Archive for the 'Care memorie' Category

La calda estate di Aigues-Mortes

Racconta Durando, console italiano a Marsiglia «che quando il 20 agosto [1893] si era recato ad Aigues-Mortes, il sindaco [Terras], nel tendergli la mano, era scoppiato in pianto e gli aveva dichiarato di “vergognarsi che nel Comune da lui amministrato fossero avvenuti fatti di inaudita ferocia”; secondo l’agente consolare Advenier, il Terras “si era moltissimo adoperato a salvare gli italiani”. Il procuratore generale, invece, nel […] rapporto al ministro, metteva in evidenza la “faiblesse vis-à-vis des fauteurs des désordres” del sindaco e “sa prudente persistance à se tenir loin des lieux où il y avait quelques dangers à courir”» (Jean-Charles Vegliante, Gli italiani all’estero, Presses Sorbonne Nouvelle, 1986, p. 81).
Non c’è da stupirsi, se pensiamo che in quei giorni roventi dell’agosto 1893 il povero sindaco Terras fu subissato di lettere minatorie che lasciavano poco spazio all’immaginazione di quello che gli sarebbe capitato se mai avesse preso le parti di “quei porci di italiani”.
E quelle lettere non mentivano, a giudicare da ciò che accadde ai lavoratori italiani in quei pochi giorni dell’agosto 1893, a sciagurato coronamento di un periodo di tensione prevedibilmente destinato a sfociare (come fu) in un assai poco retorico bagno di sangue.
Lo racconta molto bene Enzo Barnabà, al quale lascio la parola:

I primi incidenti

In questo clima, si dà inizio il 16 agosto ai lavori di levage alla Fangouse ed alla Gaujouse, due delle quattro saline possedute dalla Compagnia nella zona di Peccais (le altre erano l’Abbé e la Saint-Charles), a circa sei chilometri a sud-est della città. Il sistema del cottimo non solo suscitava rivalità tra le squadre, ma era all’origine di rancori all’interno della stessa squadra. Secondo voci raccolte dal procuratore della Repubblica, “dal momento che i francesi lavorano meno sodo degli italiani, questi ultimi avrebbero rimproverato ai compagni francesi della stessa squadra la loro indolenza. Infatti, dato che il levage del sale viene effettuato a cottimo e il prodotto del lavoro di una squadra viene suddiviso in parti uguali tra tutti i componenti, i più attivi ricevono alla fine della stagione un salario uguale a quello dei meno diligenti”.

Sin dal mattino, sia nella salina della Fangouse, che nell’attigua Gaujouse, scoppiano litigi per futili motivi: “Qui, è un operaio italiano che rimprovera ad un francese della sua squadra di non riempire la carriola in maniera sufficiente e di non impegnarsi abbastanza in un lavoro che deve essere pagato in comune. Lì, è un operaio francese che si lamenta di un italiano che spinge intenzionalmente la carriola in modo da sfiorargli continuamente il calcagno”.

Durante una pausa del mattino, scoppia l’ennesimo litigio che dà innesco alla dinamica dello scontro aperto. Le fonti (e in particolare le ricostruzioni “ufficiali” come l’Acte d’accusation o la Relazione inviata dal console di Marsiglia Durando al governo italiano) sono frammentarie e contraddittorie, preoccupate innanzi tutto di far ricadere, a seconda della loro nazionalità, sugli italiani o sui francesi la responsabilità dei fatti. Ricostruiamo gli incidenti iniziali rifacendoci in particolare alle testimonianze incrociate, rilasciate alla Gazzetta del Popolo, da Matteo Giraudo, di Andonno (Cuneo), e da Felice Astesano, di Carmagnola (Torino).

Durante la pausa, alla Fangouse gli operai consumano dunque uno spuntino seduti sulla sabbia. Non si mescolano, i circa duecento italiani sono piuttosto da una parte e cento francesi dall’altra. Alcuni di questi ultimi cominciano a buttare sabbia addosso ai pimos. Nell’aria c’è tensione. Un torinese, che da un connazionale viene descritto come “maneggiatore emerito di coltello, di carattere poco trattabile”, si alza e va a lavare un fazzoletto in una tinozza d’acqua dolce, liquido prezioso (soprattutto in agosto) che la Compagnia distribuisce solo per uso potabile. Alle rimostranze di un francese, scuotendo le spalle, risponde: “Me ne infischio di te e dei tuoi compagni!”. La reazione dei francesi è violenta, ma probabilmente lontana dalla ricostruzione che il disegnatore Starace effettuò per l‘Illustrazione Italiana. Buttato a terra, il torinese riesce ad estrarre un coltello dalla tasca colpendo una delle persone che gli stanno addosso. Gli altri italiani avrebbero assistito passivamente alla rissa. Si riprende il lavoro, ma le fazioni, come avrebbe detto Jules Guesde, sono state formate, l’appartenenza alla comunità, l’ultimo valore rifugio per dirla con i sociologi, ha preso il sopravvento. Eppure, alcuni italiani vengono da Tenda, oggi in territorio francese, o dalle vallate occitane del Piemonte.

A mezzogiorno, si va a mangiare in uno stato di irritazione latente. Verso l’una e mezza scoppiano nuove risse. Cosa era successo? Secondo un operaio italiano, un francese aveva gettato una pietra dentro la baracca in cui gli italiani (un centinaio, circa) stavano mangiando. Questi erano usciti fuori ed avevano costretto un gruppo di transalpini a riparare nella loro cambuse, la povera costruzione loro assegnata. Molte fonti francesi, sia giudiziarie sia giornalistiche, faranno a gara nel sottolineare l’inferiorità numerica dei loro connazionali (una quarantina) per far risaltare l’affermata vigliaccheria dei transalpini. La baracca viene circondata dagli italiani armati di pale, bastoni e bottiglie. Si tirano pietre, i vetri volano a pezzi. Si sente gridare “Viva Italia, abbasso Francia!”. Tra gli italiani si distingue un giovane piemontese di Vernante, Giovanni Giordano; strilla più degli altri, ha in mano un forcone.

Alcuni operai francesi che sono riusciti a fuggire in città, verso le due e mezza mentre “l’assedio” è in corso, avvertono degli scontri il juge de paix di Aigues-Mortes, Hugoux che assieme a tre gendarmi si reca in carrozza sul posto. “Strada facendo - racconta - incontrammo parecchi francesi che scappavano. Arrivate troppo tardi! Ci dissero. Alla Fangouse trovere­te morti e feriti!”. Non c’era, però, nessun morto, ma solo alcuni feriti. Il Giordano viene arrestato e rinchiuso in una capanna. Gli italiani manifestano minacciosamente il loro disaccordo per l’arresto. Il magistrato prende in considerazione la possibilità di fare usare le armi ai gendarmi, ma “poi riflettei alle conseguenze dell’effusione di sangue. Mi avvicinai e consigliai moderazione agli italiani; feci osservare quanto fosse insensato ammazzarsi tra operai che hanno tutti bisogno di guadagnarsi da vivere. Queste parole li calmarono, i bastoni si abbassarono, il cerchio degli italiani si allentò. Viva la legge!, gridarono più voci in italiano. Amici miei, esclamai, se mi promettete di stare buoni, vi faccio liberare il prigioniero. E feci aprire la porta a Giordano”.

Si chiude così la prima parte dei fatti le cui cause immediate - come riconoscerà il comandante della Compagnia di Gendarmeria del Gard - non possono essere stabilite con precisione. I feriti francesi sono sette. Nessuno di loro è grave come constata ad Aigues-Mortes il dottor Raynaud. Un certo Vernet (probabilmente, uno degli operai che era venuto alle mani con l’irascibile torinese) ha ricevuto tre coltellate, gli altri sono stati colpiti da armi contundenti. Non sappiamo nulla dei postumi della rissa nel campo italiano. Come è stato scritto, piuttosto che sollecitare le cure di un medico, gli italiani preferiscono restare al sicuro nelle saline. [continua]

I fatti di Aigues-Mortes destarono nell’Italia di allora, già scossa dallo scandalo della Banca Romana, prevedibili ondate di sdegno e commozione — il giornalista napoletano Edoardo Scarfoglio (fondatore del quotidiano “Il Mattino” insieme alla moglie Matilde Serao e direttore del medesimo), dando voce all’indignazione che montava in tutto il Paese, definì l’episodio «un fatto, dal quale una tribù selvaggia dell’Africa si terrebbe disonorata nei secoli», arrivando ad invocare gesti estremi: «Che a tutte le finestre d’Italia sventoli una bandiera, che da ogni bocca italiana irrompa un grido eccitante il Governo a non esitare, a non tremare, a esigere una riparazione piena, solenne, immediata, quale sola può convenire a chi ha il diritto di chiederla e la forza di ottenerla».
Più pragmaticamente, e con una lucidità che supera d’un balzo questi ultimi 115 anni rendendo superfluo qualunque commento, Antonio Labriola così scriveva in un manifesto redatto la mattina del 22 agosto 1893 a nome del circolo socialista di Napoli:

Al di sopra e d’intorno ai barbaramente trucidati e ai barbari trucidatori di Aigues-Mortes, non sta soltanto di qua l’Italia, di là la Francia, come due sistemi di politica […] Al di sopra dei trucidati e dei trucidatori, come al di sopra di Francia e d’Italia insieme, sta il sistema capitalistico tutto intero […] Di tale sistema sono vittime, così i trucidati, che portano sul mercato del lavoro l’inferiorità del loro modo di vivere e l’urgenza dei loro bisogni, sì da essere sempre pronti a concorrere, come i trucidatori, che, ignoranti e passionati, rivolgono le loro ire e i loro attacchi non contro il sistema, ma contro i più maltrattati, i più avviliti, i più schiacciati dal sistema stesso.

Giustizia è fatta

29 luglio 1900: a Monza Gaetano Bresci uccide il re Umberto I

Il 6 giugno 1898, firmando il famoso dispaccio di congratulazioni a Bava Beccaris per il modo in cui si era condotto nei fatti di Milano, Umberto I di Savoia firmava anche la sua condanna a morte [1].

Inconsapevolmente, si è detto: ma risulta difficile credere che un monarca, dopo essersi comportato col suo popolo come Umberto (nel solco della tradizione sabauda) fece col popolo italiano, potesse ancora illudersi di essere, se non amato, quantomeno al riparo da tentazioni regicide. E dire che di esperienze in merito ne aveva già avute: la prima il 17 novembre 1878, a Napoli, per mano del cuoco Giovanni Passanante (o Passannante), in occasione della visita regale alle principali città italiane dopo il semestre di lutto per la morte di Vittorio Emanuele II, avvenuta il 9 gennaio dello stesso anno; e la seconda il 22 aprile 1897 (ventinovesimo anniversario delle nozze di Umberto con la cugina Margherita), a Roma, quando viene aggredito dal fabbro ferraio Pietro Acciarito mentre si reca su una semplice “vittoria” al Derby Reale delle Capannelle.
Del resto Umberto, soprannominato il “re buono” per essersi mostrato di persona sulle rovine del terremoto di Casamicciola nel 1883 e fra i malati di colera a Napoli nel 1884, non è molto apprezzato neanche nelle alte sfere: il 20 novembre del 1893 (genetliaco della regina Margherita), «in un banchetto palermitano offerto a Rudinì, non si osa fare un brindisi alla sovrana, tanto è scaduto il prestigio della corona. Rudinì assicura che non si nutre odio per Umberto, il re buono, perché “lo si ritiene buono… a nulla”» [2]. Continue Reading »

A Milano romba il cannone. Maggio 1898: Bava Beccaris spara sulla folla

A dispetto dell’iconografia ufficiale, che vuole l’Italia del dopo-unità trionfante in una rinnovata coesione voluta dal popolo e benedetta da Dio, la seconda metà dell’Ottocento italiano fu invece un periodo di intensa lotta sociale, che vide il mondo operaio e contadino italiano impegnato nella costruzione di una propria organizzazione politica, ma fu destinato a concludersi tragicamente nel 1898.

Negli anni immediatamente successivi all’unità, era stato particolarmente il Sud a esprimere un profondo malcontento attraverso il fenomeno del brigantaggio, tanto che nel 1863 il governo (di destra, retto da Minghetti) vara una — se non la prima — di quelle innumerevoli “leggi speciali” che sono tuttora il piatto forte della legislatura nostrana: la legge Pica, che stabilisce lo stato di guerra nei territori dell’ex Regno delle Due Sicilie e contempla l’adozione della legge marziale. Risolto, almeno in apparenza e alla piemontese, il problema del brigantaggio, ecco che fra il 1868 e il 1869 si assiste al sorgere dei cosiddetti moti del macinato, scaturiti dalla spontanea sollevazione popolare contro il rincaro del prezzo del pane. Con fasi alterne, la protesta serpeggia più o meno latente in tutta Italia fino al 1874 (secondo governo Minghetti), quando in Emilia Romagna si verifica un tentativo insurrezionale soffocato sul nascere dall’opportuno intervento di quelli che una volta si chiamavano delatori e che oggi si fregiano del titolo di “collaboratori di giustizia”. Nel 1876 la destra al governo cede il posto alla sinistra, ma non per questo la protesta popolare viene meno: al contrario, si moltiplicano le trovate non sempre felici dei contestatori all’epoca più accesi, come gli anarchici — degni di nota sono gli attentati del biennio 78-’79, fra i quali si distingue il primo e sfortunato tentativo di eliminare Umberto I, ad opera di Giovanni Passanante. La situazione si fa rovente a partire dagli anni Ottanta, che registrano una serie di scioperi nel Nord: (a Cremona nel 1882 e in provincia di Rovigo nel 1884, sotto il governo Depretis, di sinistra). La catastrofe di Dogali nel 1887 (26 gennaio, governo Depretis) e lo scandalo della Banca romana nel 1889 (governo Crispi, di sinistra) non migliorano l’immagine delle istituzioni statali e delle forze politiche che le rappresentano presso il popolo. Il decennio successivo si apre con altre violente sollevazioni popolari nel Sud della penisola, che confluiranno nella fondazione dei Fasci siciliani fra il 1893 e il 1894; contemporaneamente il mondo contadino si agita anche in Lunigiana. Crispi, succeduto a Giolitti dopo lo scandalo del 1889, reprime le rivolte di contadini e minatori con l’aiuto dell’esercito, ponendo la Sicilia in stato d’assedio e riportando in auge, a ottobre, leggi speciali “contro la sovversione sociale” che decretano lo scioglimento delle associazioni operaie e socialiste. Continue Reading »