Archive for Aprile, 2009

Padri, papi, madri e figlie

È da stamattina che sto ridendo. Precisamente da quando ho letto questo:

Fonte: “Il corriere del mezzogiorno”

Ecco la bella Noemi, la diciottenne che chiama Berlusconi «papi»
«Per me Silvio è un secondo papà: mi telefona e lo raggiungo. Poi insieme cantiamo le canzoni di Scugnizzi»

Dal nostro inviato
PORTICI — Il suo motto è «Amali tutti, ma non sposar nessuno». Noemi Letizia è una statuaria ragazza, di scintillante bellezza, figlia di un dipendente comunale di Napoli e di una bella signora di Portici, ex miss Tirreno, titolare di un negozio di cosmetici a Secondigliano che le fa da assistente-ombra. È per i diciotto anni di Noemi che Silvio Berlusconi è atterrato in gran segreto a Capodichino domenica sera e ha raggiunto il locale sulla circumvallazione di Casoria dove la festeggiata aveva radunato un centinaio di invitati.

Nell’appartamento di via Libertà a Portici Noemi ci accoglie in cucina, benché si faccia trovare già pronta, in abito lungo e capelli sistemati a boccoli dal parrucchiere, per la trasmissione tv «Stelle emergenti», condotta da Francesca Rettondini, che tutti i martedì su TeleA la impegna come ballerina-valletta-showgirl. «È stata la sorpresa più bella, quella di papi Silvio».

Noemi, lei chiama ‘‘Papi’’ il presidente Berlusconi?
«Sì, per me è come se fosse un secondo padre. Mi ha allevata».

Ha mai conosciuto qualcuno dei figli del Cavaliere?
«No, mai. Anche se lui mi ripete che gli ricordo Barbara, sua figlia. Che ora studia in America».

Com’è nata la vostra amicizia?
«È un amico di famiglia. Dei miei genitori». «Diciamo», interviene mamma Anna, «che l’ha conosciuto mio marito ai tempi del partito socialista. Ma non possiamo dire di più».

Non capita a tutte le belle ragazze di ritrovarsi il presidente del Consiglio alla festa di compleanno?
«Infatti, io alla mia non l’aspettavo. È stata una vera sorpresa. Né ho mai raccontato in giro di questa amicizia così forte con Papi Silvio. Nessuno mi avrebbe creduta. Ora, invece, l’hanno visto tutti…»

Cosa le ha regalato?
«Una collana d’oro con un ciondolo».

Berlusconi è sempre stato presente alle sue feste di compleanno?
«No, ma non mi ha mai fatto mancare le sue attenzioni. Un anno, ricordo, mi ha regalato un diamantino. Un’altra volta, una collanina. Insomma, ogni volta mi riempie di attenzioni».

Suo padre non è geloso?
«Assolutamente no. È devotissimo di Papi Silvio».

E la mamma?
«Assolutamente no», risponde la signora Anna, «e poi gelosi di chi, di Silvio?». In cameretta, incorniciata, anche una foto con dedica del premier: “Ad Anna con gli auguri più affettuosi - 20 novembre 2008 - Silvio Berlusconi».

Noemi, lei frequenta il quarto anno della scuola per grafici pubblicitari?
«Sì, la Francesco Saverio Nitti di Portici e sono la prima della classe. La mia insegnante di italiano dice che ho inventato il ‘‘metodo letiziano’’: ho una grande capacità espressiva. Mi piace molto studiare».

Sa chi fu Nitti?
«Nitti…Nitti… Lo abbiamo anche studiato a scuola».

Fu un grande meridionalista e presidente del Consiglio.
«Ah, sì».

Cosa vorrà fare da grande?
«La showgirl. Ho studiato danza, ho iniziato a 6 anni. Ora sto seguendo un corso per guida turistica: al Maggio dei Monumenti sarò impegnata nel Duomo di Napoli. Mi interessa anche la politica. Sono pronta a cogliere qualunque opportunità, a trecentosessanta gradi. Ma non scenderò mai a compromessi(ndr, :°D)».

Sa che ha provocato una fiammante polemica il fatto che Berlusconi vorrebbe candidare letterine e donne dello spettacolo alle europee?
«Fa bene, vuole ringiovanire. E poi se Papi pensa di fare così, stia certo che non sbaglia. Sceglie queste ragazze perché intelligenti e capaci. Non solo perché belle. Il mio motto in politica sarà: ‘‘Meno tasse, più controlli’’. Basta con i furbi che non rispettano le regole».

Lei vuole diventare showgirl e avviarsi all’attività politica. E lo studio?
«Papi Silvio mi ripete sempre che la prima cosa è studiare. Lo sa che ha fondato una università a Milano? L’anno prossimo vorrei frequentarla. Mi iscriverò a scienze politiche».

Noemi, lei ha girato anche un cortometraggio?
«Si chiama Scaccomatto. È stato presentato a Venezia a dicembre scorso. Io interpreto il ruolo della fidanzata di un politico. È tutta una storia di mafia, di intrighi, di caccia ad un diamante».

Insomma, una trama di grande attualità. Torniamo a Berlusconi?
«Lo adoro. Gli faccio compagnia. Lui mi chiama, mi dice che ha qualche momento libero e io lo raggiungo. Resto ad ascoltarlo. Ed è questo che lui desidera da me. Poi, cantiamo assieme».

Quali canzoni?
«Non ricordo il titolo della sua preferita: aspetti che vedo sui suoi cd. Li ho tutti. Ma come fa quella… ‘‘Mon amour, lalalala’’»

Lei quali canzoni preferisce?
«A me piace la musica italiana. Non le canzoni classiche. I miei cantanti preferiti sono Laura Pausini, Tiziano Ferro, Nek. E poi c’è la colonna sonora di Scugnizzi, che io canto spesso con Papi Silvio al pianoforte o al karaoke».

Mi racconta qual è la sua barzelletta preferita tra le tante che il premier le racconta?
«Vi sono due ministri del governo Prodi che vanno in Africa, su un’isola deserta, e vengono catturati da una tribù di indigeni. Il capo tribù interpella il primo ostaggio e gli propone: ‘‘Vuoi morire o bunga-bunga?’’. Il ministro sceglie: ‘‘bunga-bunga’’. E viene violentato. Il secondo prigioniero, anche lui messo dinanzi alla scelta, non indugia e risponde: ‘‘Voglio morire!’’. Ma il capo tribù: ‘‘Prima bunga-bunga e poi morire».

Nei momenti di relax, Berlusconi cosa le confida?
«Fa tanto per il popolo. È il politico numero uno. Non dorme mai. Io non riuscirei a fare la sua stessa vita. Quando vado da lui ha sempre la scrivania sommersa dalle carte. Dice che vorrebbe mettersi su una barca per dedicarsi alla lettura. Talvolta è deluso dal fatto che viene giudicato male. Io lo incoraggio, gli spiego che chi lo giudica male non guarda al di là del proprio naso. Nessuno può immaginare quanto Papi sia sensibile. Pensi che gli sono stata vicinissima quando è morta, di recente, la sorella Maria Antonietta. Gli dicevo che soltanto io potevo capire il suo dolore».

Perché?
«Ho perso un fratello, Yuri, sette anni fa. A causa di un incidente stradale. Ora è il mio angelo custode».

Noemi, per quale squadra tiene?
«Sono patriottica, tifo Napoli. Poi, la mia seconda squadra è il Milan».

Noemi, quando la vedremo in politica, alle prossime regionali?
«No, preferisco candidarmi alla Camera, al parlamento. Ci penserà Papi Silvio».

Angelo Agrippa
28 aprile 2009

Come ho detto, continuo a ridere se ci penso. E per chissà che bizzarra associazione d’idee (la mente spesso gioca strani scherzi) mi viene in mente quest’altro:

[…] Woltz lo fece attendere mezz’ora oltre quella stabilita. Hagen non ci fece caso. La sala di attesa era molto elegante, molto confortevole, e su un divano color prugna di fronte a lui sedeva la più bella bambina che Hagen avesse mai visto. Doveva avere non più di undici o dodici anni, vestita in modo molto costoso ma semplice, come una donna fatta. Aveva capelli incredibilmente biondi, enormi occhi azzurro mare e una fresca bocca rosso lampone. Era scortata da una donna, sicuramente sua madre, che tentava di squadrare Hagen dall’alto in basso con cosí fredda arroganza da fargli nascere il desiderio di prenderla a pugni in faccia. L’angelo e il drago, pensava Hagen, restituendo alla madre altrettanta freddezza.
[…]
Mentre aspettava la macchina sotto il colonnato della villa illuminato a giorno, Hagen vide due donne in procinto di salire su una lunga limousine già parcheggiata nel viale carrozzabile. Erano la bella dodicenne bionda e la madre che aveva viste nell’ufficio di Woltz quella stessa mattina. Ma ora la bocca squisitamente disegnata della ragazza sembrava essersi trasformata in una pesante macchia rosa. Gli occhi blu mare erano appannati e quando scese i gradini verso la macchina aperta barcollava sulle lunghe gambe come un puledro storpio. La madre sosteneva la figlia, aiutandola a salire in auto, sibilandole ordini nell’orecchio. La donna girò il capo per una rapida furtiva occhiata ad Hagen ed egli le lesse negli occhi una rapace, febbrile aria di trionfo. Poi anche lei disparve dentro la limousine.
Ecco perché non era stato invitato nel viaggio aereo da Los Angeles, pensò Hagen. La ragazza e la madre l’avevano fatto col produttore cinematografico. Woltz aveva avuto il tempo necessario per rilassarsi prima di pranzo e di fare il lavoretto alla ragazzina. E Johnny voleva vivere in questo mondo? Buona fortuna a lui e buona fortuna a Woltz.

(Mario Puzo, Il Padrino, Parte I, cap. 1)

Sergio Ramelli

Sono passati 34 anni, ma mi sembra lo stesso ieri che moriva Sergio Ramelli, dopo 47 giorni di agonia in seguito a un pestaggio assassino.

Non ho voglia di star qui a rivangare i fatti e il loro svolgimento — la rete ne è prodiga, e qualsiasi cosa dicessi sarebbe una ripetizione.

Mi irritano, invece, le mille proposte di intitolare a Sergio Ramelli aule, giardini,strade etc. — in genere non mi piacciono le elemosine. Preferirei che si facesse giustizia; avrei preferito che i responsabili, individuati al di là di ogni ragionevole dubbio, avessero pagato più duramente la scelta di ammazzare per strada un ragazzino. Perché, se qualcuno se lo fosse dimenticato, con la sentenza definitiva del 22 gennaio 1990 la I sezione della Corte di Cassazione (presieduta dal giudice Corrado Carnevale) confermava sì la sentenza di secondo grado rigettando i ricorsi della difesa, ma escludeva l’aggravante della premeditazione richiesta dalla parte civile. Il risultato fu che del gruppo responsabile della morte di Sergio Ramelli solo Marco Costa e Giuseppe Ferrari Bravo tornarono effettivamente in carcere per un po’, prima di passare rispettivamente all’affidamento sociale e alla semi-libertà. Niente galera, invece, per tutti gli altri: che tra condoni ed escamotages di vario genere riuscirono a cavarsela tutto sommato niente male.

Non mi si venga a dire, per favore, che quelli erano anni un po’ particolari: lo so benissimo, perché c’ero. Quel clima me lo ricordo alla perfezione. Si era nel 1975: erano gli anni che “la resistenza ce l’ha insegnato / uccidere un fascista non è reato” (un’altra versione diceva “piazzale Loreto ce l’ha insegnato…”), “hazet 36 fascio dove sei?” e via scandendo slogan pervasi da un odio che non ho mai compreso e che non mi è mai neanche venuto in mente di ricambiare — l’odio è una perdita di tempo, preferisco imparare. Fortuna che già allora conoscevo e frequentavo persone di tutt’altra provenienza ideologica, per nulla imbarazzate dal mio essere “fascista”, o almeno non più di quanto lo fossi io dal loro essere “compagni”. Meno male, altrimenti sarei finita vittima degli ideologismi. Proprio come i consiglieri comunali di Milano che, raccolti in seduta consiliare quel 29 aprile di tanti anni fa, all’annuncio della morte di Sergio Ramelli scoppiarono in un applauso fragoroso. Vorrei sapere chi sono, vorrei conoscere i loro nomi (non sarà impossibile, no? ci saranno dei verbali…), vorrei poterli guardare in faccia per capire se Lombroso aveva in qualche modo ragione, e scoprire nei loro occhi cos’è che fa applaudire la morte di un ragazzo di 19 anni, il cranio aperto a sprangate e complicazioni polmonari artatamente provocate (a quanto sembra), dopo 47 giorni di agonia in un letto d’ospedale.

E non mi si venga neanche a parlare di perdono — sembra che gli assassini di Sergio Ramelli abbiano chiesto qualcosa del genere. Il concetto mi urta e non è contemplato nel mio vocabolario. Il perdono non cancella né le parole né i fatti, quindi non vedo che utilità possa avere, al di là di uno sgravio di coscienza buono solo a far stare meglio un irresponsabile: troppo comodo, direi. A scusarsi son bravi tutti, ma a portare per tutta la vita e a testa alta il peso di una scelta dalle conseguenze irrimediabili? Ci vuol altro…

Insomma sono passati 34 anni e io sono ancora qui a ricordarmi la tristezza di quell’aprile. Ma non voglio essere da sola a farlo, e così ecco i nomi di quei ragazzi di allora, poco più grandi di Sergio Ramelli e di me; quella morte non li ha colpiti come sarebbe stato giusto che fosse, e la giustizia umana li ha risparmiati. Di quella divina poco m’importa; dal fondo della mia troppa umanità che non dà e non chiede perdono auguro loro, di cuore, ogni male a venire.

Marco Costa, esecutore materiale: 10 anni e 1 mese di carcere
Giuseppe Ferrari Bravo, esecutore materiale: 9 anni e 7 mesi
Antonio Belpiede: 7 anni
Claudio Colosio: 7 anni
Brunella Colombelli: 6 anni e 3 mesi
Franco Castelli: 6 anni e 3 mesi
Claudio Scazza: 6 anni e 3 mesi
Luigi Montinari: 6 anni e 3 mesi

(Ancora incerte le responsabilità di Francesco Cremonese, Giovanni Di Domenico, Saverio Ferrari, Carlo Guaresco, Lorenzo Muddolon, Mauro Pais e Roberto Tumminelli)

Il suddito ideale

«Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più.» (Hannah Arendt)

Sostituito Manuel Musallam

(ANSA) - CITTA’ DEL VATICANO, 25 APR - Israele ha fatto smontare il palco fatto costruire per il papa dall’Anp davanti al campo profughi di Haida a Betlemme. Secondo le autorita’ di Tel Aviv la struttura, preparata in vista della visita di Benedetto XVI, era troppo vicina alla barriera di separazione che taglia a meta’ la cittadina e che e’ visto come un simbolo di apartheid. Intanto e’ stato sostituito il parroco di Gaza, Manuel Musallam, una delle voci piu’ critiche nei confronti di Israele.

Vorrà dire qualcosa?

25 aprile, ovviamente

Oggi è il 25 aprile.

[Mi sento moralmente obbligata a dire qualcosa anch’io su questa kermesse necrofila che affligge puntualmente l’Italia ogni anno, da decenni, e me personalmente da tutta la vita.

[Ci sono cresciuta, con la banda e i discorsi in piazza ricalcati sulle croste risorgimental-savoiarde: se mi ricordo l’ormai desueto Inno di Garibaldi è perché vanto anni di «Va’ fuora d’Italia, va’ fuora, ch’è l’ora; / Va’ fuora d’Italia, va’ fuora, o stranier!», che non c’entrava niente con la seconda guerra mondiale ma rendeva bene l’afflato patriottico di un popolo oppresso eccetera eccetera.

[In questi giorni, fra le non molte voci di chi vorrebbe abolire questa festa nazionale, sento qualcuno che indica il 25 aprile 1945 come la data di svendita dell’Italia agli Stati Uniti: dissento. Credo che il mercimonio fosse già stato deciso l’8 settembre 1943 — grazie ai Savoia, se qualcuno se lo fosse dimenticato. La data del 25 aprile, forse, ufficializza soltanto la transazione. Ma non è per questo che anch’io la vorrei abolire.

[Conosco persone che hanno perso la famiglia per mano partigiana; ma ne conosco altre che l’hanno persa per mano nazifascista (come si usava dire ai miei tempi e forse si usa ancora). Persone di sinistra si sono interrogate sugli orrori commessi da alcuni partigiani; persone di destra hanno fatto lo stesso con altrettanti orrori commessi da alcuni fascisti. (I nazisti non li prendo neanche in considerazione perché: a) non me ne frega niente; b) non sono roba mia).

[A quanto pare, non c’è famiglia italiana che non abbia portato il lutto per un caduto, familiare o amico, in quella che fu una guerra civile spaventosa e soprattutto odiosa come possono esserlo tutte le guerre civili. Questo significa che la parte che ha vinto ha vinto a spese e a scapito di un’unità nazionale evidentemente tale soltanto sulla carta o nei discorsi ampollosi dei retori strapaesani. E significa pure che l’Italia del dopo-25 aprile si è automaticamente e ineluttabilmente spaccata a metà in un’Italia di serie A e un’Italia di serie B — quest’ultima costretta a mendicare il permesso di poter continuare a vivere perché colpevole di aver scelto “la parte sbagliata”.

[Ora, non esiste una parte giusta e una parte sbagliata — non siamo topi di laboratorio in un labirinto: direzione giusta = formaggio, direzione sbagliata = scossa elettrica. Esiste la scelta, che per essere operata autonomamente comporta una conoscenza delle conseguenze e un’assunzione di responsabilità; esiste la scelta nella sua dimensione civile ed etica, anzi azzarderei persino estetica: e se è vero com’è vero che non siamo tutti uguali anche l’etica e l’estetica sono questioni personalissime.

[Si continua a invocare la pacificazione: ma senza il riconoscimento di quella spaccatura non è, non sarà possibile. Perché senza quel riconoscimento il 25 aprile continuerà ad essere la festa di chi, avendo vinto, non si sarà per nulla preoccupato di parcere victis ma i vinti li avrà continuamente umiliati, disconoscendone la dignità per reificarli e renderli non-persone (ce lo ricordiamo tutti che “uccidere un fascista non è reato”, non è vero?); continuerà ad essere la festa di una parte soltanto del popolo italiano, non già dell’Italia nazione.

[E l’assurda proposta di voler equiparare i militari in divisa della Repubblica Sociale Italiana ai partigiani denota l’incomprensione e la malafede che vi sono sottese e che costituiscono la cifra di una vulgata, come già denunciava Renzo De Felice, responsabile di molti e gravi guasti.

[Mi piacerebbe, dunque, che si abolisse il 25 aprile, che non è festa di popolo ma, lo ripeto, festa partigiana par excellence — festa di una parte della popolazione, e in nessun caso di un popolo nella sua interezza e integrità di Volk.]

Domani è il 26 aprile.

Donne rifatte, donne da rifare

Tempo fa, dal parrucchiere (e dove, se no?), sfogliando un settimanale gossipparo mi sono imbattuta nelle foto di una abbastanza nota bellona còlta dall’obiettivo a spasso con la prole: in quelle foto, però, la bellona non era più tale. Anzi. Non ho idea di quale macellaio possa averle messo addosso mani e siringhe, ma al momento ho pensato che uno così è da denuncia. Secca.
Stranamente, nei commenti al vetriolo che in certi giornali fanno le veci delle didascalie mancava qualsiasi accenno alle evidenti sventure estetiche dell’ex bellona: e ho capito che forse, per una volta, doveva aver prevalso l’umana pietà per il disastro inflitto a un volto già ritoccato eppure piacente — e ho ripensato all’ormai dimenticata Laura Antonelli, lei sì davvero bellissima di suo e rovinata da un malriuscito tentativo di sfidare il tempo.
Non ci ho più pensato finché l’altro giorno, in una sala d’attesa, ho pescato un lucidissimo articoletto di Marina Terragni , che mi ha fatto meditare sulla frase infelice di un’altra bellona molto trendy, tale Belen Rodriguez: costei tempo addietro ha (orgogliosamente, pure…) dichiarato «mi sono rifatta il seno ma ho un cervello da maschio»: apposta, ho dedotto, si è rifatta il seno. Perché ha, della donna e di se stessa, l’immagine che ne può avere un maschio — non un uomo, che è un’altra cosa. (Abbiate pazienza, continuare a distinguere le categorie è un mio antico vezzo). E il fatto che una donna riesca a pensare a sé soltanto come riflesso di un immaginario tutto maschile e un po’ banale la dice lunga sullo stato di salute dell’autostima femminile.
Fatemi essere un po’ retorica: a giudicare da quel che si vede e si sente, la morta stagione che fu il femminismo è passata invano. Ma quel turbinìo di gonnelle a fiori è rimasto dentro di noi, che in qualche modo c’eravamo. Ne sentiamo ancora il fruscìo, e ci sforziamo talvolta di farlo sentire anche agli altri — alle altre, soprattutto.

Next Page »