Archive for Novembre, 2007

La Giornata del Gatto Nero

Oggi, a quanto pare, si celebra la Giornata del Gatto Nero.
Per la verità esiste anche una Giornata del Gatto, da festeggiare il 17 febbraio. Ma il gatto nero sembra giustamente meritare un ricordo a parte. Le atrocità di cui questo particolare tipo di gatto è stato fatto oggetto (insieme ai suoi simili d’ogni colore) da parte dell’ideologia cattolica fanno sì che io non possa nutrire la minima considerazione né provare la minima simpatia per questa odiosa forma di monoteismo — atteggiamento che non origina solo da questo, ma anche da questo.
Sembra incredibile, ma il magistero della Chiesa ha avuto il suo peso anche stavolta:

GIORNATA DEL GATTO NERO

NASCE LA GIORNATA DI TUTELA E DIFESA DEI GATTI NERI IN ITALIA NE SPARISCONO 60.000 ALL’ANNO DI QUESTI 1500 SOLO NELLE CITTA’ DI MILANO, ROMA E TORINO.

Milano (18 agosto 2007) Da troppi secoli i gatti neri sono bistrattati e considerati di volta in volta come animali portatrici di sfortuna, animali che impersonano il male, nei secoli poi il gatto nero era collegato alle streghe e alle fattucchiere. Ora invece sono diverse le segnalazioni di gatti neri scomparsi a volte uccisi da persone in preda a stupide superstizioni, o in alcuni altri casi ammazzati durante riti esoterici e forse anche satanici. E’ ora di dire basta e di ridare la giusta dignità felina al gatto che nasce con il pelo nero e superare tutte le superstizioni che anche in Italia hanno il loro apice nella notte di Halloween quando molti di questi mici perdono la vita a causa di persone superstiziose e allo stesso tempo ignoranti.
L’associazione italiana difesa animali ed ambiente che da tempo di batte per combattere il fenomeno della sparizione dei gatti neri ( e più in generale dei mici) ha deciso di istituire la giornata di TUTELA E DIGNITA’ DEI GATTI NERI. L’idea è quella di celebrare la giornata il 17 novembre di ogni anno con un convegno che presenti i dati del lavoro fatto da AIDAA e da tutte le altre associazioni animaliste, ma anche premiando coloro che in qualche modo si dedicano alla cura ed alla salvezza dei gatti neri.
La scelta del17 novembre ha due forti significati, il primo legato al giorno 17 che insieme ai gatti neri rappresenta nella mente dei superstiziosi il simbolo della sfortuna,il mese di novembre viene individuato in contrapposizione alla notte di halloween che si celebra nello stesso mese.
L’idea dell’AIDAA in questo primo anno è quella di realizzare una mostra in una importante città italiana (Milano o Roma) oltre ad un convegno di portata nazionale sul micio nero e sulle sue qualità positive. Per questo motivo AIDAA chiede a tutti coloro che intendono aderire e sostenere la proposta (privati ma anche associazioni) di aderire mandando una e-mail all’indirizzo di posta elettronica salviamoigattineri@tiscali.it.
L’obiettivo è quello di ribaltare il mito negativo del micio nero e per questo tutti coloro che con fotografie, filmati o testimonianze vogliono aderire alla giornata di AIDAA possono anche contattare l’ufficio di presidenza dell’associazione telefonando al 3478883546.
“I gatti neri sono tra quelli maggiormente presi di mira dai superstiziosi e dai delinquenti che si divertono ad ammazzare questi mici di nero mantato- ci dice Lorenzo Croce Presidente nazionale AIDAA- secondo i nostri dati sono almeno 60.000 all’anno i gatti neri che spariscono, che vengono rapiti o abbandonati o ammazzati in riti esoterici o satanici di questi almeno 7.000 nella sola Lombardia e dai 1.200 ai 1.500 esemplari ogni anno nelle sole provincie di Milano, Roma e Torino. Ecco perché è nostra intenzione realizzare una giornata che oltre a rilanciare la bellissima figura del micio di nero mantato aiuti anche a superare le superstizioni collegate a questo gatto con l’obbiettivo primario di ridurre sensibilmente gli abbandoni e i rapimenti” per info 3478883546-3926552051

Dal canto mio, ho avuto la fortuna di condividere un lungo tratto di strada con un gatto nero che ovviamente definirò bellissimo, e che altrettanto ovviamente si chiamava Nerone. L’unico gatto nero in una moltitudine di felini che accompagnano la mia vita da sempre. Adesso non c’è più, ovvero non è più visibile ai mei occhi in questa dimensione. Ma so che si aggira per casa, insieme ai molti quattrozampe felini e canini che l’hanno preceduto; e naturalmente non ho bisogno di questa giornata per ricordarmelo. Ma una simile iniziativa mi piace, e chissà mai che non possa aprire gli occhi di qualcuno sul mondo incantato che ogni gatto reca con sé.
Onore al Gatto Nero…

Se io fossi di destra /3: Casarini

Non sono di destra. Ma se lo fossi proverei ad interrogarmi sulle ragioni che hanno spinto il leader dei “disobbedienti” Casarini a proporre una sorta di tregua invitando gli ultras a marciare con lui e la sua gente a Genova.
Certo, Casarini non è Togliatti; son passati 70 anni da quel famoso appello; e non ci son più i fascisti di una volta… Però chiedere non costa niente.

Appello ai fratelli in camicia nera

Agli operai e ai contadini,
Ai soldati, ai marinai, agli avieri, ai militi,
Agli ex-combattenti e ai volontari della guerra abissina,
Agli artigiani, ai piccoli industriali e ai piccoli esercenti,
Agli impiegati e ai tecnici,
Agli intellettuali,
Ai giovani,
Alle donne,
A tutto il popolo italiano!

Italiani!
L’annuncio della fine della guerra d’Africa è stato da voi salutato con gioia, perché nel vostro cuore si è accesa la speranza di veder, finalmente, migliorare le vostre penose condizioni di esistenza.
Ci fu ripetuto che i sacrifici della guerra erano necessari per assicurare il benessere al popolo italiano, per garantire il pane ed il lavoro a tutti i nostri lavoratori, per realizzare — come disse Mussolini — «quella più alta giustizia sociale che, dal tempo dei tempi, è l’anelito delle moltitudini in lotta aspra e quotidiana con le più elementari necessità della vita», per dare terra ai nostri contadini, per creare le condizioni della pace.
Sono trascorsi parecchi mesi dalla fine della guerra d’Africa, e nessuna delle promesse che ci vennero fatte è stata ancora mantenuta.
Anzi, le condizioni delle masse sono peggiorate con la fine della guerra africana; mentre si accresce di giorno in giorno per il nostro paese, la minaccia di esser trascinato in una guerra più grande, in una guerra mondiale.
Perché le promesse che vengono fatte al popolo non sono mai mantenute? Perché il nostro popolo non riesce a risollevarsi, e viene gettato nelle guerre a ripetizione che dovrebbero salvarlo dalla miseria e che aumentano, invece, sempre di più la sua miseria?

Italiani!
La causa dei nostri mali e delle nostre miserie è nel fatto che l’Italia è dominata da un pugno di grandi capitalisti, parassiti del lavoro della Nazione, i quali non indietreggiano di fronte all’affamamento del popolo, pur di assicurarsi sempre più alti guadagni, e spingono il paese alla guerra, per estendere il campo delle loro speculazioni ed aumentare i loro profitti.
Questo pugno di grandi capitalisti parassiti hanno fatto affari d’oro con la guerra abissina; ma adesso cacciano gli operai dalle fabbriche, vogliono far pagare al popolo italiano le spese della guerra e della colonizzazione, e minacciano di trascinarci in una guerra più grande.
Solo la unione fraterna del popolo italiano, raggiunta attraverso alla riconciliazione tra fascisti e non fascisti, potrà abbattere la potenza dei pescicani nel nostro paese e potrà strappare le promesse che per molti anni sono state fatte alle masse popolari e che non sono state mantenute.
L’Italia può dar da mangiare a tutti i suoi figli.

Italiani!
Il nostro paese può dar da mangiare a tutti i suoi figli e non ha da temere, come una disgrazia, l’aumento della popolazione.
Guardate, figli d’Italia, fratelli nostri, guardate i gioielli dell’industria torinese, le mille ciminiere di Milano e della Lombardia, i cantieri della Liguria e della Campania, le mille e mille fabbriche sparse nella Penisola, dalie quali escono macchine perfette e prodotti magnifici che nulla hanno da invidiare a quelli fabbricati in altri paesi.
Tutta questa ricchezza l’avete creata voi, operai italiani: l’ ha creata il vostro lavoro intelligente e tenace, accoppiato al genio dei nostri ingegneri e dei nostri tecnici. Guardate, figli d’Italia, le nostre campagne dove si è accumulato il lavoro secolare di generazioni di contadini. Sì, il nostro è il paese del sole, dell’azzurro cielo e dei fiori; ma la nostra Italia è bella soprattutto perché i nostri contadini l’ hanno abbellita con il loro lavoro.
Queste opere le avete create voi, con il vostro lavoro, operai italiani, voi che avete fatto dare al nostro popolo il nome di “popolo di costruttori”.
Noi abbiamo ragione di inorgoglirci. Questa Italia bella, queste ricchezze sono il frutto del lavoro dei nostri operai, dei nostri braccianti, dei nostri ingegneri, dei nostri tecnici, dei nostri artisti, del genio della nostra gente.
Ma questa ricchezza non appartiene a chi l’ ha creata.
Essa è nelle mani di poche centinaia di famiglie, di grossi finanzieri e di capitalisti, di grandi proprietari fondiari, che sono i padroni effettivi di tutta la ricchezza del paese, che dominano l’economia del paese.
Questo pugno di dominatori del paese sono i responsabili della miseria del popolo, delle crisi, della disoccupazione. Essi non si preoccupano dei bisogni del popolo, ma dei loro profitti.
A questa gente non importa che milioni di operai e di braccianti siano senza lavoro, che migliaia e migliaia di giovani vivano nell’ozio forzato, che la gioventù uscita dalle scuole non trovi una occupazione, mentre utilizzando tutta questa grande forza, oggi inoperosa, si potrebbero moltiplicare le ricchezze del paese.
I pescicani capitalisti affamano il popolo, gettano sul lastrico gli operai, aumentano lo sfruttamento degli operai che lavorano e abbassano il loro salario, provocano la rovina dei contadini, dei piccoli industriali, dei piccoli commercianti, e degli artigiani; e quando il popolo è caduto nella miseria gli dicono che bisogna fare la guerra, che bisogna andare a farsi ammazzare per riempire le loro casseforti.
I pescicani non vogliono pagare le conseguenze della crisi che essi hanno provocata, anzi, si fanno pagare da tutta la Nazione i miliardi necessari a colmare il passivo delle loro aziende!
I pescicani impongono al popolo una spesa annua di sei miliardi di lire per la preparazione della guerra!
E per tenere a freno il popolo affamato, per imporgli i più duri sacrifici, i pescicani hanno bisogno di un forte apparato di polizia che costa al paese più di un miliardo all’anno.
Quarantatre milioni di italiani lavorano e penano per arricchire un pugno di parassiti.
Sono questi grandi magnati del capitale che impediscono l’unione del nostro popolo, mettendo fascisti e antifascisti gli uni contro gli altri, per sfruttarci tutti con maggiore libertà.
Sono questi parassiti del lavoro nazionale e del genio italiano che hanno tolto ogni libertà al popolo, hanno imbavagliato i lavoratori, i tecnici, gli intellettuali, fascisti e non fascisti, per sfruttarli meglio ed asservirli; sono questi grandi razziatori della ricchezza del paese che hanno corrotto la nostra vita pubblica, arricchendo certi alti funzionari e gerarchi dello Stato e del Partito fascista, che ieri erano poveri ed oggi hanno ville, automobili e capitali investiti — per farsene degli strumenti servizievoli; sono questi briganti che ci portano alla guerra, perché la guerra aumenta enormemente i loro profitti ed offre loro la possibilità di nuove ladrerie, di nuove ladrerie, grandi accumulazioni di ricchezze.

Popolo Italiano!
Unisciti per liberare l’Italia da queste canaglie che dispongono della vita di quarantatre milioni di italiani, che affamano il nostro paese, e lo portano alla rovina, alla guerra in permanenza; unisciti per far pagare ai pescicani le spese della guerra e della colonizzazione!

[..]

I comunisti fanno proprio il programma fascista del 1919, che è un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori […]
Lottiamo uniti per la realizzazione di questo programma…

FASCISTI DELLA VECCHIA GUARDIA! GIOVANI FASCISTI!
Noi proclamiamo che siamo disposti a combattere assieme a voi.

LAVORATORE FASCISTA, noi ti diamo la mano perché con te vogliamo costruire l’Italia del lavoro e della pace, e ti diamo la mano perché noi siamo, come te, figli del popolo, siamo tuoi fratelli, abbiamo gli stessi interessi e gli stessi nemici, ti diamo la mano perché l’ora che viviamo è grave, e se non ci uniamo subito saremo trascinati tutti nella rovina […] ti diamo una mano perché vogliamo farla finita con la fame e con l’oppressione. È l’ora di prendere il manganello contro i capitalisti che ci hanno divisi, perché ci restituiscano quanto ci hanno tolto […]

Popolo Italiano!
Noi comunisti italiani combattiamo per rovesciare il dominio dei capitalisti nel nostro paese, per strappare dalle mani dei capitalisti che le monopolizzano le ricchezze del nostro paese e
restituirle al popolo che le ha prodotte; noi combattiamo per fondare in Italia uno Stato in cui ogni cittadino abbia il diritto al lavoro e a ricevere una rimunerazione a seconda della quantità e qualità del lavoro fornito, per ogni cittadino abbia diritto al riposo pagato ed a tutte le assicurazioni sociali e per la vecchiaia, a spese dello Stato; uno Stato in cui ogni cittadino abbia diritto alla istruzione gratuita, da quella elementare a quella superiore; uno Stato di
lavoratori liberi in cui tutti i cittadini abbiano la più completa libertà politica, di pensiero, di organizzazione e di stampa, uno Stato che sia nelle mani dei lavoratori, governato dai lavoratori. In uno Stato simile la disoccupazione sarà distrutta per sempre, le crisi saranno abolite, le ricchezze del paese saranno messe a profitto di tutto il popolo.
I nostri giovani, i nostri ingegneri, i nostri tecnici avranno largo campo di sviluppare le loro capacità; e tutti lavoreranno un minor numero di ore al giorno, migliorando le proprie condizioni materiali e culturali.
I contadini non peneranno più sulla terra che non è loro.
La cultura che oggi è ristretta e compressa avrà uno sviluppo mai raggiunto nel nostro paese.
Noi vogliamo fondare una Italia forte, libera e felice, come forte libera e felice e la Unione dei Soviet, dove in questi giorni 170 milioni di lavoratori discutono la nuova Costituzione, la Carta della libertà, lo Statuto di una società di lavoratori liberi. La vittoria del programma dei comunisti, in Italia, sarà la libertà assicurata dalla disciplina cosciente del popolo padrone dei propri destini, sarà il pane e il benessere e la cultura garantiti a tutta la popolazione lavoratrice, sarà la politica della pace e della fraternità tra i popoli, garantita dal popolo al potere.
Noi comunisti difendiamo gli interessi di tutti gli strati popolari, gli interessi dell’intera Nazione.
Perché la Nazione è il popolo, è il lavoro, è l’ingegno italiano, perché la Nazione italiana è la somma di tutte le sofferenze e le lotte secolari del nostro popolo per il benessere, per la pace, per la libertà, perché il Partito Comunista, lottando per la libertà del popolo e per la sua elevazione materiale e culturale, contro il pugno di parassiti che l’affamano e la opprimono, è il continuatore e l’erede delle tradizioni rivoluzionarie del Risorgimento nazionale, l’erede e il continuatore dell’opera di Garibaldi, di Mameli, di Pisacane, dei Cairoli, dei Bandiera, delle migliaia di Martiri ed Eroi che combatterono non solo per l’indipendenza nazionale dell’Italia, ma per conquistare al popolo il benessere materiale e la libertà politica. Nella lotta per questo grande ideale di giustizia e di libertà, diecine di comunisti sono caduti, e migliaia sono stati condannati in questi anni a delle pene mostruose. Centinaia di questi eroici combattenti per la causa del popolo languono nelle prigioni e nelle isole di confino. Diecine, tra di essi, sono nelle prigioni da
dieci anni. Uomini come Antonio Gramsci, Umberto Terracini, Mauro Scoccimarro, Gerolamo Li Causi, Giovanni Parodi, Battista Santhià, Adele Bei, e cento e cento altri, il fiore della classe operaia e del popolo italiano, i difensori eroici della cultura italiana e degli interessi del paese che essi amano di un amore che non ha l’eguale, ed al quale hanno dedicato la loro vita — non hanno indietreggiato di fronte a nessun rischio per proclamare la necessità della riconciliazione del popolo italiano per fare l’Italia forte, libera e felice.
Ma questo programma non potrà essere realizzato se non con la volontà del popolo. Oggi il popolo non vede ancora possibile la lotta per tale programma. Oggi il popolo vuole risolvere i problemi più urgenti ed attuali che lo angosciano, vuole risolvere i problemi più urgenti del pane, del lavoro, della pace e della libertà per tutti; e noi siamo col popolo, e facciamo appello alla sua unione e alla sua riconciliazione per la conquista di queste rivendicazioni indilazionabili.

Il programma fascista del 1919 non è stato realizzato!

Popolo Italiano!
Fascisti della vecchia guardia!
Giovani fascisti!
Noi comunisti facciamo nostro il programma fascista del 1919, che è un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori, e vi diciamo:
Lottiamo uniti per la realizzazione di questo programma […] Niente di quanto fu promesso nel 1919 è stato mantenuto.
I sindacati, sottratti alla libera direzione degli operai, sono ridotti alla funzione di impedire agli operai di far pressione sul padronato per difendere i diritti dei lavoratori. L’assemblea parlamentare è comandata dai pescicani e dai loro funzionari, e nessuna voce indipendente vi si leva a difesa degli interessi sacri del popolo. Voi rendete omaggio alla memoria di Filippo Corridoni. Ma l’ideale per il quale Corridoni combatté tutta la vita fu quello di conquistare alla classe operaia il diritto di essere padrona del proprio destino. Il sindacalismo di Corridoni espresse la lotta degli sfruttati contro gli sfruttatori, e sognò la vittoria degli sfruttati, la loro redenzione dall’oppressione capitalistica.
Fascisti della vecchia guardia!
Giovani fascisti!
Noi proclamiamo che siamo disposti a combattere assieme a voi ed a tutto il popolo italiano per la realizzazione del programma fascista del 1919, e per ogni rivendicazione che esprima un interesse immediato, particolare o generale, dei lavoratori e del popolo italiano. Siamo disposti a lottare con chiunque voglia davvero battersi contro il pugno di parassiti che dissangua ed opprime la Nazione e contro quei gerarchi che li servono.
Perché la nostra lotta sia coronata da successo dobbiamo volere la riconciliazione del popolo italiano ristabilendo la unità della Nazione, per la salvezza della Nazione, superando la divisione criminale creata nel nostro popolo da chi aveva interesse a spezzarne la fraternità.
Dobbiamo unire la classe operaia e fare attorno a questa la unità del popolo e marciare uniti, come fratelli, per il pane, per il lavoro, per la terra, per la pace e per la libertà.
Dobbiamo ristabilire la fiducia reciproca fra gli italiani; liquidare i rancori passati; smetterla con la pratica vergognosa dello spionaggio che aumenta la diffidenza, dobbiamo risuscitare il coraggio civile delle opinioni liberamente espresse: nessuno di noi vuol cospirare contro il proprio paese: noi vogliamo tutti difendere gli interessi del nostro paese che amiamo.
Amnistia completa per tutti i figli del popolo che furono condannati per delitto d’opinione. Abolizione delle leggi contro la libertà e del Tribunale Speciale, che colpiscono i difensori del popolo, che difendono gli interessi dei nemici del popolo e dell’Italia.
Diamoci la mano, figli della Nazione italiana! Diamoci la mano, fascisti e comunisti, cattolici e socialisti, uomini di tutte le opinioni. Diamoci la mano e marciamo fianco a fianco per strappare il diritto di essere dei cittadini di un paese civile quale è il nostro.
Soffriamo le stesse pene. Abbiamo la stessa ambizione: quella di fare l’Italia forte, libera e felice. Ogni sindacato, ogni Dopolavoro, ogni associazione diventi il centro della nostra unità ritrovata ed operante, della nostra volontà di spezzare la potenza del piccolo gruppo di capitalisti che ci affamano e ci opprimono. […]

Palmiro Togliatti e altri 60 esponenti del PCI, agosto 1936

Se io fossi di destra /2: Santanché

Non sono di destra. Ma se lo fossi, l’ingresso di Daniela Garnero in Santanché nel nuovo partito di Storace mi offrirebbe più di un motivo per meditare sul senso profondo della parola “destra” e sulla mia appartenenza a tale schieramento. E probabilmente m’indurrebbe a passare a sinistra.

Se io fossi di destra /1: Lenin

Non sono di destra. Ma se lo fossi caldeggerei la proposta di Oliviero Diliberto sulla traslazione della salma di Lenin in Italia, visto che in una riunione al Cremlino fu proprio Lenin a dire di Mussolini: «In Italia, compagni, in Italia c’è solo un socialista capace di guidare il popolo verso la rivoluzione: Mussolini!». E a quanto sembra anche Nicola Bombacci si sentì rimproverare, sempre da Lenin: «In Italia c’era un solo uomo capace di compiere la rivoluzione, Mussolini, e voi ve lo siete lasciati scappare».
Tenere insieme almeno da morti i due rivoluzionari che non s’incontrarono da vivi avrebbe un suo fascino…

GIUSTIZIA PER GABRIELE

Mentre scrivo, in tutta Italia si registrano disordini per la morte di Gabriele Sandri, il tifoso laziale ucciso con un proiettile alla nuca sparato “per errore” da un poliziotto nell’area di servizio di Badia al Pino in provincia di Arezzo. Qui sotto alcune agenzie.

(ANSA)- ROMA, 11 NOV - “Un tragico errore”: cosi’ il questore di Arezzo, Giacobbe, sulla morte del tifoso laziale nell’area di servizio di Badia al Pino, lungo l’A1. “Il nostro agente - spiega il questore - era intervenuto per evitare che i tafferugli tra due esigui gruppi di persone, che non erano stati individuati come tifosi, degenerassero con gravi conseguenze per entrambi. Esprimo profondo dolore e sincere condoglianze alla famiglia della vittima”.

Arezzo, 17:08 (la Repubblica)
TIFOSO UCCISO, LAZIALI: RISSA ERA FINITA PRIMA DELLO SPARO

Secondo quanto riportato da alcuni tifosi laziali che hanno parlato con le quattro persone che si trovavano in macchina con Gabriele Sandri, la macchina a bordo della quale viaggiavano sarebbe stata colpita mentre era già in movimento e la rissa tra tifosi era già finita. “I nostri amici che erano con Gabriele - raccontano i tifosi laziali ai giornalisti - sono saliti sull’auto, erano già in movimento e stavano uscendo dall’area di servizio. Hanno sentito il vetro che si rompeva e poi hanno visto Gabriele che rantolava, mentre il sangue schizzava da tutte le parti. Hanno cercato di accostare in corsia di emergenza e poi hanno proseguito e sono stati raggiunti al casello di Arezzo da una volante”. (11/11/2007)

(rainews24)
[…] nell’area della caserma si trova l’auto su cui viaggiava la vittima. La macchina avrebbe il finestrino posteriore sinistro infranto.

(sports.it)
Morte tifoso, un amico: “Il poliziotto ha sparato da lontano”
11 11 2007
“L’agente ha sparato da lontano, saranno stati trenta metri. E quando era già tutto finito”. Questo il tragico racconto degli amici di Gabriele Sandri, il tifoso della Lazio morto questa mattina nell’area di servizio di Badia al Pino, vicino Arezzo.
“È vero che c’è stato un diverbio con alcuni juventini - hanno detto ancora - ma quando sono intervenuti gli agenti la cosa era già rientrata. Senza problemi. E invece quell’agente ha sparato dalla corsia opposta…”

Vengo dagli anni Settanta. Non ricordo quel periodo con particolare simpatia, se non perché erano gli anni più o meno spensierati della mia adolescenza. Ma erano anche gli anni in cui gli scontri di piazza erano all’ordine del giorno, e le divise facevano parte del panorama urbano.
È da allora che sento parlare di tragici errori occorsi alle forze dell’ordine; di proiettili sparati in aria o a terra ma finiti chissà come a impattare con qualche punto vitale — sai quella cosa che la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo?
Ora, non è ancora chiara, come si dice, la dinamica dei fatti. Ma già mi urtano sommamente certi distinguo — “Gabriele era un tifoso ma non un ultrà“, “per lui veniva prima la musica del calcio”.
Non è questo il punto. Nessuno merita di morire perché “è” qualcosa. Qualcuno meriterebbe di morire per le sue azioni, semmai. Ma lo Stato, se davvero esiste qualcosa che sia degno di questo nome, non fa rappresaglie né prende vendette: e l’uccisione di una persona — giovane, vecchia, ultrà o qualunquista — per un “errore” o per un malinteso senso dell’ordine, da parte di chi l’ordine lo dovrebbe garantire, è uno spreco intollerabile.

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