Archive for Dicembre, 2009

Roma, 18 dicembre: “Dalla sperimentazione animale ai metodi alternativi”

Domani a Roma, presso la Sala del Carroccio in Campidoglio, dalle 9.30 si terrà il convegno “Dalla sperimentazione animale ai metodi alternativi - Verso una scienza tecnologicamente avanzata”, organizzato dall’Associazione Memento Naturae con il patrocinio del Comune di Roma.

L’evento si propone di fornire una panoramica quanto più dettagliata ed esauriente in questo ambito, visti gli importanti progressi compiuti negli ultimi anni dalla ricerca scientifica, che dimostrano quanto sia oggi credibile una scienza alternativa alla sperimentazione animale.

Il convegno vedrà la partecipazione di importanti relatori e ha già avuto l’adesione di rappresentanti politici di entrambi gli schieramenti, nonché di altre associazioni impegnate da anni in questo campo innovativo.

Materiali utili:

locandina

brochure con programma

streaming tv dove verrà trasmessa e registrata integralmente tutta la conferenza

Per qualunque informazione
info@mementonatura.org

“Crimini di guerra, arrestate la Livni”. È scontro diplomatico Israele-Londra

Fonte: la Stampa

Un giudice britannico emette e poi ritira il mandato di arresto. Lo Stato ebraico rigetta le accuse: basta abusi

TEL AVIV

È diventata alla fine una grana diplomatica - con tanto di proteste ufficiali e minacce di conseguenze sulle relazioni bilaterali - la vicenda del mandato d’arresto emesso e poi ritirato da un giudice britannico nei confronti dell’ex ministro degli Esteri e attuale leader dell’opposizione centrista israeliana, Tzipi Livni.

Un provvedimento originato da una denuncia per crimini di guerra presentata da esponenti della comunità locale di origine araba in relazione all’offensiva “Piombo Fuso” dell’inverno scorso, e cui Israele ha reagito oggi a muso duro: chiedendo al governo di Sua Maestà azioni politiche contro «gli abusi giudiziari». Inizialmente smentito, l’ordine di cattura contro la Livni in realtà è stato in vigore. Almeno per qualche ora. Tanto da far saltare all’ultimo momento una sua visita in Gran Bretagna, dietro lo schermo di imprecisate «ragioni di calendario».

Un episodio imbarazzante e non inedito nei rapporti recenti fra i due Stati, che non poteva restare senza risposta dopo essere divenuto di dominio pubblico. E a cui il ministero degli Esteri israeliano ha in effetti replicato stamattina con un comunicato dai toni ruvidi, nel quale si rigetta l’iniziativa come «un atto cinico» e si chiede al governo di Gordon Brown di rispettare gli impegni presi per «mettere fine alla commedia degli errori» e «prevenire gli abusi giudiziari» ispirati da «elementi estremisti»: pena «un danno alle relazioni» bilaterali, ma anche al peso di Londra in Medio Oriente. Su questo punto l’avvertimento è stato esplicito: «Se i dirigenti israeliani non possono visitare la Gran Bretagna, questo rappresenta un ostacolo reale alla volontà di Londra di giocare un ruolo attivo nel processo di pace».

Un altro motivo di attrito fra i due Paesi è una recente direttiva del ministero britannico dell’Alimentazione in base alla quale i supermercati potranno distinguere sulle loro etichette tra «prodotti delle colonie israeliane» e «prodotti palestinesi», anzichè la generica dizione attuale di «prodotto in Cisgiordania». La mossa ha destato preoccupazione in Israele, che teme preluda ad un più vasto boicottaggio nel Regno Unito delle merci israeliane. [continua qui]

Muath ovvero come si muore a Gaza

Muath ha sedici mesi e un tumore al fegato.
Fortunatamente, può essere curato; sfortunatamente, è palestinese. Le autorità israeliane lo tengono bloccato a Gaza, impedendogli di recarsi in Italia, dove un’équipe del Policlinico Umberto I di Roma lo attende per eseguire l’intervento che gli permetterebbe di sopravvivere.
Forse dovremmo ammirare l’imparzialità di Israele, che rifiuta di concedere a un bambino palestinese più chance di un altro — piombo o cancro, Filistei si nasce ma soprattutto si muore nella Striscia delle vergogna.
Forse, invece, dovremmo indignarci leggendo la sua storia.

Chavez: «Salvate il mondo, non le banche»

fonte: ANSA

ROMA - Cifre ”astronomiche” elargite dai Paesi ricchi per ‘’salvare banche e banchieri” e tanto poca generosita’ per la lotta ai cambiamenti climatici: ecco il mondo di oggi, nel quale ”lo spettro del capitalismo” avanza a tappe forzate per ”devastare il pianeta”. Anche oggi non ha deluso il presidente venezuelano Ugo Chavez con il suo intervento al vertice dell’Onu in corso a Copenaghen.

Un discorso focoso come sempre, accolto da tanti applausi e diverse perplessita’, ma certamente ascoltato con attenzione dalle migliaia di delegati presenti nella capitale danese. Parole dure contro ”l’imperialismo mondiale” che regna ancora indisturbato, e il presidente Obama, atteso anch’egli al vertice di Copenaghen. Parole che hanno pero’ avuto il merito di dare un soffio di energia ad un’assembblea - oggi come mai - avvolta da un pessimismo che a tratti sfiora la depressione.

Il tutto mentre le Organizzazioni non governative (Ong) lanciano un grido d’allarme e chiedono ai leader uno scatto di reni, una manifestazione di ”coraggio” per salvare il pianeta sapendo pensare al futuro. E’ questa la parte piu’ emotiva di questo appuntamento ciclopico voluto dall’Onu a Copenaghen: un vertice diviso tra l’oscuro lavoro di tecnici e sherpa che lavorano ad un documento gonfio di pagine (circa 60) e cifre ed i giovani che manifestano all’esterno tra musica e lacrimogeni. Un vertice che ha lasciato fuori tanti delegati ed osservatori, sinceri ambientalisti che tremano all’idea di un fallimento di ‘Cop15′, come e’ stato chiamato questo summit.

In questo quadro - e in attesa dei leader europei e del presidente americano - oggi si sono sentite chiare e forti le voci alternative dell’America latina: ”dobbiamo smetterla con il sistema capitalistico, con questo modello economico - ha fatto eco a Chavez il presidente boliviano Evo Morales - se vogliamo veramente salvare la terra ed il mondo”. [continua qui]

Fascismo “male necessario”?

Insomma se non c’era il fascismo non si sapeva che fare, in Italia.
Per anni “Panorama” e l’”Espresso” non avrebbero saputo cosa strillare in copertina; le reti nazionali non avrebbero saputo a cosa dedicare migliaia di talk show, speciali, dossier, inchieste, interviste, ricostruzioni, rivelazioni, scoop, dibattiti, tavole rotonde eccetera; le sinistre in crisi e i litiganti di scarsa fantasia non avrebbero saputo come insultare gli avversari; e adesso Di Pietro non saprebbe cosa inventarsi per rilanciare l’IdV.
Sospetto non sia questo il senso in cui diversi storici hanno definito il fascismo un “male necessario”, ma tant’è.
Fatto sta che Di Pietro, sempre così attento a tirar di fioretto, invoca un novello CLN che faccia giustizia degli odiati fascisti, rispolverando toni e categorie che si pensavano ingenuamente un po’ fuori moda.
Si vede che è questo lo Zeitgeist, lo spirito dei tempi, come qualche tempo fa denunciava Giampaolo Pansa, dichiarando di sentire «aria di anni Settanta», ed elencava «cinque situazioni identiche ad allora»:

  • 1) «Il Paese è diviso in due blocchi che si odiano, si scomunicano a vicenda, si combattono senza esclusioni di colpi. Vedo in giro molto pregiudizio, cose gridate senza riscontri, condanne morali pronunciate senza autorità»;
  • 2) «L’imperversare dei cattivi maestri. Quelli che intossicano l’aria. Soprattutto quelli di sinistra. Scrivono che Berlusconi è come Mussolini, che la democrazia in Italia sta morendo, che non c’è più la libertà di stampa»;
  • 3) «la ricomparsa dei firmaioli. Si stende un proclama e i cervelloni di sinistra lo firmano o mandano lettere su lettere ai giornali. Se non fosse grottesco, mi incuterebbe un timore. […] La famosa intellighentia di sinistra troppe volte ha tradito i doveri degli intellettuali: distinguere, non fare confusione, non aizzare le reazioni delle persone più semplici»;
  • 4) «Il ritorno della violenza, anche a sinistra. È accaduto un fatto che mi ha colpito, pure se non ha “bucato” le cronache […] Alla fine di settembre è morto per infarto a Torino il magistrato Maurizio Laudi, un galantuomo, che aveva indagato su anarchici ed estremisti rossi. Il giorno dopo sui muri c’erano decine di scritte contro di lui. La Stampa ne ha pubblicato le foto: “Laudi è morto, un boia in meno”. Un’oscenità. L’altro giorno a Pistoia c’è stata l’ennesima spedizione punitiva contro Casa Pound, l’associazione di destra, con tanto di scontri con la polizia…»;
  • 5) «È cominciata la guerriglia tra giornali, e va ben oltre il confronto tra opinioni diverse. Un conto è scrivere in modo secco e duro; è anche mia abitudine. Ma se cominciamo a farci la guerra, ad accusarci a vicenda di cose che non abbiamo fatto né scritto, le conseguenze possono essere serie. Ce lo insegna la storia del nostro Paese».
  • Ho buoni motivi di credere che Pansa sia rimasto e rimanga perlopiù inascoltato.

    Il sangue dei vinti e l’inchiostro dei vincitori: ma dov’è l’inchiostro dei vinti?

    Qualche giorno fa è andata in onda la miniserie Il sangue dei vinti, tratta dall’omonimo libro di Giampaolo Pansa.
    La nota di merito è che la fiction è stata girata a Saluzzo, cittadina deliziosa; la nota di demerito è tutto il resto — e soprattutto il fatto che, non solo a mio sommesso avviso ma anche secondo quanto mi è stato riferito da molti, lo sceneggiato non è poi così aderente né al testo originale di Pansa né alla realtà dei tragici fatti di allora.
    Naturalmente bisogna rendere onore a Pansa, che ha avuto il coraggio e l’ardire di sollevare almeno un po’ i pesanti tendaggi che celano alla vista il panorama desolato del biennio bellico 1943-1945 e degli anni di pace ma non pacifici che ne seguirono. È vero che assai prima di Pansa, in tempi perigliosi e da una posizione difficile, fu Giorgio Pisanò — “reporter mirabile” nelle parole di Massimo Fini — a mettere nero su bianco nomi luoghi e fatti di scomodità inaudita; com’è vero che proprio per questo nessuno gli diede ascolto e spazio (ma lui non se ne diede per inteso e continuò in un’opera di denuncia coraggiosa e sostanzialmente solitaria). A Pansa, invece, è toccato scontrarsi da vincitore con altri vincitori, che non gli hanno perdonato né mai gli perdoneranno quell’apertura — incapaci di parcere, amano troppo stare dalla parte dei superbos
    Il punto è che da quella fiction e dai relativi giudizi si ricava un’impressione nettissima: e cioè che di quegli anni di guerra civile e del periodo ad essi successivo non si possa, non si voglia e soprattutto non si debba parlare.
    Nel libro-intervista Rosso e nero — correva il 1999 —, il mai abbastanza compianto Renzo De Felice dichiarava a Pasquale Chessa che lo spiraglio fortunosamente apertosi su certi fatti imbrogliati della nascitura repubblica italiana stava per chiudersi: ed esortava ad approfittare dello scarso spazio residuo per fare giustizia di una vulgata esiziale per tutte le parti politiche in gioco. Morì poco dopo, De Felice; e il famoso ultimo volume della sua biografia di Mussolini, il volume nel quale si sarebbero dovute leggere certe rivelazioni di gran peso, non vide mai la luce — come non videro mai la luce nemmeno i suoi appunti, affidati a una schiera di allievi evidentemente imbarcati con l’Olandese fantasma, giacché se ne son perse le tracce. Mi sento un po’ orfana.
    Da quella brutta impressione, dunque, l’unica conclusione che mi sento di trarre è che il sangue dei vinti, sempre e dovunque, è tristamente macchiato dall’inchiostro dei vincitori: quello che difetta è l’inchiostro dei vinti — non che non ci sia, ma troppo spesso lo intorbida il fiele dei vincitori.
    Senza di esso, non c’è — io non la vedo, almeno — alcuna possibilità di una reale pacificazione in questa cupa Italia sempre divisa.

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