Archive for Gennaio, 2009

30 gennaio 1945: il naufragio della “Gustloff”

La data del 30 gennaio è una di quelle che ogni anno scatenano le opposte tifoserie. L’evento ricordato, solitamente, è sempre lo stesso — l’ascesa di Adolf Hitler al Cancellierato tedesco nel 1933 —, ma muta il segno delle celebrazioni: sdegno ed esecrazione in campo democratico-antifascista, entusiasmo e perfino delirio da tutte le altre parti.
Quest’anno voglio essere della partita anch’io, ed eccomi qui a ricordare il 30 gennaio — del 1945, però: quando a naufragare furono non già i destini di tutti coloro che Hitler, direttamente o indirettamente, travolse nell’avventura del Terzo Reich; bensì, concretamente, le oltre 9.000 persone della Gustloff.

La nave passeggeri Wilhelm Gustloff era il fiore all’occhiello della Kraft durch Freude (KdF), l’organizzazione dopolavoristica, diremmo noi, della Germania nazionalsocialista. A partire dal 1933 la KdF prese a offrire ai lavoratori tedeschi una serie di attività ricreative di notevole valore ma a basso costo, tra cui — oltre a concerti, gite e vacanze — anche crociere su navi di lusso come, appunto, la Wilhelm Gustloff.
Costruita nei cantieri della Blohm und Voss di Amburgo e varata nel 1937, la Gustloff misurava oltre 200 metri per una stazza di 25.893 tonnellate, ed era considerata unica per lusso e comodità; prendeva il nome da Wilhelm Gustloff, fondatore e capo della sezione elvetica del partito nazionalsocialista, assassinato a Davos il 4 febbraio del 1936 dallo studente ebreo David Frankfurter. Dopo aver compiuto numerose crociere nell’Atlantico e nel Mediterraneo, allo scoppiare della seconda guerra mondiale, nel settembre del 1939, la Gustloff fu trasformata in nave ospedale a disposizione della Kriegsmarine. Classificata come Lazarettschiff D, sulla Gustloff trovarono posto negli anni migliaia di feriti tedeschi e di altre nazionalità; il suo utilizzo era strettamente monitorato e seguiva un rigido protocollo di procedure internazionali: interamente riverniciata di bianco, con una banda verde che correva lungo la carena e numerose croci rosse sul ponte, sul fumaiolo e sulle fiancate, il suo status di nave ospedale era inequivocabile. Secondo le vigenti convenzioni in materia bellica, alle navi di questo tipo era proibito il trasporto di materiale da guerra sia in funzione difensiva che offensiva, e pertanto la Gustloff non disponeva né di armamenti né di munizioni.
La Wilhelm Gustloff operò come nave ospedale fino alla fine del 1940, per poi essere riconvertita in nave caserma di supporto agli U-Boote fino ai primi fatali giorni del 1945, nei quali si stava ormai delineando chiaramente la fine della Germania hitleriana: le sorti del conflitto erano ormai decise, le truppe tedesche non erano più in grado di contrastare il nemico e l’Armata Rossa avanzava inarrestabile verso l’Oder massacrando la popolazione civile — solo nella sacca di Königsberg si erano ammassati migliaia di profughi tedeschi, isolati dal resto della Germania e impossibilitati a difendersi dagli attacchi sovietici. In questa situazione drammatica l’ammiraglio Karl Dönitz organizzò l’Operazione Hannibal: l’evacuazione di massa dei civili tedeschi (tre milioni) dai territori della Prussia orientale. In quest’ottica la Wilhelm Gustloff riprese l’antica funzione di nave ospedale preparandosi, sul finire del gennaio 1945, a lasciare le acque di Danzica.
I fasti delle crociere in tempo di pace erano ormai lontani: concepita per accogliere duemila passeggeri provvisti di tutte le comodità, la Gustloff si trovava ora ad ospitare poco meno di undicimila persone — la lista ufficiale di carico suggeriva 918 ufficiali, 173 membri dell’equipaggio, 373 membri delle Unità Navali Ausiliarie (esclusivamente donne), 162 feriti e 4.424 rifugiati, per un totale di 6.050 persone; in realtà, quando alle 12,30 del 30 gennaio 1945 prese il largo dal porto di Gotenhafen-Oxhoeft (odierna Gdynia), nei pressi di Danzica, la Gustloff contava almeno il doppio dei rifugiati, per un totale di 10.582 persone a bordo, perlopiù donne, bambini e anziani, stipati come in un carro bestiame e per la maggior parte terrorizzati.
Al momento di salpare le condizioni climatiche erano proibitive: vento molto forte, neve e una temperatura di dieci gradi sotto lo zero, senza contare la desolazione dei molti blocchi di ghiaccio che galleggiavano sulla superficie del gelido Baltico. Possibilità di sopravvivenza in caso di naufragio: nessuna. La Gustloff iniziava consapevolmente il suo viaggio senza scorte di nessun tipo, dotata solo di qualche mitragliatrice antiaerea e del tutto priva di difese antisommergibile.
E proprio un sommergibile, invece, aveva nel mirino la Gustloff fin da quando aveva lasciato le acque relativamente sicure del porto di Gotenhafen: era l’S-13 del comandante sovietico Alexander Ivanovich Marinesko, che attese pazientemente le 21,10 di quel giorno prima di far partire, uno dopo l’altro, i tre siluri che avrebbero colpito la nave sul lato sinistro della prua. Dopo cinquanta minuti di agonia la nave ospedale colava a picco con la quasi totalità dei suoi passeggeri — se ne sarebbero salvati a stento 996. (Per la cronaca, undici giorni dopo, il 10 febbraio 1945, il comandante Marinesko affonderà il transatlantico di lusso Steuben, adibito anch’esso al trasporto di feriti e profughi; per questi due affondamenti il comandante fu insignito dall’Unione Sovietica del prestigioso ordine della Bandiera rossa. Caduto poi in disgrazia, scontò 18 mesi di campo di lavoro finché, rilasciato, morì nel 1963. Nel 1990 il presidente Gorbaciov lo proclamò Eroe dell’Unione Sovietica).

Il naufragio della Wilhelm Gustloff è considerato il peggior disastro navale della storia, con le sue 9343 vittime. Curiosamente, non se ne parla mai. Ai primi di marzo del 2008 la televisione tedesca Zdf ha trasmesso una fiction dedicata a questa tragedia, ma ho qualche dubbio che una rete italiana qualsivoglia si prenderà la briga di acquistarla per rendercene partecipi. A parlare della Wilhelm Gustloff con competenza e pacatezza è stato il giornalista tedesco Guido Knopp, nel suo saggio Tedeschi in fuga (Milano, Corbaccio 2004), ma non mi pare di aver riscontrato sulla stampa italiana nessun acceso dibattito sui crimini di guerra commessi da URSS, USA e Gran Bretagna ai danni della popolazione civile tedesca. A chi dànno tanto fastidio i morti annegati della Gustloff?

I bambini della tigna: altro olocausto, altra memoria

In Israele devono essere in tanti a conoscere il nome di Chaim Sheba: a lui, infatti, è intitolato il prestigioso Chaim Sheba Medical Center di Tel HaShomer — il più grande complesso ospedaliero israeliano. Omaggio doveroso a questo medico di origine romena (nasce Chaim Scheiber, nel 1908, a Frasin, da una nota famiglia chassidica), laureatosi a Vienna nel 1929 e poi nel 1933 emigrato in Israele, dove serve nell’esercito come medico militare per diventare, ritornato civile, direttore generale del Ministero della sanità.
Ma non per questi meriti dovrebbe essere ricordato il dottor Sheba, quanto piuttosto per il singolare trattamento della tricofizia dello scalpo — malattia del cuoio capelluto più nota come tigna — che il dottore mise in pratica nel 1951. Curiosamente, i pazienti trattati erano quasi tutti bambini — il loro numero sembra raggiungere le 100.000 unità; e, cosa ancora più curiosa, erano tutti ebrei sefarditi, originari del Marocco. Tanto per apprezzare meglio il senso dell’ultima frase, ecco un chiarimento da fonte al di sopra di ogni sospetto:

Un elemento cruciale della politica israeliana, che spesso non traspare dalla cronaca, è infatti la sua componente strettamente etnica. La popolazione di origini ebraiche è divisa tra ashkenaziti, ebrei immigrati dall’Europa e dagli Stati Uniti, e sefarditi, provenienti dai paesi arabi, dall’Africa e dal Medio Oriente. I primi compongono la classe dirigente: i premier e i leader dei due principali partiti sono sempre stati ashkenaziti. I secondi sono la parte più povera della popolazione: negli ultimi anni in particolare i costi della sciagurata politica iperliberista del ministro delle finanze Netanyahu si sono scaricati su questi ultimi. Un’ampia fascia della popolazione, prevalentemente sefardita, è scivolata al di sotto della soglia di povertà: il rettore della Ben Gurion University, noto economista, ha recentemente annunciato il suo sostegno ad Amir Peretz dichiarando che, grazie alle riforme della destra, Israele si sta trasformando in un paese del terzo mondo.

Ma torniamo alle metodiche terapeutiche del dottor Sheba, ebreo ashkenazita. Il quale, per curare la tigna, decise di andarci giù pesante — un po’ come gli amici americani a Hiroshima, insomma. E infatti usò anche lui il nucleare. Lascio la parola alla giornalista Judy Andreas:

Nel 1951, il direttore generale del Ministero della salute israeliano volò negli Stati Uniti e tornò con 7 apparecchi radiografici, fornitigli dall’esercito statunitense. Sarebbero stati utilizzati in un esperimento atomico di massa con un’intera generazione di giovani sefarditi che avrebbero dovuto fare da cavie. La testa di ogni bambino sefardita doveva essere attraversata da una dose di raggi X che corrispondeva a 35.000 volte quella massima. In cambio di questo il governo statunitense pagò 300.000 lire israeliane all’anno al governo di Israele. Il denaro pagato dagli statunitensi equivale a miliardi di dollari oggi. Per ingannare i genitori delle vittime i bambini vennero portati via in “gite scolastiche” e più tardi gli venne detto che i raggi X erano un trattamento per eliminare la tigna del cuoio capelluto. 6.000 di questi bambini morirono poco dopo aver ricevuto le dosi, moltissimi altri svilupparono dei cancri che li uccisero nel tempo e che tuttora continuano ad ucciderli. In vita le vittime hanno sofferto di disturbi quali epilessia, amnesia, Morbo di Alzheimer, cefalea cronica e psicosi. In breve è di questo che parla il documentario. È tutt’altra cosa vedere le vittime al teleschermo, cioè vedere la donna marocchina che descrive cosa si prova a ricevere 35.000 volte la dose permessa di raggi x in testa.
«Urlavo fatemi passare il mal di testa. Fatemi passare il mal di testa. Fatemi passare il mal di testa. Ma non se ne andava mai».
Si vede l’uomo con la barba per strada, curvo.
«Ho cinquant’anni e tutti pensano che ne abbia settanta. Devo chinarmi quando cammino per non cadere. Mi hanno rovinato la giovinezza con quei raggi X».
Si vede la vecchia signora che somministrava le dosi a migliaia di bambini.
«Li portavano in fila. Prima gli si rasavano i capelli e le loro teste venivano cosparse di gel combustibile. Poi, per non farli muovere, gli mettevano una palla fra le gambe e gli ordinavano di non farla cadere. I bambini non avevano nessun tipo di protezione sul resto del loro corpo. Non c’erano vestiti piombati per loro. Mi hanno detto che stavo facendo la cosa giusta per eliminare la tigna. Se avessi saputo che razza di pericolo stavano affrontando i bambini non avrei mai collaborato. Mai!».
Dal momento che tutto il corpo era esposto ai raggi, la struttura genetica dei bambini spesso venne alterata, colpendo anche la generazione successiva.
Vediamo la donna con la faccia deformata che spiega «Tutti e tre i miei bambini hanno gli stessi cancri della mia famiglia. Volete dirmi che è una coincidenza?»
Chiunque può notare che le donne sefardite che oggi hanno intorno ai cinquant’anni, hanno spesso chiazze sparse con pochi capelli, che cercano di coprire con l’henné. La maggioranza di noi ha pensato che fosse semplicemente una caratteristica delle donne sefardite. Vediamo la donna sul teleschermo con un cappellino da baseball. Di fronte alla telecamera mette una fotografia di una deliziosa ragazzina con una cascata di capelli neri. «Questa ero io prima del trattamento. Guardami adesso». Si toglie il cappello e nemmeno l’henné rosso riesce a coprire le orribili cicatrici nelle zone pelate.
La maggior parte delle vittime era marocchina, perché erano i più numerosi fra gli immigranti sefarditi. La generazione che fu avvelenata divenne la classe eternamente povera e criminale del paese. Non ha senso. I marocchini che scapparono in Francia fecero fortuna e raggiunsero un buon grado di istruzione. La spiegazione più frequente è che in Francia erano andati i ricchi, perciò i furbi. La vera spiegazione è che le cellule cerebrali dei bambini francesi marocchini non sono state fritte coi raggi gamma.
Il film ha esposto chiaramente che questa operazione non fu accidentale. I pericoli dei raggi X si conoscono da oltre 40 anni. Le prime linee guida ufficiali per il trattamento a raggi X esistono dal 1952.
(da: Judy Andreas, «Zionism Is Nobody’s Friend»; traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Olimpia Bertoldini)

Il documentario cui si riferisce l’Andreas è «100000 Radiations. The Ringworm Children», prodotto nel 2003 dalla Dimona Productions Ltd. di Dubi Bergman e diretto da David Belhassen e Asher Hemias; in rete circola un’altra versione dei nomi degli autori e del produttore, secondo Barry Chamish. Il 14 agosto 2004 è stato trasmesso dall’emittente israeliana Canale 10, e l’anno seguente, col titolo L’Apocalypse des teigneux, il documentario in versione francese ha ottenuto una menzione speciale nella sezione Reportage del Mediterraneo alla X edizione del Premio internazionale del documentario e del reportage mediterraneo - Siracusa 9/16 ottobre 2005. Ciononostante non mi risulta che questi 47 minuti di pellicola abbiano mai trovato posto in qualche palinsesto nazionale, né che i media ufficiali abbiano mai ritenuto degno di nota questo episodio piuttosto inquietante. Vorrà dire qualcosa?

Gaza: «Con le lacrime nel cuore»

Per gentile concessione dell’autore Claudio Di Giorgio e dell’editore, che ringrazio pubblicamente per la cortese disponibilità, posto uno stralcio del testo che apparirà in forma integrale sul giornale telematico del Centro Studi Soratte. Buona lettura.

Come si può scrivere di ciò che sta accadendo nella Striscia di Gaza, quando le lacrime affogano gli occhi? Come si può descrivere ciò che l’esercito israeliano sta facendo ai palestinesi, se le parole per esprimere i sentimenti provocati dalle immagini dei bombardamenti non esistono? Come parlare del genocidio palestinese e del terrorismo di stato israeliano, se il pianto dei bambini colpiti è coperto dal suono delle ambulanze e le ambulanze e gli ospedali sono colpiti dai missili israeliani? Come spiegare il significato della parola giustizia, quando vengono bombardati gli aiuti umanitari e le scuole dell’ONU? Come si può denunciare uno sterminio, quando chi lo compie ne rivendica il diritto a compierlo e nessuno, in tutto il mondo, glielo impedisce?
Non lo so, davvero non lo so. Sono giorni che ci provo, ma è talmente forte l’urlo di dolore che sento dentro, che non riesco a distinguere le parole, non riesco a metterle in fila. Forse le parole sono portatrici di troppe emozioni. Forse la fredda matematica può aiutare. Forse i numeri sono più indicati: sono neutri. Allora, proviamo a dare un po’ di numeri, forse qualcuno riuscirà a capire lo stesso.

19 i caduti israeliani a causa dei razzi palestinesi in 8 anni (2000-2008)
446 i palestinesi uccisi dall’esercito israeliano in 20 mesi (giugno 2006 – febbraio 2008)

in 19 giorni di bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza (al 14 gennaio, giorno in cui scrivo):
990 i palestinesi uccisi
311 erano bambini
98 erano donne
4550 palestinesi feriti, di cui 375 versano in gravi condizioni e ben 1500 sono bambini e 690 donne
13 soccorritori uccisi, feriti altri 32
15 ambulanze sono state distrutte insieme ad altre vetture della protezione civile
11 soldati israeliani uccisi, di cui almeno 4 da fuoco amico (!)
126 soldati israeliani feriti

Per l’esercito israeliano sono considerati civili solo i palestinesi sotto i 17 anni e le donne senza velo. Tutti i maschi adulti e tutte le donne che escono dalla moschea sono considerati miliziani di Hamas.
Ci sono anche altri numeri, da tenere in considerazione:
1.500.202 abitanti nella Striscia di Gaza il 16 dicembre 2008
• 4,117 abitanti per mq è la densità di popolazione della Striscia di Gaza
(4.117 ab/Kmq)
1.059.584 sono rifugiati (circa il 70% della popolazione)
1.000.000 circa sono senza acqua, luce, energia a causa dei raid aerei e dell’embargo
45,5% è il tasso di disoccupazione
l’86% della popolazione dipende dagli aiuti internazionali
il 79,4% della popolazione vive sotto la soglia di povertà (tasso raddoppiato dopo la sospensione degli aiuti dal giugno 2006)
17,2 anni è l’età media della popolazione (secondo alcuni è 15,3)
5,19 è il numero di bambini per ogni donna della Striscia di Gaza
10.500 è il numero dei palestinesi detenuti nelle carceri israeliane (compresi esponenti politici regolarmente eletti)
1 è l’israeliano detenuto nelle carceri palestinesi

Con una tale densità di popolazione, è possibile bombardare senza colpire i civili? Le bombe al fosforo bianco, le munizioni all’uranio impoverito e le nuove bombe DIME sapranno distinguere? Anche l’ONU e la Croce Rossa si fanno scudo con i bambini e i civili? Senza considerare che le bombe equivalgono ad una condanna a morte senza processo…
Ci viene detto che la causa della guerra è la rottura della tregua da parte di Hamas. Vediamo i numeri della “tregua” (dal 19 giugno al 21 dicembre 2008):
25 palestinesi uccisi in raid dell’esercito israeliano nella Striscia di Gaza
25 palestinesi uccisi in Cisgiordania
273 malati morti per mancanza di medicinali (al 22 dicembre 2008)
46% dei bambini della Striscia di Gaza soffre di anemia a causa della scarsa alimentazione
6 palestinesi uccisi il 4/11/2008 dall’esercito israeliano durante un’incursione nella Striscia di Gaza. La tregua è rotta da Israele. Il giorno dopo riprenderà il lancio di razzi Qassam.

Un’analisi sulla rottura delle tregue nel periodo che va da settembre 2000 a ottobre 2008 ha dimostrato che e’ Israele, nella stragrande maggioranza dei casi, a uccidere per primo dopo una pausa nel conflitto: il 79% di tutte le pause nel conflitto sono terminate quando Israele ha ucciso un Palestinese, mentre solo l’8% sono state interrotte da un attacco palestinese. Il rimanente 13% consiste di interruzioni provocate da uccisioni da ambedue le parti nel medesimo giorno (vedi www.uruknet.de/?p=s9066&hd=&size=1&l=i).
La Striscia di Gaza è stretta dall’embargo israelo-egiziano (perché il valico di Rafah è gestito dall’Egitto e non lo apre) sin dal gennaio 2006: nonostante le previsioni che davano per certa la vittoria di Fatah (capeggiato dal presidente palestinese moderato Abu Mazen, sostenuto da Stati Uniti e Israele), ‘Cambiamento e Riforma’, il partito politico di Hamas, vince le elezioni nei Territori Palestinesi (le prime libere e regolari del mondo arabo) con il 44 percento dei voti sulla base di un programma di lotta alla corruzione e di miglioramento dei fatiscenti servizi pubblici nella Striscia di Gaza.
“I palestinesi hanno votato per Hamas anche perché hanno pensato che Fatah, il partito del governo che hanno bocciato, li ha delusi: nonostante la rinuncia alla violenza e il riconoscimento dello Stato d’Israele, Fatah non ha realizzato uno Stato palestinese”, scriveva William Sieghart, inviato del ‘Times’ di Londra. “La leadership politica di Hamas è probabilmente la più qualificata nel mondo. Può vantare nelle sue file più di cinquecento laureati con il titolo di dottorato, la maggioranza fatta di professionisti della classe media (dottori, dentisti, scienziati, e ingegneri). La maggior parte della leadership di Hamas si è formata nelle nostre università è non ha maturato nessun odio ideologico contro l’Occidente. E’ un movimento basato sul malcontento, dedicato ad affrontare l’ingiustizia compiuta sul suo popolo. Ha coerentemente offerto una tregua di dieci anni per fornire uno spazio di respiro per poter risolvere un conflitto che continua ormai da più di 60 anni”.
Hamas è nata a Gaza sul finire degli anni ’80 come ente assistenziale, tanto che venne finanziato da Israele come alternativa all’OLP di Arafat.
Abu Mazen (come tutta al-Fatah) è accusato di corruzione e nepotismo (oltre ad essere un presidente-fantoccio senza alcuna autorità, sostenuto da Stati Uniti ed Israele).
L’unica alternativa ad Hamas e al-Fatah è al-Mubadara (Palestinian National Iniziative) fondata da Mustafa Barghouti, un medico la cui libertà di circolazione fuori dalla Cisgiordania è molto limitata e non ha potuto fare campagna elettorale a Gaza. Per i media occidentali è come se non esistesse, eppure alle elezioni per la successione di Arafat ottenne circa il 20% dei voti. (…)
Hamas è, a tutti gli effetti, il legittimo rappresentante del popolo palestinese.
Il presidente del partito estremista israeliano “Shas”, Eli Yeshai, ha invitato a distruggere migliaia di case palestinesi nella Striscia di Gaza, “per schiacciare il movimento di Hamas”. Egli ha espresso la speranza che l’aggressione israeliana contro Gaza possa schiacciare totalmente il movimento di Hamas: “Gli abitanti del sud (dei territori israeliani, ndr) ci chiedono di proseguire fino allo schiacciamento di Hamas. Secondo me devono essere schiacciati a terra, a costo di demolire le case, le gallerie e le fabbriche”.
[…]
Ma vediamo come è stata condotta l’operazione “Piombo Fuso”. Il 26 dicembre, venerdì (giorno di festa islamico), l’esercito israeliano ha aperto i valichi di Gaza per permettere l’ingresso di cibo, medicinali e carburante. Perché? Per aumentare l’impatto psicologico di un bombardamento a sorpresa. Infatti, il 27 dicembre, giorno dell’inizio dell’attacco, era un sabato, giorno di festa ebraico e nessuno si aspettava che iniziassero i bombardamenti (per gli ebrei ortodossi il sabato non si può lavorare né usare strumenti tecnologici e persino i pasti vengono preparati il giorno prima). Nei giorni seguenti, l’esercito israeliano ha ammassato un centinaio di persone all’interno di un palazzo per evitare di essere colpiti dai bombardamenti. Il giorno dopo il palazzo è stato distrutto dall’aviazione. Successivamente, l’esercito ha autorizzato il passaggio di un convoglio di aiuti umanitari dell’ONU, indicando il percorso che avrebbe dovuto seguire. Il giorno dopo il convoglio è stato bombardato. In questi giorni, oltre alle quattro scuole dell’Onu, i razzi israeliani hanno colpito più volte gli ospedali, hanno distrutto il magazzino della Croce Rossa Internazionale dove erano contenute scorte di cibo e medicine per la popolazione civile, hanno devastato la sede della Mezzaluna Rossa, e infine hanno distrutto il palazzo dove avevano sede le principali emittenti televisive internazionali e dove lavoravano giornalisti di tutto il mondo.
Gli eserciti, questo tipo di guerra, la chiamano “Guerra Psicologica”. I media ed i politici occidentali la chiamano “Diritto all’autodifesa”. A me sembra puro e semplice terrorismo. Terrorismo di Stato, per la precisione. Anche perché ci sono dei requisiti minimi per poter usare il termine “guerra”: la guerra prevede che si fronteggino gli eserciti di due Stati. Ma la Palestina non ha un esercito e la polizia gira disarmata. Inoltre, Israele non riconosce lo Stato Palestinese, infatti alle centinaia di check-point sparsi in tutta la Cisgiordania viene utilizzato un tipo di filo spinato il cui uso per delimitare le frontiere è vietato dalla Convenzione di Ginevra. Per non parlare dei ministri, dei parlamentari e dei politici arrestati e detenuti nelle carceri israeliane. Anche per quanto riguarda l’uso di armi non convenzionali, Israele si è messo al riparo dalle critiche: le armi che usa sono di nuova generazione e non sono state ancora classificate ufficialmente. Oltre ai proiettili all’uranio impoverito, e le bombe al fosforo bianco (la caratteristica di queste bombe, vietate sulla popolazione -sono consentite solo per illuminare la zona, cioè sparate in aria-, è di provocare un’ondata di calore talmente forte da distruggere tutto ciò che si trova in un raggio di 5 metri, fino ad un metro di altezza dal suolo. Risultati sugli adulti: la parte inferiore del corpo è distrutta, la parte superiore risultata bruciata. Risultati sui bambini: resta solo la testa.), è stato testimoniato, da una premiata inchiesta di RaiNews24 già nel 2006, l’uso di un’arma nuova e sconosciuta […].
Purtroppo esistono le numerose testimonianze dei medici e dei soccorritori, oltre alle decine di foto e video. Purtroppo è tutto vero.
E i razzi Qassam, allora? I razzi Qassam non hanno una testata esplosiva, gli unici danni che provocano sono quelli causati dall’impatto di un siluro di metallo lungo circa un metro. L’assenza di esplosivo è il motivo per cui vengono ritrovati semi-sani e mostrati alle telecamere. Per essere uccisi da un razzo Qassam bisogna essere colpiti in pieno, evento abbastanza raro visto l’assenza di strumenti di puntamento. Ci dicono che l’Iran rifornisce Hamas di queste armi, ma non ci spiegano perché non fornisca anche cibo e medicinali. Non hanno saputo neanche spiegarci perché, su quello rinvenuto alcuni giorni fa e mostratoci dall’inviato del Tg3, ci fosse scritto “Made in China” e non “Made in Iran”.
Quando sono andato in Palestina, la cosa che mi colpì di più fu l’ansia, da parte israeliana, che non uscissero informazioni sulla situazione reale: i pacchi spediti per posta sono arrivati aperti, i bossoli raccolti ad un check-point sequestrati, siamo stati interrogati per sapere chi avevamo frequentato, dove eravamo stati, se eravamo giornalisti. Ci hanno chiesto in quale albergo avevamo alloggiato e lo hanno chiamato per conferma. Hanno cercato le videocassette della telecamera per visionarle. Ad un giapponese volevano controllare il contenuto del computer portatile. Sembrava che la paura più grande non fosse l’attentato terroristico (anche perché all’andata la perquisizione è stata più blanda) ma che la verità circolasse fuori dai confini del paese!
Coincidenze: con la guerra del Negev, Israele è entrato in possesso di tutte le risorse idriche della zona. Al largo di Gaza si trovano giacimenti di gas sottomarini. L’Iran vende il petrolio all’Olanda, l’Olanda vende il petrolio ad Israele. Israele invade Gaza. Ci sarà qualche nesso fra queste notizie? […]

Israele deve essere giudicato dalla Corte Penale Internazionale - Petizione universale

Da firmare. E basta.

da TLAXCALA - la rete di traduttori per la diversità linguistica

Circa 300 tra ONG e associazioni chiederanno al Procuratore della Corte Penale Internazionale di aprire un’inchiesta sui crimini di guerra commessi da Israele a Gaza. Il vostro sostegno è indispensabile. Firmate e fate circolare questa «petizione universale». È urgente.

Al Procuratore della Corte Penale Internazionale (CPI)

Il diritto è il segno distintivo della civiltà umana. Ogni progresso dell’umanità è coinciso con il consolidamento del diritto. La sfida che ci pone l’aggressione di Israele contro Gaza consiste nell’affermare, in mezzo a tanta sofferenza, che alla violenza deve rispondere la giustizia.

Crimini di guerra? Solo i tribunali possono condannare. Ma tutti noi dobbiamo recare testimonianza, perché un essere umano esiste solo in relazione agli altri. Le circostanze danno tutta la sua dimensione all’articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1949, «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza».

La protezione dei popoli, e non quella degli Stati, è la ragion d’essere della Corte Penale Internazionale. Un popolo senza Stato è il più minacciato di tutti, e davanti alla Storia si trova sotto la protezione delle istanze internazionali. Il popolo più vulnerabile dev’essere il più protetto. Uccidendo i civili palestinesi, i carri armati israeliani fanno sanguinare l’umanità. Ci siamo battuti perché il potere del Procuratore generale fosse al servizio di tutte le vittime, e questa competenza deve permettere che tutto il mondo riceva un messaggio di speranza, quello della costruzione di un diritto internazionale basato sui diritti delle persone. E insieme, un giorno, potremo rendere omaggio al popolo palestinese per il contributo che ha dato alla difesa delle libertà umane.

Campagna iniziata il 19/01/2008

Io, Santoro e il commento di “spenk”: un’esegesi

Una persona che stimo parecchio ha ricevuto, nel corso della sua lunga carriera di blogger, una quantità considerevole di minacce e insulti, di volta in volta risibili, deliranti, sanguinosi e via sciorinando l’elenco delle umane follie.
Ammetto che la cosa mi ha talvolta procurato fitte d’invidia: perché l’odio e il disprezzo sono, com’è noto, forme concrete di attenzione. L’indifferenza, invece, quella sì che può uccidere.
Ieri, però, ho avuto anch’io il mio quarto d’ora di notorietà — Warhol era profeta — grazie al commento che riporto integralmente qui sotto:

spenk on Gennaio 16, 2009 16:49

alessandra tu sei un altra puttana ke nn capisce un cazzo come quel ritardato di santoro! ke cazzo mi rappresenta invitare solo palestinesi e nn far sentire anke la voce della palestina! voi siete solo comunisti di merda skifosi! alessandra invece di parlare tu e il caro santoro andate a lavorare ke e meglio ke siete dei ritardati mentali e analfebeti! ke cazzo kampate a fare diko io! gente come voi andrebbe arsa viva! sarebbe anke uno spreko di benzina a dir la verita!

A tutta prima avevo pensato di cancellarlo; poi ci ho ripensato e ho deciso di lasciarlo dov’è, perché trovo che abbia comunque una sua validità pedagogica.
Anzi faccio di più: gli dedico addirittura un’esegesi, perché se la merita.

1) Lo “spenk”, si direbbe, dev’essere giovanissimo. Nessun adulto sano di mente si metterebbe mai a scrivere in questo modo: un profluvio di “k” che, lungi dal richiamarsi ai fasti del Placito capuano, denunciano invece un abuso del cellulare comune alle (molto) giovani generazioni. Purtuttavia, devo rilevare una discontinuità nell’uso della lettera “k”: che, se sostituisce sempre il gruppo “ch”, non compare come sostituto della “c” con la stessa fissità.

2) Non ha neanche molta fantasia, “spenk”: infatti mi dà della puttana — che è l’insulto più ovvio e più misero che di solito si rivolge a una donna, pur in tutte le meravigliose varianti dialettali di cui questa bella Italia ci è prodiga. Scagli la prima pietra chi non è mai stato vittima di questa caduta di stile.
Lo “spenk” avrebbe potuto trovare qualcosa di meglio: che mi metto le dita nel naso in pubblico, per esempio; o che faccio lo sgambetto alle donne incinte, o ancora che sputo sulle lapidi ai partigiani — queste sì che sono cose che mi avrebbero fruttato la generale riprovazione. Dire che sono una puttana, invece, è cosa che scivola nell’indifferenza generale: la categoria è inflazionata. Una in più o in meno, che differenza volete che faccia?

3) Proprio dal punto “2)”, però, nasce il mio dubbio sull’identità sessuale dello “spenk”: perché il dare della puttana a una donna è un comportamento indifferentemente maschile o femminile. A favore dello “spenk”=maschio, però, giocano un marcato uso del turpiloquio unitamente alla virulenza dell’invettiva finale («gente come voi andrebbe arsa viva! sarebbe anke uno spreko di benzina a dir la verita!») — che mi sembra denotare un approccio tipicamente maschile al problema (il turpiloquio essendo ormai invalso anche nella consuetudine femminile).

4) Nell’immaginario spenkiano, io e Michele Santoro siamo accomunati da una medesima pochezza mentale e laidezza morale. Mi fa un certo effetto perché, per dirla un po’ brutalmente col marchese del Grillo, lui è lui e io non sono un cazzo. Trovarmi a condividere, sia pure per il breve spazio di un commento, la statura mediatica di Santoro è cosa che vellica non poco il mio narcisismo.

5) Qui sono un po’ in difficoltà, devo dirlo. Perché lo “spenk” dice testualmente: «ke cazzo mi rappresenta invitare solo palestinesi e nn far sentire anke la voce della palestina!». Ho letto e riletto la frase molte volte, ma non sono riuscita a venirne a capo. Qualcuno può aiutarmi?

6) Lo “spenk”, evidentemente, non è di sinistra: perché definisce me e Santoro «comunisti di merda skifosi!». Potrebbe anche essere semplicemente un cattolico non progressista, ma lo vedo bene in una collocazione di centro-destra. Vorrei sottolineare il rafforzativo “skifosi”: perché “comunista di merda” è entrato ormai nell’uso comune come idiotismo ideologico (cfr. anche “fascista di merda”, “negro di merda” o “ebreo di merda” etc.), ma l’aggettivo “schifoso” accentua l’idea di una sporcizia morale che rende chi ne è affetto particolarmente disgustoso.

7) Secondo lo “spenk”, io e Santoro dovremmo “andare a lavorare”. Si evidenzia qui un topos comune, specialmente diffuso presso gli strati più incolti della popolazione: ovvero che il lavoro intellettuale non sia, in realtà, un vero lavoro. Scomoderò qui Max Weber e il suo Lavoro intellettuale come professione? Giammai. Tuttavia non posso esimermi dal notare come il lavoro intellettuale rechi con sé il peso di anni di studio e di sforzo mentale, a fronte di gratificazioni economiche non immediate e raramente cospicue — le eccezioni ci sono sempre, naturalmente. Noto pure che l’invito a lavorare mi era stato rivolto, benché in altra forma, anche da alcuni antifascisti molto arrabbiati con me per via della mia frequentazione, in anni non troppo remoti, dell’ambiente antiamericanista: a dimostrazione del fatto non già che le estreme si toccano, bensì che la mediocrità nella sua accezione deteriore è implacabilmente trasversale.

8) Lo “spenk” sostiene che io e Santoro siamo «dei ritardati mentali e analfebeti!». Detto (e in che modo…) da lui, mi suona quasi come un complimento.

9) Lo “spenk”, però, dimostra inaspettatamente una certa sensibilità ai temi maggiori dell’indagine filosofica: quel suo «ke cazzo kampate a fare», infatti, si configura come una traduzione popolare dell’annosa ricerca sul senso ultimo della vita, che travaglia la mente umana come minimo a partire dai Veda. L’espressione, noto anche, è tipicamente partenopea: il che mi suggerisce l’ipotesi che forse lo “spenk” sia di costaggiù o coltivi frequentazioni di quei luoghi lontani.

10) Ma è nell’invettiva finale, devo riconoscerlo, che lo “spenk” si riscatta. Quel desiderio così vibrato di veder bruciare vivi Santoro e me apparenta in qualche modo il sentire dello “spenk” a quello dell’Angiolieri, nell’anelito ad una ekpyrosis purificatrice che faccia finalmente giustizia dei reprobi. Cecco magari era un po’ più raffinato e imaginifico nell’esposizione, ma insomma accontentiamoci.
Del resto augurare la morte a qualcuno è la maledizione più diffusa, più infantile e al tempo stesso più innocua che esista: perché la morte arriva per tutti, e soltanto i bambini o le anime molto semplici possono credere che la morte di una persona cancelli il problema che quella persona rappresenta.
Più interessanti, semmai, sono le modalità di estinzione suggerite: e la morte per fuoco auspicata dallo “spenk” nei confronti di Santoro e miei rimanda a un immaginario medioevale cattolico che mi rafforza nell’attribuzione allo “spenk” di un’appartenenza all’area cattolica del centro-destra.

11) Peccato lo scivolone conclusivo sullo «spreko di benzina», che con quel tocco di oculatezza bottegaia toglie pathos alla maledizione. Pazienza.


Questa esegesi (!) era, in tutta evidenza, un divertissement — ma non troppo. In termini assai più velati e con modi più educati, le stesse opinioni mi sono state espresse ripetutamente negli ultimi giorni, sempre da elementi cattolici e “di destra”, e sempre in relazione ai fatti di Gaza. È chiaro che nell’area in oggetto il sentire è quello, non si scappa. E vista la criminale acquiescenza/complicità dell’Occidente nel genocidio che si consuma quotidianamente sotto i nostri occhi, quello è un sentire da quaquaraquà. Preferivo Andreotti.

Chi salverà Israele da se stesso? (2)

Proseguo e concludo la traduzione di brani dell’articolo di Mark LeVine apparso qualche giorno fa su Al-Jazeera.

Stato “canaglia”

Commentatori e studiosi israeliani, da sempre dichiaratisi “leali” sionisti e che hanno servito con orgoglio nell’esercito durante le guerre passate, ora descrivono pubblicamente il loro paese, per usare le parole del professore di Oxford Avi Shlaim, come una “canaglia” e uno “stato di gangster” guidato da “leader completamente privi di scrupoli”.
(…)
Come scrive su “Haaretz” un editorialista disgustato, Gideon Levy, “Il richiamo etico al controllo è venuto meno … tutto è permesso” contro i palestinesi.
Un’altra opinionista di Haaretz e figlia di sopravvissuti, Amira Haas, scrive del tardivo disgusto dei suoi genitori di fronte al modo in cui i leader israeliani giustificavano le guerre di Israele con un “linguaggio candeggiato” volto a ridefinire la realtà di Israele e la sua bussola morale. “Fortunatamente, i miei genitori non sono più vivi per vedere questo”, ha esclamato.
In tutto il mondo la gente sta cominciando a paragonare l’attacco di Israele a Gaza — che dopo il ritiro delle forze israeliane e dei coloni nel 2005 è stata letteralmente trasformata nella prigione più grande del mondo — con la rivolta ebraica nel ghetto di Varsavia.
(…)

L’erosione dei valori democratici

All’interno di Israele, la violenza continuerà a erodere sia i valori democratici nelle comunità ebraiche, sia qualsiasi accettazione della legittimità dello Stato ebraico agli occhi dei suoi cittadini palestinesi.
E negli Stati Uniti — almeno a Washington e negli uffici delle principali organizzazioni ebraiche — il coro di sostegno per la guerra di Israele a Gaza continua a cantare in stretta armonia con la politica ufficiale di Israele, apparentemente sordo al fatto che gli ebrei sono diventati così in sintonia con la realtà che sta per esplodere intorno a loro.
(…)

Violenza come potere

Chi salverà Israele da se stesso?
Non gli Israeliani, che ne sono manifestamente incapaci. La loro dipendenza, come società, dall’illusione di un potere basato sulla violenza ha raggiunto un livello di malattia mentale collettiva.
Come ha detto bene su “Haaretz” del 10 gennaio il giornalista Yossi Melman, «L’immagine che Israele ha creato di sé è quella di un pazzo che ha perso la propria identità».
Non i palestinesi, molti dei quali sono caduti nelle stesse condizioni.
Non il Quartetto per il Medio Oriente, né l’Unione europea, né le Nazioni Unite o la Lega araba, nessuno dei quali è assolutamente in grado di influenzare la politica israeliana.
Non la leadership ebraica organizzata negli Stati Uniti e in Europa, che di fronte a ciò che sta accadendo si rivela ancora più cieca rispetto alla maggior parte degli israeliani, che almeno consentono un dibattito interno circa la saggezza delle loro politiche governative.
Non la crescita progressiva della comunità ebraica, che avrà bisogno di anni per raggiungere un peso sociale e politico tale da permetterle di contestare lo status quo.
E nemmeno i politici americani e i vertici del governo, i quali o non sono disposti a rischiare di allontanare gli elettori ebrei americani, o hanno subito il lavaggio del cervello da parte del costante fuoco di sbarramento della propaganda, al punto di essere ormai incapaci di pervenire ad un giudizio indipendente circa il conflitto in corso.
Durante la corsa presidenziale americana, Barack Obama è stato ridicolizzato per il suo essersi posto come una figura messianica. Ora la cosa non suona più tanto bizzarra. È difficile immaginare qualcuno che voglia meno di lui abbandonare Israele, i palestinesi e il mondo ad altri quattro anni di violenza dissennata.

Mark LeVine su al-Jazeera

(2. - fine)

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