Archive for Febbraio, 2010

Martin Kramer per la Palestina: una modesta proposta genocidaria

Sembra incredibile, ma pare proprio che tale Martin Kramer, docente ad Harvard, teorizzi il genocidio dei nativi palestinesi attraverso la morte per fame. Il testo originale si trova qui, unitamente ai link del caso.
Impossibile non pensare al Piano Morgenthau, che chissà perché nei suoi dettagli non viene mai studiato a scuola. Così come a scuola, dove si insegnano sempre le frasi celebri, non si studiano mai nemmeno le parole del presidente americano Roosevelt nei confronti della Germania, o l’opinione dell’allora ministro della Guerra Henry L. Stimson:

«Ci sono due scuole di pensiero, quella di coloro che vorrebbero essere altruisti nei confronti dei tedeschi, sperando di farli ridiventare cristiani con le buone maniere — e quella di coloro che vorrebbero assumere un atteggiamento più duro. Io appartengo più decisamente alla seconda poiché, benché io non sia assetato di sangue, voglio che i tedeschi si rendano conto che ora essi hanno perso definitivamente la guerra».
(«There are two schools of thought, those who would be altruistic in regard to the Germans, hoping by loving kindness to make them Christians again — and those who would adopt a much ‘tougher’ attitude. Most decidedly I belong to the latter school, for though I am not bloodthirsty, I want the Germans to know that this time at least they have definitely lost the war», da una lettera indirizzata alla regina Guglielmina d’Olanda il 26 agosto 1944; cfr. Franklin D. Roosevelt, The Roosevelt Letters, volume III: 1928–1945, London, 1952).

«Io devo essere duro con la Germania e mi riferisco al popolo tedesco, non solo ai nazisti. Noi dobbiamo castrare il popolo tedesco oppure trattarlo in modo che non possa riprodurre gente che voglia continuare a comportarsi come hanno fatto in passato».
(«We have got to be tough with the Germany and I mean the German people not just the Nazis. We either have to castrate the German people or you have got to treat them in such a manner so they can’t just go on reproducing people who want to continue the way they have in the past», cfr. John Morton Blum, Roosevelt and Morgenthau: A Revision and Condensation of From the Morgenthau Diaries, 1972, p. 342).

«Devo ancora incontrare un uomo che non sia inorridito per l’atteggiamento “cartaginese” del Tesoro. Si tratta di semitismo divenuto selvaggio per vendetta, e che pianterà i semi di un’altra guerra nella prossima generazione» («[I have] yet to meet a man who was not horrified at the ‘Carthaginian’ attitude of the Treasury. It is Semitism gone wild for vengeance and will lay the seeds of another war in the next generation»: così Henry L. Stimson nel suo diario, cfr. Stimson and Bundy, On Active Service in War and Peace, pp. 565-595; ma Stimson non esitò a manifestare il suo pensiero direttamente a Roosevelt, nella lettera che gli scrisse il 5 settembre 1944).

Che altro c’è da dire?

PdL, FN, la corazzata Potemkin e (da qualche parte) le nostre radici

Un amico che non vive da queste parti mi scrive chiedendo lumi sulla situazione a Milano dopo i noti fatti di viale Padova, e vuol sapere che penso delle manifestazioni organizzate il 16 febbraio dal Pdl e il 20 febbraio da Forza Nuova.

Alla prima domanda rispondo “che ne so?”; non gli piacerà e non mi crederà.

Alla seconda domanda, ribatto evocando il giudizio immortale di Fantozzi sulla Corazzata Potemkin (film che a me per la verità piace, ma qui interessa la forma dell’espressione, e non il contenuto).
Naturalmente sarebbe da idioti o da irresponsabili negare che l’immigrazione in Italia oggi sia un problema. Ma è da idioti o da irresponsabili pensare di poter risolvere qualcosa con manifestazioni come quelle citate.

Si denuncia a gran voce l’impatto disgregatore che l’immigrazione ha sul tessuto sociale: ma è imperativo chiedersi di quale natura sia questo tessuto.

Fu nel 1887, mi pare, che il sociologo tedesco Ferdinand Tönnies scrisse il suo saggio fondamentale e classico Gemeinschaft und Gesellschaft.
In esso Tönnies teorizzava l’esistenza di due diverse forme (Normaltypen) di organizzazione sociale, nettamente distinte e anzi opposte, l’una costituendo a pieno titolo la negazione dell’altra per presupposti e finalità.
La Gemeinschaft è la comunità o “società organica”, il gruppo coeso sulla base della partecipazione e della responsabilità personale nei confronti del gruppo stesso, i cui valori fondanti sono quella che potremmo chiamare “solidalità” (una cosa un po’ diversa dalla solidarietà) e il senso di appartenenza. Il rapporto esistente in questo modello di associazione è di tipo immediato.
La Gesellschaft è la società di tipo utilitaristico, basata sullo scambio e sul meccanismo di do ut des, in grazia del quale si crea una rete di dipendenze economiche (il termine va preso nel suo senso più ampio) che dà origine a rapporti artificiali.
Come spiega bene lo stesso Tönnies, sia nella comunità che nella società vediamo aggregati di esseri umani che vivono (più o meno) pacificamente gli uni accanto agli altri: «Però, mentre nella comunità essi restano essenzialmente uniti nonostante i fattori che li separano, nella società restano essenzialmente separati nonostante i fattori che li uniscono».

Ora, dov’è che viviamo noi oggi? In una comunità, in una civitas partecipativa e fondata sull’appartenenza nazionale, o non piuttosto in una gabbia convenzionale di sudditanza eterodiretta? Perché nel primo caso non avremmo di sicuro i problemi legati all’immigrazione che abbiamo incontestabilmente oggi, e soprattutto non sentiremmo minacciata la nostra identità. Nel secondo caso, in cui il Paese è diventato “l’azienda Italia” (ricordate Berlusconi nel 1994?), la percezione dei punti fermi che fanno di noi degli “italiani” è così confusa, e quei punti fermi sono in realtà così fluttuanti che ogni contatto con ciò che è al di fuori dell’azienda ci destabilizza profondamente.

Questo sembra essere il nodo della questione. Allora non resta che scavare dentro noi stessi e dentro la nostra storia (recente e remota) per individuare e recuperare le radici culturali e civili della terra che sono in molti a voler chiamare ancora patria. Soltanto così si avrà il diritto di dichiararsi preoccupati per i guasti dell’immigrazione incontrollata, insieme al dovere di sanare quei guasti e di salvaguardare i nostri confini.

17 febbraio, Giornata del Gatto

Dal 1990, il 17 febbraio si celebra la Giornata del Gatto.
È stato scelto questo giorno perché cade nel segno dell’Aquario, il segno degli spiriti liberi; e per sfatare la leggenda che vuole il numero 17 legato alla sfortuna e alla disgrazia e associato spesso a questa bestiola.
Ma io non posso fare a meno di notare un’altra cosa: e cioè che il 17 febbraio è anche il giorno in cui, nel 1600, fu messo al rogo Giordano Bruno, libero pensatore per eccellenza. Mi sembra un bel caso.

Per Giordano Bruno

Il 17 febbraio 1600, dopo sette anni di prigionia nelle carceri dell’Inquisizione romana, sale al rogo Giordano Bruno da Nola. Ai giudici che, l’8 febbraio, avevano pronunciato la sentenza di morte, Giordano Bruno aveva risposto: «Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla».

Come sempre, in rete troverete tutto quello che vi interessa sapere sul personaggio, e i pro e i contro e le fazioni.

Io, per me, voglio rendere omaggio a quest’uomo dalla schiena dritta, a quest’uomo che illumina con le fiamme della sua morte terrena le tenebre di una Chiesa esecrabile, ricordando che fra i capi d’imputazione a suo carico figura l’aver detto che «Caino fu uomo da bene, e meritamente uccise Abele suo fratello, perché era un tristo e carnefice d’animali».
Onore a lui. Non solo per questo, ma anche per questo.

È morto Pio Filippani Ronconi

Apprendo solo adesso della scomparsa di Pio Filippani Ronconi, studioso di primissimo piano e uomo di tempra eccezionale. Lo saluto con un omaggio alla Bhagavad-Gîta:
«Non incorre in alcuna colpa chi diviene ciò che è in armonia con la propria natura».
E taccio.

Bertolaso non ti pentire!

L’ultima cosa che vorrei è passare per jettatrice — be’, una delle ultime.
Così ieri mi è dispiaciuto moltissimo sentire dell’inchiesta che sta travolgendo Guido Bertolaso, ma mi dispiace di più aver scritto quello che ho scritto a proposito delle dichiarazioni rese dal capo della Protezione Civile all’indomani del cataclisma che ha distrutto Haiti.
Del resto ci vuol poco a fare 2+2, e infatti non sono mica la sola a saper contare sulle dita.
Passanante di lassù mi perdonerà se rivolgo a Bertolaso, critico audace, la stessa esortazione che il popolo rivolgeva a lui, attentatore fallito. Perché ci vuol fegato a fare certe cose.

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