Archive for Novembre, 2008

Chiedo scusa se parlo di Durruti…

Che poi Durruti è un pretesto. Perché di Josè Antonio Primo de Rivera ne hanno (ne avete?) già parlato tutti, ricordando quel 20 novembre del 1936 in cui il giovane capo della Falange finì morto ammazzato (“giustiziato”, mi pare che si dica) dai combattenti repubblicani.
A poche ore di distanza dal suo avversario — ma in fondo non è questo il termine più appropriato, visto che entrambi gli schieramenti di questi due capi, come vedremo, erano invisi al comunismo — dunque, muore anche Durruti, il 21 novembre del 1936, ma era in agonia dal 20.
Di lui non si parla mica tanto. Non a destra, ovviamente, perché stava coi repubblicani; e neppure tanto a sinistra, perché era un anarchico — e l’anarchico, si sa, «è sempre bastonato dal clero e dallo Stato», canta Francesco G., ma a volte anche dai “compagni” perché gli dà un fastidio che è proprio difficile da immaginare…
Tant’è che ancora non è chiaro come morì Durruti: arma da fuoco sicuro — un colpo solo, bello dritto al petto. Svariate ore d’agonia, e via andare.

Morte accidentale di un anarchico

Dicono che Buenaventura fosse una testa calda, un esaltato, un passionale (difficile trovare degli anarchici tiepidi); e che quel dannato 20 novembre si lasciasse trascinare in una discussione così animata da indurlo a pestare rabbiosamente sul cofano della macchina il calcio del suo fucile, con tanta violenza che ne fece partire un colpo, unico e solo, e la pallottola fatale volò a centrarlo in pieno — oh quanto provvidenzialmente!, dal punto di vista dei comunisti. E infatti i suoi compagni di lotta e d’anarchia sostennero che Durruti era stato ammazzato proprio dai comunisti, per via di quel fastidio che — si diceva — gli davano particolarmente gli anarchici. (Parlo al passato, perché oggi come oggi non ci son più gli anarchici di una volta; e nemmeno i comunisti, se è per questo).
Fatto sta che in quei giorni convulsi, mentre la Spagna inizia ad essere squassata da una guerra che omericamente vorrei dire infiniti addusse lutti all’una e all’altra parte, ma invece sembra che quei lutti siano ben quantificabili nella tonda cifretta di 600.000 (seicentomila figli di mamma, come gli italiani nella prima guerra mondiale) — in quei giorni, dunque, se ne andarono due figure di tutto rispetto, due capi carismatici che avrebbero continuato a vivere nel cuore di quelli che in loro credevano e credono ancora, alla faccia dei muri caduti e delle ideologie putrefatte.
A ben guardare, è curiosa questa dipartita doppia che non chiude il bilancio apertosi pochi mesi prima con un doppio funerale — quando si dice la coincidenza…

14 luglio…

Il viandante che la mattina di martedì 14 luglio 1936 (s. Bonaventura, ecco…) si fosse trovato a passare dal Cimitero dell’Est di Madrid, avrebbe assistito a uno strano spettacolo: la simultanea confluenza in quel luogo di due funerali molto diversi fra loro.
Da un lato, in una bara avvolta in un drappo rosso e seguita da centinaia di socialisti, comunisti, anarchici e radicali vari, Josè del Castillo, tenente della repubblicana Guardia de Asalto; dall’altro, in un feretro sormontato da una bandiera rosso-oro e da un saio, accompagnato da monarchici, falangisti in divisa, cavalieri del Santo Sepolcro, ufficiali, prelati e alto-borghesi benpensanti, Josè Calvo Sotelo, leader dell’estrema destra spagnola — entrambi vittime del piombo ideologico, in una tragica ripicca di vendette consumate in un clima torrido non solo atmosfericamente parlando.
Le esequie si svolsero in modo assolutamente impeccabile, nella totale correttezza di tutti i partecipanti alla duplice mesta cerimonia. Ma una volta che le bare furono calate nelle rispettive fosse, finì sottoterra anche quell’aplomb inconsueto. Da una parte e dall’altra si materializzarono le pistole, e il Cimitero dell’Est divenne l’eccezionale teatro di quella che viene considerata a buon diritto la prima battaglia della guerra civile spagnola.

Si fa presto a dire guerra

E a dirla tutta, “guerra civile” non sembra neanche il termine più adatto. Perché poche altre guerre del secolo scorso, fatta forse eccezione per la seconda guerra mondiale e (sotto certi aspetti) per quella del Vietnam, sono state così marcatamente, visceralmente e tragicamente ideologiche come questa: caratteristica che rende gli schieramenti d’ambo le parti faziosi e passionali fino all’indecenza, se dobbiamo credere ad Arthur Koestler. Infatti «il futuro autore di Buio a mezzogiorno, che paleserà al mondo gli orrori delle purghe staliniane, ma allora agente del Comintern infiltrato in un’agenzia giornalistica britannica — molti anni dopo avrebbe rivelato come costruiva i suoi articoli, ritenuti universalmente esempi di ammirevole obiettività. Egli scriveva sotto il controllo del comunista tedesco Willi Münzenberg, il quale spesso cestinava i suoi pezzi gridando: “Troppo blando! Troppo obiettivo. Racconta che i fascisti schiacciano i prigionieri con i carri armati, che li bruciano con la benzina… Dàgli addosso! Fa’ restare il mondo senza fiato”»1. (Per inciso, mi viene da pensare che, forse, quando nella guerra civile italiana i partigiani facevano stendere i fascisti per terra e gli passavano sopra con i camion (accadde a Torino, mi pare) avevano di mira una sorta di atroce contrappasso — grazie, Arthur. E sorvolo sulle magre figure collezionate da un altro “grande” che mi è sempre stato antipatico a pelle — Ernest Hemingway, autore di corpose ma scadenti contraffazioni della realtà perpetrate nei suoi reportages bellici e nel suo Per chi suona la campana. John Donne avrebbe meritato di meglio).
Non che ci fosse bisogno di chissà che raffinata immaginazione: perché sembra che le efferatezze si sprecassero con entusiasmo da una parte e dall’altra. Ma non c’è nulla di stupefacente in questo: perché nella guerra civile spagnola in realtà non si affrontarono solamente militari e intellettuali, banchieri e operai, latifondisti e contadini, religiosi e comunisti. Si affrontarono due Weltanschauungen differenti e contrapposte da sempre, due anime di una Spagna lacerata da secoli di prevaricazioni perpetrate nel nome di un cattolicesimo in verità molto lontano dal messaggio originario di Cristo: persino Georges Bernanos, vulcanico intellettuale cattolico il cui figlio Yves si era addirittura arruolato nella Falange, dopo essersi recato in Spagna per combattere al fianco dei franchisti restò talmente sconvolto2 da riversare tutta la sua rabbia e la sua indignazione nel misconosciuto pamphlet Les Grands Cimetières sous la lune, che non nuocerebbe almeno sfogliare.
Lodevolissima eccezione, il solito George Orwell (c’è bisogno di ricordare 1984 e La fattoria degli animali?), generoso combattente nelle file repubblicane, che pure si adoperò per rivelare l’inganno e definire con esattezza le cause che permisero a Francisco Franco di vincere la guerra civile. Nel suo Omaggio alla Catalogna, Orwell accusò senza mezzi termini la sinistra radicale di non aver voluto riconoscere l’esistenza di un totalitarismo “di sinistra” speculare a quello “di destra” («I cattolici e i comunisti si assomigliano nel ritenere che quelli che non hanno le loro convinzioni non possono essere né onesti né intelligenti», diceva), e di aver volutamente ignorato che il vero nemico di Stalin non era Franco — ma la stessa sinistra radicale, e che i comunisti erano più preoccupati di liquidare quest’ultima che di sconfiggere il cosiddetto fascismo. Il libro fu pubblicato nel 1938, a conflitto ancora in corso, ma se ne vendettero seicento copie…

I rivoluzionari son tutti uguali

Non c’è niente da fare: si ha un bell’affannarsi sulle parole — ché tanto le puoi cambiare quanto vuoi, ma è la cosa che resta sempre e comunque… — e ideologizzare fino alla consunzione dei tempi, ma quelli che hanno in testa e nel cuore la rivoluzione si assomigliano sempre, da una parte e dall’altra, sotto bandiere rosse o nere, e a stringere il pugnale tra i denti erano gli arditi in camicia nera e gli arditi del popolo, tanto per dirne una.
Così, mi si perdonerà se ricordo qui che Dolores Ibarruri, la mitica Pasionaria, qualche tempo prima di arringare una folla di duecentomila persone in quel torrido venerdì 17 luglio 1936 che segnerà l’inizio della resistenza repubblicana, era stata protagonista di un gesto eclatante, dati tempo e luogo: durante una corrida, aveva fatto irruzione nell’arena gridando «Io sto col toro!». Più controcorrente di così…
E, del pari, mi vengono in mente altri personaggi capaci di risalire il fiume delle cose scontate: per esempio, i giovani fascisti del “Bargello”, scoppiettante giornaletto universitario che avevano pensato bene di salutare la resistenza della Repubblica spagnola con le parole che il Duce aveva pronunciato a suo tempo per giustificare la campagna d’Abissinia: «La nostra è una guerra di civiltà e di liberazione. È la guerra dei poveri e dei proletari contro i parassiti e i profittatori».
O ancora l’altro giovane fascista inquieto Elio Vittorini, che sempre dalle colonne del “Bargello” tuonava con l’entusiasmo dei vent’anni di dentro (in realtà ne aveva 28…): «È una settimana che non dormo per l’ansia che quei maledetti generali l’abbiano vinta. Cosa crede di guadagnarci il fascismo dalla vittoria di quelle canaglie aristocratiche?» — parole vibranti che gli valsero in quattro e quattr’otto l’espulsione dal Partito fascista.
Mentre Vasco Pratolini, insolitamente pacato, commentava: «È solo augurabile che il popolo spagnolo ritrovi se stesso dopo questa tragica Vandea di nuovo stampo».
Molto più incisivo Fidia Gambetti, fascistissimo e futuro comunista: «Ci limitiamo a guardare a sinistra, marciando decisamente verso destra; ci limitiamo a parlare di rivoluzione proletaria e antiborghese schierandoci a difesa della più retriva razza di generali, latifondisti, sfruttatori che alligna in Europa. Siamo costretti a combattere fianco a fianco con i gendarmi del progresso, con i becchini della democrazia, co i somministratori di olio santo al capezzale delle rivoluzioni».
Ma l’ondata antifranchista dei giovani fascisti più o meno “di sinistra” si ruppe alla svelta sulle secche della ragion di Stato e della propaganda. Unico e solo, mentre Roberto Farinacci si arrabattava nel tentativo di giustificare la scelta di schierarsi con Franco come “il male minore”, e Ruggero Zangrandi — futuro e autorevole storico comunista per l’occasione arruolatosi in difesa delle fede cristiana — narrava dalla Spagna le innegabili atrocità perpetrate dai “rossi”, unico e solo, dunque, il solito incorreggibile Berto Ricci continuava a condannare dalle pagine del “Bargello” «la vecchia società spagnola che è la prima e massima responsabile del macello». Come si usa dire in gergo forumistico, lo quoto in pieno.

Chiedo scusa…

… se ho detto che volevo parlare di Durruti, e poi invece ho parlato anche di Orwell e Bernanos e Ibarruri e Pratolini e Vittorini e Ricci e Gambetti — tutti irregolari, tutti maledetti, tutti scomodi per chi proprio non riesce a vedere le cose a tre dimensioni ma si accontenta del piattume confortante di un già detto o un già scritto.
Ma poi, a ben pensarci, non c’è mica da chiedere scusa — perché di scuse se ne accampano sempre troppe quando si tratta di andare al di là del dato, per scommettere pericolosamente sulla propria capacità di ragionare da soli. La libertà fa sempre un po’ paura.

Note
1 Arrigo Petacco, Viva la muerte! Mito e realtà della guerra civile spagnola 1936-1939, Mondadori, Milano 2006, pp. 6-7.

2 «Les autres camions amenaient le bétail. Les malheureux descendaient ayant à leur droite le mur expiatoire criblé de sang, et à leur gauche les cadavres flamboyants. L’ignoble évêque de Majorque laisse faire tout ça» (“Gli altri camion trasportavano il bestiame. I disgraziati scendevano avendo alla loro destra il muro sacrificale schizzato di sangue, e alla loro sinistra i cadaveri fiammeggianti. L’ignobile vescovo di Majorca permette tutto questo”): da una lettera del 18 gennaio 1937, in cui Bernanos descrive la pratica consueta di dare alle fiamme i cadaveri — non sempre già tali — per “fare pulizia”.

(da “Orion”, n. 266, novembre 2006)

A mente aperta e con grazia

«Il Buddha evidenziò la natura dinamica dell’esistenza. Ciò si accorda con le idee di alcuni antichi filosofi greci, come Eraclito, che affermò che, “tutto scorre” e “non si può mettere piede due volte nello stesso fiume”. Ora, tutto questo suona come ordinario buonsenso; eppure c’è qualcosa nei nostri pensieri ed emozioni che recalcitra all’idea del cambiamento; cerchiamo sempre di spezzettare la dinamica danza del mondo, che è un’unità, in “cose separate”, che poi congeliamo nella ghiacciaia del pensiero; ma la danza del mondo ostinatamente si rifiuta di restare spezzettata e congelata: continua a turbinare, cambiando di momento in momento, e si fa beffe di tutti i nostri penosi tentativi di organizzarla e gestirla. Per vivere saggiamente, in armonia col dinamismo del’universo, è essenziale accettare la realtà del cambiamento e dell’impermanenza. La persona saggia, quindi, va avanti senza difficoltà, con un bagaglio leggero, mantenendo la proverbiale “mente aperta” in tutte le situazioni, perché sa che la realtà di domani non sarà la stessa di oggi. Nello stesso modo avrà imparato l’arte divina di lasciar andare, che vuol dire non attaccarsi alle persone, ai beni e alle situazioni, ma, invece, quando viene il momento di separarsi, permettere che ciò avvenga con grazia.»

(John Snelling, segnalato dal mio amico Joe)

Rahm Israel Emanuel, che siede alla destra di Obama

In inglese suona meglio, ammettiamolo — “chief of staff”.

È lui la prima nomina del neoeletto presidente americano Obama. La cosa è stata accolta con gioia dalla stampa israeliana, dal momento che Emanuel, figlio di un pediatra di Gerusalemme, ha già dimostrato la sua devozione verso la terra dei padri.

Però, come al solito, ci si stupisce sempre troppo tardi: il mondo è pieno di Cassandre inascoltate, come del senno di poi son piene le fosse. Su Emanuel aveva già provato a dire qualcosa il giornalista indipendente Christopher Bollyn; e l’aveva fatto nel 2006, quando la candidatura di Obama alla presidenza Usa era ancora in mente Dei.

Potrei fare un riassunto, ma siccome ho da fare e sono pigra la cosa migliore mi sembra linkare il testo di Bollyn, augurando come sempre buona lettura a tutti. E guai a chi si stupisce.

Quattro novembre

Che era ieri — festa della vittoria, o dell’armistizio, o di non so bene cosa. Non ho seguito tanto neppure le varie celebrazioni e cerimonie: ho orrore della retorica.
In particolare, quando sento parlare di guerra ed eserciti mi viene in mente, che assurdità, un brano del libro Cuore che per una volta non ha niente di retorico:

Non considerare l’esercito come un bello spettacolo. Tutti questi giovani pieni di forza e di speranze possono da un giorno all’altro esser chiamati a difendere il nostro paese, e in poche ore cader sfracellati tutti dalle palle e dalla mitraglia. Ogni volta che senti gridare in una festa: Viva l’esercito, viva l’Italia, raffigurati, di là dai reggimenti che passano, una campagna coperta di cadaveri e allagata di sangue, e allora l’evviva all’esercito t’escirà più dal profondo del cuore, e l’immagine dell’Italia t’apparirà più severa e più grande.

De Amicis scriveva queste righe solo trent’anni prima del sacro macello che avrebbe insanguinato l’Europa e cambiato il mondo: ma la sua idea dello sfondo comune a ogni guerra resta valida e attuale. Una buona anticipazione l’aveva già data Victor Hugo nei Miserabili, rievocando la battaglia di Waterloo. E se penso a quanto sangue devono aver bevuto i campi europei non sono più tanto sicura di volermi ancora sdraiare sull’erba.
Non ho voglia di mettermi qui a concionare da esterna sui guasti della prima guerra mondiale: quando uno lo fa, chissà perché lo si tratta da nemico pubblico — come se condannare un conflitto equivalesse a sputare sui morti. Non è così. Per i morti di quella e di tutte le guerre ho il massimo rispetto e la massima pietas. Però non posso fare a meno di chiedermi perché sono morti — per che cosa, in nome di quale ideale, sospinti da quale paura o quale bisogno, in fuga da quale incubo o in cerca di quale utopia.
Domande (lo so da me) oziose; a meno che non ci si voglia impegolare in qualche estenuante discussione sull’essere veramente dulce et decorum morire per la patria. Del resto sono cresciuta in un’epoca in cui a scuola, durante la lezione di canto, si salmodiava ancora “chi per la patria muor vissuto è assai”: poi è arrivato il Sessantotto.
Così mi limito a segnalare che qui, per esempio, si trova qualche interessante spunto di riflessione sulla prima guerra mondiale; e che qui si avrà il piacere di rispolverare un brandello di storia patria accuratamente ignorata dai libri di storia (e magari prima o poi posterò qualcos’altro). Buona lettura, buon 4 novembre.

Gianfranco Vazzoler: il coraggio di parlar chiaro

Con le dichiarazioni che riporto qui sotto, il professor Gianfranco Vazzoler si è votato alla gogna mediatica:

Firenze, 31 ott. (Adnkronos) - “I feti, i neonati fortemente prematuri, i ritardati mentali gravi e coloro che sono in uno stato vegetativo permanente, cioè senza speranza, costituiscono esempi di non persone umane. Tali entità fanno parte della specie umana, ma non sono persone”. L’affermazione arriva da Gianfranco Vazzoler pediatra e componente della Consulta di bioetica di Pordenone che l’ha scritta nero su bianco nella sua relazione al convegno su ‘Le sfide della neonatologia alla bioetica e alla società: le buone ragioni della Carta di Firenze’ all”ospedale Meyer.

Per Vazzoler, infatti, ”è persona chi ha autocoscienza, senso morale e razionalità“. Parlando di rianimazione dei prematuri, “alcuni neonati sono neurologicamente e fisicamente così compromessi - ha aggiunto il bioeticista - da essere impossibilitati irreversibilmente ad acquisire il loro potenziale di conquista dei diritti. Non potranno mai diventare persone e quindi il loro migliore interesse non sta nel perseguire la vita”. [continua]

A me, invece, le parole di Vazzoler appaiono non solo coraggiose, ma dotate di enorme buonsenso. Prevedo che per questo non avrà vita facile.