Archive for Aprile, 2010

Un aprile che non finisce, e un passato che non passa

In questi giorni d’aprile, come ti muovi sbagli.
Qualunque cosa si dica o si faccia, salta sempre su qualcuno a farti un processo alle intenzioni — e meno male che ci si limita a quello. Non che la cosa non succeda tutto l’anno, sia chiaro: ma in questo periodo è più frequente e anche più scontato, va’. Se non temessi di apparire troppo dissacrante, citerei volentieri Pietre di Antoine.
Fatto sta che il clima non è dei migliori — e non parlo di quello atmosferico, che pure dà da pensare. Così, so già che se parlassi di Sergio Ramelli o di Alberto Brasili scontenterei comunque qualcuno: e allora lascio stare.
Invece preferisco riflettere sul fatto che a 65 (ses-san-ta-cin-que) anni di distanza dalla conclusione della seconda guerra mondiale ci sia ancora gente disposta a scannarsi (metaforicamente, ma sospetto che lo farebbe volentieri in real life) su dicotomie vetuste come fascismo/antifascismo e comunismo/anticomunismo— come se non fossero categorie ormai consegnate alla storia, come se non fossero fenomeni ormai conclusi, come se il muro di Berlino non fosse caduto e la guerra fredda non fosse finita e le Twin Towers non fossero crollate.
In tutta onestà, oggi come oggi (e per la verità da un quarto di secolo almeno) non riesco a vedere un pericolo nel fascismo o nel comunismo o nei loro contrari o corollari eccetera eccetera. I pericoli sono altrove: e il bello è che sono così macroscopici che la gente neanche se ne accorge — un po’ come la luce del sole, che se la guardi troppo a lungo invece di rischiarare acceca.
Anzi, quando sento le qualifiche di “fascista” e “comunista” affibbiate a persone di cui non farò i nomi perché ne rigurgitano già i media d’Italia — quando sento questo, non riesco neanche più a innervosirmi. Mi viene da ridere — dio mi perdoni, con tutto il rispetto per il sangue copiosamente e generosamente versato dall’una e dall’altra parte, e che sembra essere scorso via come acqua sulle piume di un’anitra.
Tutto questo avvitarsi su di un odio non più generazionale ma generato da un’ignoranza cupa e dall’ottuso incancrenirsi su schemi ridotti a gusci vuoti mi fa un’immensa tristezza — pari soltanto all’immensa rabbia che mi monta dentro quando leggo e sento di maestrini che non sono né buoni né cattivi, ma soltanto stupidamente funzionali al mantenimento dell’Italia nel suo status non già di nazione sovrana (come dovrebbe essere e come non è più da un pezzo) bensì di colonia americana. E se penso che le cose avrebbero potuto andare diversamente (e quanto!), mi viene quasi voglia di mollare tutto — e Valle Giulia sembra ormai così lontana.

Renzo De Felice, «Rosso e Nero»

Quindici anni fa lo storico Renzo De Felice dava alle stampe (Baldini&Castoldi, 1995) un saggio-intervista, Rosso e Nero, curato da Pasquale Chessa. Di seguito, brani dall’ Introduzione dello stesso De Felice.



… è mia convinzione che lasciar tempo al tempo non è possibile: lo spazio per una effettiva chiarificazione storica aperto dalle vicende internazionali e nazionali di questi ultimi anni si sta in Italia richiudendo.
Una vulgata sta morendo, con buona pace dei suoi superstiti sostenitori ed epigoni, ma se ne sta sostituendo giorno dopo giorno un’altra, in parte diversa, ma altrettanto refrattaria alla verità storica e probabilmente altrettanto perniciosa. Ché se la vecchia tendeva a squalificare e invalidare alcune verità a tutto vantaggio dell’esaltazione e della legittimazione di una vulgata politica di comodo, la nuova par di capire tenda a legittimare le une e le altre in funzione di un immobilismo politico e culturale che — come in passato — ignori le esigenze di una società veramente moderna ed escluda un’effettiva partecipazione di larghissimi settori della popolazione, non mediata dal “vecchio” solo formalmente messo a nuovo. Col risultato di diffondere sfiducia, lacerare vieppiù ciò che resta del tessuto nazionale e far perdere quindi, a un numero sempre più vasto di italiani, ogni punto di riferimento nazionale e di orientamento etico.
Vent’anni fa, Rosario Romeo ammoniva che «un paese idealmente separato dal proprio passato, è un paese in crisi di identità e dunque potenzialmente disponibile, senza valori da cui trarre ispirazione e senza quel sentimento di fiducia in se stesso che nasce dalla coscienza di uno svolgimento coerente in cui il passato si pone come premessa e garanzia del futuro». Romeo — pur non sottovalutando affatto il peso che sulla crisi della coscienza nazionale ancora aveva il «trauma della seconda guerra mondiale» — non nascondeva la sua convinzione che ad accrescere la crisi di identità e la potenziale disponibilità degli italiani non fosse estranea una sorta di «operazione politico-culturale», portata avanti da una parte dei cattolici e dai comunisti, per contrapporre «alla storia realmente accaduta» una «storia alternativa, non realizzata in passato, ma realizzabile in avvenire» da loro stessi [Rosario Romeo, Scritti politici 1953-1987, Milano 1990, p. 40].
A questa operazione politico-culturale vari sintomi fanno pensare che si tenti oggi di sostituirne un’altra, apparentemente più “moderna”, i cui sponsor sono diversi e non solo politici. Un’operazione non diversa negli obiettivi e nei pericoli, sotto il profilo di un ulteriore indebolimento etico-politico della nazione italiana e del suo sentirsi, per dirla ancora una volta con Romeo, «un paese irrimediabilmente sbagliato». Con le conseguenze che ciò comporta.
La crisi seguita alla caduta del muro di Berlino ha investito, chi più chi meno, tutti i paesi europei. A prima vista, il fatto di aver determinato le premesse perché fossero sostanzialmente travolti sia la Prima Repubblica sia i partiti che per mezzo secolo hanno esercitato la loro egemonia politico-culturale su di essa potrebbe far ritenere che l’Italia ne ha risentito maggiormente.
Contrariamente alle apparenze, le cose sono andate in realtà in tutt’altro modo. Per limitarci all’aspetto che qui più interessa — quello culturale — è impossibile non rendersi conto che il gran parlare che si fa della necessità di un ripensamento critico della nostra storia nazionale, dei mali che l’hanno afflitta e l’affliggono, della inadeguatezza e addirittura della strumentalità dei rimedi messi in atto per curarli, più che a fare i conti con il nostro passato, serve a introdurre più o meno surrettiziamente problemi di politica contingente.
In questo contesto va letta tutta una serie di questioni, da quella “nazionale” a quella “antifascista”, dalla “comunista” alla “democratica” (come problema generale, ma anche in particolare nella Resistenza), eccetera… Un aspetto che non costituisce nemmeno una novità, perché — sia pure in forme meno esasperate — le stesse idee sono state pensate e dette in altri momenti di crisi, per esempio negli anni Settanta. E servono ancora per cercare di dare alla loro argomentazione (terra terra) una valenza storica se non addirittura etica o ad alzare un gran polverone gattopardesco volto a perpetuare il predominio della politica e dell’ideologia sulla cultura, con poche rettifiche di tiro e concessioni verbali, talvolta abili […], talaltra ingenue fino all’autolesionismo [Si veda il caso dello studioso Lutz Klinkhammer, che alla domanda perché lo studio della Rsi è stato per anni appannaggio pressoché esclusivo della destra, condizionato dall’ambiente, ha risposto (…) di ritenere che «per un certo tempo… la Repubblica di Salò sia stata una demonizzazione necessaria, perché altrimenti l’antifascismo non si sarebbe imposto culturalmente». Cfr. “Ricerche storiche” (di Reggio Emilia), dicembre 1994, p. 17]. Al punto di non farsi scrupolo di ricorrere a vere e proprie risibili parodie della cultura per suffragare argomentazioni e tatticismi squisitamente politici. […]
A cinquant’anni dalla sua conclusione, la Resistenza costituisce ormai qualcosa di lontano, più di quanto cinque decenni giustifichino, e di sostanzialmente mal noto. Avulsi dal loro naturale contesto, i contorni della Resistenza sfumano nel vago. Così fascisti, tedeschi e Alleati restano il più delle volte controparti senza volto, che fanno pensare ai cori di certe tragedie classiche, e i partigiani con le non meglio identificate masse che sarebbero state loro dietro (ma delle quali la storiografia resistenziale non approfondisce pressoché mai il reale atteggiamento e le sue motivazioni) diventano gli unici protagonisti. Nonostante il gran parlare e scrivere che se ne è fatto, numerose sono infatti le pagine della sua storia ancora bianche o reticenti e soprattutto trattate con un animus non solo più ideologico-politico che storico, ma chiaramente dipendente dal mutare delle circostanze e delle strategie politiche.
Caratteristico è il giudizio sulla presenza cattolica, prima minimizzata al massimo, poi accusata di scarso impegno e di anticomunismo pregiudiziale, infine valorizzata anche oltre il lecito, il tutto adeguandosi puntualmente all’evoluzione dei rapporti Pci-Dc. Perciò la Resistenza è venuta assumendo agli occhi dei più, e in specie dei giovani che ne ignorano la dimensione esistenziale, una sorta di mito che non suscita altri effetti che non siano la noia e il disinteresse oppure il desiderio di sentire altre campane.
A questa situazione di fatto non sono mancati — soprattutto negli anni Settanta — tentativi di reagire estendendo e approfondendo la ricerca ad alcune almeno delle “zone d’ombra” che la storiografia resistenziale ufficiale non aveva sino allora preso in considerazione o non aveva ritenuto opportuno affrontare, un po’ per non turbare l’armonia del quadro che in un quarto di secolo aveva delineato e accreditato a tutti i livelli, un po’ perché essa stessa prigioniera della vulgata alla quale aveva dato vita. I risultati erano stati per altro scarsi, sia perché all’origine di tali tentativi erano ancora, piuttosto che motivazioni di natura scientifica, ragioni ideologico-politiche frutto delle contrapposizioni interne alla sinistra determinate dal Sessantotto, sia perché la tematica resistenziale rimase appannaggio di studiosi e di pubblicisti, anche di valore, ma che continuavano a concepirne lo studio in un’ottica politica e ad affrontarlo senza uscire dagli schemi tradizionali.
A un principio di “svolta” si è giunti solo in conseguenza della caduta del muro e al crollo del regime sovietico, allorché molte certezze ideologiche sono andate in frantumi e gli archivi russi hanno cominciato a mettere a disposizione degli studiosi una documentazione sino a quel momento a essi preclusa e che, pur indirettamente, incide anche sulla vulgata resistenziale. […]
Le celebrazioni del cinquantesimo anniversario della Guerra di liberazione e i pochi (e, salvo pochissime eccezioni, di modesto spessore) interventi più propriamente storico-culturali che le hanno punteggiate […] hanno messo in luce la centralità della Resistenza in tutta la vicenda politico-culturale successiva, ma anche come essa sia vista oggi dalla gran maggioranza dei politici e degli intellettuali attivi nel clima della Prima Repubblica in un’ottica forse anche più politica che in passato. Nel crollo delle ideologie in genere e in particolare dei tanti valori considerati sino a ieri “forti”, la Resistenza rimane uno dei pochissimi appigli per tentare di trovare la ragion d’essere, la legittimazione del proprio potere e della propria partecipazione a un sistema altrimenti indifendibile politicamente ed eticamente.
Sicché si sono generati due atteggiamenti contrapposti. Da una parte i nuovi protagonisti della politica, arrivati alla ribalta sull’onda della crisi della Prima Repubblica, la considerano una questione tutto sommato superata e quindi tale da non meritare una particolare attenzione […], incapaci come sono di rendersi conto che la Resistenza e la Rsi furono due aspetti, in gran parte uguali e contrari, di una stessa realtà più vasta e profonda che continuò a manifestarsi ben oltre il 1945. Dall’altra, per i primi è ancora essenziale più che in passato negare ogni validità ai tentativi di capire e spiegare la realtà del 1943-45, di qualsiasi tipo e origine, arrivando fino a tacciarli di revisionismo. Per un verso facendo leva sull’accezione negativa che Lenin e poi Stalin hanno dato a tale termine e che, più recentemente, ha impropriamente assunto nel dibattito sull’olocausto e il razzismo, in cui sempre più viene usato (talvolta anche ad arte) come sinonimo di “negazionismo” o, nel migliore dei casi, di “relativismo” e di “giustificazionismo” […], per un altro verso ricorrendo all’argomento che “criticare la Resistenza” equivarrebbe a “fare il giuoco dei fascisti”.
Per sua natura lo storico non può che essere revisionista, dato che il suo lavoro prende le mosse da ciò che è stato acquisito dai suoi predecessori e tende ad approfondire, correggere, chiarire, la loro ricostruzione dei fatti.
Non meraviglia quindi che — contrariamente a quanto avvenuto in altri paesi e in particolare in Francia — da noi il cinquantesimo anniversario della Resistenza (e della Rsi) non abbia dato luogo (almeno sino a oggi) a un vero dibattito storiografico. E non sorprende che le poche prese di posizione avutesi siano state pressoché tutte di tipo tradizionale ovvero volte a spostare il discorso su terreni diversi da quello della realtà del 1943-45: quello dell’antifascismo, quello della (presunta) identità tra fascismo e nazismo, quello della Resistenza come guerra civile e dei suoi caratteri, quello della posizione dei comunisti rispetto alla democrazia e soprattutto quello del “nesso irrinunciabile” tra Resistenza e Costituzione repubblicana e della “nuova forma di patriottismo” (non più “della Nazione”, ma “della Costituzione”) che da esso discenderebbe. […]
Tutti temi importanti e meritevoli di approfondimento, ma che, rispetto al problema della Resistenza e, più in generale, del biennio 1943-45, o costituiscono dei “fuor d’opera” ideologici o sono tutto sommato marginali o si collocano “a valle”, rispetto a quello che è il vero tema in concreto mai affrontato della Resistenza: quello della sua legittimazione popolare oppure, in altri termini, del suo rapporto con la popolazione civile.
Un problema, oltre tutto, che non riguarda solo la storia della Resistenza. È da qui, infatti, che bisogna prendere le mosse per comprendere sia la crisi collettiva di identità che l’Italia visse a seguito dell’8 settembre, sia le ragioni profonde del successo elettorale della Dc (anche in molte zone del Nord dove la presenza cattolica nella Resistenza era stata assai meno importante di quella delle sinistre e dei comunisti in specie) già nel 1945-46, prima cioè che entrasse in giuoco il fattore Guerra Fredda, e del “compromesso costituzionale”, che ha dominato per quasi mezzo secolo la vita politica italiana.
Ridurre, infatti, gli avvenimenti del 1943-45 alla contrapposizione antifascismo-fascismo e alla lotta armata tra la Resistenza e la Rsi non è in sede storica sufficiente. Non basta a spiegare compiutamente né i rapporti interni alla Resistenza e di questa con gli Alleati, con il Regno del Sud e con la Resistenza jugoslava, né quelli della Rsi con la Germania. E rende difficile capire alcune iniziative maturate nei due campi. E tanto meno aiuta a comprendere come tali avvenimenti furono vissuti dalla maggioranza della popolazione coinvolta in vario modo e misura nella lotta e le reazioni che questa suscitò. […] Allo stato degli studi molto si sa (o è documentato) sulla Resistenza e, seppure in misura minore, sulla Rsi. La vera e decisiva lacuna è dovuta alla mancanza di un quadro di riferimento motivazionale generale degli avvenimenti del 1943-45 nel quale si collochino sia la Resistenza che la Rsi (che, in sé e per sé, coinvolsero una minoranza della popolazione delle regioni nelle quali furono presenti) e trovi il suo posto anche la “condizione umana” di quegli anni, con i suoi molteplici stati d’animo, problemi morali e di vita materiale, speranze, delusioni… Una “condizione umana” a determinare la quale hanno concorso massicciamente una sequenza di eventi e stati d’animo.
In primo luogo l’andamento generale delle operazioni belliche e specialmente la guerra civile (in senso forte, ché per comprendere veramente la Resistenza, la Rsi e la vicenda italiana nel suo complesso e l’influenza che questa ebbe sugli avvenimenti successivi, non si può assolutamente sottovalutare, come troppo spesso è avvenuto, che l’Italia nel 1943-45 conobbe una guerra civile di dimensioni e drammaticità ignote ad altri paesi).
Al secondo posto il tipo e il grado del consenso di cui il regime fascista aveva goduto e il cui crollo non si tradusse in un più o meno mero ritorno ai comportamenti e ai valori prefascisti, ma in un atteggiamento psicologico-culturale in cui i vecchi comportamenti e valori trovavano posto solo in parte, mentre altri, acquisiti negli anni del regime, continuavano inconsapevolmente a essere in qualche misura presenti.
Al terzo soprattutto la crisi morale causata dal trauma dell’8 settembre che gravò sulla maggioranza della gente, su tutti coloro cioè che non fecero una consapevole scelta per o contro la Rsi. Una “condizione umana” che, dunque, è cosa ben diversa del “vissuto politico” degli italiani durante la Resistenza che, secondo Pietro Scoppola, sarebbe stato l’elemento etico che avrebbe più contribuito a tenere unito il paese, allora e poi, nel periodo della Guerra Fredda. Sia perché il “vissuto politico” di cui parla Scoppola (pensando da politico all’oggi, piuttosto che guardando da storico indietro) ha costituito un fatto solo di élite, sia perché proprio a esso deve, a ben vedere, farsi risalire in buona parte la crisi della consapevolezza unitaria degli italiani. […]
Ora, la domanda d’obbligo è: perché, dopo cinquant’anni, la cultura di questo paese non è riuscita e, tutto sommato, non vuole fare, salvo poche eccezioni, i conti con la storia del proprio passato? Ha creato solo una serie di alibi che assumono la forma dell’autocommiserazione e della denigrazione di un popolo che il ceto intellettuale non conosce o al quale attribuisce i tratti più adatti a marcare la propria differenza.
A domanda risposta: manca l’habitus scientifico, mancano i veri studiosi, manca una visione del mondo capace di far guardare al di là del pragmatismo politico. La crisi delle ideologie è ancora qualcosa di esterno e di subito. […] La spiegazione del fatto che temi fondamentali per fare i conti con la propria storia, come quello dell’8 settembre, la Resistenza, la Rsi, e come quello, strettamente connesso, sulle tensioni disintegrative che percorrono la società italiana d’oggi, non decollino e vengano vissuti dalla comunità intellettuale come un indistinto e sgradito rumore di fondo, è tutta qui. L’antifascismo non può costituire l’unica discriminante per capire il significato storico della Resistenza. Ne consegue che la “patente” antifascista non può sostituire la “patente” democratica, che il biennio 1943-45 va reinterpretato nel più vasto alveo della crisi collettiva che condizionò le vicende di allora e influenza quelle di oggi, che la gerarchia di valore della purezza antifascista al cui vertice subito si insediò il Pci non trova più corrispondenza (se mai l’ha veramente trovata) nella maggioranza degli italiani.
Né fascisti, né antifascisti, né comunisti, né anticomunisti sono legittimati a spiegare alla gente quanto è avvenuto, quanto sia stato importante, decisivo per la storia dell’Italia di oggi quel biennio. E, del resto, la gente non ha più fiducia in essi e li considera venditori di miti a cui non crede più e ai quali attribuisce buona parte delle responsabilità per la situazione nella quale si trova l’Italia e, quel che è più grave, estende questo giudizio negativo, sulla loro ricostruzione della storia, alla storia tout court. Con la conseguenza di accrescere quella crisi di identità che, in un contesto generale meno degradato, già vent’anni fa, lo si è detto, Romeo giustamente paventava. E che oggi è sempre più difficile frenare.

… e l’Italia si tiene le bombe americane

da Bye bye Uncle Sam

Tallin (Estonia), 22 aprile – Malgrado quanto chiesto da cinque Paesi NATO guidati dal Belgio gli Stati Uniti non hanno la benché minima intenzione di ritirare dall’Europa le circa 200 bombe atomiche tattiche dispiegate in Europa, di cui 90 solo in Italia.
Lo ha chiarito il segretario di Stato americano Hillary Clinton alla vigilia dell’apertura del vertice dei Ventotto a Tallin.
(AGI)

“Emergency”, i suoi detrattori e una strana idea di Stato

Bloccati anche loro dalla nube prodotta dall’eruzione del vulcano Eyjafjjoell, gli operatori di “Emergency” continuano ad essere al centro di polemiche per la verità piuttosto sterili, dal momento che si continua a parlare senza sapere bene come stiano le cose.
Infatti si è aperto un fuoco di fila contro i tre a causa della loro presunta dichiarazione (prima non verificata e poi puntualmente smentita) di non voler usufruire dell’aereo messo a disposizione dall’Italia per il rientro. Apriti cielo. «Lo Stato li ha salvati, e loro si permettono di rifiutare l’aereo di Stato» — ecco il commento indignatissimo che ho sentito in molteplici versioni, e che mi viene da commentare a mia volta come segue.

Per la verità, l’aereo messo a disposizione è un aereo di quello Stato che, prima ancora di sapere cosa fosse realmente accaduto, per bocca del ministro Frattini ha preso recisamente le distanze dall’organizzazione e anzi, per bocca del sempre loquace senatore Gasparri, ha dichiarato “Emergency” «una vergogna per l’Italia». Ora, alla luce di come si sono svolti gli avvenimenti, mi piacerebbe sapere dove sono le scuse del ministro e del senatore. Io non le ho lette da nessuna parte, e se le hanno fatte a voce e in privato io non ne ho notizia.

I detrattori di “Emergency” (che ci sono sempre ma che in questa occasione si sono fatti un preciso dovere di sparare a zero su realtà che non conoscono) dimenticano che tutelare i propri cittadini non è una graziosa e sporadica concessione da parte di uno Stato capriccioso e talvolta magnanimo: è esattamente ciò a cui hanno diritto i cittadini in virtù del contratto sociale — io pago le tasse allo Stato, ne riconosco la legittimità e ne accetto le leggi; e lo Stato mi garantisce sussistenza e sicurezza.
Se lo Stato di cui sono cittadina mi tratta da delinquente a prescindere e soltanto in un secondo momento, dopo avermi cagionato disagi di cui avrei fatto volentieri a meno, mi tira fuori dei guai adempiendo con colpevole ritardo a un suo preciso dovere, mi riservo la facoltà di tenergli il broncio e di non voler giocare con lui almeno per un po’.

Ma i detrattori rincarano: «Lo dicano chiaramente che si occupano di politica: faranno anche buone cose all’estero, ma in Italia fanno schifo».
Eh no, signori. Lo Stato non è il governo. Non è che io posso smettere di pagare le tasse se va al potere un’amministrazione che non mi aggrada. Allora lo Stato — e non il governo — fa il piacere di tutelare i suoi cittadini anche se gli stanno antipatici. Altrimenti finisce che non si gioca più davvero. E magari, come suggeriva un vecchio saggio cinese, “chi ti dice che sarebbe un male?”

Caccia: «No all’estensione del calendario venatorio»

Da Terranauta:

“L’estensione del calendario venatorio sarebbe un disastro ecologico e gestionale […]. Da un lato, si permetterebbe alle Regioni di allungare la stagione di caccia a periodi cruciali per gli animali selvatici, per i quali l’Unione Europea ci chiede invece la completa protezione. Dall’altro si graverebbero le stesse Regioni del fardello di dover subire la costante pressione di chi chiederà ancora più caccia, con un carico insostenibile di contenziosi con il Ministero dell’Ambiente e con l’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. Il contrario di ciò di cui il nostro Paese ha bisogno. Siamo ambientalisti ed animalisti, ma prima ancora cittadini italiani, espressione della società civile, e come tali rivendichiamo il diritto alla tutela della natura e alla sicurezza delle persone, e l’esigenza di poter passeggiare nei nostri boschi e nelle nostre campagne senza rischi ancora maggiori di quelli odierni. La Commissione Agricoltura, come si è già impegnata a fare, cancelli questa norma irricevibile”

A dichiararlo sono stati in dettaglio presidenti delle Associazioni Ambientaliste ed Animaliste: Carla Rocchi (ENPA), Stefano Leoni (WWF), Giuliano Tallone (LIPU), Gianluca Felicetti (LAV), Massimo Di Maio (Fare Verde), Walter Caporale (Animalisti Italiani), Rosa Filippini (Amici della Terra), Massimo Comparotto (OIPA), Giovanni Porta (LIDA).

“E’ vergognoso che il Parlamento inganni gli Italiani con una norma che, invece di diminuire la pressione venatoria come ci chiede l’Unione Europea, estende la stagione di caccia oltre i già lunghi 5 mesi attuali, deliberando così lo sterminio di milioni di uccelli migratori e la condanna sicura dell’Italia a pagare ingentissime multe per l’ennesima violazione delle leggi europee ed internazionali per la tutela degli animali selvatici” ha dichiarato Stefano Leoni, Presidente del WWF Italia. L’associazione ha chiesto esplicitamente la soppressione dell’articolo 43, ricordando l’incompatibilità assoluta del prolungamento della stagione venatoria con la direttiva europea 79/409/CE, con la Costituzione e con la Convenzione sulla biodiversità. [qui il testo integrale]

Honduras: il massacro annunciato dei contadini di Bajo Aguán

Si apprende da Tercera información che è imminente il massacro dei contadini nella regione di Bajo Aguán, nel dipartimento honduregno di Colón: lo denunciano il Comitato per la Difesa dei Diritti Umani in Honduras (CODEH), e la Resistenza honduregna (Fronte Nazionale della Resistenza Popolare, FNRP), secondo i quali sta per scatenarsi una violenta repressione contro i contadini organizzati nel Movimento Unificato dei Contadini di Aguán (MUCA) che per la maggior parte militano anche nel FNRP. Il CODEH ha sottolineato che i contadini sono fermamente intenzionati a negoziare con i golpisti, anche se questi stanno boicottando le negoziazioni a favore dei proprietari terrieri con la consueta pratica di omicidi, sparizioni e detenzioni illegali contro i contadini.

Non è una questione da poco, così a spanne: ma ugualmente non sembra trovare posto nei notiziari nostrani, selettivamente addestrati ad ascoltare soprattutto la voce del padrone. Continue Reading »

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