gen 28 2012

«Perché mangiamo carne?»: l’analisi psicologica di Annamaria Manzoni

Ho conosciuto di passata Annamaria Manzoni molto tempo fa, quando eravamo entrambe ragazzine: e mai avrei pensato che le nostre strade potessero di nuovo incrociarsi, dopo tanti anni e così profondamente.

Condivido con i viandanti questa lucida e dolente analisi di uno fra gli aspetti fondanti più sanguinosi della nostra cosiddetta civiltà. Buona lettura.

(dal sito Eticamente)

Annamaria Manzoni ha scritto il libro “Noi abbiamo un sogno” . E’ un saggio molto profondo in cui viene analizzato dal punto di vista psicologico e socio-culturale il rapporto uomo-animale. Eticamente ha scritto tempo fa una recensione del libro che potete visionare a questo link:  http://www.eticamente.net/535/recensione-libro-noi-abbiamo-un-sogno-di-annamaria-manzoni.html

Abbiamo il piacere di ospitare Annamaria tra le nostre pagine e le abbiamo posto alcune domande.

1- All’interno del suo libro vi è un’analisi psicologica illuminante riguardo le motivazioni che spingono le persone a mangiare carne: ce le può riassumere brevemente?

Il discorso è articolato e complesso e poco adatto ad una sintesi che inevitabilmente  trascura elementi importanti. In ogni caso, focalizzando  il problema della violenza sugli animali non umani sul “mangiar carne”, si va diritti al cuore della questione perché grandissima parte di tale violenza non è agita da persone sadiche e  malvagie, ma è consentita e supportata da quelle “normali”, per bene, che con il proprio stile di vita, la propria alimentazione, il proprio modo di vestire sono la causa del martirio quotidiano di uno sconfinato numero di loro.

Se fare fronte e contrastare l’aggressività può essere compito complesso, ma per il quale nel corso del tempo sono stati approntati strumenti, frutto di molti approfondimenti sulla sua eziologia,  più complicato è occuparsi di  quella banalità del male, di cui il mangiar carne è chiaro esempio,  che proprio in quanto banale viene accettata nella sua pretesa normalità, senza nemmeno essere riconosciuta come male.

Da sottolineare quanto  la  psicologia sia ancora oggi omissiva al riguardo: le ragioni vanno ricercate, io credo,  nel fatto che coloro che dovrebbero essere gli studiosi di questo fenomeno sono in genere essi stessi oggetto dello studio che dovrebbero condurre. In altri termini: gli psicologi, meglio: noi psicologi  siamo parte del problema esattamente come lo sono tutte le altre persone, quando non riconosciamo come prodotto di prepotenza e predominio il mangiare  gli animali, nonostante  il corollario di schiavizzazione e uccisione che ciò comporta,   non mettiamo  a fuoco  la situazione , non ci  rendiamo conto della tragedia quotidiana in atto, rispetto alla quale dovremmo sentirci chiamati a intervenire per cercare di decodificarla, dal momento che, per  formazione e professione,  possediamo , o dovremmo possedere, gli strumenti per farlo. Per altro tutte le forme di violenza legittima intraspecifica, vale a dire all’interno della specie umana, (si pensi alla pena di morte, alle punizioni fisiche sui bambini…) sono davvero poco studiate, in se stesse e nelle loro conseguenze, se non in modo indiretto, come per esempio con l’interpretazione degli studi di Milgram sulla obbedienza distruttiva; esattamente  come succede per quanto riguarda la violenza legittima interspecifica, quella contro gli altri animali.

Di fatto sono molti i  meccanismi che consentono il perpetuarsi dell’attuale stato di cose, permettendo di non riconoscere il male, per legalizzato che sia, insito nel nostro rapporto con gli altri animali: si tratta di meccanismi inconsci, definiti di difesa proprio in quanto assolvono il compito di proteggerci  dall’angoscia che potrebbe esplodere se la realtà in atto venisse riconosciuta. In primo luogo non si può prescindere dal nostro essere totalmente immersi in una  cultura antropocentrica, per cui il concetto stesso di animale è svilito e identificato non con quello di  essere vivente, sofferente e senziente, ma con quello di entità che è di fatto reificata, ridotta allo stato di cosa. Solo questa rappresentazione dell’animale permette per esempio che la gente possa tranquillamente accordarsi per “andare a mangiare il pesce”, oppure organizzi gioiose grigliate o celebri con soddisfazione piatti stagionali come lenticchie con zampone o polenta con  capriolo. I termini sono scollegati dall’animale che sono,  le vittime indifese non sono neppure pensate, non vivono nemmeno nell’immaginario, non possiedono esistenza propria. Si pensi a quell’immagine tanto spesso pubblicizzata, in cui la sagoma di una mucca è divisa in parti corrispondenti ad altrettanti “pezzi” destinati a variegati  trattamenti culinari: l’essenza stessa dell’animale è negata in favore della sua riduzione a cibo. Tradizioni filosofiche e  convincimenti religiosi teorizzano la liceità di tutto ciò: agli animali  non umani ancora oggi non è stata attribuito il possesso dell’anima, e questo basta alla scellerata giustificazione di ogni male contro di loro: per attribuirla alle donne sono state necessarie lunghissime riflessioni (da parte degli uomini), per gli schiavi è stato più complicato ancora. La cinica osservazione che tenere categorie di esseri viventi in condizioni di inferiorità procura enormi vantaggi a chi detiene il potere non rende ottimisti sul tempo necessario a che una salutare rivisitazione del nostro rapporto con gli animali dia  loro la dignità che loro neghiamo, siano o meno contenitori di quell’anima che pare essere il salvacondotto per ogni attribuzione di dignità. [continua qui]


gen 23 2012

Jean-Claude Van Damme contro le pellicce

Jean-Claude Van Damme contro le pellicce

L'attore Jean-Claude Van Damme testimonial della campagna GAIA contro le pellicce

Questa è la foto per la quale ha posato l’attore per la nuova campagna di GAIA.
Inutile dire che la Federazione belga della pelliccia si è subito scagliata contro definendola disgustosa… forse, appunto, l’effetto desiderato…
In questa foto l’attore, famoso per i suoi film d’azione, posa come per una locandina di un film, tenendo tra le mani il cadavere di un visone scuoiato, trasformandosi, il tempo di qualche cliché, in attore di film dell’orrore. Un film che è stato immaginato si chiamerebbe “Le vittime”.
Isolde Delanghe, rappresentante della Federazione belga della pelliccia accusa gli animalisti di GAIA di voler ingannare il pubblico attraverso i mass-media e di volerlo impressionare con questa immagine orrenda e sanguinolenta. La Federazione si difende sostenendo che secondo GAIA tutto il settore agricolo ha degli atteggiamenti deplorevoli, senza mettere in evidenza che invece tutti sono coinvolti, compresi gli allevatori di visoni, ed interessati al buon svolgimento delle cose, infatti, prosegue, se l’uso e la vendita delle pellicce conosce nuovamente un tale successo in questi ultimi anni è proprio per gli sforzi che vengono fatti nel settore per il benessere degli animali, senza trascurare l’accesso ad una informazione trasparente sulla provenienza delle pellicce.
Jean Claude Van Damme non nasconde il suo amore per gli animali ma è la prima volta che milita ufficialmente in loro favore.


gen 23 2012

La “Carta per il rinascimento della campagna”

Una proposta così antica da sembrare nuova, e così semplice da sembrare rivoluzionaria. Una proposta da accogliere e rilanciare.


Carta per il rinascimento della campagna

(di Wendell Berry, Giannozzo Pucci, Vandana Shiva, Maurizio Pallante)

PRINCIPI. L’agricoltura con le attività forestali è indispensabile alla sopravvivenza umana.
La campagna provvede a tutti i bisogni fondamentali di acqua, aria, biodiversità, cibo, energia, fibre (cotone, lana, lino ecc) e a tutti i materiali da costruzione. La terra è sacra, non l’abbiamo fatta noi. È la dimora naturale di ogni essere vivente. Sulla terra si fonda l’identità delle comunità umane se non è alienata, frammentata e non è basata su mere considerazioni utilitaristiche. Il suolo su cui camminiamo è mescolata la polvere dei nostri antenati; i nostri corpi, morendo, arricchiscono la terra dimostrando che essa non ci appartiene ma noi apparteniamo alla terra. La campagna è una comunità vivente di innumerevoli organismi e come un corpo deve essere nutrita, curata, fatta riposare. Si parla con lei attraverso il proprio corpo. La campagna è essenziale per rigenerare la società umana, perciò occorre arricchire le campagne, riscoprendone la sacralità.
Tutte le civiltà si basano sull’agricoltura, compresa quella industriale, ma nessuna è stata così distruttiva per la natura come la nostra che è perciò la più fragile di tutte.
Le tecnologie industriali applicate alla terra — prodotti chimici di sintesi come diserbanti, concimi chimici, anticrittogamici, macchine a energia fossile, sementi geneticamente manipolate, monocolture di merci per il mercato internazionale, che modificano il paesaggio per renderlo funzionale alle macchine — non sono agricoltura ma attività industriali, e non devono godere di privilegi per “pubblico interesse”.
Il furto anche di una sola mela è un reato punito penalmente, ma il saccheggio sistematico dell’eredità genetica e l’inquinamento dei cicli alimentari con conseguenze immense sulle popolazioni, non è considerato illegale dai governi, eppure viola i diritti fondamentali di tutti i popoli. Non c’è profitto derivante da questa distruzione che possa giustificarla.
La terra non è e non sarà mai una merce. È un bene comune. Il suo destino naturale è l’uso e il godimento comune.
Comune è l’aria che gli alberi e i venti rendono pura, comune è l’acqua che le radici delle piante, le rocce, le cascate rendono potabile e salutare come nessun impianto tecnologico può fare, comune è l’humus che si forma sotto gli alberi e nei campi ben coltivati perché arricchisce la catena alimentare, la quale è comune anch’essa insieme al polline dei fiori e a tutto ciò che serve a far vivere gli insetti, gli uccelli, gli animali e le piante selvatiche, delle quali comuni sono i semi spontanei così come quelli delle piante coltivate, selezionate dall’opera di tanti contadini e comunità indigene anonime che da sempre hanno lasciato in eredità gratuita a tutte le generazioni i risultati delle loro fatiche e scoperte. Comune infine è la terra per le popolazioni tribali. Ma anche nelle società contadine in cui è ben instaurata la proprietà privata, restano forme di usi civici e comuni sono le strade vicinali, la rete dei fossi, le sponde dei fiumi e i ruscelli, l’uso delle sorgenti liberamente aperto alla sete dei vicini e dei viandanti. [continua qui]


nov 29 2011

Umani e non-umani: questione di scelte

Apprendo proprio ora dell’esistenza, nella bella e martoriata città di Genova, di un tale chiamato Giuseppe Torazza.

Sono arrivata felicemente a questa mia non più verde età senza conoscere questa persona, e sono certa di poter proseguire la mia parabola terrena continuando a ignorarla: ma qui e ora mi corre l’obbligo di prendere in considerazione il detto Torazza per via di questa sua lettera inviata al quotidiano “Il Giornale”, che l’ha pubblicata l’altro ieri (mi dicono):

Trascrivo il testo per agevolarne la lettura:

Italiani in difficoltà
Si buttano tanti soldi per mantenere gli animali


Quell’infelice battuta di Berlusconi a proposito dei ristoranti sempre pieni e i viaggi prenotati ha fatto infuriare di sicuro quel 50 per cento di italiani che vive con 1000 euro al mese. Non parliamo poi di quei 3 milioni e 200mila persone che di euro ne ricevono solo 500. Avrebbe potuto accennare al mantenimento dei 15 milioni di cani e gatti che vivono nelle case degli italiani. A 100 euro al mese, valutato il costo medio pro animale — ma la cifra è in difetto — quale cifra stratosferica ne esce? Indispensabile? Direi di no. Inoltre è stato scritto in questi giorni che le spese per il vitto di questi animali sono in aumento del 6 per cento, mentre calano quelle per il mantenimento dei nostri simili.

Ora, è chiaro che al signor Torazza gli animali non piacciono. Credo di non esser lontana dal vero affermando che neanche il signor Torazza piacerebbe agli animali, se sapessero della sua esistenza. Ma andiamo avanti.

Il signor Torazza, per esempio, non piace neanche a me: perché parla di ciò che non conosce, e lo fa con la serena supponenza di chi ha la verità in tasca e ha capito tutto a fronte di qualche miliardo di minus habentes. Per carità, non che le esternazioni di questo signore incidano sul reale più di quanto ha fatto la biro che mi è caduta per terra stamattina — ma è seccante, con la crisi che stiamo attraversando, vedere carta e inchiostro sprecati così. Torazza, che non per niente è genovese, mi capirà.

Quello che il signor Torazza ignora, o fa finta di ignorare, è che la legione di dissennati che tiene e mantiene animali in casa lo fa senza chiedere un centesimo a nessuno, e che i soldi destinati a nutrire i propri animali vengono spesi con gioia e a scapito di altri consumi giudicati superflui. (Mi prendo la libertà di un amarcord: in tempi lontani e difficili io e il mio consorte cenavamo ripetutamente a pane e caffelatte per poter comprare da mangiare al nostro cane).

Di più: spesso e volentieri chi tiene animali in casa è sensibile anche ai disagi umani — è impegnato nel sociale o si spende per una buona causa, e quando compra il cibo per il suo compagno non-umano non lo fa gongolando malvagiamente pensando di sottrarre cibo o cure a qualche diseredato (ma chi frequenta, il signor Torazza?!?).

Concludo con una pugnalata: lo sa, il signor Torazza, che ci sono anche soggetti perversi i quali, pur non possedendo animali, spendono ugualmente dei soldi per aiutare chi di animali si occupa? Che gente.

Il fatto è che il signor Torazza, come tutti quelli che ce l’hanno col variegato mondo animalista, non capisce che noi, dopo tutto, siamo soltanto persone che hanno fatto una scelta — e ogni scelta, per il solo fatto di essere tale, comporta l’intrinseca diversità dei soggetti che la compiono. Ma forse sto parlando troppo difficile, e allora ricorrerò a un esempio: se mi trovassi davanti un animale affamato e Giuseppe Torazza affamato, a chi credete che darei da mangiare?


nov 8 2011

Per dire “basta!” alla vivisezione

Continua con nuovo slancio la raccolta firme per una petizione da presentare al Parlamento Europeo per l’abolizione della vivisezione.

Come sanno gli addetti ai lavori, le direttive esistenti — che peraltro non hanno neppure preso in considerazione l’opinione contraria espressa da moltissimi cittadini dell’UE —non incidono di fatto sull’applicazione di questa pratica incivile, inutile e dannosa.

È quindi indispensabile, come cittadini e come essere umani, prendere una posizione netta e decisa su questo singolare modo di “fare scienza”, che in realtà significa soltanto sofferenza e morte per milioni di animali nel mondo, e nessuna certezza per gli utilizzatori finali dei prodotti testati — cioè noi.

Non fosse altro che per egoismo o pragmatismo, dite anche voi “basta!” alla vivisezione.

FIRMA LA PETIZIONE AL PARLAMENTO EUROPEO PER L’ABOLIZIONE DELLA VIVISEZIONE

Dal sito www.stopvivisezione.net

“Questo sito è stato prodotto e organizzato esclusivamente da cittadini europei indipendenti e volontari per promuovere una petizione al Parlamento Europeo per l’abolizione della vivisezione. L’organizzazione di questa iniziativa è stata resa possibile dallo straordinario impegno e supporto dei tanti che hanno contribuito alla sua realizzazione.

La diffondiamo ora a tutti i cittadini europei, insieme ad una documentazione che spiega la necessità di questa iniziativa. Visitate il sito: leggete la petizione, sostenetela, e unitevi a tutti quei cittadini che si stanno impegnando a diffonderla. Le pagine del sito sono disponibili in cinque lingue per divulgarla in altri Stati dell’Unione Europea.

Tutte le persone che hanno contribuito all’organizzazione di questa Petizione al Parlamento Europeo l’hanno fatto non in quanto parte di un gruppo o di una categoria, ma hanno dato il loro personale contributo in qualità di privati cittadini, convinti della necessità di questa iniziativa di carattere popolare. Il più piccolo contributo da parte di ognuno è stato determinante. La vivisezione è una realtà spaventosamente drammatica e urgente e il suo futuro dipende dalla scelta di ognuno di noi. Ma tutti insieme – noi cittadini europei – possiamo fermarla! E’ davvero necessaria la partecipazione e l’impegno di tutti.

Firma la Petizione! Contribuisci ad abolire la Vivisezione


ott 4 2011

4 ottobre, san Francesco protettore degli animali e patrono d’Italia. O l’uno o l’altro

Quando ero piccola, in quella fase ancora tutta carica di meraviglie come Gesù Bambino, l’angelo custode e le fantastiche storie dei santi, ebbi l’idea di aggiungere alla lista dei raccomandati nella preghiera serale anche le bestiole di casa. Non lo dissi a nessuno, parendomi una pratica poco ortodossa.
Poi, quando appresi che uno dei patroni della nostra bella Italia è Francesco d’Assisi, il santo che parlava agli animali e aveva scritto il Cantico delle Creature, mi convinsi di vivere (un occhio a Pangloss e uno a Leibniz, col senno di poi), nel migliore dei mondi possibili. Va da sé che ho cambiato idea piuttosto alla svelta.
In particolare, è il fatto che l’Italia si sia scelta come patrono proprio san Francesco — la cui festa ricorre giusto oggi, 4 ottobre — che mi disturba. Perché se c’è una religione che non ha il minimo riguardo per gli animali (e sto usando un gentile eufemismo), questa è proprio la religione cristiano-cattolica: e i guasti di duemila anni di Vaticano sul territorio ci sono e si vedono belli chiari.

E, perché non si dica che sono io a nutrire bizzarre convinzioni in materia, offro alla riflessione dei viandanti un insegnamento magistrale e magisteriale della Chiesa di Roma, ovvero il discorso che papa Pio XII tenne ai lavoratori del mattatoio romano il 17 novembre 1957. In esso c’è (oltre al sottile veleno delle beatitudini, come diceva Nietzsche, inoculato per addormentare le coscienze) tutto l’antropocentrismo che regge l’edificio logico e teologico in questione — male antico, fondativo e giustificazionista della modernità occidentale con tutto il suo portato di reificazione, sfruttamento e violenza contro l’altro-da-sé. Sfido chiunque a sostenere il contrario. Buona lettura.

DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO PP. XII
AI LAVORATORI DEL MATTATOIO DI ROMA

Aula della Benedizione – Domenica, 17 novembre 1957

Vi diamo il Nostro paterno benvenuto, diletti figli, lavoratori del Mattatoio di Roma. L’opera vostra, riguardante uno degli elementi più efficaci dell’alimentazione umana, è particolarmente importante, anche perchè sono noti i danni che potrebbero derivare dall’uso di carni malsane. Perciò gli uomini hanno avuto sempre cura di evitare quei perniciosi effetti, sebbene solo relativamente tardi sono giunti alla fondazione razionale dei primi mattatoi.

Bisogna dire che Roma, per opera del Nostro Predecessore Leone XII, fu tra le prime città ad avere il suo mattatoio, edificato nel 1825, a pochi anni, cioè, di distanza da quello, che iniziò la costruzione dei macelli moderni, in Vienna, sul principio dell’Ottocento. Oggi anche il problema dei mattatoi viene risolto con l’uso dei più moderni ritrovati della scienza e della tecnica; nulla in essi manca di quel che può giovare alla buona amministrazione degli stabilimenti.

Sappiamo, d’altra parte, come debba essere accurata la vostra preparazione tecnica, e quanto sia necessaria la massima diligenza nell’adempimento di tutte le precauzioni richieste dalla delicatezza del vostro lavoro. Una distrazione, una negligenza potrebbero mettere in pericolo la salute di molti e talvolta perfino la vita di alcuni.

L’azione vostra, sulla quale andavamo riflettendo nei giorni che hanno preceduto questa Udienza, ha fatto nascere nel Nostro cuore taluni pensieri, che Ci sembra utile di confidarvi, offrendoli alla vostra meditazione, per cooperare così al bene e alla santificazione delle anime vostre.

Cerchiamo dunque di penetrare — con lo sguardo dello spirito — nel luogo del vostro lavoro. Entriamo nel mattatoio. Ecco : nelle tettoie di sosta temporanea gli animali, ignari della loro sorte, attendono di essere portati nella sala di macellazione. Vi giungono, e subito (ci grava il dirlo) vengono abbattuti e sottoposti alle varie operazioni di scoiatura, di sventratura e di visita. Passano alcuni minuti — non più di quindici o venti e già l’animale è stato ridotto in quarti o « mezzene » di carne. Certo la scena, che or ora abbiamo tentato di descrivere, non è di quelle che vengono offerte alla vista di tutti; errerebbe però chi stimasse riprovevole l’uccisione degli animali necessari per il nutrimento degli uomini. La vostra opera, diletti figli, è dunque giusta e — a certe condizioni — meritoria. Tutto infatti è stato creato da Dio : gli uomini, gli animali, le piante, le cose; e per conseguenza tutto a servizio di Lui deve essere usato.

Ma come può questo avvenire?

La nostra meditazione, diletti figli, prende le mosse da una forte espressione di S. Paolo; in essa troverete anche voi il perchè dell’onestà del vostro lavoro e, quel che è più, la condizione indispensabile per renderlo meritorio al cospetto di Dio. Dice dunque l’Apostolo : « Omnia enim vestra sunt, vos autem Christi » (1 Col. 3, 23).

I° – Omnia vestra sunt: tutto, nell’universo, appartiene agli uomini. Appena invero Iddio ebbe creato l’uomo e la donna, li benedisse, dicendo loro : « Crescete e moltiplicatevi e popolate la terra e sottomettetela, e abbiate potere sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra tutti gli animali che si muovono sulla terra » (Gen. 1, 28). E di nuovo il Signore, benedicendo Noè e i suoi figliuoli, esclamò: « Tutto ciò, che ha moto e vita, sarà cibo per voi; io ve lo do tutto, come già i verdi erbaggi » (Gen. 9, 3).

Se dunque tutto appartiene all’uomo, esso è per volontà di Dio padrone dell’universo. Perchè? Quale scopo ebbe il Signore nel dare agli uomini questo dominio? Dicevamo, diletti figli, che tutti gli uomini e tutte le cose devono nel mondo essere a servizio di Dio; tutti gli uomini e tutte le cose devono dar gloria a Lui. Ma le creature materiali, prive come sono di conoscenza e di volontà, si trovano nella impossibilità di dare a Dio la gloria formale : solo gli uomini, infatti, conoscono Dio, possono lodarlo, amarlo; solo gli uomini possono vivere coscientemente secondo i dettami della sua legge. E allora per divina disposizione i minerali serviranno le piante, le piante serviranno gli animali, gli animali l’uomo: affinchè attraverso l’uomo tutti servano Dio. Ma l’uomo, per servirsi degli animali, deve spesso — purtroppo — farli soffrire, deve spesso ucciderli; nulla è dunque per sè di riprovevole in questo. Certamente dovranno essere ridotte al minimo le sofferenze, interdette le inutili crudeltà (abbiamo letto, per es., che nel mattatoio si ha particolare cura che il bestiame vivo non si incontri con coloro che trasportano le carni), ma non vi è nemmeno posto per ingiustificati rammarichi. I gemiti delle bestie abbattute e uccise per giusto motivo non dovrebbero destare una tristezza maggiore del ragionevole, mentre non ne procurano i colpi del maglio sui metalli roventi, il marcire dei semi sotterra, il gemere dei rami al taglio della potatura, il cedere delle spighe all’azione dei mietitori, il frumento che viene stritolato nella macina da mulino.

2° – Ma affinchè la vostra opera divenga anche atto meritorio, è necessario che ognuno di voi appartenga a Cristo : Omnia vestra sunt, vos autem Christi.
Lo sappiamo, diletti figli, e dovete saperlo anche voi: voi, di diritto, siete già di Cristo, appartenete già a Cristo.
Infatti a Lui dovete, come a Creatore, il vostro essere e il vostro operare: « Omnia per ipsum facta sunt, et sine ipso factum est nihil, quod factum est »: « Tutte le cose per mezzo di Lui furono fatte, e senza di Lui nulla fu fatto di ciò che esiste » (Io. 1, 3). Ma inoltre voi appartenete a Cristo, perchè Egli, come Uomo-Dio, vi ha redenti, soffrendo e morendo in Croce per voi. Da Cristo dunque — come da Padrone — dipende la vostra vita, la vostra morte; a Lui appartiene ogni vostro respiro, ogni vostro pensiero, ogni vostro volere, ogni vostra azione. Tutto in voi è da Lui; tutto quindi è di Lui: Cristo solo è il vostro assoluto Signore « Tu solus Dominus » (Ex S. Liturgia), Egli solo è vostro Re : Re della gloria, Re della maestà: « Rex gloriae, Rex tremendae maiestatis » (ibid.).

A questo punto Ci nasce in cuore e sale alle Nostre labbra una domanda, che vi rivolgiamo con paterna franchezza, diletti figli; e voi dovete risponderCi con altrettanta filiale sincerità; la vostra risposta sarà come il solenne impegno, che voi assumete con Cristo alla presenza del suo Vicario in terra. DiteCi dunque : voi, che di diritto appartenete a Gesù Cristo, volete esser suoi anche di fatto? Volete essere suoi per libera accettazione del suo dominio? Volete che Egli regni su ciascuno di voi? sulle vostre famiglie? sul vostro lavoro?

Affinchè Cristo regni nelle vostre anime, è necessario che da esse venga bandito il peccato. Chi pecca, si ribella a Cristo e lo respinge lungi da sè. Non appartiene a Cristo chi bestemmia, chi viola il precetto festivo, chi offende il buon costume con le parole e con le opere.

Affinchè Cristo regni nelle vostre famiglie, è necessario che ognuna di esse divenga sempre più un santuario; dove la fedeltà fra gli sposi sia sacra ed inviolabile; dove l’amore fra tutti rispecchi, quanto è possibile, l’amore che regnava nella Casa di Nazareth.

Affinchè a Cristo appartenga il vostro lavoro, è necessario che nessuno e nulla di ciò che è contrario a Lui ispiri e sostenga qualcuna delle vostre azioni.

Non potremmo chiudere queste Nostre parole senza assicurarvi che non saremo certo Noi ad impedirvi di tendere con tutti i mezzi leciti al conseguimento delle vostre legittime aspirazioni di carattere economico e sociale. Siano dunque benedetti tutti coloro che in qualunque modo cooperano al mantenimento e al miglioramento della pace con giustizia nel vostro stabilimento. È ivi, del resto, accaduta qualche cosa, che vi ha inondati di gioia. Molti, che si erano lasciati ingannare dal miraggio di false promesse, hanno ormai abbandonato i loro seduttori. Ma altri, invece, non hanno aperto ancora gli occhi. Davanti alle spesso fallaci lusinghe di miglioramenti economici, continuano a militare nelle file dei nemici di Dio, oltre che di tanti altri valori spirituali e materiali. Noi vi scongiuriamo, diletti figli. Opponetevi con tutte le forze all’uccisione delle vostre anime. Fate ogni sforzo, affinchè chi è morto risorga, chi è ferito risani. Non prevedete già come si
andrebbe lietamente al lavoro, se esso fosse considerato — più di quanto è ora — atto di obbedienza filiale a Dio, e quindi preghiera vissuta, atto di amore a Lui, servizio dei nostri fratelli?

Ma questo è possibile solo, se Cristo regnerà sovrano nei vostri cuori, se le cose create non vi domineranno, ma vi serviranno, aiutandovi a dar gloria a Lui, Re della gloria.


set 23 2011

Ultima corrida a Barcellona, era ora

A quanto pare e se nient’altro succede (perdonatemi la persistenza del dubbio, ma ho imparato da tempo che la certezza non è di questo mondo — morte esclusa), domenica 25 settembre si terrà l’ultima corrida a Barcellona.

Era ora. Ho detto e scritto talmente tanto sull’argomento che proprio non voglio aggiungere qui nient’altro. Però ne approfitto per riproporre una miserabile lettera sulla corrida — piena di tutte le banalità sull’argomento che qualificano irrimediabilmente chi le sostiene — scritta all’etologo Danilo Mainardi, e la bruciante risposta di quest’ultimo. Lo scambio di opinioni è avvenuto tra agosto e settembre su “Sette”, il supplemento del “Corriere della sera”. Grazie, Mainardi, anche a nome dei tori.

UOMINI E TORI

Stimo e apprezzo Danilo Mainardi quando scrive di etologia con pas­sione e competenza. Faccio più fati­ca a seguirlo quando veste i panni dell’animalista. In “Animalia”del 25/8 definisce sadiche le milioni di persone appassionate di corride, di­mostrando scarsa competenza sul tema e nullo rispetto per chi non la pensa come lui. Vorrei sapere se il suo impegno a “non avere niente a che fare” si allarga a chi si ciba per Pasqua di agnelli e maialini da latte, a chi alleva galline e pesci a base di sostanze chimiche in lager senza spazio, a chi sfrutta gli animali per lavoro o sport. È vero, i tori iberici non hanno scelto di propria volontà il loro destino, ma lo fanno gli animali sunnominati? Ricordo che un quarto d’ora di lotta nell’arena conclude quattro anni di vita libera e selvaggia nei campi, trascorsi senza conosce­re le sofferenze dei loro “colleghi” ci­vilizzati. È da ipocriti pretendere un mondo costruito secondo il nostro esclusivo giudizio guardando da un’altra parte quando gli “orrori” ci arricchiscono o ci divertono.

Angelo Tirelli

Risponde Danilo Mainardi

Caro Tirelli, lei definisce “un quarto d’ora di lotta “, quasi fosse un innocente gioco sportivo, quella che per il toro è una lenta macellazione anticipata da pro­grammate torture. Ciò per il diver­timento di spettatori, siano essi sadici oppure no, esteti oppure no, ma a cui comunque niente importa dell’innocente animale. Non credo inoltre sia una valida argomentazione citare le crudeltà cui sono sottoposte altre specie animali perché di questo triste problema, e non a caso, s’occupano le stesse persone attente al benes­sere animale che mai frequente­rebbero spettacoli di tauromachia.


lug 8 2011

Altri tempi… per i cani e per gli umani

Un avviso datato 24 maggio 1877, nella Trieste austro-ungarica

Quando esisteva una civiltà...

C’è poco da dire, eh? Segnalo solo che ho cercato questo avviso per anni, dopo averlo visto non ricordo più dove. Oggi, grazie alla divina serendipità, ci sono inciampata. E ve lo propongo.


lug 2 2011

L’arancia azzurra striata di sangue

Una ventina d’anni fa, uno psichiatra francese mi disse che stava lavorando, insieme ad altri colleghi, a un progetto di monitoraggio e controllo in età scolare: nelle grandi città, il numero di bambini e adolescenti con turbe comportamentali era in costante aumento, e ad esso corrispondeva un deterioramento generale delle relazioni interpersonali fra adulti. A una mia precisa domanda, lo stesso mi confermò che se non tutti quelli che torturano e uccidono animali sono destinati a diventare assassini seriali, è un dato di fatto che tutti gli assassini seriali hanno un passato di tortura e uccisione di animali; aggiunse che in ogni caso questo tipo di comportamento, se ripetuto e abituale, è indice di gravi disturbi comportamentali che facilmente faranno del soggetto un tipo antisociale.

Sono passati una ventina d’anni da allora: e la situazione mi sembra peggiorata. Non passa giorno senza che si apprenda di qualche nuova atrocità nei confronti di quelli che amo chiamare senzienti non umani — se qualcuno preferisce, diciamo pure animali o bestie: la sostanza, purtroppo, non cambia.

Proprio qualche giorno fa, commentando un fatto del genere, scrivevo «c’è qualcosa di malato nell’essere umano» — e non pensavo a quello che mi aveva detto tanti anni fa lo psichiatra francese. Semplicemente, mi limitavo a considerare la mole immensa di violenze di ogni tipo perpetrate contro gli animali, di cui ci arriva notizia da ogni parte del mondo e che mi avvelenano ogni giornata. (Tralascio in questo contesto di parlare delle guerre, delle occupazioni militari, delle pulizie etniche etc., che sembrano far parte della civiltà occidentale ovunque e comunque declinata — mi occupo anche di questo, ma non ora).

So di non essere la sola a provare quel misto di indignazione, rabbia, dolore e senso di rivolta che provano tutti i c.d. animalisti e che possiamo chiamare empatia. Quello che non so, invece (e vorrei che qualcuno mi desse una risposta plausibile), è come facciano tutti gli altri umani a restare indifferenti.

So perfettamente che siamo tutti diversi — e meno male. Ma la mancanza di sensibilità nei confronti dei viventi non umani mi sembra non già, come pensano alcuni superomisti della domenica, la cifra dell’Uomo bensì il marchio infamante del subumano.

E, come se non bastasse, è dall’alto che viene l’esempio: un giornalista (categoria un tempo deputata a denunciare i mali sociali) invoca la depenalizzazione dei reati contro gli animali, e un partito organizza una cena a base di carne d’orso. Possiamo poi stupirci che la massa (soprattutto giovanile, ma non solo) finisca per sentirsi legittimata a credere che torturare e/o uccidere animali sia un innocuo passatempo e non piuttosto un’azione odiosa che esige attenzione psichiatrica, sanzione penale e riprovazione etica?

Il discorso sui mali dell’antropocentrismo è lungo e complesso; ma anche senza addentrarci nelle lande perigliose della filosofia e della biologia, è mai possibile che oggi l’essere umano abbia smarrito il senso del più elementare rispetto per tutto ciò che è altro-da-sé? Per quale motivo non esistono più né un ordinamento scolastico né una religione civile né una legislazione articolata né un’educazione familiare né un semplicissimo senso comune in grado di preservare e trasmettere certi valori? Davvero non c’è nessuno Stato al mondo in grado di comprendere l’enorme ed esiziale portata di una simile visione del mondo etero- ed autolesionista?

Impossibile definire con certezza quando sia iniziato questo declino, o quale sia l’elemento che ne ha scatenato l’accelerazione: ma credo che sia evidente a tutti che questa corsa verso l’abisso debba essere fermata, ad ogni costo — o quest’arancia azzurra diventerà striata di sangue.