mag 13 2013

“Donne che odiano le donne”? Sì, ma in senso opposto.

Ha ragione Sallusti, ma in senso opposto.

Non posso garantire per Boldrini e le altre: ma a me, proprio in quanto donna, vedere certe mie congeneri difendere  a spada tratta chi della mercificazione e strumentalizzazione del corpo femminile in tutte le forme ha fatto un sistema di vita e d’impresa fa solennemente schifo. Sono loro le donne che odiano ogni donna.

BUNGA BUNGA FOREVER! ILDA, LE “TOGHE GUARDONE” E I DELIRI DELLA BOLDRINI.


mar 27 2013

Franco Battiato, le troie e le donne

“Troia” non è una bella parola, ne conveniamo tutti. Anche perché attribuisce a un onesto animale turpi responsabilità che competono, per loro stessa natura, esclusivamente alla specie umana.

Così, è comprensibile che l’esternazione di Franco Battiato abbia suscitato una vasta gamma di reazioni tutt’altro che lusinghiere nei suoi confronti, segnatamente da parte dell’universo femminile che si è sentito offeso.

E io, qui, dissento.

Perché sappiamo tutti, perfettamente, che in Parlamento — e in generale nei palazzi d’ogni potere grande e piccolo — mai come negli ultimi anni (e anche adesso) hanno seduto (e siedono) signore e signorine le cui competenze politiche e/o tecniche si sono consolidate non già sui banchi delle scuole quadri bensì su altri e più confortevoli arredi. Non parlo, naturalmente, di Ilona Staller — riuscita provocazione del Partito radicale — ma di altre sue e mie congeneri di cui è inutile fare qui i nomi perché sono fin troppo noti.

Come ho detto recentemente,

a volte non si può fare a meno di essere politicamente scorretti ovvero di rinunciare a belle perifrasi e dotte circonlocuzioni per adottare il linguaggio crudo della verità: esattamente quello che ha fatto Battiato, travolto da quello stesso disgusto provato, negli ultimi anni, da milioni di persone non sempre di buona volontà ma di sicuro buonsenso.

E se tante figlie di Eva hanno dichiarato in queste ore di sentirsi offese dalle parole di Battiato, io invece, da donna, dico che non è da lui che mi sono sentita offesa: perché in questi ultimi anni, da donna, mi sono sentita offesa dalle opportuniste che col loro comportamento hanno vanificato l’impegno delle innumerevoli donne che hanno speso la vita e l’intelligenza a battersi per la (ri)conquista della parità e della meritocrazia; mi sono sentita offesa dalle arriviste che per fare carriera (non importa di che tipo, non importa in che ambito) hanno ripetuto fino alla nausea — loro non so, mia di sicuro — il trito copione della bellona senza cervello; mi sono sentita offesa dalle parassite che hanno disinvoltamente usurpato un ruolo che non era il loro, in grazia di una disponibilità che non eleva ma avvilisce chi la offre tanto quanto chi la pretende; mi sono sentita offesa dalle conniventi che non hanno denunciato o additato certi comportamenti, ma li hanno coperti, agevolati e sfruttati per tornaconto personale; mi sono sentita offesa dalle mantenute che non hanno mai speso una sola parola sui tanti drammi  italiani, dal femminicidio alla crisi che dilania le famiglie, preferendo spendere soldi guadagnati sulla pelle degli altri per lagnarsene senza vergogna.

Questo, mi ha offeso. Non lo sfogo sincero di Battiato: al quale esprimo invece la mia solidarietà — è di pochi minuti fa la notizia della revoca dell’incarico all’artista, da parte di Crocetta — e il mio apprezzamento per quello schiaffo all’ipocrisia e al politicamente corretto che, solo, ha avuto il coraggio di dare. Anzi, da donna, gli dico “grazie”.


gen 11 2013

“Servizio pubblico”: Berlusconi da Santoro

Vito Biolchini per Megachip:

«Silvio Berlusconi è un nano della politica ma un gigante della comunicazione e da Santoro lo ha dimostrato in maniera strepitosa» [qui].


nov 14 2011

Monti, le banche e l’Italia svenduta: a quelli che non se n’erano accorti

“Una mattina
mi son svegliato
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao

una mattina
mi son svegliato
ed ho trovato l’invasor”


Il Paese è nel panico, inutile nasconderselo.

L’incertezza non è più soltanto nel futuro, ma riguarda il presente, con un’urgenza che finora ci era stata risparmiata.

Da un giorno all’altro, sono arrivati.

Banchieri all'attacco

Adesso, però, basta scherzare.

Perché siate tutti allarmati? Di che vi scandalizzate? L’avete scoperto adesso che siamo nelle mani delle banche? Ve ne siete accorti adesso del primato dell’economia sulla politica? E perché vi disperate sulla perduta sovranità nazionale? Non l’avevate capito che l’abbiamo persa nel 1943?

O credevate che Berlusconi fosse Babbo Natale? La Fininvest secondo voi da dove salta fuori? Ed è una onlus, per caso? E ve lo siete scordato il ruolo della Banca Rasini nell’ascesa di Berlusconi?

Ah, certo, è adesso che sono arrivati i banchieri. È adesso che dobbiamo aver paura di Goldman&Sachs, del Bilderberg Group e della Trilateral Commission. Adesso. Non prima. Non venticinque anni fa, quando si è cominciato a parlarne in Italia. Non diciotto anni fa, quando nel momento stesso in cui Berlusconi si affacciò alla vita politica ci fu chi espresse i suoi dubbi e disse “attenzione, questo ci fotte tutti”. No, macché. È adesso che bisogna manifestare contro le banche, e indignarsi e protestare. Ma andiamo. Ridicoli.

Ben svegliati, coglioni.


ott 27 2011

Sic transit gloria mundi. Gheddafi, Berlusconi e il teatrino franco-tedesco

Sic transit gloria mundi. La macelleria libica, con la sua esibizione dello scempio inflitto al colonnello Gheddafi  come in uno snuff movie su scala planetaria (meno vanto di non averne voluto vedere neanche un fotogramma), è già passata in secondo piano di fronte al teatrino franco-tedesco.

Sul massacro del Raìs non ho detto niente, perché è già stato detto di tutto e (mai come in questo caso) di più: anche se nessuno, mi pare, ha speso neppure una furtiva lacrima per la morte del diritto romano che prescriveva di parcere victis — di questi tempi gli si preferisce il biblico «Va’ dunque e colpisci … e vota allo sterminio quanto gli appartiene, non lasciarti prendere da compassione per lui, ma uccidi uomini e donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini» (1 Samuele 15,3). Per quanto mi riguarda, Gheddafi era già diventato un dead man walking nello stesso momento in cui la coalizione atlantica, alla quale la nostra bella Italia si compiace di appartenere, aveva dichiarato di voler mettere lo zampino nella rivoluzione di quel lembo d’Africa.

Nei giorni scorsi, poi, sopraffatta dallo schifo non mi è riuscito di buttar giù nemmeno un rigo sulla vicenda. Preciso, a scanso di equivoci: lo schifo non era dovuto alla crudezza degli eventi, e neppure a certe infami esultanze. Lo schifo, invece, mi è venuto nel vedere alcuni tardivi incensamenti dell’ormai defunto colonnello, conditi da un’insopportabile retorica a base di onore, teste chinate, saper morire eccetera. Il colmo è che a sfoderarla è stato perfino chi, per anni, ha irriso ogni apertura  terzomondista, dileggiato ogni attenzione al mondo islamico, sbeffeggiato ogni lettura geopolitica; e chi nei fatti, se non a parole, ha avallato con sordida acquiescenza ogni genuflessione agli Stati Uniti — appoggiando partiti politici, invasioni e guerre senza mai prendere apertamente posizione. Cito volentieri Bertolt Brecht, ignorato dalle destre e ora poco di moda anche a sinistra — ma piace a me, e tanto basta (è o non è il mio blog, questo?): «Chi rimane in casa quando inizia la battaglia e lascia la lotta agli altri dovrà stare attento, perché chi non condivide la lotta condivide la sconfitta. E la lotta è evitata solo da chi vuole evitarla. Dunque chi non lotta per la propria causa lotta per la causa nemica».

Quanto alle risatine complici di Merkel e Sarkozy, ho visto ripetutamente il video e ascoltato ripetutamente l’audio: mi è parso di capire che il fou rire gallo-germanico sia scattato alla domanda “Il premier italiano vi ha rassicurato sui provvedimenti che prenderà il suo governo?”. La risposta di Sarkozy (che non mi è per nulla simpatico) è stata precisamente: «Abbiamo fiducia nel senso di responsabilità dell’insieme delle autorità italiane, politiche, finanziarie ed economiche». Come dire: l’Italia è ok, è questo italiano qui che non ci convince.

Non vedo lo scandalo, e non comprendo la levata di scudi dei neosciovinisti: ai molti che sostengono come lo sgradevole episodio costituisca un vulnus intollerabile alla sovranità dell’Italia vorrei ricordare che la sovranità dell’Italia è ormai un lontano ricordo, e che questa sventurata nazione è ormai eterodiretta da troppo tempo. (Aggiungo due parole anche sul beau geste del generale Tricarico, che non disponendo di una stampella come Enrico Toti ha scagliato la Légion d’Honneur. Bel gesto davvero. Peccato che il generale sia, insieme a Marco Minniti, Paolo Naccarato e Giovanni Santilli, tra i soci fondatori della Fondazione ICSA-Intelligence Culture and Strategic Analysis, la cui mission consiste nell’«analizzare i principali aspetti connessi alla sicurezza nazionale interna ed esterna, all’evoluzione dei modelli di difesa militare dalle minacce esterne, alla crescita dei principali fenomeni criminali e illegali in Italia e all’estero, alla sicurezza informatica e tecnologica dello Stato e dei cittadini, soprattutto in relazione al crescente dispiegarsi della globalizzazione economica, finanziaria e giuridica». Tanto per capire alla svelta cos’è l’ICSA, qualche cenno: nata nel novembre del 2009, il suo primo prodotto, nel 2010, è il quaderno n. 0 dedicato a L’Italia e la NATO in Afghanistan. Un approccio integrato per la stabilizzazione dell’area, a cura dei generali Carlo Cabigiosu, Fabio Mini e Leonardo Tricarico; nell’estate dello stesso anno la Fondazione ha commissionato al generale Luciano Piacentini, già comandante delle forze speciali del “Col Moschin”, il volume I nuovi scenari del terrorismo internazionale di matrice jihadista, entusiasticamente recensito da Carlo Panella su “Il Foglio” — sì, proprio il quotidiano diretto da quel Giuliano Ferrara che nel 2003, nel corso di una puntata della trasmissione “L’infedele” di Gad Lerner, ammise di essere sul libro paga della Cia.  Il generale Tricarico, fra l’altro, è quello che nel 1999, durante il governo D’Alema, coordinò l’intera campagna aerea della NATO contro la Serbia. Insomma dire Tricarico è come dire NATO: quindi il sostegno a Berlusconi e a una certa idea d’Italia era praticamente un must).

Tornando al teatrino — in chiave, ripeto, più anti-berlusconiana che anti-italiana —, posso essere d’accordo sul “right or wrong, my country”, ma non certamente sulla difesa a oltranza di un premier ormai  indifendibile per parecchie ragioni — non ultima la vergognosa pugnalata alle spalle del colonnello Gheddafi, che ancora il 5 agosto così scriveva al suo antico alleato:

« Cher Silvio.
Je te fais parvenir cette lettre par l’intermédiaire de tes concitoyens, qui sont venus en Libye nous apporter leur soutien dans un moment aussi difficile pour le peuple de la Grande Jamahiriya.
J’ai été surpris par l’attitude d’un ami avec qui j’ai scellé un traité d’amitié favorable à nos deux peuples. J’aurais espéré de ta part au moins que tu t’intéresses aux faits et que tu tentes une médiation avant d’apporter ton soutien à cette guerre.
Je ne te blâme pas pour ce dont tu n’es pas responsable car je sais bien que tu n’étais pas favorable à cette action néfaste qui n’honore ni toi ni le peuple italien.
Mais je crois que tu as encore la possibilité de faire marche arrière et de faire prévaloir les intérêts de nos peuples.
Sois certain que moi et mon peuple, nous sommes disposés à oublier et à tourner cette page noire des relations privilégiées qui lient le peuple libyen et le peuple italien.
Arrête ces bombardements qui tuent nos frères libyens et nos enfants. Parle avec tes amis et vos alliés pour parvenir à ce que cesse cette agression à l’encontre de mon pays.
J’espère que Dieu tout-puissant te guidera sur le chemin de la justice »

Traduco la parte sottolineata: «Sono rimasto sorpreso dall’atteggiamento di un amico col quale avevo suggellato un trattato d’amcizia favorevole ai nostri due popoli. Avrei sperato da parte tua perlomeno un interessamento ai fatti e un tentativo di mediazione prima di dare il tuo appoggio a questa guerra. Non ti biasimo per questo, di cui non sei responsabile, perché so bene che tu non eri favorevole a questa azione nefasta che non onora né te né il popolo italiano. Ma credo che tu abbia ancora la possibilità di fare marcia indietro e di far prevalere gli interessi dei nostri popoli. Sii certo che io e il mio popolo siamo disposti a dimenticare e a voltar pagina  — questa pagina nera nelle relazioni privilegiate che legano il popolo libico e il popolo italiano».

Il 9 agosto, la lettera di Gheddafi viene recapitata a Palazzo Chigi, ma nessuno sembra o vuole comprendere l’urgenza del messaggio.

Il 22 agosto i ribelli entrano a Tripoli. Due mesi dopo, il 20 ottobre, Gheddafi viene assassinato.

Berlusconi, lapidario, commenta: «Sic transit gloria mundi».


set 17 2011

Bisanzio? È Sparta

Insomma ce l’hanno fatta. Da oggi, tanto per cominciare, l’IVA aumenta di un punto percentuale. Ho cercato di spiegare la cosa a mio figlio, più che altro per indurlo a frenare le sue esorbitanti richieste di preadolescente ignaro di meccanismi economici. Mi ha stoppato subito: «Ma come?!? C’è la crisi, la gente non ce la fa più e il governo invece di abbassare i prezzi alza le tasse?!?». Ora, mio figlio ha undici anni e mezzo e non è Keynes redivivo — però non è né scemo né in malafede. Di fronte al mio silenzio, è ritornato il ragazzino che è e si è messo a ipotizzare incursioni in stile Dragon Ball: «Gli mando Goku a Palazzo Chigi e gli faccio vedere io».

Il punto è che la creatura non ha mica tutti i torti. E il motivo principale per cui sono state varate misure così punitive per i cittadini è che  lorsignori al governo non hanno la minima intenzione di rinunciare a nessuno dei loro innumerevoli ingiusti e immeritati privilegi, preferendo che siano in molti a pagare i lussi di pochi. Ma il regime in cui a fare il bello e il cattivo tempo sono i pochi, alla faccia e sulla pelle dei molti, si chiama oligarchia, ed è un male antico:

«[...] Dacché la repubblica ha messo nelle mani di quelli ogni diritto ed ogni comando, ad essi obediscono i re, ad essi appartiene il pubblico denaro. I principi , i popoli sono lor tributari; colla feccia popolare van confusi gli onesti e coraggiosi cittadini tanto dell’ordine patrizio che del plebeo: privi di credito e di autorità , van soggetti ai capricci di coloro i quali tremerebbero davanti a noi se veramente sussistesse la repubblica. Il potere, gli onori, le dovizie, tutto è loro, solo sono nostri i pericoli, gli affronti, i supplizi. E sino a quando soffriremo, prodi amici, cotanta indegnità? Non è meglio morir con coraggio che languir lungamente fatti ludibrio e vittime del loro orgoglio, e terminare una vita inonorata, infelice? Ma la vittoria è in nostre mani , vel giuro, e chiamo in testimonio gli Dei e gli uomini. Siamo noi nel vigore degli anni e della mente: i nostri nemici sono sfiniti dall’età, snervati dalla opulenza. Sol che osiamo assalirli li vedremo cader quasi da loro. Chi potrà tollerare tanto lusso in quei tracotanti? Colmano essi la marina per fabbricarvi, spianano le montagne, occupano tutta Roma d’ immensi palagi, tutto il mondo contribuisce ai loro stravizi, ad esaurire le loro ricchezze non basta l’eccesso di tanta prodigalità: e noi? noi non abbiamo neppure il necessario alla vita, appena ci vien lasciato un angusto focolare. Ci divora la miseria, ci perseguitano i creditori, orribile è il nostro stato presente, sarà più terribile quello avvenire: qual altro bene ci resta se non una vita miserabile e da disperati? E quando dunque vi scuoterete?

Così Lucio Sergio Catilina, duemila e spiccioli anni fa. Non credo sia esattamente questo che s’intende parlando di “eterno ritorno”, ma è fuor di dubbio che il frangente in cui ci troviamo sia molto simile a quello di allora.

L’unica cosa che mi impedisce di sprofondare nella disperazione è la serena consapevolezza di non aver mai contribuito, neppure per un momento, neppure per sbaglio o per distrazione, all’edificazione e al mantenimento di questo sistema di governo. Contro il quale, anzi, mi batto da sempre. Come tutti, posso aver fatto anch’io cose di cui non andare particolarmente fiera (almeno col senno di poi): ma di sicuro nessuno potrà mai imputarmi ignavia o acquiescenza nei confronti di Berlusconi e del berlusconismo.

L’uomo può anche dimettersi e sparire dal panorama politico italiano: ma resta la sua visione del mondo, resta il suo approccio alla politica come mezzo per un bene personale e non come fine per il bene comune, resta la sua convinzione che tutto abbia un prezzo e niente un valore.

Ormai sono state plasmate su questo discutibile modello intere generazioni: e ne ho avuto la riprova l’altro giorno, quando, parlando con un giovanotto di belle speranze e genuino interesse per la politica, nel commentare l’infelice apprezzamento del premier nei confronti della cancelliera tedesca Angela Merkel il giovanotto se n’è uscito “be’, ha ragione”. Ora, se non si riesce a far capire alla gente che il problema non è quello che uno dice, ma il contesto in cui lo dice; che un presidente del consiglio dovrebbe evitare nel modo più assoluto di dire o fare qualunque cosa che possa essere fonte di imbarazzo diplomatico; e che il considerare una persona di sesso femminile soltanto come una somma di pezzi di carne da apprezzare volumetricamente non fa guadagnare punti a nessuno al di fuori del bar Sport — se tutte queste cose non fanno più parte dell’innata sensibilità popolare, siamo messi maluccio.

A scusante del giovanotto dirò che è, appunto, giovane. Il che rende comprensibile il suo commento, ma non lo giustifica. Il viceministro Castelli, invece, non ha neppure l’attenuante dell’età: la sua dichiarazione di povertà in diretta gli ha fruttato, giustamente, sequele di insulti. In altri tempi, probabilmente, quando il nome santo di anarchia evocava cose serie, qualcuno avrebbe già affilato lame o lubrificato carrelli. E la leggenda — non dimentichiamolo — vuole che a Maria Antonietta sia bastato suggerire al popolo di mangiare brioches in mancanza del pane per scatenare quel po’ po’ di rivoluzione.

Il problema grosso è che noi, in Italia, non siamo forti in rivoluzioni. Lo scempio che la “casta” — questo cancro trasversale che divora il paese da anni — è riuscita a fare (e ancora fa) nella pressoché generale indifferenza di masse rassegnate, paghe di lustrini e volgarità, è un delitto che meriterebbe ben altro che la povera indignazione di pochi onesti. Anche nell’ipotesi di un rovesciamento di regime (uso quest’espressione forte), assisteremmo davvero alla buona pratica dell’epurazione? Senza bisogno di pensare a patiboli e forche (che pure hanno un loro fascino cupo e pedagogico), occorre farsi una ragione della necessità di estirpare la mala pianta con tutte le radici. Fuor di metafora, una volta andati via Berlusconi e i suoi alleati sarà indispensabile togliere di mezzo, politicamente parlando, tutti i pagliacci, le ballerine e i lenoni che l’uomo di Arcore e la sua claque si sono portati dietro o hanno legittimato.

Il guaio è che questa turpe corte dei miracoli può contare, incredibilmente, su una base massiccia di sostenitori: come diceva Hannah Arendt, «il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più». Oggi nazismo e comunismo sono flatus vocis (e credere o far credere il contrario è soltanto un altro triste escamotage per tenersi stretto un po’ di potere da mezzadri), ma l’intuizione di base della Arendt è sempre valida: e tutti quelli che continuano, per ignoranza o malafede, per cecità o dolo, a difendere l’indifendibile sono e devono essere considerati complici a tutti gli effetti. Devono assumersi la responsabilità e pagarne le conseguenze — o essere obbligati a farlo. Non è facile: ci sono di mezzo concetti come l’etica, la dignità, la coscienza civile. Oggi si preferisce anteporvi la privacy e il business, e troppo spesso “onore” è solo una bella parola da slogan o da canzone.

Un paio di settimane fa ne parlavo con un amico: al mio commento «mi sa che a Bisanzio stavano meglio» si è messo a ridere e mi ha risposto «Bisanzio?!? Bisanzio è Sparta!». Ecco. Bisanzio è Sparta. La proporzione fatela voi.



giu 7 2011

Referendum: quattro “sì”, e vi spiego perché

I referendum si avvicinano, e qualcuno mi ha chiesto ragione dei quattro “sì” che campeggiano nel mio nuovissimo avatar su facebook.

È presto detto: due sono per l’acqua, bene pubblico e vitale — perché non mi piace l’idea che qualcuno voglia seriamente lucrare sopra sor Aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta. In buona sostanza, il punto centrale dei referendum sull’acqua è l’interrogativo su quale sia la gestione migliore delle risorse idriche — pubblica o privata? — fermo restando il mantenimento per l’acqua dello status di “bene comune”, ovvero la sua reale accessibilità da parte di tutti. Ciò che, in una dinamica di concorrenza delle imprese, potrebbe non verificarsi.
Personalmente, di fronte allo spettacolo desolante di quello che potrei definire mercantilismo familista (definizione che, essendo tutta mia ed estemporanea, è suscettibile di ogni e qualsivoglia discussione in merito), mi ritrovo a pensare che vorrei “più Stato nell’economia” — esattamente il contrario di quello che dice Emma Marcegaglia, la quale invece vuole “meno Stato e più mercato”. So benissimo che statalizzazione comporta burocratizzazione; ma so anche meglio che l’andamento della nostra società segue sempre più lo schema della tetrade di McLuhan [niente link, perché gli unici validi in rete sono in inglese e non tutti sono anglofoni; un giro in biblioteca è meglio] , e finché non irromperà il divino Caos a salvarci non vedo molte vie d’uscita — o di fuga.

Quanto agli altri due, il discorso è un po’ più lungo ma ugualmente semplice.

Nucleare. A dirla tutta, non sono completamente contraria all’utilizzo dell’energia nucleare. Anzi, sull’argomento riesco perfino a mettere da parte le convinzioni metafisiche (e forse anche etiche, hai visto mai?) sulla necessità, che definisco sacrale, di mantenere intatto il mistero intorno a ciò che sta alla radice ultima della materia.

Non riesco invece, perché la memoria fa strani scherzi, a dimenticare — per esempio — che nella notte del 10 ottobre 1963 il paese di Longarone fu letteralmente spazzato via dal crollo della diga del Vajont. Perché quel «capolavoro perfino dal lato estetico» (come ebbe a scrivere un po’ avventatamente Dino Buzzati all’indomani della sciagura) che fu la diga era stato costruito sulla sabbia metaforica della fretta, dell’approssimazione e della corruzione. E non parlo degli anni Sessanta, del boom, dell’entusiasmo del dopoguerra o dei guadagni facili della ditta SADE (ha detto tutto e come meglio non si potrebbe Marco Paolini): parlo di qualcosa che risale agli anni Quaranta, in piena seconda guerra mondiale. Ma facciamo il classico passo indietro, e precisamente fino al 1928: è di quest’anno, infatti, la prima relazione del geologo Giorgio Dal Piaz per l’individuazione della zona in cui costruire un bacino artificiale, attraverso l’edificazione di una diga destinata ad essere progettata dall’ingegner Carlo Semenza per conto della SADE — la Società Adriatica di Elettricità di proprietà di Giuseppe Volpi (che, per dubbi meriti acquisiti durante il regime fascista, diventerà conte di Misurata). Scopo dell’opera, la produzione di energia elettrica utile alla comunità nazionale; luogo prescelto, la valle del torrente Vajont. La relazione però non soddisfa, e il progetto resta dormire fino al 22 giugno 1940, quando con scarso tempismo il conte Volpi di Misurata (diventato nel frattempo presidente della Confederazione fascista degli industriali) chiede al ministero dei Lavori Pubblici, per conto della SADE, “di utilizzare i deflussi del Piave, degli affluenti Boite, Vajont e altri minori per scopi idroelettrici”. La richiesta prevede, fra l’altro, “l’utilizzazione dei deflussi regolati da un serbatoio della capacità di 50 milioni di metri cubi, creato mediante la costruzione, nel Vajont, di una diga alta 200 metri sottendente un bacino imbrifero di 52 chilometri quadrati”. Ma l’Italia è in guerra da meno di due settimane, e anche se la propaganda suggerisce che si tratterà di un Blitzkrieg nessuno se la sente di pensare alle grandi opere. Volpi di Misurata non demorde: attende paziente il momento opportuno per tornare alla carica, e lo fa il 15 ottobre 1943, quando si riunisce la quarta sezione del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici con sole 13 presenze su 34 — l’estate è stata caldissima: prima il 25 luglio, poi l’8 settembre. Nel caos politico e amministrativo che sta travolgendo  l’Italia la SADE cioè Volpi  ottiene l’approvazione del progetto del Vajont: manca il numero legale richiesto per legge, e il progetto della diga del Vajont viene varato in virtù di una decisione illegale. Questo peccato originale verrà in qualche modo redento il 21 marzo 1948, con una sanatoria firmata dal Presidente della repubblica Luigi Einaudi. Il resto della vicenda è, più che cronaca, storia.

Del pari, nemmeno riesco a dimenticare che alcuni anni fa il giudice Luca Tescaroli (nel suo Perché fu ucciso Giovanni Falcone, Rubbettino Editore 2001) scriveva testualmente: «In Cosa nostra sussisteva la preoccupazione che Falcone potesse imprimere, diventando Procuratore Nazionale Antimafia, un impulso alle investigazioni nel settore inerente alla gestione illecita degli appalti» (pag. 16); ancora Falcone, poi, «attraverso questo tipo di investigazioni [...]  aveva la possibilità di indagare, oltre che nel settore economico, nei confronti degli imprenditori e dei politici con i quali i primi “andavano a trattare”.  In tal modo, poteva intervenire sui contatti che l’organizzazione poteva, per tale via, instaurare con appartenenti alle Istituzioni.  Specificatamente, il dott. Falcone aveva contribuito a bloccare il progetto, che l’organizzazione aveva in cantiere proprio nel 1991, programma che mirava per l’appunto proprio ad impostare nuovi collegamenti istituzionali per il tramite di strutture imprenditoriali» (pag. 16).

E figuratevi che non riesco a dimenticare neppure quello che mi disse anni fa con nonchalance una giovane professionista milanese dall’insospettabile passato simil-rivoluzionario (ovviamente questa è la mia parola, passibile di smentita da parte della diretta interessata: ma ricordo perfettamente la circostanza  e potrei sostenere la mia versione in qualunque momento): mi raccontò, appunto, che all’epoca stava lavorando in uno studio vicino agli interessi di un noto gruppo imprenditoriale milanese, per conto del quale aveva dovuto recarsi più volte a trattare con gli amministratori pubblici di alcuni comuni lombardi al fine di aggirare l’ostacolo delle restrizioni edilizie locali — “insomma hai capito, no? gli diamo dei soldi e loro ci fanno costruire dove non si potrebbe”.

Ora, poiché i problemi principali relativi all’utilizzo e alla gestione del nucleare riguardano la sicurezza degli impianti e dello stoccaggio/smaltimento delle scorie, non ho difficoltà a dire che il nucleare, in questa Italia degli appalti truccati e della corruzione come prassi, mi preoccupa.
Se e quando dovessero cambiare le cose a livello di rapporti fra politica e criminalità organizzata; se e quando dovessero cambiare la politica ambientale e le modalità di assegnazione dei ministeri, affidandoli a tecnici onesti e competenti; se e quando dovesse prendere piede una sensibilità ecologista sincera e profonda; se e quando si dovesse affermare una coscienza civile ben radicata e testimoniata nel vivere quotidiano da governanti e governati — allora e soltanto allora potrei riconsiderare le mie posizioni in merito. Non prima.

Legittimo impedimento. Delle ragioni del “sì”, dirò dopo: adesso m’interessano le ragioni del “no”, che suonano piuttosto bizzarre. A parte i sostenitori conclamati di Berlusconi, che ovviamente voteranno “no”, sono parecchi coloro che ritengono questa faccenda del legittimo impedimento un pilastro portante della dinamica berlusconismo/antiberlusconismo alla quale si dichiarano estranei e sulla quale non vogliono esprimersi. Ora, se c’è un caso a fronte del quale veramente tertium non datur, è esattamente questo: al di là delle ideologie e delle simpatie politiche (relative al suo entourage, perché Berlusconi di politica non s’è mai occupato), gli eventi occorsi negli ultimi due anni hanno fatto sì che gli italiani fossero obbligati a prendere posizione, una volta per tutte, a favore o contro il premier. E pronunciarsi contro non significa in nessun caso essere schierati con i diretti avversari del Cavaliere: al contrario, indica l’esigenza di ritornare a contemplare una dimensione politica seriamente sollecita del bene comune e  in cui l’attrazione per il bel sesso si  riduca a una debolezza marginale e perciò accettabile — tutto il contrario, insomma, del cabaret di questi ultimi anni, in cui le parole chiave sono state “egolatria” e “satiriasi” . Sostenere, in quest’Italia odierna, di essere al di fuori della dinamica berlusconismo/antiberlusconismo è lecito soltanto al Grande Puffo.
Coloro che voteranno “sì” (ed io fra quelli) sostengono, in estrema sintesi, che nel caso di specie il legittimo impedimento costituisce un grave vulnus alla democrazia (come sempre, non entro qui nel merito della bontà o meno della democrazia moderna: siccome vivo in una repubblica democratica, mi adeguo). Brevemente e in generale, il “legittimo  impedimento” altro non è che l’istituto giuridico in base al quale l’imputato può, in alcuni casi (tipicamente, una malattia), giustificare la propria assenza in aula. Ma il legittimo impedimento di cui si tratta nel referendum concerne precisamente l’eventualità che un cittadino qualunque che sia, casualmente, anche presidente del consiglio o ministro, possa in quanto tale rinviare la propria presenza ad un processo per un periodo di 6 mesi. Ora, basta dare una scorsa ai giornali dell’ultimo anno per capire che se c’è una legge ad personam, signori miei, è questa. Quando ci sentiamo dire che la legge è uguale per tutti, vorremmo che lo fosse davvero — anche e soprattutto per chi ci rappresenta e dovrebbe dare il buon esempio (non sono più i tempi di Catone il Censore, lo so benissimo, ma mi accontenterei di molto meno); e quando non solo la legge ma anche la sua applicazione diventano ineguali, vuol dire che la democrazia è in sofferenza. Quando qualcuno è accusato di un crimine, non importa quanto grave, ha il diritto/dovere di difendersi: e il luogo per farlo è il processo. Quando ci si mette in gioco assumendo cariche pubbliche (e qui stiamo parlando della quarta carica dello Stato) se ne assumono gli òneri insieme agli onori: il potere comporta grandi responsabilità, non grande impunità.

Così, questi sono i motivi precisi dei miei personalissimi quattro “sì”. Ma, a differenza delle elezioni politico-amministrative con le loro zavorre ideologiche e clientelari,  i referendum sono il luogo della libertà di pensiero e di coscienza: massimi privilegi da esercitare nel chiuso del seggio. Ognuno, quindi, voti come crede — ma VOTI.


mag 23 2011

Ballottaggio, entropia e vecchie zie

Il mio amico Alberto sollecita le mie impressioni sull’esito elettorale di Milano e sul prossimo ballottaggio.

Non abito a Milano, e non voto. Farò un’eccezione per i referendum del 12-13 giugno — quattro “sì” secchi, perché l’acqua è di tutti e il valore vitale non ha un prezzo; perché la sicurezza del nucleare non è cosa di questo mondo; e perché la tutela dei satrapi non è e non può essere la priorità di chi non ne sia complice, moralmente o materialmente.

Detto questo, Alberto mio, che impressioni vuoi che abbia?

Con riferimento a un’altra accezione del termine, sono impressionata sì — e da molte cose: la pressoché totale assenza di programmi concreti, dall’una e dall’altra parte; la pochezza delle argomentazioni; la propaganda così sfrenata da diventare grottesca. E, su tutto, ancora e ancora e di nuovo la tristissima contrapposizione antifascismo/anticomunismo di cui, caro il mio Alberto, mi trabocca ogni e qualsiasi recipiente reale o virtuale che sia.

Che poi, diciamocela tutta questa verità nuda e dolorosa, è inutile che si disperino: perché se da un lato ci sono gli antifascisti a oltranza, dall’altro ci sono gli anticomunisti a oltranza — e ognuno rinforza l’avversario, in un perverso circuito Stimolo/Risposta. Se almeno una delle due parti si decidesse una buona volta a farla finita e ad andare oltre, della serie “ok, c’hai ragione, w la resistenza/w Hitler, adesso però vai a farti un giro e lasciami pensare alle cose serie”, l’altra parte prima o poi capirebbe che per giocare a guardie e ladri bisogna essere in due, e se uno dei due se ne va bisogna smettere.

In conclusione, se vinceranno le c.d. sinistre non credo che Milano diverrà invivibile — forse soltanto un po’ scomoda per alcuni, soprattutto giovani, ai quali toccherà pagare lo scotto di non aver saputo o voluto capire la necessità di operare scelte radicali, sicuramente difficili ma in grado di offrire, sul lungo periodo (certo non nell’immediato!) sbocchi interessanti. Ma non sono pazienti, i giovani d’oggi, e non hanno tanta voglia di fare fatica; aggiungi che, avendo meno testa di un tempo, hanno sempre più bisogno di un capo. Resta il fatto che ai miei tempi,  e sospetto anche ai tuoi, l’essenziale era combattere il sistema, non fargli le feste e scodinzolare quando ti allunga una carezza.

Se vinceranno le c.d. destre, non cambierà niente e, in ossequio al sacro Secondo principio della Termodinamica, a vincere sarà soltanto l’entropia. Il che mi sembra di gran lunga il risultato peggiore, per tutti.

Non so perché, mi viene in mente una frase di Longanesi — «ci salveranno le vecchie zie?».

Ci vediamo ai referendum.


apr 1 2011

Etica della crisi o crisi dell’etica?

Questo è un post pubblicato su facebook il 10 febbraio, quando già questo blog dava segni di crisi. Ora che sono di nuovo a regime, recupero lo spazio perduto.


Le crisi servono. Servono a distinguere chi “c’è” da chi “ci fa”, a capire su chi si può contare e su chi no, da che parte stare eccetera.
Così questo meraviglioso cabaret che è diventata l’Italia negli ultimi mesi, oltre a farmi risparmiare sul cinema, mi permette di individuare al volo chi davvero comprende cosa sta accadendo e chi, invece, no.

Capisco che la situazione è ingarbugliata e saltano i punti fermi insieme ai nervi — e quanti ce n’è, di scoperti…: al punto che gira un sacco di gente convinta che tutto il polverone sollevato attorno al personaggio Berlusconi sia frutto del solito moralismo ipocrita di chi, per dirla con De André, «dà buoni consigli / se non può dare cattivo esempio». Sul web, in particolare, si leggono delle squisitezze: ci sono fora “fascisti” che difendono il premier a spada tratta perché “è meglio degli altri” e perché “contribuisce ad affossare questa repubblica” (anche se sotto sotto affiora la certezza del sacrosanto diritto di ogni macho che si rispetti a trombare quando quanto come dove e con chi vuole); e ci sono signore convinte che tutta la faccenda sia un ottimo punto di partenza per un ripensamento dei rapporti fra i sessi.

Però, gente mia, il punto nodale della questione non è che un attempato signore assai più che benestante si dia bel tempo con qualche disinvolta figlia di Eva che potrebbe essergli non figlia ma nipote dietro esborso di somme che in questa particolare congiuntura storica costituiscono un affronto alla miseria, cosa che da sola giustificherebbe un’insurrezione popolare — se esistesse un popolo.
Il punto, invece, è che a darsi bel tempo eccetera sia il presidente del Consiglio: in parole più semplici, il punto è che il capo del governo si circonda abitualmente di puttane e lenoni, ai quali apre la porta di casa sua, e per gestire i rapporti coi quali si serve di esponenti del suo partito arrivando al punto di reclutare come paladino il ministro della giustizia.
Questa, e solo questa, è la materia del contendere. Negare questo, non capirlo o fingere di non capirlo è la via più breve per collezionare una figuraccia senza appello.

Anche perché la pratica del sesso a pagamento è antica quanto l’umanità — il mestiere più vecchio del mondo è la prostituzione, non il turno di otto ore alla catena di montaggio.
Del pari, le prestazioni sessuali come moneta di scambio per favori, privilegi e compromessi fanno parte dell’economia sociale fin dai suoi albori (l’Antico Testamento, per esempio, offre una vasta casistica). Quindi il “ripensamento dei rapporti fra i sessi” a partire da sdegno ed esecrazione di certi presidenziali comportamenti mi suona un po’ come le pie illusioni dell’on. Merlin, che pensava in buonafede di eliminare la piaga della prostituzione abolendo le case chiuse (a proposito, quand’è che le riapriamo?).

Ma torniamo al punto di partenza: al fatto, cioè, che in queste settimane abbiamo appreso che il presidente del Consiglio è solito circondarsi di persone avvezze a guadagnarsi il pane non col sudore della fronte bensì a mezzo di altri liquidi corporei — alla meccanica dei fluidi non è estraneo il concetto di lavoro.
Diciamo, allora, che dal premier di una nazione, sia pure sgangherata come la nostra, sarebbe lecito attendersi un altro tipo di frequentazioni; e aggiungo che la sfacciata familiarità col presidente del Consiglio esibita da personaggi che definirò bonariamente discutibili non depone a favore della consapevolezza del proprio ruolo che dovrebbe esser prerogativa di una così alta carica dello Stato.

Confondere l’etica con la morale denota una profonda incomprensione della vicenda nei suoi risvolti più seri, nonché una plateale ignoranza di tutto ciò che attiene alla dimensione del Politico. Perché soltanto un recupero dell’etica, forse, potrebbe consentire a questo sciagurato Paese di rinsaldare la sua vacillante dignità. Forse, ripeto. E forse soltanto fino alla prossima volta. Meglio che niente.


gen 25 2011

Il titolo? Era ok

Sono sempre stata piuttosto bravina con i titoli.
L’altro giorno, però, ero perplessa: a parte l’aver copiato l’ottimo Bertolucci, quel “ridicolo” mi sembrava un po’ impietoso nei confronti del Paese tutto. In fondo, mi dicevo, non è che posso gettare la croce addosso a decine di milioni di persone solo perché sui noti fatti ci si smascella beati invece di scendere in piazza.
Poi ho sentito che il Pdl ha avanzato (seriamente) la proposta di abbassare la soglia della maggiore età a 17 anni; e che il medesimo Pdl ha rilanciato (seriamente) il disegno di legge del 28 ottobre 2010, mirante alla regolamentazione delle intercettazioni telefoniche e ambientali, con validità retroattiva fino a cinque anni.
Allora ho capito che in questo Paese le leggi ad personam sono così ad personam che manca poco al varo di una legge che conceda l’impunità assoluta con validità retroattiva di 60 anni ai cittadini italiani di sesso maschile, di età superiore ai 70 anni e il cui cognome inizi per “Berlu” e termini per “sconi”. E l’aggettivo “ridicolo” è semplicemente perfetto.
Sono piuttosto bravina con i titoli.