Archive for Ottobre, 2008

Comunicato del CPE sulla “riforma” della scuola e dell’università

30 ottobre 2008

Il Coordinamento Progetto Eurasia, senza entrare nel merito dei singoli dettagli della “riforma” della scuola e dell’università, ribadisce alcuni princîpi di carattere generale.
Alla scuola e all’università, in tutte le loro componenti, dev’essere restituita autorevolezza, in quanto luoghi deputati allo studio e perciò alla formazione della persona umana, in sé e in quanto facente parte di una comunità.
Tutto il contrario del diplomificio-parcheggio attuale, salvo poche e lodevoli eccezioni.
Tutto il contrario delle moderne “educazione” e “pedagogia” sessantottine e cattoliche.
Quindi, no alla scuola delle “tre I” (“inglese, internet, impresa”), sì a una scuola che formi cittadini consapevoli e che avvii sia al lavoro (vero, non quello “precario”) sia all’università, a prescindere dal censo, per la reale formazione di cittadini preparati e, in particolare, la creazione di una élite finalmente “giovane”, sulla base del principio secondo cui l’ignoranza significa esclusione dalla partecipazione.
Soldi pubblici a scuola e università pubbliche, quindi, mentre le scuole private - che hanno il diritto di esistere - devono finanziarsi da sole.
Quanto alle manifestazioni di protesta contro il “decreto Gelmini”, il Coordinamento Progetto Eurasia invita a non “scambiare il dito per la luna”. Se questa “riforma”, al di là di singoli aspetti coi quali si può essere d’accordo o meno, sancisce un arretramento del “pubblico” rispetto al “privato” nell’ambito della scuola e dell’istruzione, è bene, prima di prendersela col ministro di turno, individuare nella mancanza di sovranità nazionale dell’Italia la radice del problema.
L’Italia, infatti, è una colonia degli Stati Uniti, i quali la occupano con oltre 100 installazioni militari e ne condizionano pesantemente la politica, l’economia e la cultura. Gli Stati Uniti fanno e disfanno i governi “italiani”, fanno e disfanno i partiti “italiani”, impongono questo o quel ministro “italiano”. Le “riforme” da essi dettate sono quelle che rafforzano loro e indeboliscono noi. Ecco perché la nostra università non deve funzionare e la nostra scuola deve andare allo sfascio! Il resto lo fanno dei nani politici che, incarnando ataviche tare degli italiani, pensano di fare l’“interesse nazionale” servendo l’America.
Il Coordinamento Progetto Eurasia approva perciò tutte quelle “proteste” di carattere propositivo che accolgano i suddetti, sintetici principi di carattere generale. Non approva invece il “ribellismo” fine a se stesso e le strumentalizzazioni di gruppi di “politicizzati”, “di destra” e “di sinistra”, che inscenando scontri fuori dalla storia svolgono il classico ruolo degli “utili idioti” ipermediatizzati da giornali e tv. Si auspica perciò che dal seno della scuola e dell’università emergano personalità che, rifiutando lo status di colonia imposto all’Italia dal 1945, elaborino idee e proposte che sanciscano una definitiva rottura con un modello di scuola e d’università estraneo alla natura, alla cultura e alla storia del popolo italiano.

Botta e risposta fra Paolo Barnard e Marco Travaglio

Qui sotto, lo stralcio di un illuminante scambio di battute fra Paolo Barnard e Marco Travaglio. Il testo completo si trova qui.

Travaglio:
ecco, dimenticavo di dirtelo: io sono anche appassionatamente filoisraeliano. ora vorrei lavorare in pace
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Barnard:
Sei filoisraeliano. Era sarcasmo o per davvero? B.
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Travaglio:
lo sono per davvero. da sempre. e ne sono fiero.
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Barnard:
Marco, ridiamoci su. Io che ti scrivo e che ti mando il mio libro perché è censuratissimo. Tu che tutto gentile mi dici “prego, fai pure, grazie!”. Poi mi immagino la tua faccia quando lo hai ricevuto…
Che divertente sta roba. In ogni caso se sei filoisraeliano o sei ignorante di storia mediorientale o sei emotivamente ricattato oppure sei un uomo senza pietà. Notte, B.
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Travaglio:
io sono filoisraeliano per convinzione, perchè adoro israele e gli ebrei, perchè ci sono stato e ho visto di che cosa sono capaci gli arabi, perchè conosco la storia, perchè ho imparato la pietà studiando i campi di concentramento, perchè rifuggo dai ricatti emotivi e amo le democrazie per quanto imperfette ma sempre migliori delle tirannie corrotte arabo-musulmane. ma sono curioso di sentire tutte le campane e dunque leggo anche chi non la pensa come me. non vedo che ci sia di strano.
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Barnard:
No Marco, la tua pietà imparata studiando i campi di concentramento è cartavelina. Chi veramente conosce la pietà per un martirio, non la nega di fronte all’altro martirio.
Tu non sai nulla di Palestina e non hai visto nulla laggiù. Appari, e probabilmente sei, un cronista ben tenuto che non sa quello che dice. Sei troppo giovane, troppo famoso e troppo incosciente per poterti permettere di calpestare l’orrore patito da chi non ha mai conosciuto neppure un quarto d’ora della tua pasciuta vita. Siete tutti così, tu, Lerner, Teodori, Mieli, quelli che pontificano sulla barbarie dei negri mentre finiscono il carpaccetto all’aceto balsamico a Milano. Il mio libro ha una dedica a quelli come te. Te la riproduco qui sotto, ne hai bisogno.
“… e in quanto a voi, sentite bene quel ch’io vi prometto. Verrà un giorno…”

Il sangue e la celtica

L’ultimo libro di Nicola Rao, Il sangue e la celtica, è appena uscito e ha già sollevato un polverone.
Il mio buonsenso mi suggerisce di astenermi da qualsivoglia commento, perché qui ci sono nervi scoperti che certe questioncelle feriscono più che il trapano del dentista; e questa è la classica situazione in cui come ti muovi sbagli e tutto quello che dici potrà essere usato contro di te. Allora, però, tanto vale — e poi, siccome se non partissi anch’io per questo massacro sarebbe una viltà, caro il mio buonsenso chiudi il becco per una volta… e giù rotolando come pietre.
Devo doverosamente premettere che in quel decennio opaco le stragi hanno scandito la mia adolescenza: avevo quasi dodici anni all’epoca di piazza Fontana, sedici ai tempi di piazza della Loggia e dell’Italicus, e ventidue quando esplose la stazione di Bologna.
La stragrande maggioranza dei protagonisti di allora per me sono soltanto nomi sulla carta; non ho mai incrociato nessuno di loro se non parecchi anni dopo quei fatti; le loro vicende giudiziarie non mi hanno visto coinvolta né direttamente né indirettamente — nulla mi lega a quelle persone e a quelle storie, e le mie parole non possono né peggiorare né migliorare in alcun modo la loro situazione.
Di più, non conosco nemmeno Nicola Rao. Il cui libro non ho per il momento ancora letto ma soltanto sfogliato, trovandoci una mole impressionante di dati che non sono né mai sarò in grado di avallare o confutare, e quindi glisso su questo aspetto per passare ad altro.
Nel testo, a quanto mi è dato capire, si suggerisce o si sostiene o non si esclude (Zingarelli e Tommaseo aiutatemi voi, ché a pesar certe parole ci vuole il bilancino del farmacista) il coinvolgimento ovvero la partecipazione, a vari livelli e in varie forme, di elementi del neofascismo italiano nella messa in atto della strategia stragista. Vado bene fin qui?
Devo dire che la cosa non mi scandalizza: non essendo io né assolutista né tifosa, non credo che il bene stia tutto da una parte e il male tutto dall’altra. Comprendo invece benissimo il meccanismo per cui, a furia di essere e sentirsi demonizzati, ci si voglia per forza angelicare: mi viene in mente la guerra civile spagnola, per esempio, o la propaganda bellica 1915-1918 — tanto per mantenere le distanze storiche.
Ora, al di là di quello che si dice nel libro, al di là della realtà dei fatti e al di là di una verità che suppongo inconoscibile (siamo o non siamo monadi?), sono proprio questi estremismi, da una parte e dall’altra, a lasciarmi profondamente perplessa: così come non ho mai creduto che i comunisti mangiassero i bambini, non ho mai neppure creduto che il fascismo e i suoi derivati fossero la Justice League sotto il segno della Tradizione. Non dopo i 15 anni, perlomeno.
La logica mortifera del “todos caballeros” mi è del tutto estranea; e se nel corso degli anni ho conosciuto, nell’ambiente della “destra”, uomini rimarchevoli (al punto di averne sposato uno e di averci fatto un figlio), in quell’ambiente lì ci ho incontrato anche truffatori, arrivisti, teppistelli, sfigati, psicopatici e fanfaroni — esattamente come dovunque: nell’era della globalizzazione, ogni microcosmo alberga caratteri che avrebbero fatto la gioia di Teofrasto. Anzi proprio negli ultimi tempi — e qui divago — ho avuto la reiterata occasione di toccare con mano, ma dovrei dire scandaglio, la profondità abissale del mare che separa il dire e il fare di molte persone.
Ma torniamo a questo benedetto libro, che se ancora esistesse un Index librorum prohibitorum figurerebbe nella top ten. Giuseppe Giusti, che non so se si studi ancora a scuola, diceva (cito a memoria) «Il fare un libro vale men che niente / se il libro fatto non rifà la gente»: per quanto mi riguarda, è questo l’unico parametro che adotto per valutare un testo, estetica a parte. È possibile che Il sangue e la celtica “rifaccia” se non la gente almeno qualche persona, nel bene e nel male — che sono poi pressoché intercambiabili, suggeriva relativisticamente Nietzsche: in ogni caso, mi sembrerebbe un risultato apprezzabile.

Il Risorgimento? È finito nel 1918

Il ridente borgo nel quale vivo si avvia a diventare seriamente ameno.
In questi giorni sono stati affissi dei manifesti a cura del Comune in occasione della ricorrenza del 4 novembre — già festa della vittoria, poi delle forze armate e infine dell’unità nazionale.
Ora, che la Prima guerra mondiale non fosse quella guerra di popolo tanto esaltata dai manuali scolastici di alquante generazioni è un dato acquisito; che ultimamente si sia inteso considerare quella vittoria come il sigillo apposto alla lunga epopea delle lotte per l’unità nazionale, ci può stare — io personalmente sarei per l’Italia del 1815, ma non conto niente e quindi lasciatemi le mie illusioni.
Però sui manifesti comunali del mio paesello si esagera, vivaddio: perché si vuol celebrare il 4 novembre addirittura come la fine del Risorgimento italiano — ciò che mi sembra un’interpretazione leggermente stiracchiata. Tanto più che nel quadro delle cerimonie di quel giorno si contempla anche una sosta al sacello dei caduti partigiani: i quali, come dovrebbe essere noto ai più, rappresentano sì un fenomeno bellico, ma del periodo 1943-1945. Fa niente: già che c’erano, avranno pensato in Comune, tanto valeva omaggiare pure loro.
La cosa divertente, però, è che nessuno sembra essersene accorto: quasi quasi glielo dico io, al Sindaco (che con tutto quel che ha da fare figurarsi se può anche prendersi la briga di controllare quello che gli scrivono sui manifesti).

Paolo Barnard: il sito!

Finalmente. Finalmente Barnard si è deciso a metter su un sito tutto suo.
Non ci speravo più, dopo che in una mail dell’ormai lontano luglio 2007 mi aveva detto di non crederci, a certe diavolerie. Non so cosa l’avrà mai indotto a cambiare idea, ma osanna ed evoè per questa decisione. E lunga vita a Paolo Barnard e al suo sito.

http://www.paolobarnard.info/

Truffe sui cuccioli: “L’orrore è in vetrina. È minuscolo e scodinzola”

Sono una persona molto vigliacca, a dirla tutta. Perché non ho il coraggio di leggere fino in fondo certe cose.
Così, se volete star male un pochetto anche voi, non avete che da andare qui e inorridire come si conviene.

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