nov 30 2012

Letterina quasi natalizia alla Chiesa di Roma

Gentile Signora Chiesa di Roma,

era da tanto che volevo scriverLe: ma poiché altri e più degni di me l’hanno fatto, in tempi remoti e recenti, ho sempre lasciato perdere — un po’ per pigrizia e un po’ per scoramento.

Ora però, Signora Chiesa, mi scusi, non riesco più a tacere.

Già nei giorni scorsi ero rimasta un po’ stupita nell’apprendere dell’esistenza di alcuni Suoi documenti ufficiali su circensi e fieranti,  ma poi ci ho ragionato sopra: già, Lei si occupa di ogni aspetto del vivere, quindi come pensare che queste categorie potessero sfuggire al Suo interesse? Così mi sono messa d’impegno a leggere, e ho trovato qua e là delle affermazioni un tantino stiracchiate — mi permetta — che mi hanno fatto riflettere: per esempio là dove si dice, testualmente:

L’essere itineranti. I giovani del circo e del lunapark, se accettano la dimensione itinerante della loro vita, sono in piena sintonia con l’appello di Dio ed il messaggio evangelico, perché Dio accompagna il suo popolo in itinere.

La festa. Essa ci dà una anticipazione di quella del Regno. È importante per i giovani fieranti creare uno spirito di festa, con l’animazione artistica, e soprattutto percepire la dimensione profetica della loro professione-vocazione.

La gioia. Il clown viene preso in giro, deriso, quasi ad immagine di Cristo che viene schernito, umiliato. Egli rappresenta l’umanità decaduta… La risata è vista qui però anche come risurrezione nel quotidiano, che ci aiuta ad accettare i nostri limiti e le nostre imperfezioni; dobbiamo avere la capacità di ridere di noi stessi.

La bellezza. Tra le qualità di questo mondo, che ci invitano a sollevare lo sguardo in alto, c’è la bellezza. Essa vive nelle infinite meraviglie della natura… L’uomo è cosciente di ricevere tutta questa bellezza, anche se, tramite la sua azione, ha parte nella sua manifestazione, ma egli non la scopre e ammira pienamente se non quando riconosce la sua fonte, la bellezza trascendente di Dio.

Il superamento di sé. Gli artisti del circo – acrobati, trapezisti, addestratori, ecc. – vogliono arrivare sempre più lontano, desiderano superare i propri limiti. Essi rispondono così al desiderio di andare oltre, al di là, posto da Dio nel cuore dell’uomo.

La gratuità. Essa si manifesta nel dono del meglio di sé stessi al servizio della gioia degli altri, attraverso il proprio duro lavoro, e anche una certa solitudine e sofferenza. Tale gratuità non esime dall’applicazione della giustizia sociale nei riguardi dei circensi e fieranti, in quanto lavoratori.

La vita di comunità. Al circo e al lunapark si vive sempre l’uno vicino all’altro. La qualità di vita in società non è certo riservata ai soli cristiani, ma per loro essa trova la sua radice in Dio, è partecipazione della vita divina in Cristo.

Ma Lei, Signora Chiesa, è quella del “credo quia absurdum”, anche in virtù del quale l’apostata Tertulliano figura largamente tra le auctoritates citate da Lei in tanti Suoi documenti. Eppure Tertulliano è l’autore di un testo celeberrimo, il De spectaculis, in cui bolla con parole di fuoco i cristiani che si recano al circo… Naturalmente Lei, Signora Chiesa, mi dirà che il circo di allora non è il circo di oggi: Glielo concedo, ma Le faccio notare che Tertulliano dice espressamente in più punti che tutto, nel circo, è manifestazione di idolatria, compresi gli spettacoli equestri. In ogni caso, chi sono io per sindacare sulla scelta dei Suoi riferimenti?

Tuttavia c’è un punto, Signora Chiesa, che mi ha lasciato veramente basita; ed è precisamente il punto 11 delle “Considerazioni generali” del “Documento finale dell’Ottavo Congresso Internazionale di Pastorale per i Circensi e i Fieranti (Roma, 12-16 dicembre 2010)” , che riporto integralmente e testualmente:

11) In alcuni Paesi, i circhi tradizionali devono far fronte alla politica di Amministrazioni pubbliche che contrastano l’impiego degli animali nello spettacolo, cosa che invece è apprezzata dal pubblico. Gli esercizi con gli animali sono tipici del circo classico, dove l’esibizione artistica dimostra che l’uomo può stabilire relazioni di intesa e di collaborazione con gli animali, grazie ad un addestramento rispettoso e positivo. Per assicurare la continuità di questa forma d’arte, i proprietari dei circhi vigilano sull’adeguato trattamento degli animali, tenendo conto del loro benessere.

Vede, Signora Chiesa, io capisco benissimo che Lei abbia tante cose importanti a cui pensare: tutelare i preti pedofili, spiegare alle famiglie che handicap e Aids sono divini strumenti punitivi, impedire che la teologia della liberazione possa danneggiare le multinazionali americane; ma è mai possibile che lì dove sta Lei non ci sia proprio nessuno che in questi anni si sia preso la briga di andare un po’ a vedere com’è che vengono trattati gli animali nei circhi? Voglio dire, mettete il vostro sacro naso dappertutto, financo sotto le lenzuola dei vostri fedeli, e non vi viene in mente di documentarvi almeno un pochino — basterebbe il granello di senape evocato da quel Galileo che voi amate citare a proposito e a sproposito — sulle sofferenze e le umiliazioni inflitte nei circhi a quelle che secondo voi, almeno quando vi fa comodo, sono pur sempre creature del vostro Dio (un po’ distratto o un po’ malvagio — un po’ poco “dio”, insomma, avrebbe detto quel paganaccio di Epicuro)…

Non mi sembra bello, Signora Chiesa. Sappiamo da tempo che Lei non è mai stata tenera con gli animali; e quelli fra i Suoi fedeli che inclinavano alla compassione per le bestie non hanno avuto vita facile — a partire da quel Francesco di Pietro Bernardone il cui Ordine, partito per ricordare a Lei, Signora Chiesa, l’importanza dell’umiltà e della povertà secondo la predicazione evangelica, finì poi a giustificare le imprese invece assai poco evangeliche della Santa Inquisizione. Imperscrutabili disegni di Dio o manipolazioni umane e temporali? Mistero della fede.

Ma sa, Signora Chiesa, cos’è che ultimamente mi ha fatto proprio arrabbiare? La notizia che per addobbare piazza San Pietro e il Colosseo in occasione del Natale verranno utilizzati due abeti secolari — due meravigliosi esseri viventi moriranno per celebrare una festa di rinnovamento antica di millenni, onorata ben prima che arrivaste voi a scipparla per commemorare la nascita di un dio così disinvoltamente noncurante dei viventi non umani.

Capisco benissimo che la vostra sia una tradizione consolidata: cominciò — ricorda? — l’anglosassone Wynfrith, poi monaco benedettino e vescovo col nome di Bonifacio, apostolo della Germania su mandato di Carlo Martello, che per sradicare metaforicamente le esecrande “superstizioni” pagane pensò bene di sradicare concretamente gli alberi sacri oggetti di culto delle popolazioni germaniche in Assia e Turingia; nel 723, a Geismar, fece abbattere la colossale quercia sacra a Donar (Thor), e col medesimo legno fece erigere nel medesimo luogo una chiesa dedicata a san Pietro. Convinto della bontà di questa pratica (invero assai poco pedagogica), continuò ad applicarla negli anni; finché il 5 giugno 754, in Frisia, un gruppo di frisoni restii ad essere convertiti uccisero lui e i suoi catecumeni sulle rive del Borne, presso Dokkum.

Ma i tempi, Signora Chiesa, sono cambiati — in meglio? In peggio? Che importa? Sono cambiati: e dovrebbe imparare a cambiare anche Lei, conformemente a com’è cambiato il mondo e a com’è cambiata la nostra consapevolezza nei confronti dell’immensità vivente in cui siamo immersi, e verso la quale la nostra meraviglia non sa esaurirsi.

Ci rifletta, Signora Chiesa; e se vuole continuare ad occuparsi delle anime immortali faccia pure — è Lei l’antropocentrista, non io. I corpi mortali li lasci pure ai miscredenti come me e come i miei amici, che sappiamo rispettarli e onorarli assai meglio di quanto Lei abbia dimostrato di saper fare negli ultimi duemila anni.

Cordialmente, ma senza esagerare

a.c.


ott 12 2012

12 ottobre


set 19 2012

L’Occidente? E’ stupido e merita di tramontare

Stamattina, mentre facevo colazione e guardavo i notiziari, non ci volevo credere: in Francia è stata vietata la manifestazione contro la proiezione del famoso film su Maometto, ma il settimanale satirico “Charlie Hebdo” può pubblicare vignette anti-islamiche. Nel contempo, la casa reale britannica può esigere il ritiro delle foto che ritraggono a seno nudo l’ex-borghese Middleton  e procedere a norma di legge contro giornali e giornalisti (ci sarebbe da dire qualcosa anche sul concetto di regalità, ma questa è un’altra storia). Il concetto di “etica” dev’essere stato ridefinito, ma io non ne sono stata messa al corrente — e con me, suppongo, anche alcuni miliardi di altre persone.

Il primo ministro francese, Jean-Marc Ayrault, ha ricordato che la Francia è «un Paese in cui la libertà di espressione è garantita, compresa quella di caricatura». Che bella cosa, nevvero? Perfettamente conforme all’articolo XI della Déclaration des droits de l’Homme et du Citoyen del 1789, che ancora figura nell’attuale Costituzione francese: «La libre communication des pensées et des opinions est un des droits les plus précieux de l’Homme: tout Citoyen peut donc parler, écrire, imprimer librement…» la libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’Uomo: ogni Cittadino può dunque parlare, scrivere, stampare liberamente. Ma M. Ayrault dimentica in parte questo medesimo articolo, e in toto l’articolo X della medesima Déclaration; perché l’articolo IX prosegue e si conclude così: «sauf à répondre de l’abus de cette liberté, dans les cas déterminés par la Loi», salvo rispondere dell’abuso di questa libertà, nei casi determinati dalla Legge. E l’articolo X recita, integralmente: «Nul ne doit être inquiété pour ses opinions, même religieuses, pourvu que leur manifestation ne trouble pas l’ordre public établi par la Loi», nessuno deve essere molestato a causa delle proprie opinioni, anche religiose, purché la loro manifestazione non turbi l’ordine pubblico stabilito dalla Legge. (La Déclaration des droits de l’Homme et du Citoyen del 1793 è più dettagliata; l’articolo 7 sul diritto di espressione dichiara: «Le droit de manifester sa pensée et ses opinions, soit par la voie de la presse, soit de toute autre manière, le droit de s’assembler paisiblement, le libre exercice des cultes, ne peuvent être interdits. La nécessité d’énoncer ces droits suppose ou la présence ou le souvenir récent du despotisme.»il diritto di manifestare il proprio pensiero e le proprie opinioni, sia a mezzo stampa che in ogni altra maniera, il diritto di riunirsi pacificamente, il libero esercizio dei culti, non possono essere proibiti. La necessità di enunciare questi diritti presuppone o la presenza o il ricordo recente del dispotismo. E l’articolo 6 sulla libertà chiarisce: «La liberté est le pouvoir qui appartient à l’homme de faire tout ce qui ne nuit pas aux droits d’autrui ; elle a pour principe la nature ; pour règle la justice ; pour sauvegarde la loi ; sa limite morale est dans cette maxime : Ne fais pas à un autre ce que tu ne veux pas qu’il te soit fait.», ovvero la libertà è il potere che l’uomo ha di fare tutto ciò che non nuoce ai diritti altrui; essa ha per principio la natura; per regola, la giustizia; per salvaguardia, la legge; il suo limite morale sta in questa massima: “Non fare a un altro quel che non vuoi sia fatto a te stesso”.»).

Ora, io non so se e in quale misura i sacri princìpi della Déclaration vengano applicati e rispettati nella Francia di oggi: però, se invochi un articolo di quella dichiarazione, non è che puoi disattenderne un altro perché ti fa comodo. Così, vorrei sapere quale idea di libertà, e dunque di rispetto e infine di abuso della stessa, abbia M. Ayrault — e con lui ogni altro onesto paladino del 1789 e delle sue conquiste. E vorrei sapere anche — ma tu guarda che pretese che ho — che gli dice la testa a tutti questi spiriti liberi e illuminati i quali, seduti sulla polveriera che è diventato il pianeta, giocano allegramente col fuoco neanche fossero artisti di strada. Inconsapevoli? Stupidi? Criminali? Si accettano scommesse.

Su una cosa non ci sono dubbi: l’islam non piace, l’islam fa paura, l’islam è superstizione e terrore — dicono: e di contro agitano i simulacri sublimi della ragione e della libertà targati antica Grecia, culla della civiltà europea e occidentale. Ma si sono dimenticati di una cosuccia, un fondamentale della Grecia classica: il concetto di hybris. M’imbarazza parlarne, perché so di averlo fatto ripetutamente — ma non è colpa mia se gli altri se lo scordano. Dunque non ci si ricorda — non si ha più nel cuore — l’idea e il significato della hybris: traducibile col termine di oltracotanza, ovvero lo spingersi in pensieri parole ed opere oltre il limite lecito statuito dalle leggi umane e divine. E se l’incapacità di riconoscere l’esistenza di un limite è già un segno di immaturità, il rifiuto di farlo espresso dalla hybris è qualcosa di ancora peggiore: nulla, per gli antichi, era più esecrabile.

Ma noi non siamo più antichi, e neppure moderni. Siamo post-moderni. E per noi superare ogni limite è divenuto sinonimo di libertà — più eccitante di un tiro di coca o del sesso estremo. Senza sapere bene che cosa stavamo facendo abbiamo buttato, con l’acqua sporca del tradizionalismo e delle convenzioni passatiste, il bambino della responsabilità e del rispetto. Incapaci di riconoscere ancora la bellezza e la fecondità del molteplice, ci siamo appiattiti sull’uno-solo e — traducendolo in politica, in economia, in estetica e in etica — ci siamo prostrati all’unipolarismo fisico e metafisico che minaccia il pianeta da decenni.

Così, accettando anzi avallando l’idea dell’islam come nemico principale non si fanno certamente gli interessi dell’Europa: piuttosto, si fa il gioco delle potenze extraeuropee interessate a impiantarsi il più stabilmente possibile nel cuore dell’Asia. E proclamando a gran voce il diritto a oltraggiare una religione che non comprendiamo e che non ci appartiene (non ci può appartenere) non si tutela certamente la libertà di pensiero ed espressione conquistata col sangue fra Varennes e la Vandea: piuttosto, si fa (di nuovo) il gioco delle potenze extraeuropee che vogliono ultimare la colonizzazione di quest’arancia azzurra per finire di spremerla.

Non so se sia finito il tempo dell’Europa; certo mi pare che stia finendo quello dell’Occidente — votato al tramonto già dal suo stesso nome. Potevano andare diversamente, le cose? Ma esse vanno sempre come devono andare, perché «la forza del Fato non si vince»— come è costretto a riconoscere persino Prometeo. E allora che l’Occidente, questo Occidente, finisca come deve finire. Soltanto, non illudiamoci che la nostra leggerezza sia quella dello spirito che s’innalza libero sulla materia. È soltanto la leggerezza della vanità, l’ombra del nulla, la bruma del crepuscolo.


set 11 2012

Animali non-umani: censura, libertà, violenza e alcuni spunti ignorati (1)

Un mese fa ho inviato il testo che segue come contributo per un blog — lo riporto qui tale e quale.

La censura è sempre oscurantista?

Nella quiete fittizia delle vacanze, seguo poco i media: preferisco contemplare i larghi giri di un falco che ogni giorno si abbassa a volteggiare su di noi; o la dignitosa ostinazione delle api che insistono a voler impollinare i fiori della mia tovaglia di plastica — bella metafora sull’illusorietà dell’apparire, oh quanto avevi ragione Duchamp con la tua pipa!

Tuttavia mi giungono echi e frammenti: così apprendo del successo che negli Stati Uniti riscuote una fiction intitolata Shameless, “senza vergogna”, incentrata sulla quotidianità di una famiglia disastrata come ce ne sono tante laggiù (e quaggiù), un rampollo della quale ha come hobby la tortura e l’uccisione di piccoli animali. La fiction è seguita da milioni di persone; fra questi milioni, mi chiedo su quanti farà presa lo spirito di emulazione: tempo fa ho chiesto a un’organizzazione che si occupa di tutela degli animali se non si potesse lanciare una campagna contro il crushing, perversione sessuale deprecabile quant’altre mai e contro i cui colpevoli io personalmente sarei favorevole al momentaneo ripristino della legge del taglione oppure, in alternativa, della tristissima “quaresima di Galeazzo” (non scherzo: sono buona ma non buonista, e negli ultimi tempi mi càpita sempre più spesso di pensare che in nome della libertà e del politically correct si siano commessi e ancora si commettano troppi crimini). Mi è stato (saggiamente) risposto che il silenzio su tale pratica rispondeva alla precisa politica di non favorire lo spirito di emulazione fra i soggetti più predisposti o disturbati: quindi sì alle denunce presso le autorità competenti e gli organi preposti, no alla propagazione della cosa a mezzo di fotografie o descrizioni in grado di sollecitare negativamente l’immaginazione.

La cosa mi ha fatto pensare parecchio. Come mi ha fatto pensare un passo del racconto di uno scrittore italiano pubblicato sul “Corriere della sera” — il ricordo di un’estate al mare, nel quadro delle solite letture “d’autore” che riempiono le pagine dei giornali in luglio e agosto. Sono un po’ indecisa se dire o tacere il nome di costui — additarlo al pubblico ludibrio o giustiziarlo con la damnatio memoriae che ne faccia dimenticare l’identità per i secoli a venire? Non so neanche se quello che scrive sia un vero ricordo di vita vissuta o un’invenzione, e a dirla tutta non m’interessa saperlo: perché arrivo al punto in cui il tizio ricorda le giornate al mare in compagnia del padre, quando dalla barca «spacchiamo le meduse coi remi», e smetto di leggere. “Spacchiamo le meduse coi remi”, capito? Come “tiriamo calci ad un barattolo”, “prendiamo a sassate una bottiglia”: assimilando degli esseri viventi, mirabilmente conclusi nella loro compiutezza biologica che li rende perfettamente adatti al loro ambiente in un modo che l’Homo sapiens non può neanche lontanamente immaginare, lui che ha bisogno della gelida tèchne per sopravvivere — assimilando degli esseri viventi, dicevo, a oggetti, a cose deperibili di cui poter disporre a proprio piacimento, e la cui esistenza dipende soltanto da un capriccio dell’odioso bipede implume alla cui specie, talvolta, trovo imbarazzante appartenere.

E non me ne frega niente se subito prima ha detto «diamo da mangiare ai gabbiani», anzi è peggio: perché questo assurdo atteggiamento mentale per cui un vertebrato conterebbe più di un celenterato mi ha sempre fatto orrore. Non che i vertebrati se la passino sempre bene, sia chiaro. Ma chissà perché uccidere per gioco (anzi per passatempo, ché il gioco è divino; per passatempo, cioè per niente insomma) una medusa è sempre apparso meno grave che uccidere un cane o un gatto.

Forse sono io che sono fatta male: da bambina, nei miei rari momenti sulla spiaggia (il “mio” mare consueto era di scogli e d’alti fondali) mi ostinavo a ributtare in acqua le meduse spiaggiate, poveri ammassi opachi ormai inerti; e piangevo perché gli altri bambini raccoglievano i granchi e li mettevano nei secchielli e io non riuscivo a salvarli — le mamme-megere non volevano che rovinassi il divertimento dei loro tesori.

O forse è il caso di interrogarsi, finalmente e una volta per tutte, su una cultura che ammette l’uccisione di esseri viventi non-umani e l’accetta come un aspetto normale (?!?) del vivere umano, al punto di farne oggetto di narrazione letteraria o filmica senza aver nulla da ridire. E, ancora, forse non sono lontana dal vero supponendo che la cosa sia un male dei nostri tempi ultimi (Kali-yuga? Età del Lupo? Götterdämmerung?): credo che inizi con l’Ottocento la moda discutibilissima di inserire nelle narrazioni letterarie la descrizione di sevizie inflitte agli animali, e non sempre con intento — diciamo così — “pedagogico” (e se qualcuno invece di provarne orrore volesse replicare l’esercizio per vedere dal vivo e nemmeno tanto di nascosto l’effetto che fa?…); e sappiamo che il cinema vi si è adeguato rapidamente prima utilizzando animali in carne ed ossa, e poi con la sconcertante verosimiglianza propria del mezzo.

Ma il punto è se tutta questa violenza mostrata nel dettaglio con parole e immagini abbia un senso: e credo di poter rispondere serenamente che no, non ce l’ha. E se mi soffermo a pensare che la missione originaria del raccontare era per l’appunto l’educazione — tanto che a quel brav’uomo di Giuseppe Giusti non pareva superfluo ricordare, ancora nell’Ottocento, che «il fare un libro è meno che niente / se il libro fatto non rifà la gente» — deduco mestamente che, oggi, a tutti questi che fanno letteratura (o credono, o s’illudono di farla) di educare non gl’importa proprio nulla. Magari perché non sono stati “educati” nemmeno loro.

E allora mi chiedo se sarebbe poi tanto male uno Stato che, avendo a cuore l’educazione e la civiltà ovvero il futuro dei suoi cittadini, si premurasse anche di vigilare sui suoi svaghi e le sue letture; e impedisse a un bernardobertolucci di bollire viva una tartaruga per rendere più verosimile la scena nell’UItimo imperatore, o a un giuseppetornatore di sgozzare un bovino per restituire il senso dell’atmosfera del quartiere palermitano in Ba’aria; e pur ringraziando Guy de Maupassant e (volando più basso) Stephen King della loro premura nel descrivere violenze contro gli animali come stigma dell’odiosità del personaggio che le commette, li invitasse con cortese fermezza a cambiare registro pena la mancata pubblicazione del testo. Perché certo non è esibendo le brutture e compiacendosene che si può evitare il loro ripetersi: l’illustre vegetariano che era Pitagora diceva, non a caso, «educa il bambino e non dovrai punire l’adulto».

Naturalmente vagheggio. Perché uno Stato siffatto, al presente, non esiste — non può esistere. Né può esistere una diversa concezione della cultura, dell’arte e dell’estetica, almeno finché non riusciremo a ripensare quella che Scheler chiamava “la posizione dell’uomo nel cosmo”, e a immaginare un altro mondo — possibilissimo — in cui la consapevolezza di esser parte della medesima biosfera ci faccia guardare con altri occhi il non-umano. Non è una sfida: è un ritorno alle origini.

Non è stato pubblicato.  Peccato, perché mi sembrava che dal mio testo trasparissero alcuni spunti di discussione meritevoli di interesse. Per esempio, l’idea di uno Stato etico; la considerazione che nella presente società non può darsi uno Stato etico; la necessità anzi l’urgenza di costruire uno Stato etico ripensando la concezione stessa di etica alla luce dell’antispecismo.

E ancora il concetto di violenza: che non è prerogativa del Potere ma è essa stessa la prima e più immediata manifestazione di potere; accade così che, tollerando la violenza, la legittimiamo. Perché la violenza non è (mai!) soltanto fisica: quando si tollera, dall’alto della “superiorità” morale propria di alcune categorie (sinceri democratici, libertari, pacifisti, nonviolenti etc.), la violenza verbale o iconografica in nome di un non meglio specificato altrui diritto d’espressione, si è già sulla buona strada per piegarsi alla violenza fisica che ne deriverà. Facciamo finta di non sapere che la violenza è parte integrante della Natura: la quale non è proprio per nulla idilliaca come a volte vorremmo, ma in qualche modo a noi ignoto o da noi dimenticato  riesce a gestire la violenza e l’esercizio della forza che le è connesso nella composizione di un equilibrio mirabile.  E facciamo anche finta di non sapere che la violenza è parte integrante anche del nostro superbamente civile vivere quotidiano: perché se per “violenza” intendiamo la capacità di indurre/obbligare un individuo ad assumere un comportamento non spontaneo ma conforme alle nostre aspettative/esigenze, allora l’istituzione in quanto tale è violenza — famiglia-scuola-fabbrica-esercito-ospedale. Ho detto una banalità: ma una banalità spesso negletta. Rimando gli approfondimenti a una seconda parte.


lug 9 2012

Olocausto animale? Che storia…

Dal blog Asinus Novus, una mia riflessione su Olocausto e olocausto animale.

Provo sempre un certo imbarazzo di fronte alla posizione dell’Olocausto come “discrimen epocale” — rubo l’espressione alla filosofa Caterina Resta: vengo da una generazione per la quale l’Olocausto, che non era neppure noto con questo nome (il termine era impiegato negli ambienti specialistici ebraici di lingua inglese, e avrebbe cominciato a diffondersi presso il grande pubblico sul finire degli anni Settanta del secolo scorso), era uno dei molti orrori della guerra al pari dell’atomica su Hiroshima e Nagasaki, dei bombardamenti tedeschi su Coventry e di quelli alleati su Milano Napoli e Dresda, dell’esodo delle popolazioni tedesche dalle province orientali e dell’assedio di Stalingrado, della ritirata dell’ARMIR e della guerra civile in Italia eccetera.

Il fatto di essere ancora parzialmente a ridosso della seconda guerra mondiale — i nostri padri, i nostri zii e i nostri nonni vi avevano in qualche modo, da una parte o dall’altra, partecipato — ci permetteva di considerare quegli eventi non attraverso la lente deformante del mito o dell’ideologia, bensì attraverso le parole dei protagonisti: racconti, narrazioni, memorie come monumenti di un passato prossimo che aveva inciso la sua essenza nella carne e nel sangue delle generazioni che ci avevano immediatamente preceduto.

Ma anche altri drammi del XX secolo, breve ma denso quant’altri mai, segnavano le nostre vite: la mia insegnante di musica alle medie era una concertista ebrea romena, la cui famiglia era fuggita dalla Romania in seguito ai pogrom degli anni Quaranta, e il mio professore di pianoforte (suo marito) era un ebreo italiano la cui famiglia aveva lasciato l’Italia in seguito alle leggi razziali del 1938. Una mia compagna di scuola apparteneva a una famiglia di armeni scampati al genocidio del 1915. Dei vicini di casa erano profughi istriani che avevano abbandonato la loro terra alla metà degli anni Cinquanta.

Eravamo circondati da violenze alle quali non sapevamo dare altro nome o altra giustificazione che non fosse “guerra”: e la guerra era guerra per tutti, senza copyright o graduatorie fra vittime di serie A o di serie B. [continua qui]


gen 20 2012

Di navi, isole e ciò che non si può prevedere

Ci sono due modi per annullare la comprensione di un fatto: parlarne troppo, o parlarne male.
Ed è esattamente quello che si sta facendo in questi giorni in relazione a due fatti di non poco momento: 1) il disastro della “Costa Concordia” all’isola del Giglio, e 2) la rivolta (ormai non più soltanto siciliana) del Movimento dei Forconi.

1) Per una come me, cresciuta a pane e Salgari, innamorata del mare e della marineria, uno come il comandante Schettino meriterebbe come minimo un paio di giri di chiglia, e poi a terra per tutta la vita — cosa che per un marinaio dovrebbe essere la peggior condanna al mondo. Ma il punto non è il comandante Schettino con le sue manchevolezze (alle quali non aggiungerò alcun aggettivo), povero capro espiatorio di colpe non soltanto sue. Il punto vero e dolentissimo e sottaciuto è il corrente concetto di “crociera” (magari pure low cost): ovvero la convinzione, tanto errata quanto perniciosa, che oggi sia possibile tenere sotto controllo praticamente tutto. Nel centenario dell’affondamento del Titanic, dovremmo avere imparato che, se è molto difficile tenere sotto controllo ciò che è costruito dall’uomo, è umanamente impossibile esercitare un sia pur debole controllo su ciò che umano non è. E, per l’inspiegabilmente negletta legge della Gestalt (altro che complottismi… rileggiamoci Crichton, piuttosto), quattromila persone (compresi bambini, anziani, disabili e adulti incapaci di nuotare) su una nave comandata e servita da personale non esattamente qualificatissimo a centocinquanta metri dalla riva su fondali bassi e scogliosi è molto più che la somma delle parti. Questa roba non è una crociera. Questa roba non è nemmeno la nave dei folli. Questa roba è un grappolo di umanità appeso a poche dita incrociate, nell’illusione ottusa e modernissima che tutto sia per tutti e che un team di progettisti possa avere la meglio sul Caso — il quale è, non dimentichiamolo, soltanto il nome che lo sciocco dà al Fato.
Come diceva Pulcinella, “pe’mmare nun ce stanno taverne”. Bisognerebbe appunto tornare coi piedi per terra, e tributare al mare il rispetto millenario che gli si conviene.

2) Cominciata in Sicilia, la protesta popolare dei “Forconi” si sta estendendo all’Abruzzo e alla Sardegna, e sembra destinata a diffondersi ancora.
Qualcuno, auspico, mi perdonerà se mi cito (il brano che segue è tratto da un articolo sulle rivolte arabe pubblicato sul n. 2 di “Territorio – Mensile di impegno civile fondato da Paolo Albano e Ugo Maria Tassinari”):

«Anche se non ce lo ricordiamo, noi veniamo da un secolo di rivolte. Il fatto che il sistema Europa-Usa non ne abbia tenuto conto nell’orientare la propria politica estera ed economica indica soltanto la sua incapacità di comprendere il contesto globale a favore di un’autoreferenzialità i cui danni sono sotto gli occhi di tutti — e si profilano, ahinoi, destinati a durare nel tempo ancora per un pezzo.
Si trattava, naturalmente, di rivolte contadine. L’Occidente urbanizzato, luogo ideale del (post)capitalismo trionfante, ha minimizzato quei movimenti, relegandoli ai margini dell’attenzione mediatica e facendone oggetto di studio per pochi addetti ai lavori: il mondo contadino, deprivato della sua carica culturale e storica, è stato percepito come un residuo di epoche ormai superate e del tutto ininfluente sulla tessitura degli eventi planetari. Errore madornale, evidentemente.
La classe contadina è, senz’ombra di dubbio, un soggetto storico: lo dimostrano gli infiniti episodi che costellano la storia dell’umanità e che figurano nei libri di scuola — fino alla seconda metà dell’Ottocento, più o meno. Dopodiché, la grande (e rovinosa) avventura dell’urbanesimo sembra spazzar via il contadinato salvandone soltanto qualche brandello buono per le indagini etnologiche e di costume.
Eppure, dal Messico (1910 e anni Novanta) alla Russia (1917), dalla Cina (1927) al Vietnam (1930), da Cuba (1953) all’Algeria (1954) — per non parlare di Nicaragua e Salvador, devastati da decenni di conflitti —, il XX secolo è costellato di rivolte contadine dai caratteri spesso più di guerriglia che di sommossa — e non ne è stata immune neppure la vecchia Europa: nel 1988, a Béziers (Francia meridionale), diecimila viticoltori occitani manifestarono duramente per protestare contro alcune inique misure governative che li riguardavano; nel 1990 e nel 2010 si mosse anche Tolosa, e alla fine degli anni Novanta salì agli onori delle cronache l’agricoltore (nonché attivista no global e sindacalista) José Bové, che con le sue eclatanti proteste riuscì a richiamare l’attenzione dell’Occidente sulla sofferente ma ancora viva realtà contadina francese ed europea. [...] Sarebbe stato possibile prevedere questi sviluppi? Verosimilmente no, perché la concomitanza di fattori tanto numerosi e diversi vanifica irrimediabilmente qualsiasi tentativo previsionale. Tuttavia, c’è un’imbarazzante ovvietà che troppo spesso gli osservatori tendono a dimenticare, e che invece costituisce la base fondante di ogni e qualsivoglia comunità umana: il capo-Stato garantisce sussistenza e sicurezza, e i gregari-sudditi in cambio si accollano precisi doveri. Quando il primo non è più in grado di garantire niente, i secondi non sono più disposti a farsi carico dei loro doveri, e l’equilibrio sociale salta.»

Torniamo ai “Forconi”. Dopo giorni di silenzio tutt’altro che inspiegabile (il territorio c’è, è la mappa che bisogna costruire), i media hanno dovuto necessariamente occuparsi in chiaro della vicenda: e di fronte al fenomeno nuovissimo del marciare affiancati anziché contrapposti, posto in essere da elementi tradizionalmente riconducibili a “destra” e “sinistra”, da un lato è scattata la preoccupazione delle istituzioni e dall’altro serpeggia il nervosismo all’interno delle realtà antagoniste più rigide. Parola d’ordine: delegittimare. E così il Movimento dei Forconi è diventato di volta in volta fascista, massone, mafioso… e dio sa cos’altro — la fantasia può tutto, ma per fortuna qualcuno ragiona ancora. Per quanto mi riguarda, sto a vedere — con l’attenzione che si conviene a questi tempi interessanti.