Ci si ritrova al parco tutte le sere.
Siamo il piccolo popolo dei proprietari di cani, che frequenta il parco per consentire ai nostri quattrozampe di socializzare un po’. Ignoriamo reciprocamente i nostri nomi, l’età, la professione, l’indirizzo — sorta di legione straniera ideale in cui l’unico vincolo che ci accomuna è appunto quello di condividere la nostra esistenza col miglior amico dell’uomo (e della donna, ça va sans dire).
Ieri sera ero nella zona cani con un altro legionario, quando sentiamo un ansare, uno sbuffare penoso che diventa rantolo al di là della siepe. Corriamo a guardare, non si vede niente; leghiamo i cani e ci precipitiamo fuori del recinto per soccorrere la vittima. Continuiamo a sentire i gemiti, ma ancora non riusciamo a scorgere nulla; c’inoltriamo per il sentiero e lì troviamo un tizio sulla cinquantina, pancetta, occhi fuor dalle orbite, paonazzo, che si ammazza di flessioni.
Restiamo lì interdetti, a fissarlo senza capire, finché lui con un filo di voce e una smorfia che vorrebbe essere un gagliardo sorriso dice: «È importante tenersi in forma», e continua a pompare anfanando come un moribondo. Mormoriamo educatamente qualcosa e ce ne andiamo.
Rientriamo nella zona cani senza dire una parola, e senza neppure guardarci in faccia.
Sciogliamo i cani, ci sediamo su una panchina e il mio amico-di-parco tira fuori di tasca un pacchetto di sigarette: me ne offre una in silenzio, in silenzio la prendo e le accendiamo. Ce le siamo gustate fino all’ultimo tiro, senza parlare. Sul viso, una serena complicità.