mar
22
2013
Era il conte di Bismarck, se non ricordo male, a sostenere che i trattati non sono che chiffons de papier, pezzi di carta.
La definizione ha fatto scuola, ed è divenuta lezione. Fra gli allievi più illustri e più ferrati nell’inveramento della teoria, l’Italia: che tiene in non cale l’accordo precedentemente sottoscritto con l’India in relazione al rientro dei due marò dopo la licenza elettorale, e adesso con l’India sottoscrive un altro accordo — sulla non applicabilità della pena capitale ai due militari italiani — certa che non verrà disatteso. Per il bene dei due marò e delle loro famiglie, mi auguro che l’India abbia poca dimestichezza con von Bismarck e conosca meglio il latino — pacta servanda sunt, i patti devono essere rispettati. Per il bene dell’Italia, aspetterò la prossima vita o un universo parallelo.
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mar
12
2013
Che storia, quest’Italia che mostra i muscoli per salvare i suoi soldati… A sproposito, mi viene da dire. Perché questo fatto del firmare accordi e sottoscrivere impegni per poi farne strame non mi piace per niente — anche se si tratta di un costume antico e non soltanto di derivazione savoiarda. Pacta servanda sunt, mi hanno insegnato: i patti devono essere rispettati; e se non vogliamo volare alto con l’etica, limitiamoci pure al pragmatico “non fare promesse che non sai di poter mantenere”. Non è mica difficile.
Tanto più che se il governo italiano avesse alzato la voce a tutela dei suoi cittadini anche nei casi, chessò, di Silvia Baraldini, Enzo Baldoni, Nicola Calipari o i medici di Emergency, adesso magari mi sentirei anche di approvare la cosa (erano casi un po’ più scomodi, ne convengo). Ma siccome il governo italiano, da quando ho memoria, è uno zelota del doppiopesismo, ecco che allora questo sfoggio di sovranità d’accatto da parte di uno Stato che ospita sul suo territorio — senza batter ciglio — qualcosa come 115 basi militari di una potenza straniera mi puzza alquanto. E m’induce a concludere che in fondo, se una nazione accetta di veder violata la propria integrità territoriale, a maggior ragione accetterà di poter violare le intese internazionali senza porsi soverchi problemi.
Così, ecco perché l’Italia — l’Italia di oggi, quest’Italia amata e sofferta e pianta e maledetta e radicata — per me è un Paese e non uno Stato. Un Paese che mi fa male, e che si fa male da solo.
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mar
7
2012
Danno un fastidio… vero? Allora me ne tolgo qualcuno.
Comincio dall’ultimo, appena entrato e già così molesto: i marò italiani prigionieri in India.
Come sempre succede in questi casi, siamo diventati tutti esperti — di diritto marittimo, diritto internazionale, diritto delle genti, arte diplomatica, competenze ministeriali, geopolitica, massimi sistemi eccetera. Non m’immischio neanche: di fronte a tanti dotti non potrei che fare una ben magra figura.
Allora mi limito a fare le mie osservazioni da un punto di vista differente.
Per esempio, mi pare che in questo caso specifico non si fosse in presenza di un conflitto dichiarato: i marò erano sull’Enrica Lexie — una petroliera, non dimentichiamolo — in una posizione assimilabile, pare, a quella di guardie giurate. Cioè nel caso in oggetto non erano in discussione cose alte e complesse come la difesa dei sacri confini della patria o la difesa a oltranza di cittadini italiani in quanto tali. La missione consisteva nel tutelare un carico mercantile. Allora possiamo dire che si è trattato di un’iniziativa militare inquadrabile nell’ottica della guerra preventiva che ha travalicato i limiti assegnatile? Forse.
Fatto sta che due civili disarmati sono morti — accoppati, dico, non per cause naturali. E giustamente la nazione di appartenenza dei due vorrebbe sapere per favore chi è stato e perché. Oggettivamente, non mi sembra una gran pretesa. (Poi naturalmente si può discutere su tempi e modi di conduzione della faccenda).
Detto questo, siccome ho buona memoria non posso non ricordare altri casi che m’inducono a sospettare l’esistenza strisciante, in questa nostra Italia, di una seccante bipartizione — cittadini di serie A e cittadini di serie B. Intendo che ci sono cittadini italiani in difficoltà per cui sbattersi, e cittadini italiani in difficoltà per cui prendersela comoda. Non parlo qui del caso di Silvia Baraldini, perché qualche anima bella potrebbe turbarsi per l’appartenenza della stessa a un partito rivoluzionario d’oltreoceano — lo statunitense Black Panther Party. (Curiosamente, come ho potuto constatare nel corso degli anni in occasione delle manifestazioni pro-Baraldini, quelle medesime anime belle non hanno mai fatto un plissé per l’esistenza e l’operatività del partito secessionista nostrano che risponde al nome di Lega Nord). La quale Baraldini, va detto per gli smemorati e i distratti, era imputata di concorso in evasione, associazione sovversiva, due tentate rapine e ingiuria al tribunale. Una criminale sanguinaria, insomma.
Dunque non parlo di Silvia Baraldini. Ma parlo invece di Enzo Baldoni, il giornalista morto ammazzato in Iraq nell’agosto 2004 nella totale indifferenza del suo governo e accompagnato dal criminale dileggio di galantuomini della risma di Vittorio Feltri e Renato Farina (proprio lui, l’agente Betulla).
E parlo anche dei tre medici di Emergency arrestati nell’aprile 2010 in Afghanistan con l’accusa di connivenza con Al Qaeda.
Nell’occasione il ministro degli Esteri Frattini li tacciò di terrorismo, e il senatore Gasparri li definì “una vergogna per l’Italia”, suscitando perfino la nettissima presa di posizione del generale Fabio Mini — ciò che già allora mi suscitò qualche perplessità sul senso della parola “Stato” corrente in Italia.
In conclusione, al momento non mi va di pormi troppe domande su sovranità nazionale e competenze giurisdizionali: sono troppo impegnata a cercare di capire perché, se tutti i cittadini italiani sono uguali di fronte alla legge, alcuni di essi lo siano di più e meglio. E stavolta non so se Orwell mi sarà d’aiuto.
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