Archive for the 'Perché non voto' Category

Il peggiore amico dell’uomo

Non seguo molto le cronache, in questi giorni, ma mi par di capire che Gianfranco Fini si sia ficcato (o sia stato ficcato, come usa ai giorni nostri) in un bel ginepraio. Sarà contento Berlusconi, una volta tanto che non fa da puntaspilli istituzionale.
Come ho già detto, nulla può interessarmi di meno della querelle Fini-Berlusconi, strascichi e stracci inclusi.
Mi limito a notare che se il presidente del Consiglio, all’epoca in cui lasciò la storica e un po’ coatta consorte Daniela (che pure oggi, assai dignitosamente, dichiara «da me non avrete una sola parola contro Gianfranco»), l’avesse fatto per — che so — la professoressa Tizia di anni 47, o la farmacista Caia di anni 51, sono certa che nessuno avrebbe avuto niente da ridire. Invece l’ha fatto, lui 55enne, per una 35enne belloccia, avvocatessa più nota per le performance mondane che per quelle giuridiche, e blandamente famosa per essersi accompagnata col bancarottiere Gaucci (ma fra un po’ forse questo non si potrà nemmeno dire).
Il che pone irrimediabilmente Gianfranco Fini sul medesimo piano inclinato di tutti quei maschi che, alla boa fatidica dei 50 anni, sballottati dagli ormoni in tempesta del Mare Andropausicum, quando avvistano un mezzo quintale di carne fresca dal packaging invitante preferiscono lasciare i comandi al loro piccolo amico pelato laggiù.
Che si tratti di austeri docenti, gelidi professionisti, intellettuali aristocratici od oscuri metalmeccanici, quando a decidere è quella testina capricciosa les jeux sont faits. Buona fortuna.

“Viva Palestina”: un progetto da sostenere!

Da Amal apprendo di un’iniziativa meritoria da sostenere come si può, per alleviare le sofferenze del popolo palestinese assediato nella Striscia di Gaza dall’occupante israeliano. I modi per contribuire sono tanti, chiunque troverà il modo di apportare un contributo. Leggete e fate girare.

Il terribile massacro a bordo della nave Marmara del 31 maggio 2010 ha portato a un cambiamento radicale dell’opinione pubblica internazionale, che si è nettamente schierata contro l’assedio disumano del popolo di Gaza: un numero sempre maggiore di attivisti è quindi spinto a portare aiuti e solidarietà al popolo palestinese e a porre fine al blocco della striscia di Gaza.
Un risultato è “Viva Palestina 5 - a global lifeline to Gaza”, un convoglio internazionale che partirà il 18 Settembre 2010 da Londra, Casablanca e Doha e che cercherà, contemporaneamente ad una flottiglia coordinata dall’ “International Committee to Break the Siege on Gaza”, di raggiungere Gaza.

Questo progetto di dimensioni considerevoli (500 veicoli e oltre 20 navi) è supportato, oltre che da migliaia di attivisti internazionali, da diversi Paesi di tutto il mondo tra cui Turchia, India, Sudafrica, Australia, Nuova Zelanda e altri dell’America Latina, del Medio Oriente e dell’Europa.

Obiettivo dei 20 veicoli che partiranno dall’Italia (uno per regione) è quello di portare apparecchiature mediche, forniture scolastiche, il necessario per la ricostruzione di una moschea distrutta e di una scuola per orfani ed il materiale per l’edificazione di una struttura sanitaria per la maternità a Beit Hanoun nel nord di Gaza. [continua qui]

Ancora (!) su destra e sinistra

Oggi non ho niente da fare. Sembra che lassù Qualcuno abbia dimenticato i rubinetti dell’acqua aperti, e non potendo andare in giro sotto questo cielo nero e inzuppato butto qualche parola al vento (ne arrivasse un po’, magari, a spazzar via questa nuvolaglia diluviante!).

Mi pare fosse Bordiga a dire che il male peggiore del fascismo è stato l’antifascismo (parafrasando, aggiungerei che il male peggiore del comunismo è stato l’anticomunismo). In concreto, la dotta citazione introduce uno dei luoghi comuni più cari all’antifascismo militante: e cioè che il motto “né destra né sinistra” sia l’escamotage preferito dei fascisti per far passare subdolamente la loro mortifera ideologia e infiltrarsi eccetera.

Urge rettifica: in realtà, il “né destra né sinistra” appartiene alla frangia benedetta e miserella dei sansepolcristi o diciannovisti (o “fascisti di sinistra”, se si vuole). Ovvero di coloro che, abbracciando i princìpi del ‘19 (il “Programma di San Sepolcro” — piazza San Sepolcro a Milano, dico, non la cittadina bellissima di Sansepolcro in provincia di Arezzo: puntualizzo perché c’è chi confonde le due cose, e questo mi fa una tristezza…) — di coloro, dicevamo, che abbracciando i princìpi del Programma sansepolcrista intendevano fare piazza pulita, già allora!, delle ideologie per dar vita a qualcosa di nuovo: e le cui istanze caddero al Congresso di Roma del novembre 1921, quando si affermò una più marcata tendenza verso la “destra” che scontentò molti fascisti della prima ora, i quali si sentirono legittimamente traditi. Proprio come nel 1936 si sentiranno traditi quei giovani universitari fascisti che avevano plaudito alla rivoluzione spagnola per poi scoprire che il regime era, dopo qualche traccheggiamento, di tutt’altro avviso; e che, espulsi dal partito o emarginati dallo stesso, passarono dall’altra parte. Et pour cause. L’avrebbero fatto nel dopoguerra anche molti combattenti della RSI, convinti che un riflesso dell’originario messaggio fascista si riverberasse più nel Partito comunista che nel Movimento sociale.

Insomma quest’idea dell’andare oltre destra e sinistra, nel senso non già di rinnegare o vituperare quelle realtà, bensì di lasciarsele alle spalle consegnandole alla storia per elaborare nuovi assetti del Politico alla luce dei mutati scenari mondiali, è stata un chiodo fisso della destra radicale (di una sua parte, almeno) e di certa sinistra eretica: entrambe sconcertate di fronte al massacro fisico e intellettuale di intere generazioni annientate dal teorema criminale degli opposti estremismi, funzionale al cosiddetto Sistema ovvero al mantenimento di uno stato di sudditanza dell’Italia alle potenze d’oltreoceano, concertato nel corso della seconda guerra mondiale e ancora oggi, ahinoi, ben saldo. Quella certa destra e quella certa sinistra non hanno mai mancato di parlarsi.

Dopodiché, dal momento che sia a destra che a sinistra sussiste un esiziale impasto di ignoranza, becerume, sloganistica e malafede, la possibilità di un dialogo allargato è sempre più a rischio: la prevalenza del cretino mortifica i rari tentativi in questo senso, anche se per fortuna nelle nuove generazioni emerge qualcuno in grado di raccogliere il testimone. Sono passati parecchi anni da quando Renzo De Felice (nel suo Rosso e Nero che gli attirò gli strali della peggior sinistra e dell’antifascismo in blocco, che ne avevano ben donde) esortava ad affrettarsi perché lo spazio utile ad un confronto più sereno si stava pericolosamente riducendo. Continuo a credere che qualche spiraglio ancora ci sia.

Per quanto mi riguarda, oggi come oggi il desiderio (fortissimo e doloroso) di superare destra e sinistra è motivato da ragioni di salute: entrambe mi stomacano, e non vedo per quale motivo dovrei passare il mio tempo a lottare contro la nausea quando ci sono ben altre battaglie da combattere.

Le noie della villeggiatura

Sarà l’ozio vacanziero, sarà la quiete montana, fatto sta che quest’estate mi sembra noiosa.

Non c’è nulla di nuovo nei militari italiani morti in Afghanistan: sono volontari, è vero, e fa parte del gioco. Ma suppongo che sia ugualmente seccante partire convinti di essere in missione di pace e poi ritrovarsi, direttamente o indirettamente, bersaglio degli insorti ovvero coinvolti in una guerra vera. Allora ditelo, insomma.

Non c’è nulla di nuovo nemmeno negli scontri al confine fra Libano e Israele. I rapporti fra i due paesi viaggiano sul filo del rasoio da parecchio tempo, e la guerra del 2006 è ancora troppo recente per non pesare in modo considerevole sul piatto della memoria reciproca. Naturalmente adesso ci sono di mezzo anche la questione iraniana e l’inchiesta ONU sull’aggressione alla Mavi Marmara appena approvata: il che non contribuisce né a rasserenare gli animi né a stemperare una tensione internazionale più densa di un budino.

Non c’è nulla di nuovo neppure sulle rivelazioni (?!?) di Fabio Granata relative alle infiltrazioni mafiose nella politica: non so come buttino le cose nel resto d’Italia, ma in Lombardia è da lunga pezza che i rapporti fra politica e mafia (ma anche ‘ndrangheta…) sono intrecciati ad alto livello, a partire dal settore edilizio per poi allargarsi a tutto ciò che produce denaro e potere (foss’anche un poteruccio piccolo piccolo, da parvenu). Quindi scusatemi, ma mi viene da sbadigliare.

E, da ultimo, tantomeno c’è qualcosa di nuovo in merito agli sconvolgimenti o presunti tali operati da Gianfranco Fini in sede di assetti politici nazionali. Se ne va, non se ne va, se n’è andato; fonda un nuovo partito, non lo fonda, si allea, dà le dimissioni, non le dà, litiga, fa la pace, si apre, discute, si arrocca, volta le spalle, apre le braccia… Non è un uomo, è un tourbillon.
Ma dov’è la novità? E perché c’è tutta questa frenesia intorno al personaggio e alle sua manovre? Tutti coloro che in questi giorni scommettono sulla riuscita o sull’insuccesso delle agitazioni finiane sono più agitati di lui, e non se ne capisce davvero il motivo.
Che cosa potrebbe davvero mutare, in Italia, se Fini avesse la meglio su Berlusconi? Lo strappo dall’uomo di Arcore è un punto a suo favore, per molti ma non per tutti (anche se non è certo che sia stato dettato da un’autentica spinta su base etica: ma non vorremo fare processi alle intenzioni, non è vero?). Di sicuro, però, la voglia insistita di liberalismo - che sono ancora in troppi a confondere con “libertà“, la quale del resto viene ormai sempre più spesso confusa con “licenza” - denota un orientamento assai poco dissimile da quello del Cavaliere e dei suoi seguaci, che hanno a loro volta cavalcato con entusiasmo le numerose e allettanti opportunità offerte da un partito come il Pdl, un “buon partito” che tante verginelle hanno avuto fretta di sposare.
Finché l’Italia resterà colonia, potranno tutt’al più avvicendarsi i suoi mezzadri: il cui compito è soltanto quello di amministrare il potere per conto terzi. Che il mezzadro si chiami Silvio o Gianfranco, cambia (e importa) veramente assai poco.

Il morto e gli sciacalli

È incredibile come anche le cose apparentemente più banali riescano a tirar fuori il peggio dalle persone.
La scomparsa prematura e improvvisa di Pietro Taricone, per esempio, se ha suscitato pressoché ovunque un moto di commozione collettiva (era giovane, bello, famoso eppure semplice, compagno e padre felice) ha anche dato la stura a meschinità come questa. Che volgarità — ma, soprattutto, che stupidità. E che codardia.

Prima, perché la morte è, come ogni processo biologico, la grande livella che accomuna tutti i viventi di questo pianeta — tocca a tutti, prima o poi, e augurarla a qualcuno o gioirne una volta avvenuta è indice di estrema pochezza. Personalmente, trovo assai più creative le maledizioni in stile Alex Drastico o l’insuperabile (per me) “puozze passa’ nu guajo niro” partenopeo, con quella sua indefinitezza cupa che sgombra il campo a ogni e possibile tragedia.

Poi, perché la colpa (anzi la Colpa, con la maiuscola) di Taricone sembra essere stata la contiguità con un raggruppamento “fascista”: e qui entra in gioco il meccanismo perverso della responsabilità collettiva, che definirei volentieri “sindrome di Norimberga” se non ci fossero illustri precedenti:

“Voi inseguirete i vostri nemici ed essi cadranno dinanzi a voi colpiti di spada. Cinque di voi ne inseguiranno cento, cento di voi ne inseguiranno diecimila e i vostri nemici cadranno dinanzi a voi colpiti di spada.”
Levitico, 26:7-9

“Quando il Signore tuo Dio ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso e ne avrà scacciate davanti a te molte nazioni, tu le voterai allo sterminio; non farai con esse alleanza né farai loro grazia.”
Deuteronomio 7:1-2

“Non lascerai in vita alcun essere che respiri, ma li voterai allo sterminio, come il Signore tuo Dio ti ha comandato di fare”
Deuteronomio 20:16-17

A un singolo, in definitiva, si fa carico delle azioni commesse dalla sua comunità di appartenenza — vera o presunta; reale o ideale; presente, passata e financo futura, per sovrammercato — auspicandone la scomparsa.
Atteggiamento, questo, non scevro di implicazioni inquietanti.

Nella seconda guerra mondiale, per esempio, un membro della mia famiglia rimase vittima di uno dei molti bombardamenti angloamericani che devastarono l’Italia fra il 1943 e il 1944. Potendolo, a rigore dovrei sterminare la popolazione statunitense e quella britannica, Commonwealth compreso. E siccome le scelte angloamericane erano di necessità condivise dai loro alleati, la mia personale pulizia etnica dovrebbe estendersi a (in ordine di apparizione) Polonia, Francia, Nepal, Danimarca, Norvegia, Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi, Grecia, Jugoslavia, URSS, Repubblica Popolare di Tannu Tuva, Panama, Costa Rica, Repubblica Dominicana, El Salvador, Haiti, Honduras, Nicaragua, Repubblica di Cina, Guatemala, Cuba, Cecoslovacchia, Perù, Messico, Brasile, Etiopia, Iraq, Bolivia, Iran, Colombia, Liberia, San Marino, Albania, Ecuador, Paraguay, Uruguay, Venezuela, Turchia, Libano, Arabia Saudita, Argentina, Cile, Repubblica Popolare della Mongolia — credo di non aver dimenticato nessuno.

Ma non è finita. Siccome la seconda guerra mondiale è stata voluta, dicono, dalla Germania, dovrei prendermela anche col popolo tedesco, ovviamente, e con i suoi alleati di allora: Giappone, Ungheria, Romania, Bulgaria, Finlandia, Siam, Repubblica Slovacca, Croazia, Manchukuo, Cina di Nanchino, Mengjiang, Montenegro, Serbia, Principato del Pindo e Voivodato di Macedonia, Comitato Nazionale Ucraino, Repubblica di Lokot, Consiglio Centrale Bielorusso, Governo Provvisorio dell’India Libera, Birmania, Filippine, Vietnam, Cambogia, Laos, Spagna, Portogallo, Francia di Vichy, Iraq — e, naturalmente, Italia. Arrivando così al raffinato paradosso di odiare a morte me stessa nonché il povero zio Attilio morto, dicevamo, sotto i bombardamenti — ben gli sta, così impara a fare la guerra.

Da sola, insomma, avrei dato una bella botta alla risoluzione del problema demografico. Altri quattro o cinque come me, e qui sull’arancia azzurra non rimane nessuno (per quanto mi sforzi, non riesco a trovare validi motivi per l’eliminazione degli Xavante del Mato Grosso e degli Igbo nigeriani, ma non credano di cavarsela così a buon mercato, perbacco).

Ero poco più di una bambina quando lessi la frase (di chi? Non lo ricordo più…) «Non odio mai al plurale». Non la capii subito — la capisco ora.

Gianfranco Fini: il suo universo non è il mio

Devo farmene una ragione: sono veramente scivolata in un universo parallelo e non riesco a uscirne. Non possedendo lame sottili, né essendo capace di flippare, temo che mi toccherà restare in questa pagina del Grande Libro finché un caso fortunato (Tyche aiutami!) non mi consentirà di tornare da dove sono venuta.

Sono insidiosi, gli universi paralleli. Ti sembra di stare nel tuo solito mondo finché all’improvviso noti qualcosa di diverso dal solito — una discrepanza, una frattura sottile come un capello, due metà che non combaciano, un oggetto che non è là dove lo avevi lasciato. Piccole cose: ma siccome il tutto è più che la somma delle parti so benissimo (e lo sai anche tu) che l’evidenza del reale si sta sfilacciando e tutta l’esperienza che posso aver accumulato nella mia vita non mi servirà a niente, in questo mondo disassato in cui fatico a trovare punti fermi.

Per esempio: sappiamo tutti che lunedì 31 maggio le forze armate israeliane, compiendo quello che è stato definito — e di fatto è — un atto di pirateria, hanno assaltato la Mavi Marmara, una nave battente bandiera turca e appartenente alla Freedom Flotilla, che si stava dirigendo verso Gaza per portare aiuti umanitari ai nativi palestinesi occupati militarmente.
Del pari, sappiamo che in tutto il mondo la voce dell’indignazione si è levata forte e chiara. Sappiamo che ci sono stati, anche a livello governativo, alcuni pavidi e/o opportunisti i quali hanno preferito tacere o addirittura schierarsi dalla parte degli aggressori in divisa — tutto questo è segno di un universo distorto e malato, certo, ma non ancora parallelo.
Quello che invece mi fa sospettare fortemente di essere finita chissà come in una piega ignota del reale non-euclideo sono queste notizie:

Gerusalemme, 23 giu. (Apcom) - “Ogni uomo degno di tale nome, sia esso più autorevole o più umile faccia quel che può affinchè non si perda il ricordo della Shoah, ma ancor di più perchè non possa ripetersi, nemmeno nella più ridotta delle dimensioni, una simile barbarie”. Lo ha scritto il presidente della Camera, Gianfranco Fini, sul libro dello Yad Vashem, il museo dell’Olocausto, che oggi ha visitato insieme ai deputati che fanno parte del gruppo di collaborazione e amicizia con Israele, presieduto da Fiamma Nirenstein (Pdl), che lo ha accompagnato in visita ufficiale in Israele. Fini ha ravvivato la fiamma eterna che arde nella sala della memoria dello Yad Vashem e, insieme a Renzo Gattegna, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ha deposto una corona sulla cripta che contiene le ceneri delle vittime dei campi di concentramento. [fonte]



Gerusalemme, 24 giu. (Apcom) - E’ in corso l’incontro tra il presidente della Camera, Gianfranco Fini, e il presidente della Repubblica israeliano Shimon Peres, incontro che chiude i colloqui della terza carica dello Stato con i vertici dello Stato ebraico. “Chi è amico nel momento della necessità - ha detto Peres accogliendo Fini - è un vero amico. E lei è uno dei nostri migliori amici e rappresenta un paese che amiamo molto”. Il presidente della Camera ha ricambiato portando a Peres anche i saluti del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. “Il momento è complesso - ha sottolineato Fini - e come ha detto lei nella sua saggezza è nel momento del bisogno che gli amici contano di più″. [fonte]

Israele, lo ripeto, è l’entità che il 31 maggio ha compiuto un atto di pirateria conclamata. Israele è l’entità che tiene segregati i nativi palestinesi nel carcere a cielo aperto più grande del mondo. Israele è l’entità che sta portando avanti scientemente e scientificamente il genocidio del popolo palestinese, con la connivenza delle nazioni occidentali.
Come si possa confondere la legittima simpatia per le comunità ebraiche variamente colpite nel corso degli anni col dissennato appoggio all’entità sionista accusata di crimini contro l’umanità, non riesco a inquadrarlo nelle categorie logiche ed etiche del “mio” mondo; e ne sono disgustata al punto che morirò di nausea.
Qualcuno mi tiri fuori di qui. Per favore.

Next Page »