Archive for the 'Contramerica' Category

Obama sapeva dell’attacco israeliano alla Freedom Flotilla?

Secondo Mireille Delamarre, della webzine Planète non-violence, il presidente americano Barack Obama sapeva dell’attacco alla nave turca Mavi Marmara. Delamarre cita il quotidiano israeliano “Haaretz”, il quale — basandosi su fonti diplomatiche degli Stati Uniti — riferisce che Obama era perfettamente al corrente dell’attacco sferrato dalle truppe israeliane alla Freedom Flotilla.

“Haaretz” precisa che Obama avrebbe anche discusso i dettagli di questo sanguinoso assalto con i funzionari israeliani e persino col ministro della Difesa Ehud Barak — che lunedì 14 giugno ha cancellato all’ultimo minuto la visita alla mostra biennale degli armamenti Eurosatory (Parigi, 14-18 giugno) e annullato gli incontri previsti con i dirigenti francesi a causa delle denunce presentate contro di lui da operatori umanitari francesi della Freedom Flotilla.

Dal canto suo, la stampa giordana ha aggiunto che Obama sarebbe stato avvisato in anticipo del raid israeliano: qualche minuto prima dell’assalto il Mossad avrebbe avvertito il direttore della CIA, Leon Panetta. L’operazione sarebbe stata filmata da droni israeliani che avrebbero provveduto ad inviare le immagini in diretta al comando della marina statunitense; di qui, il materiale sarebbe stato trasmesso a Panetta il quale, a sua volta, avrebbe tenuto costantemente aggiornato il presidente sull’andamento dell’attacco.

Così, dichiara Delamarre, sapendo in tempo reale quello che stava accadendo a bordo della Mavi Marmara Obama se ne sarebbe reso direttamente complice [qui il testo originale].

Universi paralleli: Israele ammazza, sanzioni all’Iran

Se la cosa non fosse tragica, penserei di essere al cospetto di una pièce di Ionesco, o di essere scivolata in un universo parallelo in cui i rapporti di causa/effetto non esistono: lunedì 31 maggio Israele compie un atto di pirateria assaltando un naviglio turco in acque internazionali, con tanto di morti ammazzati, e mercoledì 9 giugno l’ONU vara lestamente un pacchetto di sanzioni tostissime… contro l’Iran.
Intanto montano l’indignazione e lo sgomento per l’uccisione (pare) di un bambino di sette anni da parte dei talebani, che l’accusavano di essere una spia. Naturalmente è una cosa orribile. L’opinione pubblica fu molto scossa anche dal massacro di My Lai, in Vietnam, nel 1968: i bambini uccisi erano vietnamiti, e gli adulti in divisa che li uccisero erano statunitensi. L’orrore fu grande anche per quel che avvenne in Salvador tra gli anni Settanta e Ottanta: bambini salvadoregni fatti a pezzi coi machete da militari ugualmente salvadoregni (e anche honduregni, tutti al soldo degli USA).
Bizzarramente, invece, non colgo segnali di esecrazione-sdegno-condanna et similia per i bambini palestinesi pressoché quotidianamente cecchinati dai tiratori scelti dell’IDF — le forze armate israeliane. E la cosa mi dà da pensare. Pensateci un po’ anche voi (ché se dovessi spiegarvi proprio tutto mi sentirei in grave imbarazzo, e non ci fareste una bella figura). So che non mi deluderete.

Di patria e di mamme

Un paio di pellegrini che frequentano questo spicchio di Webland mi hanno chiesto perché non ho scritto niente sui militari italiani morti in Afghanistan.
La risposta educata è “perché me n’è mancato il tempo” — ho una vita piuttosto densa nel mondo reale, e le incursioni nel web non mi sono sempre concesse.
La risposta sincera ma ineducata è “perché non me ne frega niente, fondamentalmente”.
Preciso: il menefreghismo non si riferisce certo alla morte in sé. Ogni morte ci tocca, ogni essere vivente che scompare modifica — inevitabilmente e per sempre — la fitta tela del reale. E poco importa che ne siamo consapevoli o no: l’intreccio di trama e ordito, in questo arazzo lavorato da tessitrici più antiche e più operose delle Moire, è invisibile ma così tenace che nulla può realmente spezzarlo.
Dunque, non è alla morte di due persone che sono indifferente.
Sono indifferente al rumore di fondo che accompagna questa notizia (nonché tutte le altre analoghe passate e, mi sento di profetizzare, future).

Detto così è difficile da credere, ma alle elementari mi è toccato cantare il coro di un’opera di Saverio Mercadante, Caritea, regina di Spagna — robetta: «Chi per la patria muor vissuto è assai, / la fronda dell’allor non langue mai. / Piuttosto che languir sotto i tiranni, / è meglio di morir sul fior degli anni».
La cosa mi è venuta in mente sentendo l’intervista fatta al padre di uno dei militari morti (recupereranno mai i nostri gazzettieri cannibali necrofili deamicisiani e astuti un briciolo della prisca dignità che fu di Edoardo Scarfoglio, tanto per dirne uno? Ne dubito. Chiusa parentesi). Quest’uomo, comprensibilmente disperato per la tragedia peggiore che possa toccare a un padre, si aggrappava al solo concetto in grado di rendergli tollerabile lo strazio: “mio figlio è morto per la patria”.
Peccato che suo figlio non sia morto per la patria. Suo figlio è morto per niente, verrebbe da dire, ma purtroppo non è così. Suo figlio, come tutti i militari italiani morti in terra straniera dall’11 settembre 2001 in poi, è morto per difendere gli interessi della “nazione sotto Dio” che ha distrutto la sovranità nazionale dell’Italia facendone una risibile colonia e calpestandone ogni dignità — lo si vede tutti i giorni, e lo si può toccare con mano.

Ma “patria” è una parola magica: basta pronunciarla perché tutti si alzino idealmente in piedi salutando la bandiera e stonando l’inno nazionale, mentre nella memoria si affollano alla rinfusa i nomi di quanti, nei secoli e col loro sangue, hanno fatto l’Italia — càpita pure che scenda una lacrima. Ha funzionato così anche stavolta: Massimiliano Ramadù e Luigi Pascazio sono morti per la patria, e guai a chi s’azzarda a cavillare su termini e concetti. Fatto sta che sono morti: in missione di pace ma in divisa — guai a chi non porta le proprie armi, perché dovrà portare quelle degli altri.

C’è anche un’altra paroletta magica, ed è “mamma”.
Lo impariamo da piccolissimi: basta dirla, magari piangendo un po’, e la mamma arriva subito.
Ma c’è di più. Questa magia non si esaurisce qui, e nemmeno finisce con l’età adulta: basta parlare di mamme, e l’ICP (Indice di Commozione Pubblica) schizza fuori scala. Lo sanno perfettamente i gazzettieri e i pubblicitari, non ho bisogno di star qua io a raccontarvelo.
L’ultimo esempio ci viene offerto dalla triste vicenda della famiglia Briatore, deprivata del suo yacht per colpa di un’ordinanza malandrina della Guardia di Finanza che ne decretava il sequestro.
Lo choc è stato tale che alla signora Gregoraci in Briatore è capitato di perdere il latte, mentre l’erede Falco Nathan sembra aver accusato disturbi del sonno. Elisabetta Gregoraci ha poi smentito la cosa, ma le malelingue sostengono che si tratti di una “pezza a colore”, come dicono a Napoli.
Io mi limito a chiedermi cosa dovrebbero dire le mamme e i bambini della Striscia di Gaza, laggiù nella Palestina occupata. Potrei anche interrogarmi sulla reale possibilità che esista una giustizia a questo mondo, come sosteneva quel bosino del Renzo T.; ma forse non mi resta che sperare in un universo parallelo.

A Malcolm X, che oggi compirebbe gli anni

Oggi, se fosse vivo, Malcolm X compirebbe 85 anni.
Il 27 aprile scorso è uscito di prigione Talmadge Hayer, noto anche come Thomas Hagan, uno degli assassini di Malcolm X — sembra che Sarah Palin (noi abbiamo la Santanché, gli americani sono più forti e hanno scelto per primi) abbia commentato «era ora!», ma non trovo pezze d’appoggio e non mi assumo la responsabilità della cosa. Che se anche fosse vera, non mi stupirebbe.
Malcolm X, dunque, avrebbe 85 anni: mica me lo vedo, però. Per me, che ho imparato a conoscerlo una buona decina d’anni dopo la sua morte, non può che restare così com’era il 21 febbraio del 1965, quando fu tolto di mezzo da qualcuno dei molti che lo consideravano ormai troppo scomodo.
A lui e al suo sogno spezzato dedico quello che scrissi a quarant’anni dal suo assassinio. Tanto, per me, Malcolm X è uno di quelli che non muore mai.



Sono passati quarant’anni dalla morte di Malcolm X. Quarant’anni dall’assassinio di un uomo che fu e resta il simbolo delle rivendicazioni avanzate dai neri americani contro l’oppressione statunitense.
Non è il caso di aggiungere altro: la sua biografia e il suo pensiero li trovate in rete — se vi interessa sapere o ricordare qualcosa di quest’uomo, preparatevi spiritualmente e non fate le vittime: perché se ancora pensate che si debba avere la pelle bianca per avere anche il diritto di parlare di libertà e dignità, siete fuori strada di brutto.
È chiaro che Malcolm X dice cose che possono suonare assai sgradevoli alle orecchie delicate e cloroformizzate di tanti onesti euroccidentalisti: pertanto, se in voi la curiosità è più forte dell’abitudine passatevi una mano sulla coscienza, non dite che non ve l’avevo detto e leggetevi qualche brano scelto (da me…) dell’appassionato discorso che Malcolm X tenne il 3 aprile 1964 nella Cory Methodist Church di Cleveland — e fateci sopra un pensierino, ché male non fa. Auguri tanti.


La scheda o il fucile
«[…] No, io non sono americano. Sono uno dei ventidue milioni di uomini dalla pelle nera che sono vittime dell’americanismo, uno dei ventidue milioni di vittime della democrazia che non è altro che un’ipocrisia travestita. Non vengo qui a parlarvi da americano, da patriota, non sono uno che saluta la bandiera o che la tira fuori ad ogni occasione, no! Io vi parlo da vittima del sistema americano; vedo l’America con gli occhi della vittima e non riesco a vedere nessun sogno americano. Quello che vedo è un incubo americano. […] la scelta è oggi tra la scheda e il fucile. La scheda o il fucile, vi ripeto. Se avete paura di servirvi di questa espressione, ebbene tornatevene in campagna, nel campo di cotone, oppure in qualche vicolo buio dei bassifondi. […] è proprio il governo, il governo degli Stati Uniti, il responsabile dell’oppressione, dello sfruttamento e della degradazione del popolo nero in questo paese. […] c’è un nuovo modo di affrontare i problemi che si sta facendo strada, un nuovo modo di pensare e una nuova strategia. Questo mese saranno le bottiglie Molotov, il prossimo le bombe a mano e il prossimo ancora qualche altra cosa. Ci saranno o le schede o i fucili, o la libertà o la morte. L’unica differenza, però, tra questa e l’altra morte è che sarà reciproca. […] normalmente non ho a che fare con gente importante, ma solo con persone comuni. Credo che si possano mettere insieme tante di queste persone comuni e spazzar via tanti di quei personaggi importanti. Quelli non hanno nulla da perdere e nulla da guadagnare e te lo dicono subito che per ballare il tango bisogna essere in due e quando si muove l’uno anche l’altro è costretto a muoversi. […] È giusto cercare di assicurarsi diritti civili se essi significano uguaglianza di opportunità perché noi non cerchiamo di fare altro che riscuotere gli interessi dei nostri investimenti. I nostri padri e le nostre madri hanno investito in questo paese il loro sudore e il loro sangue […] Questo è il nostro investimento, il nostro contributo, il nostro sangue perché non soltanto noi abbiamo dato loro gratuitamente la nostra fatica, ma anche il nostro sangue. Tutte le volte che l’uomo bianco chiamava il paese alla guerra, noi siamo stati i primi a indossare l’uniforme e a morire su tutti i campi di battaglia. Il nostro sacrificio è stato più grande di quelli compiuti da chi oggi gode di una posizione di privilegio in America. Il nostro contributo è stato più grande ma in cambio abbiamo ricevuto meno di tutti. […] Cercate di capire che quando volete ottenere ciò che vi appartiene, chiunque vi privi di tale diritto è un criminale. Quando volete ottenere ciò che è vostro, siete nel pieno diritto di esigerlo e chiunque cerca di privarvene infrange la legge ed è un criminale. Questo principio fu indicato chiaramente nella sentenza della Corte Suprema che dichiarava illegale la segregazione. Ciò vuol dire che si tratta di un comportamento contrario alla legge, che il segregazionista viola la legge e quindi è un criminale. Non c’è altro modo per definirlo e quando voi dimostrate contro la segregazione, siete dalla parte della legge e la Corte Suprema è con voi.
Ora, chi è che si oppone a voi quando volete far applicare la legge? La polizia, con i suoi cani e i suoi manganelli. Quando voi dimostrate contro la segregazione, sia che si tratti delle scuole, delle zone residenziali o di qualsiasi altra cosa, avete la legge dalla vostra parte e coloro che vi si oppongono non la rappresentano più, ma anzi la violano e quindi non sono più suoi rappresentanti. […] Se non sarete capaci di agire con fermezza, i vostri figli cresceranno «vergognandosi» di voi: se non assumete un atteggiamento deciso. Con ciò non voglio dire che dovete essere violenti, ma al tempo stesso che non dovete mai essere non violenti a meno che non incontriate chi si comporta pacificamente. Io sono non violento con quelli che lo sono con me, ma quando qualcuno usa la violenza nei miei confronti, allora è come se impazzissi e non sono più responsabile delle mie azioni. […] Quando sapete di non infrangere la legge, di battervi per i vostri diritti legali e morali, secondo giustizia, allora sappiate morire per quello in cui credete. Ma non morite soli, fate che la vostra morte sia reciproca. Questo è quello che s’intende per uguaglianza. Occhio per occhio, dente per dente. […] Il mondo deve sapere che le mani di questa società grondano sangue. Il mondo deve sapere quanto è grande la sua ipocrisia. La scelta sia dunque tra la scheda e il fucile. L’America sappia dunque che l’unica alternativa è quella fra la scheda e il fucile.»

(La versione originale di questo scritto è apparsa su “Orion” n. 245/febbraio 2005 - © Alessandra Colla)

Roberto Giammanco: «Missione politico-religiosa, schiavitù ed etnocidi negli Stati Uniti d’America»

Per gentile concessione dell’Autore e del Circolo Amerindiano di Perugia, il testo dell’intervento tenuto dal prof. Roberto GIAMMANCO in occasione del XXXII Convegno Internazionale di Americanistica (Perugia, 3-10 maggio 2010).



Il globalismo economico, mediatico e militarizzato del nostro tempo non può fare i conti con la sua storia: nella sua distruttività, non conosce il senso del limite. Paradigmi–slogan come “missioni di pace”, “guerre senza testimoni” o “scontro di civiltà” assicurano la continuità ad una civilizzazione distruttrice fondata, nel corso dell’età moderna, sul genocidio-etnocidio degli indios e dei nativi del Nord America, e su quell’insostituibile moltiplicatore del capitalismo che è la schiavitù in tutte le sue forme, anche moderne.

L’immaginario cristiano, con la sua oculata ambivalenza tra la conversione salvifica imposta all’infedele, da un lato, e la sua demonizzazione e distruzione dall’altro, ha sempre accompagnato questi genocidi, li ha fatti interiorizzare, assicurandone l’istituzionalizzazione e la durata. L’universalismo cristiano della missione corre parallelo, con puntuale sincronia, al globalismo della conquista e dell’etnocidio. Anche questo, senza limiti.
Cristoforo Colombo nel suo Libro de las profecìas si diceva certo che entro un secolo e mezzo sarebbe arrivata la Fine Tempi. Tutti gli infedeli, in primis gli ebrei sarebbero stati convertiti o distrutti, e la Terrasanta sarebbe stata liberata grazie all’oro che era sicuro di trovare nelle “miniere del re Salomone”. Colombo si sentiva portatore del disegno divino della redenzione dei cristiani e del conseguente, inevitabile sterminio di tutti gli infedeli.
Nel 1579 John Stubb, nella sua opera The discovery of the Gaping Gulf, definì gli inglesi “il popolo scelto da Dio” e, sempre nello stesso anno, John Lyly in polemica con i papisti della Chiesa di Roma, a quell’epoca identificata con l’Anticristo, affermava che “il Dio vivente è soltanto il Dio inglese”.
La Bibbia costituiva il punto di riferimento dominante in ogni aspetto della vita civile e politica. I Puritani che agli inizi del XVII secolo avevano attraversato l’Atlantico credevano fermamente che, in quanto “popolo scelto” spettasse a loro il compimento della missione di creare la Nuova Israele nelle solitudini selvagge dell’America del Nord. “Troveremo che il Dio di Israele è tra di noi – predicava John Winthrop nel 1630 – e farà sì che noi diventeremo lode e gloria per quelli che verranno… Noi dobbiamo considerarci come una città sulla collina, una nuova Sion…”
Il disegno divino sembrò manifestarsi con una prima, provvidenziale epidemia di vaiolo che annientò quasi completamente la popolosa tribù dei Pequot, che pure avevano accolto i Puritani aiutandoli a sopravvivere durante i primi inverni nella Nuova Inghilterra. Pochi anni dopo, nel 1637, le truppe della colonia del Connecticut agli ordini di John Mason massacrarono sistematicamente i Pequot superstiti incendiandone i villaggi e, come raccontò lo stesso Mason, “il terrore fu tale che per sfuggirci si buttarono tra le fiamme. Così il Signore, giudice degli infedeli, ha riempito quei luoghi di cadaveri”.
Sembra di leggere il Deuteronomio 20, 17: “Nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità non lascerai in vita alcun vivente, ma li voterai allo sterminio”. Una quindicina di Pequot superstiti furono imbarcati per le Indie occidentali e venduti come schiavi. Si concludeva così “la giusta opera di Dio”, come la definì il puritano William Bradford.

Dopo l’Indipendenza, la tattica dello sterminio assunse anche forme diverse. È incalcolabile il numero dei trattati stipulati dal Governo degli Stati Uniti e dai singoli stati con le cosiddette Nazioni indiane, tutti disattesi e molti interrotti, al momento della firma, dall’arresto o dall’assassinio dei capi nativi. Con la sua ironia di aristocratico Alexis de Tocqueville smascherava così l’ipocrisia del legalismo americano: “… a differenza degli spagnoli del XVI secolo, la condotta degli americani verso i nativi fu ispirata dal più puro attaccamento alle formalità legali … È assolutamente impossibile distruggere gli uomini con un maggior rispetto delle leggi dell’umanità”.
L’etnocidio degli indiani fu portato avanti parallelamente allo sviluppo capitalistico con la conquista del West. Nel 1814 Andrew Jackson diresse i suoi uomini mentre scotennavano gli indiani morti per confezionare briglie per i cavalli e si premurò che i souvenir provenienti dai cadaveri fossero distribuiti alle signore del Tennessee. Nello sterminio dei Creek aveva sovrainteso alla mutilazione di ben ottocento cadaveri di uomini, donne e bambini amputando loro il naso per poterli contare e dimostrare a tutti che la sua missione di civiltà era stata compiuta. A giustificazione delle sue imprese, Jackson dichiarò che “questi selvaggi non possono neppure essere evangelizzati né c’è speranza che entrino a far parte della nostra civiltà”.
Nel 1829 fu proprio Andrew Jackson, ormai divenuto settimo presidente degli Stati Uniti, a firmare l’Indian Removal Act, la deportazione di 17.000 Cherokee dalla Georgia al Missouri lungo il “sentiero delle lacrime”. Pochi mesi dopo l’arrivo nel territorio indiano, i Cherokee erano ridotti a meno di 2000.

La guerra contro il Messico fu, per le truppe americane, nient’altro che una feroce scorreria che si concluse nel 1849 con la pace di Guadalupe Hidalgo che sanzionò l’annessione agli Stati Uniti di più di metà del territorio messicano. In California, all’arrivo degli americani la popolazione nativa era ridotta a un quarto rispetto al 1769, anno in cui erano giunti i missionari francescani il più autorevole dei quali era il padre Junipero Serra, oggi in odore di santità. I missionari battezzavano i nativi e poi li usavano come schiavi tenendoli in condizioni di vita insostenibili che li portavano alla morte o, in una larga percentuale, li spingevano al suicidio.
Gli imprenditori americani continuarono per decenni il commercio di schiavi indiani. La schiavitù era legalizzata dalle autorità: per quanto riguarda i bambini, bastava dimostrare che erano orfani. Nel 1864 le cronache parlano di moltissimi casi in cui, fuori delle riserve, si uccidevano i genitori per poter prendere i figli come schiavi. Erano considerati “schiavi umili e obbedienti, meglio dei neri…”.

Nel 1619, a Jamestown in Virginia furono sbarcati i primi venti schiavi negri. L’arrivo di quel manipolo di africani incatenati pose subito il problema di istituzionalizzare l’ineguaglianza per caratteristiche razziali accanto alla ineguaglianza per classe e per genere sessuale. Come gli indiani anche i negri, in quanto schiavi, erano “inesistenti”, “invisibili”; per di più erano percepiti come appartenenti ad una razza che si collocava a metà tra l’uomo e gli animali. Nella Costituzione degli Stati Uniti la schiavitù è riconosciuta e legittimata senza mai chiamarla per nome. Il numero dei rappresentanti dei singoli Stati – recita il testo dell’articolo 1, sezione 2 – è stabilito aggiungendo al totale delle persone libere, escludendo gli indiani, che non sono tassati, i tre quinti di “tutte le altre persone”. L’esclusione per caratteristiche razziali fu subito riconosciuta come lo strumento più efficace per lo sfruttamento del lavoro e per mantenere costante l’ineguaglianza sociale fra gli stessi bianchi.
L’illuminista Thomas Jefferson condannava la schiavitù in nome dei diritti naturali ma, al tempo stesso, si preoccupava che gli schiavi si ribellassero in massa. Nelle Notes on Virginia (1793-97) osservava: “…. Per quanto riguarda la memoria, i negri sono quasi alla pari con noi; per la ragione, no…. Milioni e milioni sono stati portati o sono nati qui in America. E se è innegabile che la maggior parte di loro non ha fatto altro che lavorare nei campi… tuttavia avrebbero potuto approfittare per imparare dalla conversazione e dai rapporti con i padroni… ”.
Thomas Jefferson era convinto che, sessualmente, i negri erano ancora assimilabili al mondo animale. Va ricordato che lo stesso Jefferson era padrone di 185 schiavi, mentre Washington ne aveva 216. Dal 1795 al 1808 la domestica negra dell’illuminista Jefferson, Sally Hammings, gli aveva partorito cinque figli, emancipati poi appena divenuti adulti. Per questo nel 1802 fu accusato dei reati capitali di concubinato e missgenation, cioè di rapporti sessuali illeciti fra le due razze.

La società americana nasce dal sistema di casta già istituzionalizzato da quasi due secoli di dominio coloniale britannico. Con l’Indipendenza fu creato un meccanismo politico oligarchico basato sui diritti di proprietà individuale, sul libero flusso dei capitali e delle merci, sul controllo sociale della manodopera per “caratteristiche razziali”. In un tale contesto non suona affatto cinica l’affermazione di George Washington secondo cui “la schiavitù era sì immorale… e senza dubbio alcuno tutti gli schiavi avrebbero diritto alla libertà… Ma noi dipendiamo da loro per il lavoro pesante necessario a garantire il benessere della nazione, e per questo non possiamo abolirla”.
Il fondamento giuridico dell’articolo 1, sezione 2 della Costituzione lo dette James Madison, uno dei Padri Fondatori più autorevoli in materia di diritto. Leggiamo in The Federalist, n. 54: “Gli schiavi assommano in sé due qualità. Le nostre leggi sotto certi aspetti li considerano persone, e sotto altri proprietà… Gli schiavi non sembrano appartenere alla specie umana, ma piuttosto a quella categoria di animali irrazionali che rientrano nella categoria del legittimo possesso”.
Riguardo alla schiavitù John Carroll, teologo cattolico di Baltimora, firmatario della Dichiarazione di Indipendenza e anche lui padrone di schiavi, insegnava che la Chiesa riconosce solo quattro titoli validi per la schiavitù: cattura in guerra, punizione per i crimini più gravi, compravendita e nascita.
La posizione della Chiesa cattolica era stata sempre de facto favorevole alla schiavitù, praticata in prima persona (confronta su questo tema l’unico studio, documentatissimo, della bibliografia italiana: Chiesa e schiavitù, Roma, 2009, di Alessandro Corvisieri che è qui presente).
Nel 1537 i frati domenicani, su ispirazione di Bartolomè de las Casas, ottennero da Paolo III Farnese l’Enciclica Sublimis Deus del 2 giugno del 1537, diretta a tutta la cristianità. Cito dall’Enciclica: “… dichiariamo che i predetti Indios e tutti gli altri popoli che in futuro verranno scoperti dai cristiani, anche se non sono cristiani, non possono essere privati della libertà e del dominio delle loro proprietà… né che si possano ridurre in schiavitù”, pena la scomunica per tutti i trasgressori. Ma 1 anno e 17 giorni dopo, il 19 giugno 1538, lo stesso Paolo III emette il Breve Non indecens videtur in cui dichiarava di “cassare, cancellare e annullare” l’Enciclica che vietava la schiavitù.
Cosa era accaduto? Nell’incontro di Nizza, l’imperatore Carlo V gli aveva fatto presente che, se l’Enciclica fosse stata applicata, avrebbe perduto il quinto dell’oro e dell’argento di sua spettanza, estratto dalle miniere del Nuovo Mondo, oltre al fatto che sia gli encomenderos che gli ordini religiosi non avrebbero più potuto disporre di manodopera.
Dopo questa autocensura papale, che la Chiesa ha sempre occultato, non ci fu più alcun intervento per l’abolizione della schiavitù. Con l’esaurimento della manodopera india, anche nell’Impero spagnolo furono importati schiavi negri.

Nelle varie confessioni cristiane le posizioni assunte nei confronti della schiavitù erano sostanzialmente identiche. I testi giustificativi di Paolo sono sempre gli stessi (1 Corinzi 7:20; Colossesi 3:24; Efesini 6:5-8; Pietro 1 2:18-20; Filemone 25:8-20), tutti a prova dell’eterna simbiosi fra missione cristiana e potere economico-sociale.
“Ciascuno rimanga nella condizione in cui era quando fu chiamato. Sei stato chiamato da schiavo? Non ti preoccupare: anche se puoi diventare libero, approfitta della tua condizione. Perché lo schiavo che è stato chiamato nel Signore è un uomo libero al servizio del Signore. Allo stesso modo, chi è stato chiamato da libero è schiavo di Cristo” (1 Corinzi 7:35).
“Schiavi, obbedite ai vostri padroni terreni secondo la carne, con timore e tremore, come a Cristo… prestando servizio volentieri come chi serve il Signore e non gli uomini” (Efesini 6:5-8).
Nelle piantagioni del Sud gli schiavi potevano essere definiti cristiani solo a patto di accettare la “sanzione divina” per ogni disobbedienza al padrone terreno. Premio: la salvezza eterna, ovvero “la torta in cielo”, come diceva quel grande chiarificatore che è stato Malcolm X. La dottrina che attribuiva alla saggezza divina la caduta della razza negra nella schiavitù ebbe la sua copertura biblica con la grottesca “teologia di Canaan” (Genesi 9:21-27). Noè, ubriaco si addormenta nudo. Il più giovane dei suoi figli, Cam, lo guarda mentre giace in quell’atteggiamento scomposto e ne parla con i fratelli Sem e Jafet che ricoprono il vegliardo tenendo lo sguardo volto altrove. Al risveglio raccontano tutto all’ormai sobrio Noè il quale maledice Canaan, il più giovane dei quattro figli di Cam, assegnandolo in perpetua schiavitù con tutti i suoi discendenti a Sem e Jafet. Quell’episodio servì al clero schiavista per legittimare il principio secondo cui i figli meritano di essere puniti per le colpe dei padri e per riaffermare che l’autorità dipende dal dettato biblico.
Nel Maryland, in gran parte cattolico, gli schiavi erano proprietà personale dei preti, dei conventi, dei seminari e delle scuole cattoliche. In Louisiana, in base al Black Code, il Codice Nero di Bienville (1724) fondatore di New Orleans, tutti gli schiavi dovevano essere battezzati; ammessi sì in chiesa e ai sacramenti ma esclusi da ogni altra pratica religiosa. Il vescovo Martin D. Natchitoches definiva la schiavitù “una soluzione autenticamente cristiana grazie alla quale milioni e milioni di esseri umani passano dalla notte dell’ignoranza e del paganesimo alla luce abbagliante dello Spirito Santo”.

Negli Stati Uniti, il primo prete cattolico nero ricevette gli ordini nel 1891, e fino al 1930 erano attivi solo tre preti neri. Al contrario i battisti e i metodisti permettevano ai neri convertiti di predicare; e furono queste le origini della Chiesa Nera, che peraltro rimase sempre segregata. Le Chiese Nere, autofinanziate e poverissime, divennero il microcosmo ideale della società che i neri non avevano, e insieme l’arena in cui esercitare i modelli, le facoltà e le aspirazioni che la società bianca proponeva e materializzava per sé, negandoli a loro.

Alla radice dell’immaginario politico-religioso della nazione americana c’è l’idea di missione del popolo eletto. Nel 1749 Benjamin Franklin laicizzò quell’idea presentandola come “religione civile”, un contenitore di tutte le realtà religiose disposte ad accettare queste premesse: esistenza di Dio, creazione del mondo, missione perpetua per garantire una convivenza fondata sui valori biblici di una democrazia oligarchica.
Nella storia degli Stati Uniti il capitalismo si è sempre sviluppato come darwinismo sociale all’ombra della “religione civile” che porta in sé l’esclusione e la demonizzazione di tutte le culture che non rientrano nel suo canone politico e biblico.
Di volta in volta, l’immaginario della missione perpetua si chiamerà Destino manifesto, Guerra giusta, Esportazione della democrazia, Difesa della civiltà occidentale contro grandi o piccoli “imperi del male”.
Il globalismo economico, mediatico e militarizzato che decide chi deve vivere e chi deve morire si intreccia indissolubilmente con tutta la violenza della Missione.

Ahmadinejad: «Energia nucleare per tutti, armi nucleari per nessuno»

Nel meritevole luogo della rete che non sta con Oriana, il testo integrale del discorso tenuto all’ONU dal presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Da leggere e sperabilmente da comprendere, prima di commentarlo.

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