valori considerati sino a ieri “forti”, la Resistenza rimane uno dei pochissimi appigli per tentare di trovare la ragion d’essere, la legittimazione del proprio potere e della propria partecipazione a un sistema altrimenti indifendibile politicamente ed eticamente.
Sicché si sono generati due atteggiamenti contrapposti. Da una parte i nuovi protagonisti della politica, arrivati alla ribalta sull’onda della crisi della Prima Repubblica, la considerano una questione tutto sommato superata e quindi tale da non meritare una particolare attenzione […], incapaci come sono di rendersi conto che la Resistenza e la Rsi furono due aspetti, in gran parte uguali e contrari, di una stessa realtà più vasta e profonda che continuò a manifestarsi ben oltre il 1945. Dall’altra, per i primi è ancora essenziale più che in passato negare ogni validità ai tentativi di capire e spiegare la realtà del 1943-45, di qualsiasi tipo e origine, arrivando fino a tacciarli di revisionismo. Per un verso facendo leva sull’accezione negativa che Lenin e poi Stalin hanno dato a tale termine e che, più recentemente, ha impropriamente assunto nel dibattito sull’olocausto e il razzismo, in cui sempre più viene usato (talvolta anche ad arte) come sinonimo di “negazionismo” o, nel migliore dei casi, di “relativismo” e di “giustificazionismo” […], per un altro verso ricorrendo all’argomento che “criticare la Resistenza” equivarrebbe a “fare il giuoco dei fascisti”.
Per sua natura lo storico non può che essere revisionista, dato che il suo lavoro prende le mosse da ciò che è stato acquisito dai suoi predecessori e tende ad approfondire, correggere, chiarire, la loro ricostruzione dei fatti.
Non meraviglia quindi che — contrariamente a quanto avvenuto in altri paesi e in particolare in Francia — da noi il cinquantesimo anniversario della Resistenza (e della Rsi) non abbia dato luogo (almeno sino a oggi) a un vero dibattito storiografico. E non sorprende che le poche prese di posizione avutesi siano state pressoché tutte di tipo tradizionale ovvero volte a spostare il discorso su terreni diversi da quello della realtà del 1943-45: quello dell’antifascismo, quello della (presunta) identità tra fascismo e nazismo, quello della Resistenza come guerra civile e dei suoi caratteri, quello della posizione dei comunisti rispetto alla democrazia e soprattutto quello del “nesso irrinunciabile” tra Resistenza e Costituzione repubblicana e della “nuova forma di patriottismo” (non più “della Nazione”, ma “della Costituzione”) che da esso discenderebbe. […]
Tutti temi importanti e meritevoli di approfondimento, ma che, rispetto al problema della Resistenza e, più in generale, del biennio 1943-45, o costituiscono dei “fuor d’opera” ideologici o sono tutto sommato marginali o si collocano “a valle”, rispetto a quello che è il vero tema in concreto mai affrontato della Resistenza: quello della sua legittimazione popolare oppure, in altri termini, del suo rapporto con la popolazione civile.
Un problema, oltre tutto, che non riguarda solo la storia della Resistenza. È da qui, infatti, che bisogna prendere le mosse per comprendere sia la crisi collettiva di identità che l’Italia visse a seguito dell’8 settembre, sia le ragioni profonde del successo elettorale della Dc (anche in molte zone del Nord dove la presenza cattolica nella Resistenza era stata assai meno importante di quella delle sinistre e dei comunisti in specie) già nel 1945-46, prima cioè che entrasse in giuoco il fattore Guerra Fredda, e del “compromesso costituzionale”, che ha dominato per quasi mezzo secolo la vita politica italiana.
Ridurre, infatti, gli avvenimenti del 1943-45 alla contrapposizione antifascismo-fascismo e alla lotta armata tra la Resistenza e la Rsi non è in sede storica sufficiente. Non basta a spiegare compiutamente né i rapporti interni alla Resistenza e di questa con gli Alleati, con il Regno del Sud e con la Resistenza jugoslava, né quelli della Rsi con la Germania. E rende difficile capire alcune iniziative maturate nei due campi. E tanto meno aiuta a comprendere come tali avvenimenti furono vissuti dalla maggioranza della popolazione coinvolta in vario modo e misura nella lotta e le reazioni che questa suscitò. […] Allo stato degli studi molto si sa (o è documentato) sulla Resistenza e, seppure in misura minore, sulla Rsi. La vera e decisiva lacuna è dovuta alla mancanza di un quadro di riferimento motivazionale generale degli avvenimenti del 1943-45 nel quale si collochino sia la Resistenza che la Rsi (che, in sé e per sé, coinvolsero una minoranza della popolazione delle regioni nelle quali furono presenti) e trovi il suo posto anche la “condizione umana” di quegli anni, con i suoi molteplici stati d’animo, problemi morali e di vita materiale, speranze, delusioni… Una “condizione umana” a determinare la quale hanno concorso massicciamente una sequenza di eventi e stati d’animo.
In primo luogo l’andamento generale delle operazioni belliche e specialmente la guerra civile (in senso forte, ché per comprendere veramente la Resistenza, la Rsi e la vicenda italiana nel suo complesso e l’influenza che questa ebbe sugli avvenimenti successivi, non si può assolutamente sottovalutare, come troppo spesso è avvenuto, che l’Italia nel 1943-45 conobbe una guerra civile di dimensioni e drammaticità ignote ad altri paesi).
Al secondo posto il tipo e il grado del consenso di cui il regime fascista aveva goduto e il cui crollo non si tradusse in un più o meno mero ritorno ai comportamenti e ai valori prefascisti, ma in un atteggiamento psicologico-culturale in cui i vecchi comportamenti e valori trovavano posto solo in parte, mentre altri, acquisiti negli anni del regime, continuavano inconsapevolmente a essere in qualche misura presenti.
Al terzo soprattutto la crisi morale causata dal trauma dell’8 settembre che gravò sulla maggioranza della gente, su tutti coloro cioè che non fecero una consapevole scelta per o contro la Rsi. Una “condizione umana” che, dunque, è cosa ben diversa del “vissuto politico” degli italiani durante la Resistenza che, secondo Pietro Scoppola, sarebbe stato l’elemento etico che avrebbe più contribuito a tenere unito il paese, allora e poi, nel periodo della Guerra Fredda. Sia perché il “vissuto politico” di cui parla Scoppola (pensando da politico all’oggi, piuttosto che guardando da storico indietro) ha costituito un fatto solo di élite, sia perché proprio a esso deve, a ben vedere, farsi risalire in buona parte la crisi della consapevolezza unitaria degli italiani. […]
Ora, la domanda d’obbligo è: perché, dopo cinquant’anni, la cultura di questo paese non è riuscita e, tutto sommato, non vuole fare, salvo poche eccezioni, i conti con la storia del proprio passato? Ha creato solo una serie di alibi che assumono la forma dell’autocommiserazione e della denigrazione di un popolo che il ceto intellettuale non conosce o al quale attribuisce i tratti più adatti a marcare la propria differenza.
A domanda risposta: manca l’habitus scientifico, mancano i veri studiosi, manca una visione del mondo capace di far guardare al di là del pragmatismo politico. La crisi delle ideologie è ancora qualcosa di esterno e di subito. […] La spiegazione del fatto che temi fondamentali per fare i conti con la propria storia, come quello dell’8 settembre, la Resistenza, la Rsi, e come quello, strettamente connesso, sulle tensioni disintegrative che percorrono la società italiana d’oggi, non decollino e vengano vissuti dalla comunità intellettuale come un indistinto e sgradito rumore di fondo, è tutta qui. L’antifascismo non può costituire l’unica discriminante per capire il significato storico della Resistenza. Ne consegue che la “patente” antifascista non può sostituire la “patente” democratica, che il biennio 1943-45 va reinterpretato nel più vasto alveo della crisi collettiva che condizionò le vicende di allora e influenza quelle di oggi, che la gerarchia di valore della purezza antifascista al cui vertice subito si insediò il Pci non trova più corrispondenza (se mai l’ha veramente trovata) nella maggioranza degli italiani.
Né fascisti, né antifascisti, né comunisti, né anticomunisti sono legittimati a spiegare alla gente quanto è avvenuto, quanto sia stato importante, decisivo per la storia dell’Italia di oggi quel biennio. E, del resto, la gente non ha più fiducia in essi e li considera venditori di miti a cui non crede più e ai quali attribuisce buona parte delle responsabilità per la situazione nella quale si trova l’Italia e, quel che è più grave, estende questo giudizio negativo, sulla loro ricostruzione della storia, alla storia tout court. Con la conseguenza di accrescere quella crisi di identità che, in un contesto generale meno degradato, già vent’anni fa, lo si è detto, Romeo giustamente paventava. E che oggi è sempre più difficile frenare.