Archive for Maggio, 2010

A Gaza si muore, ma qui siamo già morti

Dunque Israele sta tenendo in ostaggio un intero popolo e tutti fanno finta di niente. Tutti quelli che contano, dico.
Dov’è l’ONU? Dove sono i caschi blu? Dov’è lo Zio Sam, difensore degli oppressi e scudo dei deboli? Dov’è l’opinione pubblica?

Avrei qualche risposta (anche piuttosto sensata, credo), ma non voglio insultare l’intelligenza di chi — bontà sua — mi legge.

Intanto a Gaza si muore, mentre qui sono in tanti (troppi) quelli che cavillano sulle modalità dei sequestri in casa Briatore, palpitano per Prandelli, accondiscendono alla casta e spalleggiano Israele nel suo “diritto a difendersi” .
Non è Dio che è morto, come diceva FWN. Sono questi qua, e non se ne sono accorti.

Io, che ho soltanto la tessera della biblioteca e dell’ODG, ci aggiungerò quella della Coop; e continuerò a parlare molto male della politica genocidaria dell’entità sionista tutte le volte che potrò. Malvagi si nasce.

Israele attacca la Freedom Flotilla: due morti e vari feriti tra i partecipanti

Ricevo quanto segue e trascrivo senza linkare perché mi è impossibile connettermi al sito di INFOPAL. Qualcuno sarà più fortunato di me? E, soprattutto, sarà un caso? Sono malata di dietrologia?

SCRITTO IL 2010-05-31 IN NEWS
All’alba di quest’oggi, 31 maggio, Israele ha aggredito con navi da guerra della Marina militare appoggiata da elicotteri la Freedom Flotilla, che trasporta tonnellate di aiuti per la popolazione della Striscia di Gaza, sotto embargo da circa quattro anni.

Vi sono almeno due morti e vari feriti sulla nave turca della Flotilla.

L’aggressione è avvenuta in acque internazionali, pertanto si tratta a tutti gli effetti di pirateria.

È degno di nota il fatto che i partecipanti sono persone assolutamente pacifiche, disarmate, il cui unico scopo è quello di portare gli aiuti alla popolazione di Gaza.

Di patria e di mamme

Un paio di pellegrini che frequentano questo spicchio di Webland mi hanno chiesto perché non ho scritto niente sui militari italiani morti in Afghanistan.
La risposta educata è “perché me n’è mancato il tempo” — ho una vita piuttosto densa nel mondo reale, e le incursioni nel web non mi sono sempre concesse.
La risposta sincera ma ineducata è “perché non me ne frega niente, fondamentalmente”.
Preciso: il menefreghismo non si riferisce certo alla morte in sé. Ogni morte ci tocca, ogni essere vivente che scompare modifica — inevitabilmente e per sempre — la fitta tela del reale. E poco importa che ne siamo consapevoli o no: l’intreccio di trama e ordito, in questo arazzo lavorato da tessitrici più antiche e più operose delle Moire, è invisibile ma così tenace che nulla può realmente spezzarlo.
Dunque, non è alla morte di due persone che sono indifferente.
Sono indifferente al rumore di fondo che accompagna questa notizia (nonché tutte le altre analoghe passate e, mi sento di profetizzare, future).

Detto così è difficile da credere, ma alle elementari mi è toccato cantare il coro di un’opera di Saverio Mercadante, Caritea, regina di Spagna — robetta: «Chi per la patria muor vissuto è assai, / la fronda dell’allor non langue mai. / Piuttosto che languir sotto i tiranni, / è meglio di morir sul fior degli anni».
La cosa mi è venuta in mente sentendo l’intervista fatta al padre di uno dei militari morti (recupereranno mai i nostri gazzettieri cannibali necrofili deamicisiani e astuti un briciolo della prisca dignità che fu di Edoardo Scarfoglio, tanto per dirne uno? Ne dubito. Chiusa parentesi). Quest’uomo, comprensibilmente disperato per la tragedia peggiore che possa toccare a un padre, si aggrappava al solo concetto in grado di rendergli tollerabile lo strazio: “mio figlio è morto per la patria”.
Peccato che suo figlio non sia morto per la patria. Suo figlio è morto per niente, verrebbe da dire, ma purtroppo non è così. Suo figlio, come tutti i militari italiani morti in terra straniera dall’11 settembre 2001 in poi, è morto per difendere gli interessi della “nazione sotto Dio” che ha distrutto la sovranità nazionale dell’Italia facendone una risibile colonia e calpestandone ogni dignità — lo si vede tutti i giorni, e lo si può toccare con mano.

Ma “patria” è una parola magica: basta pronunciarla perché tutti si alzino idealmente in piedi salutando la bandiera e stonando l’inno nazionale, mentre nella memoria si affollano alla rinfusa i nomi di quanti, nei secoli e col loro sangue, hanno fatto l’Italia — càpita pure che scenda una lacrima. Ha funzionato così anche stavolta: Massimiliano Ramadù e Luigi Pascazio sono morti per la patria, e guai a chi s’azzarda a cavillare su termini e concetti. Fatto sta che sono morti: in missione di pace ma in divisa — guai a chi non porta le proprie armi, perché dovrà portare quelle degli altri.

C’è anche un’altra paroletta magica, ed è “mamma”.
Lo impariamo da piccolissimi: basta dirla, magari piangendo un po’, e la mamma arriva subito.
Ma c’è di più. Questa magia non si esaurisce qui, e nemmeno finisce con l’età adulta: basta parlare di mamme, e l’ICP (Indice di Commozione Pubblica) schizza fuori scala. Lo sanno perfettamente i gazzettieri e i pubblicitari, non ho bisogno di star qua io a raccontarvelo.
L’ultimo esempio ci viene offerto dalla triste vicenda della famiglia Briatore, deprivata del suo yacht per colpa di un’ordinanza malandrina della Guardia di Finanza che ne decretava il sequestro.
Lo choc è stato tale che alla signora Gregoraci in Briatore è capitato di perdere il latte, mentre l’erede Falco Nathan sembra aver accusato disturbi del sonno. Elisabetta Gregoraci ha poi smentito la cosa, ma le malelingue sostengono che si tratti di una “pezza a colore”, come dicono a Napoli.
Io mi limito a chiedermi cosa dovrebbero dire le mamme e i bambini della Striscia di Gaza, laggiù nella Palestina occupata. Potrei anche interrogarmi sulla reale possibilità che esista una giustizia a questo mondo, come sosteneva quel bosino del Renzo T.; ma forse non mi resta che sperare in un universo parallelo.

Piccola storia zen

Un giorno il maestro mostrò ai suoi allievi un prezioso foglio di carta di riso su cui aveva fatto cadere una goccia d’inchiostro, e li esortò a guardare attentamente e a descrivere quello che vedevano.
Gli allievi, perplessi, guardarono a lungo; e quando il maestro li sollecitò chiedendo «Allora, che cosa vedete?», risposero in coro «Una macchia nera!».
Il maestro li fissò ad uno ad uno, pensoso; e poi disse: «Tutti avete visto la piccola macchia nera, ma nessuno ha visto il grande foglio bianco».

La macchia esiste grazie al foglio che ne è sporcato; il bianco si distingue in rapporto al nero. Nulla è assoluto, e tutto è relativo.

A Malcolm X, che oggi compirebbe gli anni

Oggi, se fosse vivo, Malcolm X compirebbe 85 anni.
Il 27 aprile scorso è uscito di prigione Talmadge Hayer, noto anche come Thomas Hagan, uno degli assassini di Malcolm X — sembra che Sarah Palin (noi abbiamo la Santanché, gli americani sono più forti e hanno scelto per primi) abbia commentato «era ora!», ma non trovo pezze d’appoggio e non mi assumo la responsabilità della cosa. Che se anche fosse vera, non mi stupirebbe.
Malcolm X, dunque, avrebbe 85 anni: mica me lo vedo, però. Per me, che ho imparato a conoscerlo una buona decina d’anni dopo la sua morte, non può che restare così com’era il 21 febbraio del 1965, quando fu tolto di mezzo da qualcuno dei molti che lo consideravano ormai troppo scomodo.
A lui e al suo sogno spezzato dedico quello che scrissi a quarant’anni dal suo assassinio. Tanto, per me, Malcolm X è uno di quelli che non muore mai.



Sono passati quarant’anni dalla morte di Malcolm X. Quarant’anni dall’assassinio di un uomo che fu e resta il simbolo delle rivendicazioni avanzate dai neri americani contro l’oppressione statunitense.
Non è il caso di aggiungere altro: la sua biografia e il suo pensiero li trovate in rete — se vi interessa sapere o ricordare qualcosa di quest’uomo, preparatevi spiritualmente e non fate le vittime: perché se ancora pensate che si debba avere la pelle bianca per avere anche il diritto di parlare di libertà e dignità, siete fuori strada di brutto.
È chiaro che Malcolm X dice cose che possono suonare assai sgradevoli alle orecchie delicate e cloroformizzate di tanti onesti euroccidentalisti: pertanto, se in voi la curiosità è più forte dell’abitudine passatevi una mano sulla coscienza, non dite che non ve l’avevo detto e leggetevi qualche brano scelto (da me…) dell’appassionato discorso che Malcolm X tenne il 3 aprile 1964 nella Cory Methodist Church di Cleveland — e fateci sopra un pensierino, ché male non fa. Auguri tanti.


La scheda o il fucile
«[…] No, io non sono americano. Sono uno dei ventidue milioni di uomini dalla pelle nera che sono vittime dell’americanismo, uno dei ventidue milioni di vittime della democrazia che non è altro che un’ipocrisia travestita. Non vengo qui a parlarvi da americano, da patriota, non sono uno che saluta la bandiera o che la tira fuori ad ogni occasione, no! Io vi parlo da vittima del sistema americano; vedo l’America con gli occhi della vittima e non riesco a vedere nessun sogno americano. Quello che vedo è un incubo americano. […] la scelta è oggi tra la scheda e il fucile. La scheda o il fucile, vi ripeto. Se avete paura di servirvi di questa espressione, ebbene tornatevene in campagna, nel campo di cotone, oppure in qualche vicolo buio dei bassifondi. […] è proprio il governo, il governo degli Stati Uniti, il responsabile dell’oppressione, dello sfruttamento e della degradazione del popolo nero in questo paese. […] c’è un nuovo modo di affrontare i problemi che si sta facendo strada, un nuovo modo di pensare e una nuova strategia. Questo mese saranno le bottiglie Molotov, il prossimo le bombe a mano e il prossimo ancora qualche altra cosa. Ci saranno o le schede o i fucili, o la libertà o la morte. L’unica differenza, però, tra questa e l’altra morte è che sarà reciproca. […] normalmente non ho a che fare con gente importante, ma solo con persone comuni. Credo che si possano mettere insieme tante di queste persone comuni e spazzar via tanti di quei personaggi importanti. Quelli non hanno nulla da perdere e nulla da guadagnare e te lo dicono subito che per ballare il tango bisogna essere in due e quando si muove l’uno anche l’altro è costretto a muoversi. […] È giusto cercare di assicurarsi diritti civili se essi significano uguaglianza di opportunità perché noi non cerchiamo di fare altro che riscuotere gli interessi dei nostri investimenti. I nostri padri e le nostre madri hanno investito in questo paese il loro sudore e il loro sangue […] Questo è il nostro investimento, il nostro contributo, il nostro sangue perché non soltanto noi abbiamo dato loro gratuitamente la nostra fatica, ma anche il nostro sangue. Tutte le volte che l’uomo bianco chiamava il paese alla guerra, noi siamo stati i primi a indossare l’uniforme e a morire su tutti i campi di battaglia. Il nostro sacrificio è stato più grande di quelli compiuti da chi oggi gode di una posizione di privilegio in America. Il nostro contributo è stato più grande ma in cambio abbiamo ricevuto meno di tutti. […] Cercate di capire che quando volete ottenere ciò che vi appartiene, chiunque vi privi di tale diritto è un criminale. Quando volete ottenere ciò che è vostro, siete nel pieno diritto di esigerlo e chiunque cerca di privarvene infrange la legge ed è un criminale. Questo principio fu indicato chiaramente nella sentenza della Corte Suprema che dichiarava illegale la segregazione. Ciò vuol dire che si tratta di un comportamento contrario alla legge, che il segregazionista viola la legge e quindi è un criminale. Non c’è altro modo per definirlo e quando voi dimostrate contro la segregazione, siete dalla parte della legge e la Corte Suprema è con voi.
Ora, chi è che si oppone a voi quando volete far applicare la legge? La polizia, con i suoi cani e i suoi manganelli. Quando voi dimostrate contro la segregazione, sia che si tratti delle scuole, delle zone residenziali o di qualsiasi altra cosa, avete la legge dalla vostra parte e coloro che vi si oppongono non la rappresentano più, ma anzi la violano e quindi non sono più suoi rappresentanti. […] Se non sarete capaci di agire con fermezza, i vostri figli cresceranno «vergognandosi» di voi: se non assumete un atteggiamento deciso. Con ciò non voglio dire che dovete essere violenti, ma al tempo stesso che non dovete mai essere non violenti a meno che non incontriate chi si comporta pacificamente. Io sono non violento con quelli che lo sono con me, ma quando qualcuno usa la violenza nei miei confronti, allora è come se impazzissi e non sono più responsabile delle mie azioni. […] Quando sapete di non infrangere la legge, di battervi per i vostri diritti legali e morali, secondo giustizia, allora sappiate morire per quello in cui credete. Ma non morite soli, fate che la vostra morte sia reciproca. Questo è quello che s’intende per uguaglianza. Occhio per occhio, dente per dente. […] Il mondo deve sapere che le mani di questa società grondano sangue. Il mondo deve sapere quanto è grande la sua ipocrisia. La scelta sia dunque tra la scheda e il fucile. L’America sappia dunque che l’unica alternativa è quella fra la scheda e il fucile.»

(La versione originale di questo scritto è apparsa su “Orion” n. 245/febbraio 2005 - © Alessandra Colla)

«La sfida totale»: finalmente!

In fondo basta poco per farmi felice.
Per esempio l’arrivo di La sfida totale, il libro di Daniele Scalea che attendevo da tempo e che, se proprio non lo si trova in libreria, si può sempre ordinare direttamente alla casa editrice (come ho fatto io, che sono pigra).
Ora non mi resta che tuffarmici, non prima di aver letto l’intervista che l’autore ha rilasciato a ES.

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