Di navi, isole e ciò che non si può prevedere
Ci sono due modi per annullare la comprensione di un fatto: parlarne troppo, o parlarne male.
Ed è esattamente quello che si sta facendo in questi giorni in relazione a due fatti di non poco momento: 1) il disastro della “Costa Concordia” all’isola del Giglio, e 2) la rivolta (ormai non più soltanto siciliana) del Movimento dei Forconi.
1) Per una come me, cresciuta a pane e Salgari, innamorata del mare e della marineria, uno come il comandante Schettino meriterebbe come minimo un paio di giri di chiglia, e poi a terra per tutta la vita — cosa che per un marinaio dovrebbe essere la peggior condanna al mondo. Ma il punto non è il comandante Schettino con le sue manchevolezze (alle quali non aggiungerò alcun aggettivo), povero capro espiatorio di colpe non soltanto sue. Il punto vero e dolentissimo e sottaciuto è il corrente concetto di “crociera” (magari pure low cost): ovvero la convinzione, tanto errata quanto perniciosa, che oggi sia possibile tenere sotto controllo praticamente tutto. Nel centenario dell’affondamento del Titanic, dovremmo avere imparato che, se è molto difficile tenere sotto controllo ciò che è costruito dall’uomo, è umanamente impossibile esercitare un sia pur debole controllo su ciò che umano non è. E, per l’inspiegabilmente negletta legge della Gestalt (altro che complottismi… rileggiamoci Crichton, piuttosto), quattromila persone (compresi bambini, anziani, disabili e adulti incapaci di nuotare) su una nave comandata e servita da personale non esattamente qualificatissimo a centocinquanta metri dalla riva su fondali bassi e scogliosi è molto più che la somma delle parti. Questa roba non è una crociera. Questa roba non è nemmeno la nave dei folli. Questa roba è un grappolo di umanità appeso a poche dita incrociate, nell’illusione ottusa e modernissima che tutto sia per tutti e che un team di progettisti possa avere la meglio sul Caso — il quale è, non dimentichiamolo, soltanto il nome che lo sciocco dà al Fato.
Come diceva Pulcinella, “pe’mmare nun ce stanno taverne”. Bisognerebbe appunto tornare coi piedi per terra, e tributare al mare il rispetto millenario che gli si conviene.
2) Cominciata in Sicilia, la protesta popolare dei “Forconi” si sta estendendo all’Abruzzo e alla Sardegna, e sembra destinata a diffondersi ancora.
Qualcuno, auspico, mi perdonerà se mi cito (il brano che segue è tratto da un articolo sulle rivolte arabe pubblicato sul n. 2 di “Territorio – Mensile di impegno civile fondato da Paolo Albano e Ugo Maria Tassinari”):
«Anche se non ce lo ricordiamo, noi veniamo da un secolo di rivolte. Il fatto che il sistema Europa-Usa non ne abbia tenuto conto nell’orientare la propria politica estera ed economica indica soltanto la sua incapacità di comprendere il contesto globale a favore di un’autoreferenzialità i cui danni sono sotto gli occhi di tutti — e si profilano, ahinoi, destinati a durare nel tempo ancora per un pezzo.
Si trattava, naturalmente, di rivolte contadine. L’Occidente urbanizzato, luogo ideale del (post)capitalismo trionfante, ha minimizzato quei movimenti, relegandoli ai margini dell’attenzione mediatica e facendone oggetto di studio per pochi addetti ai lavori: il mondo contadino, deprivato della sua carica culturale e storica, è stato percepito come un residuo di epoche ormai superate e del tutto ininfluente sulla tessitura degli eventi planetari. Errore madornale, evidentemente.
La classe contadina è, senz’ombra di dubbio, un soggetto storico: lo dimostrano gli infiniti episodi che costellano la storia dell’umanità e che figurano nei libri di scuola — fino alla seconda metà dell’Ottocento, più o meno. Dopodiché, la grande (e rovinosa) avventura dell’urbanesimo sembra spazzar via il contadinato salvandone soltanto qualche brandello buono per le indagini etnologiche e di costume.
Eppure, dal Messico (1910 e anni Novanta) alla Russia (1917), dalla Cina (1927) al Vietnam (1930), da Cuba (1953) all’Algeria (1954) — per non parlare di Nicaragua e Salvador, devastati da decenni di conflitti —, il XX secolo è costellato di rivolte contadine dai caratteri spesso più di guerriglia che di sommossa — e non ne è stata immune neppure la vecchia Europa: nel 1988, a Béziers (Francia meridionale), diecimila viticoltori occitani manifestarono duramente per protestare contro alcune inique misure governative che li riguardavano; nel 1990 e nel 2010 si mosse anche Tolosa, e alla fine degli anni Novanta salì agli onori delle cronache l’agricoltore (nonché attivista no global e sindacalista) José Bové, che con le sue eclatanti proteste riuscì a richiamare l’attenzione dell’Occidente sulla sofferente ma ancora viva realtà contadina francese ed europea. [...] Sarebbe stato possibile prevedere questi sviluppi? Verosimilmente no, perché la concomitanza di fattori tanto numerosi e diversi vanifica irrimediabilmente qualsiasi tentativo previsionale. Tuttavia, c’è un’imbarazzante ovvietà che troppo spesso gli osservatori tendono a dimenticare, e che invece costituisce la base fondante di ogni e qualsivoglia comunità umana: il capo-Stato garantisce sussistenza e sicurezza, e i gregari-sudditi in cambio si accollano precisi doveri. Quando il primo non è più in grado di garantire niente, i secondi non sono più disposti a farsi carico dei loro doveri, e l’equilibrio sociale salta.»
Torniamo ai “Forconi”. Dopo giorni di silenzio tutt’altro che inspiegabile (il territorio c’è, è la mappa che bisogna costruire), i media hanno dovuto necessariamente occuparsi in chiaro della vicenda: e di fronte al fenomeno nuovissimo del marciare affiancati anziché contrapposti, posto in essere da elementi tradizionalmente riconducibili a “destra” e “sinistra”, da un lato è scattata la preoccupazione delle istituzioni e dall’altro serpeggia il nervosismo all’interno delle realtà antagoniste più rigide. Parola d’ordine: delegittimare. E così il Movimento dei Forconi è diventato di volta in volta fascista, massone, mafioso… e dio sa cos’altro — la fantasia può tutto, ma per fortuna qualcuno ragiona ancora. Per quanto mi riguarda, sto a vedere — con l’attenzione che si conviene a questi tempi interessanti.
Tutti contro Monti: quando tacere è bello
No, non ho scritto ancora niente sulle dimissioni di Berlusconi e sull’avvento di Monti al governo.
E no, non è che non l’ho fatto perché ero impegnata: non l’ho fatto perché, sostanzialmente, la faccenda non mi stupisce.
Ammettiamolo: di che cosa bisognerebbe meravigliarsi? Semplicemente, le cose hanno seguito il loro corso naturale.
La caduta del Muro di Berlino, nel novembre del 1989, sembrava poter scatenare dinamiche realmente decisive per una ridefinizione degli schieramenti in campo: non se ne è fatto niente. Anzi. È dal 1989 che la “sinistra” non è più riuscita a combinare nulla, preferendo da un lato aprire a un liberismo sempre più travolgente ed esiziale e dall’altro appiattirsi su di un antifascismo isterico, ridicolo e ovviamente sterile — aiutata in questo dalla peggior “destra” di sempre, da un lato prona al potere e dall’altro incapace di andare oltre le secche di un nostalgismo che, già patetico nei reduci, nei giovani assume atroci sfumature patologiche.
Eppure, già nel 1995 Renzo De Felice ammoniva: «lasciar tempo al tempo non è possibile: lo spazio per una effettiva chiarificazione storica aperto dalle vicende internazionali e nazionali di questi ultimi anni si sta in Italia richiudendo» (Renzo De Felice, Rosso e Nero, Baldini&Castoldi 1995, p. 8). Gli avrà dato retta qualcuno? Macché.
Eppure… eppure c’erano, nella c.d. sinistra e nella c.d. destra, soggetti tanto lucidi da capire che finalmente era arrivato il momento giusto per spazzar via certi cascami ideologici e dare vita a nuovi soggetti politici in grado di affrontare scenari inconsueti e affascinanti nella loro assoluta verginità.
Non gli è andata bene. I loro sforzi sono stati soffocati dalle ortodossie, dall’ignoranza, dalla miopia e dalla criminale acquiescenza nei confronti dell’unipolarismo a stelle e strisce. Ma non i loro sogni: dall’una e dall’altra parte, ognuno di loro ha continuato la sua strada sceverando giorno per giorno, con infinita pazienza, la sostanza dagli accidenti, fino all’11 settembre e ancora e ancora fino ad oggi (e ancora e ancora…).
Sono questi gli unici ad avere il diritto di esprimersi contro il governo Monti.
Tutti gli altri — quelli che hanno continuato a fare politica con obsolete categorie ottocentesche; quelli che non hanno mai capito che la guerra è una dimensione a parte e che non è ammissibile, in tempo di pace, esportare ed applicare dinamiche belliche; quelli che hanno trovato più comodo restarsene accucciati nelle loro tane ideologiche; quelli che non hanno voluto o saputo andare oltre gli steccati; quelli che hanno preferito lucrare sulle debolezze e le visceralità di sodali ed avversari strizzando l’occhio alle maggioranze di turno; quelli che invece di allevare nuove generazioni capaci di andare avanti le hanno illuse impastoiandole agli errori del passato — tutti costoro non hanno nessun diritto di lamentarsi, denunciare, protestare, contestare, manifestare, dimostrare eccetera eccetera. Perché il loro immobilismo, la loro codardia e la loro inettitudine hanno creato il vuoto politico: un vuoto in cui, poiché natura abhorret a vacuo, si è insinuata come olio dilagante e onnipervadente l’economia — unico metro del presente, come dimostrano i recenti fatti greci e italiani.
Abbiano ora il buon gusto, se non il buonsenso, di tacere.
Monti, le banche e l’Italia svenduta: a quelli che non se n’erano accorti
“Una mattina
mi son svegliato
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
una mattina
mi son svegliato
ed ho trovato l’invasor”
Il Paese è nel panico, inutile nasconderselo.
L’incertezza non è più soltanto nel futuro, ma riguarda il presente, con un’urgenza che finora ci era stata risparmiata.
Da un giorno all’altro, sono arrivati.
Adesso, però, basta scherzare.
Perché siate tutti allarmati? Di che vi scandalizzate? L’avete scoperto adesso che siamo nelle mani delle banche? Ve ne siete accorti adesso del primato dell’economia sulla politica? E perché vi disperate sulla perduta sovranità nazionale? Non l’avevate capito che l’abbiamo persa nel 1943?
O credevate che Berlusconi fosse Babbo Natale? La Fininvest secondo voi da dove salta fuori? Ed è una onlus, per caso? E ve lo siete scordato il ruolo della Banca Rasini nell’ascesa di Berlusconi?
Ah, certo, è adesso che sono arrivati i banchieri. È adesso che dobbiamo aver paura di Goldman&Sachs, del Bilderberg Group e della Trilateral Commission. Adesso. Non prima. Non venticinque anni fa, quando si è cominciato a parlarne in Italia. Non diciotto anni fa, quando nel momento stesso in cui Berlusconi si affacciò alla vita politica ci fu chi espresse i suoi dubbi e disse “attenzione, questo ci fotte tutti”. No, macché. È adesso che bisogna manifestare contro le banche, e indignarsi e protestare. Ma andiamo. Ridicoli.
Ben svegliati, coglioni.
Sic transit gloria mundi. Gheddafi, Berlusconi e il teatrino franco-tedesco
Sic transit gloria mundi. La macelleria libica, con la sua esibizione dello scempio inflitto al colonnello Gheddafi come in uno snuff movie su scala planetaria (meno vanto di non averne voluto vedere neanche un fotogramma), è già passata in secondo piano di fronte al teatrino franco-tedesco.
Sul massacro del Raìs non ho detto niente, perché è già stato detto di tutto e (mai come in questo caso) di più: anche se nessuno, mi pare, ha speso neppure una furtiva lacrima per la morte del diritto romano che prescriveva di parcere victis — di questi tempi gli si preferisce il biblico «Va’ dunque e colpisci … e vota allo sterminio quanto gli appartiene, non lasciarti prendere da compassione per lui, ma uccidi uomini e donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini» (1 Samuele 15,3). Per quanto mi riguarda, Gheddafi era già diventato un dead man walking nello stesso momento in cui la coalizione atlantica, alla quale la nostra bella Italia si compiace di appartenere, aveva dichiarato di voler mettere lo zampino nella rivoluzione di quel lembo d’Africa.
Nei giorni scorsi, poi, sopraffatta dallo schifo non mi è riuscito di buttar giù nemmeno un rigo sulla vicenda. Preciso, a scanso di equivoci: lo schifo non era dovuto alla crudezza degli eventi, e neppure a certe infami esultanze. Lo schifo, invece, mi è venuto nel vedere alcuni tardivi incensamenti dell’ormai defunto colonnello, conditi da un’insopportabile retorica a base di onore, teste chinate, saper morire eccetera. Il colmo è che a sfoderarla è stato perfino chi, per anni, ha irriso ogni apertura terzomondista, dileggiato ogni attenzione al mondo islamico, sbeffeggiato ogni lettura geopolitica; e chi nei fatti, se non a parole, ha avallato con sordida acquiescenza ogni genuflessione agli Stati Uniti — appoggiando partiti politici, invasioni e guerre senza mai prendere apertamente posizione. Cito volentieri Bertolt Brecht, ignorato dalle destre e ora poco di moda anche a sinistra — ma piace a me, e tanto basta (è o non è il mio blog, questo?): «Chi rimane in casa quando inizia la battaglia e lascia la lotta agli altri dovrà stare attento, perché chi non condivide la lotta condivide la sconfitta. E la lotta è evitata solo da chi vuole evitarla. Dunque chi non lotta per la propria causa lotta per la causa nemica».
Quanto alle risatine complici di Merkel e Sarkozy, ho visto ripetutamente il video e ascoltato ripetutamente l’audio: mi è parso di capire che il fou rire gallo-germanico sia scattato alla domanda “Il premier italiano vi ha rassicurato sui provvedimenti che prenderà il suo governo?”. La risposta di Sarkozy (che non mi è per nulla simpatico) è stata precisamente: «Abbiamo fiducia nel senso di responsabilità dell’insieme delle autorità italiane, politiche, finanziarie ed economiche». Come dire: l’Italia è ok, è questo italiano qui che non ci convince.
Non vedo lo scandalo, e non comprendo la levata di scudi dei neosciovinisti: ai molti che sostengono come lo sgradevole episodio costituisca un vulnus intollerabile alla sovranità dell’Italia vorrei ricordare che la sovranità dell’Italia è ormai un lontano ricordo, e che questa sventurata nazione è ormai eterodiretta da troppo tempo. (Aggiungo due parole anche sul beau geste del generale Tricarico, che non disponendo di una stampella come Enrico Toti ha scagliato la Légion d’Honneur. Bel gesto davvero. Peccato che il generale sia, insieme a Marco Minniti, Paolo Naccarato e Giovanni Santilli, tra i soci fondatori della Fondazione ICSA-Intelligence Culture and Strategic Analysis, la cui mission consiste nell’«analizzare i principali aspetti connessi alla sicurezza nazionale interna ed esterna, all’evoluzione dei modelli di difesa militare dalle minacce esterne, alla crescita dei principali fenomeni criminali e illegali in Italia e all’estero, alla sicurezza informatica e tecnologica dello Stato e dei cittadini, soprattutto in relazione al crescente dispiegarsi della globalizzazione economica, finanziaria e giuridica». Tanto per capire alla svelta cos’è l’ICSA, qualche cenno: nata nel novembre del 2009, il suo primo prodotto, nel 2010, è il quaderno n. 0 dedicato a L’Italia e la NATO in Afghanistan. Un approccio integrato per la stabilizzazione dell’area, a cura dei generali Carlo Cabigiosu, Fabio Mini e Leonardo Tricarico; nell’estate dello stesso anno la Fondazione ha commissionato al generale Luciano Piacentini, già comandante delle forze speciali del “Col Moschin”, il volume I nuovi scenari del terrorismo internazionale di matrice jihadista, entusiasticamente recensito da Carlo Panella su “Il Foglio” — sì, proprio il quotidiano diretto da quel Giuliano Ferrara che nel 2003, nel corso di una puntata della trasmissione “L’infedele” di Gad Lerner, ammise di essere sul libro paga della Cia. Il generale Tricarico, fra l’altro, è quello che nel 1999, durante il governo D’Alema, coordinò l’intera campagna aerea della NATO contro la Serbia. Insomma dire Tricarico è come dire NATO: quindi il sostegno a Berlusconi e a una certa idea d’Italia era praticamente un must).
Tornando al teatrino — in chiave, ripeto, più anti-berlusconiana che anti-italiana —, posso essere d’accordo sul “right or wrong, my country”, ma non certamente sulla difesa a oltranza di un premier ormai indifendibile per parecchie ragioni — non ultima la vergognosa pugnalata alle spalle del colonnello Gheddafi, che ancora il 5 agosto così scriveva al suo antico alleato:
« Cher Silvio.
Je te fais parvenir cette lettre par l’intermédiaire de tes concitoyens, qui sont venus en Libye nous apporter leur soutien dans un moment aussi difficile pour le peuple de la Grande Jamahiriya.
J’ai été surpris par l’attitude d’un ami avec qui j’ai scellé un traité d’amitié favorable à nos deux peuples. J’aurais espéré de ta part au moins que tu t’intéresses aux faits et que tu tentes une médiation avant d’apporter ton soutien à cette guerre.
Je ne te blâme pas pour ce dont tu n’es pas responsable car je sais bien que tu n’étais pas favorable à cette action néfaste qui n’honore ni toi ni le peuple italien.
Mais je crois que tu as encore la possibilité de faire marche arrière et de faire prévaloir les intérêts de nos peuples.
Sois certain que moi et mon peuple, nous sommes disposés à oublier et à tourner cette page noire des relations privilégiées qui lient le peuple libyen et le peuple italien.
Arrête ces bombardements qui tuent nos frères libyens et nos enfants. Parle avec tes amis et vos alliés pour parvenir à ce que cesse cette agression à l’encontre de mon pays.
J’espère que Dieu tout-puissant te guidera sur le chemin de la justice »
Traduco la parte sottolineata: «Sono rimasto sorpreso dall’atteggiamento di un amico col quale avevo suggellato un trattato d’amcizia favorevole ai nostri due popoli. Avrei sperato da parte tua perlomeno un interessamento ai fatti e un tentativo di mediazione prima di dare il tuo appoggio a questa guerra. Non ti biasimo per questo, di cui non sei responsabile, perché so bene che tu non eri favorevole a questa azione nefasta che non onora né te né il popolo italiano. Ma credo che tu abbia ancora la possibilità di fare marcia indietro e di far prevalere gli interessi dei nostri popoli. Sii certo che io e il mio popolo siamo disposti a dimenticare e a voltar pagina — questa pagina nera nelle relazioni privilegiate che legano il popolo libico e il popolo italiano».
Il 9 agosto, la lettera di Gheddafi viene recapitata a Palazzo Chigi, ma nessuno sembra o vuole comprendere l’urgenza del messaggio.
Il 22 agosto i ribelli entrano a Tripoli. Due mesi dopo, il 20 ottobre, Gheddafi viene assassinato.
Berlusconi, lapidario, commenta: «Sic transit gloria mundi».
Noterelle sul 15 ottobre
… e insomma non si può mai stare tranquilli.
Speravo di superare la manifestazione del 15 ottobre senza intoppi — non ho neanche acceso il pc, sabato e domenica — e invece macché: sollecitata a dire la mia dai soliti amici, dò qui una risposta cumulativa attraverso un paio di considerazioni.
Che i black bloc (d’ora in poi: bb) siano manovrati, non mi sembra né una rivelazione spettacolare né una novità inaudita. Una volta non si chiamavano bb — agents provocateurs, magari, o infiltrati, o qualcosa del genere. Con tutta probabilità, forse, non si tratta neanche di elementi tanto consapevoli: più semplicemente, credo che si butti lì un’ideuzza e si lasci poi che le cose seguano il loro corso. La prassi è piuttosto vecchiotta, e non vedo dove stia lo scandalo. Sull’argomento, del resto, avevo già chiacchierato diffusamente qui, qualche mese fa. Non cambio neanche una virgola. Lo scopo — cioè puntare l’attenzione sul dito delle violenze, dei criminali, delle pene esemplari eccetera eccetera invece che sulla luna delle motivazioni profonde sottese alla protesta — è stato raggiunto.
Quanto alla presenza di anarchici all’interno dei bb, che dire? L’anarchia storica si è sempre fatta un vanto e un punto d’onore di rivendicare le proprie azioni, tant’è vero che l’attentato al Diana aprì un severo dibattito all’interno del movimento anarchico. Sono e resto dubbiosa.
Che i manifestanti pacifici — quelli che il centrodestra e la borghesia benpensante (che strano, bb anche qui…) ama chiamare, con un ammuffito calembour, i “pacifinti” — fossero davvero pacifici, mi sembra altrettanto palmare: per la stragrande maggioranza, è gente che davvero non ne può più. Siamo noi — commentatori, osservatori, analisti — che commettiamo l’errore fondamentale di credere che la gente comune che vota ci capisca veramente di politica, cioè conosca veramente i meccanismi che stanno dietro la politica parlamentare e gli accordi ai piani alti di questa infelice repubblichetta. A stento passa l’idea che oggi la politica sia dominata dall’economia: in realtà, invece, il popolo votante non ci capisce un accidente e n linea di massima è davvero convinta che votando questo o quello si possano operare dei cambiamenti. Poi, però, quando comincia a capire — come adesso — che in realtà non è così; che esiste una casta o oligarchia o chiamatela come volete che agisce per il proprio esclusivo tornaconto; che la politica oggi si risolve in una lotta all’ultimo sangue per il mantenimento di un potere personale in termini di ricchezza insultante; che all’interno del sistema parlamentare esiste una turpe compravendita alle spalle e sulla pelle dei cittadini; che tutt’a un tratto non ce la si fa davvero più ad arrivare a fine mese; che quando andrà in pensione ci sarà da tirare la cinghia; e che nonostante il condizionamento subliminale e la privacy e la tolleranza a un certo punto non se ne può veramente più di bunga-bunga e di escort e di mercato delle vacche (chiedo scusa alle signore bovine, è un modo di dire) — ecco, quando comincia a capire questo fatalmente s’incazza. E scende in strada, perché vuole farsi sentire; ed è inutile che gli vai a dire con l’aria del saputello “hai votato tizio? hai votato caio? adesso tienteli”. Perché la gente queste cose non le sa, non le capisce, non ci arriva. Dovrebbe essere questo il compito dei commentatori, degli osservatori, degli analisti: aiutare la gente a capire come stanno le cose. Una volta, era quello che facevano i giornalisti — quelli seri, quelli che hanno marchiato a fuoco il mio immaginario e presumo anche quello di alcuni altri come me. Invece adesso il giornalista, in linea di massima, fa da megafono del potere o dell’opposizione: e quello di somministrare veline al popolo anziché fornire informazioni ai cittadini è, ahinoi, più un fatto che un’ipotesi.
Aggiungo una doverosa nota a margine, che mi farà sicuramente male come quando ci si strappa via una crosta non ancora giunta a maturazione — infatti è di uno strappo in piena regola che si tratta.
Dunque ieri sera Gianfranco Fini, in riferimento al discutibile operato dei bb, ha parlato di “squadristi del XXI secolo”: e a me è scappato subito da dire che un’uscita del genere se la poteva anche risparmiare — lui, dico. Detta da un altro, magari ci stava pure. Anche perché, ripensandoci a freddo, non posso fare a meno di chiedermi come avrei reagito io, se nel ’20 o nel ’21 avessi avuto il mezzo secolo suonato che ho oggi: conoscendomi, non lo so se mi sarebbero piaciute davvero le camionette piene di gente pronta a menar le mani. E, per esempio, una cosa che non mi è mai andata giù è l’incendio dell’ “Avanti!” nel 1919 — non toccatemi la carta stampata. Ma è anche vero che è necessario contestualizzare. Quindi, ammettendo che il termine “squadrismo” è entrato nell’uso comune a indicare ogni atteggiamento incline alla violenza intesa come mezzo risolutivo delle controversie, parlare di “squadrismo del XXI secolo” non è poi fuor di luogo. Poi se vogliamo fare, dipietristicamente, distingui e distinguini ideologico-filologici, mettiamoci comodi. Di sicuro, la violenza del 15 ottobre avrebbe dovuto essere agita da altri e rivolta contro altro, ma pazienza.
Altro da dire? No. Occhi aperti, come sempre, e guardia alta. E, soprattutto, mai voltare le spalle.
Bisanzio? È Sparta
Insomma ce l’hanno fatta. Da oggi, tanto per cominciare, l’IVA aumenta di un punto percentuale. Ho cercato di spiegare la cosa a mio figlio, più che altro per indurlo a frenare le sue esorbitanti richieste di preadolescente ignaro di meccanismi economici. Mi ha stoppato subito: «Ma come?!? C’è la crisi, la gente non ce la fa più e il governo invece di abbassare i prezzi alza le tasse?!?». Ora, mio figlio ha undici anni e mezzo e non è Keynes redivivo — però non è né scemo né in malafede. Di fronte al mio silenzio, è ritornato il ragazzino che è e si è messo a ipotizzare incursioni in stile Dragon Ball: «Gli mando Goku a Palazzo Chigi e gli faccio vedere io».
Il punto è che la creatura non ha mica tutti i torti. E il motivo principale per cui sono state varate misure così punitive per i cittadini è che lorsignori al governo non hanno la minima intenzione di rinunciare a nessuno dei loro innumerevoli ingiusti e immeritati privilegi, preferendo che siano in molti a pagare i lussi di pochi. Ma il regime in cui a fare il bello e il cattivo tempo sono i pochi, alla faccia e sulla pelle dei molti, si chiama oligarchia, ed è un male antico:
«[...] Dacché la repubblica ha messo nelle mani di quelli ogni diritto ed ogni comando, ad essi obediscono i re, ad essi appartiene il pubblico denaro. I principi , i popoli sono lor tributari; colla feccia popolare van confusi gli onesti e coraggiosi cittadini tanto dell’ordine patrizio che del plebeo: privi di credito e di autorità , van soggetti ai capricci di coloro i quali tremerebbero davanti a noi se veramente sussistesse la repubblica. Il potere, gli onori, le dovizie, tutto è loro, solo sono nostri i pericoli, gli affronti, i supplizi. E sino a quando soffriremo, prodi amici, cotanta indegnità? Non è meglio morir con coraggio che languir lungamente fatti ludibrio e vittime del loro orgoglio, e terminare una vita inonorata, infelice? Ma la vittoria è in nostre mani , vel giuro, e chiamo in testimonio gli Dei e gli uomini. Siamo noi nel vigore degli anni e della mente: i nostri nemici sono sfiniti dall’età, snervati dalla opulenza. Sol che osiamo assalirli li vedremo cader quasi da loro. Chi potrà tollerare tanto lusso in quei tracotanti? Colmano essi la marina per fabbricarvi, spianano le montagne, occupano tutta Roma d’ immensi palagi, tutto il mondo contribuisce ai loro stravizi, ad esaurire le loro ricchezze non basta l’eccesso di tanta prodigalità: e noi? noi non abbiamo neppure il necessario alla vita, appena ci vien lasciato un angusto focolare. Ci divora la miseria, ci perseguitano i creditori, orribile è il nostro stato presente, sarà più terribile quello avvenire: qual altro bene ci resta se non una vita miserabile e da disperati? E quando dunque vi scuoterete?
Così Lucio Sergio Catilina, duemila e spiccioli anni fa. Non credo sia esattamente questo che s’intende parlando di “eterno ritorno”, ma è fuor di dubbio che il frangente in cui ci troviamo sia molto simile a quello di allora.
L’unica cosa che mi impedisce di sprofondare nella disperazione è la serena consapevolezza di non aver mai contribuito, neppure per un momento, neppure per sbaglio o per distrazione, all’edificazione e al mantenimento di questo sistema di governo. Contro il quale, anzi, mi batto da sempre. Come tutti, posso aver fatto anch’io cose di cui non andare particolarmente fiera (almeno col senno di poi): ma di sicuro nessuno potrà mai imputarmi ignavia o acquiescenza nei confronti di Berlusconi e del berlusconismo.
L’uomo può anche dimettersi e sparire dal panorama politico italiano: ma resta la sua visione del mondo, resta il suo approccio alla politica come mezzo per un bene personale e non come fine per il bene comune, resta la sua convinzione che tutto abbia un prezzo e niente un valore.
Ormai sono state plasmate su questo discutibile modello intere generazioni: e ne ho avuto la riprova l’altro giorno, quando, parlando con un giovanotto di belle speranze e genuino interesse per la politica, nel commentare l’infelice apprezzamento del premier nei confronti della cancelliera tedesca Angela Merkel il giovanotto se n’è uscito “be’, ha ragione”. Ora, se non si riesce a far capire alla gente che il problema non è quello che uno dice, ma il contesto in cui lo dice; che un presidente del consiglio dovrebbe evitare nel modo più assoluto di dire o fare qualunque cosa che possa essere fonte di imbarazzo diplomatico; e che il considerare una persona di sesso femminile soltanto come una somma di pezzi di carne da apprezzare volumetricamente non fa guadagnare punti a nessuno al di fuori del bar Sport — se tutte queste cose non fanno più parte dell’innata sensibilità popolare, siamo messi maluccio.
A scusante del giovanotto dirò che è, appunto, giovane. Il che rende comprensibile il suo commento, ma non lo giustifica. Il viceministro Castelli, invece, non ha neppure l’attenuante dell’età: la sua dichiarazione di povertà in diretta gli ha fruttato, giustamente, sequele di insulti. In altri tempi, probabilmente, quando il nome santo di anarchia evocava cose serie, qualcuno avrebbe già affilato lame o lubrificato carrelli. E la leggenda — non dimentichiamolo — vuole che a Maria Antonietta sia bastato suggerire al popolo di mangiare brioches in mancanza del pane per scatenare quel po’ po’ di rivoluzione.
Il problema grosso è che noi, in Italia, non siamo forti in rivoluzioni. Lo scempio che la “casta” — questo cancro trasversale che divora il paese da anni — è riuscita a fare (e ancora fa) nella pressoché generale indifferenza di masse rassegnate, paghe di lustrini e volgarità, è un delitto che meriterebbe ben altro che la povera indignazione di pochi onesti. Anche nell’ipotesi di un rovesciamento di regime (uso quest’espressione forte), assisteremmo davvero alla buona pratica dell’epurazione? Senza bisogno di pensare a patiboli e forche (che pure hanno un loro fascino cupo e pedagogico), occorre farsi una ragione della necessità di estirpare la mala pianta con tutte le radici. Fuor di metafora, una volta andati via Berlusconi e i suoi alleati sarà indispensabile togliere di mezzo, politicamente parlando, tutti i pagliacci, le ballerine e i lenoni che l’uomo di Arcore e la sua claque si sono portati dietro o hanno legittimato.
Il guaio è che questa turpe corte dei miracoli può contare, incredibilmente, su una base massiccia di sostenitori: come diceva Hannah Arendt, «il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più». Oggi nazismo e comunismo sono flatus vocis (e credere o far credere il contrario è soltanto un altro triste escamotage per tenersi stretto un po’ di potere da mezzadri), ma l’intuizione di base della Arendt è sempre valida: e tutti quelli che continuano, per ignoranza o malafede, per cecità o dolo, a difendere l’indifendibile sono e devono essere considerati complici a tutti gli effetti. Devono assumersi la responsabilità e pagarne le conseguenze — o essere obbligati a farlo. Non è facile: ci sono di mezzo concetti come l’etica, la dignità, la coscienza civile. Oggi si preferisce anteporvi la privacy e il business, e troppo spesso “onore” è solo una bella parola da slogan o da canzone.
Un paio di settimane fa ne parlavo con un amico: al mio commento «mi sa che a Bisanzio stavano meglio» si è messo a ridere e mi ha risposto «Bisanzio?!? Bisanzio è Sparta!». Ecco. Bisanzio è Sparta. La proporzione fatela voi.
Enrico Berlinguer e la questione morale
Trent’anni dopo, l’intervista rilasciata da Berlinguer a Scalfari sulla delicatissima questione morale. Ho evidenziato (in rosso, ovviamente) qualche punto, che mi pare non soltanto saliente e degno di attenzione, bensì di desolante attualità. E se questo è “comunismo”, signore e signori, sono “comunista” anch’io.
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Intervista a Enrico Berlinguer
di Eugenio Scalfari
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La passione è finita?
Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora…
Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.
È quello che io penso.
Per quale motivo?
I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.
Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.
E secondo lei non corrisponde alla situazione?
Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.
La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel ’74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell’81 per l’aborto, gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.
Veniamo all’altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.
In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l’andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito “diverso” dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.
Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d’infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C’è da averne paura?
Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all’equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?
Veniamo alla seconda diversità.
Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.
Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.
Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant’anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.
Non voi soltanto.
È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell’economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l’iniziativa individuale sia insostituibile, che l’impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell’attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?
Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un’offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.
Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s’intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l’occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.
Dunque, siete un partito socialista serio…
…nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo…
Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?
No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c’è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.
Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c’è o no?
Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c’è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e sanza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.
Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?
La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.
Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d’accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l’inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell’obiettivo. È anche lei del medesimo parere?
Risponderò nello stesso modo di Mitterrand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L’inflazione è -se vogliamo- l’altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l’una e contro l’altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l’inflazione si debba pagare il prezzo d’una recessione massiccia e d’una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.
Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell’ “austerità”. Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito…
Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industrializzati -di fronte all’aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all’avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la “civiltà dei consumi”, con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell’austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell’economia, ma che l’insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l’avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell’austerità e della contemporanea lotta all’inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.
E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?
Il costo del lavoro va anch’esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell’aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l’operazione non può riuscire.
«La Repubblica», 28 luglio 1981
La black list dei docenti ebrei, gli scherzi del caldo e un pizzico di schizofrenia
Grande scalpore su “Repubblica” per l’elenco dei docenti ebrei dell’università La Sapienza di Roma riemerso tra i flutti della Rete. Uguale scalpore, perfino con un po’ di sgomento, anche sul “Corriere della sera”: che in preda al panico confonde tempi e persone. E pensare che se sei anni fa un gruppo di docenti universitari della Sapienza non avesse avuto l’idea di denunciare l’antisemitismo dilagante non saremmo qui, adesso.
«D’altra parte», mi fa notare l’amico Tassinari, «la storia del Corriere che ripubblica nel 2011 un articolo del 2008 non correggendolo neanche per parlare di una sua pagina di pubblicità del 2005 ha un’aura borgesiana sulla circolarità tra letteratura e vita…».
Così, se nel 2012 non sarà sprofondato in cenere il “povero glomerulo” che dice il Gozzano, mi aspetto che nel 2014 un gruppo di docenti ebrei della Sapienza di Roma pubblichi a pagamento un appello contro l’antisemitismo dilagante, denunciando la ripetuta presenza in rete di black list di docenti ebrei eccetera eccetera, in un gioco di specchi che pregusto infinito. Grazie, McLuhan.
Rime per i miei governanti
Dal secolo delle rivoluzioni e dal profondo del mio cuore, un classico del diritto di resistenza.
♥
Amen, with all my heart!
Shakespeare, Otello, V, 2.
Alla signorina Vera Zassoulitch (anarchica russa)
Vorrei che questa mia povera penna
fosse un ferro rovente
per bollarvi tra gli occhi la cotenna
canaglia prepotente.
E quando in faccia a i miseri ruttate
la vostra infame gioia,
perdonatemi voi che m’ascoltate,
vorrei essere il boia
e compir sopra voi la gran vendetta
di chi per fame langue.
Vorrei vedervi con la gola stretta
da ’l singhiozzo de ’l sangue.
Io che pur soglio lacrimar di pièta
de’ vati su le carte,
io ch’ho in petto il gentil cor de ’l poeta,
se me ne manca l’arte,
che piango insino gli scordati eroi
d’Ilio combusto e domo,
io non ho senso di pietà per voi,
non ho viscere d’uomo.
Né voi n’avete cui non basta a ’l gusto
stracco la carne ignuda
per chi stentando il pane a frusto a frusto,
sangue, lacrime suda;
per chi senza speranza e senza amore
vive ed invidia il cane,
per chi miniere a voi scavando, muore
senz’aria e senza pane.
Ridan le vostre donne a cui ne ’l petto
de l’òr brucia la sete:
ridan beate che ne ’l vostro letto
coniaron le monete,
e su ’l talamo altrui de le figliole
vendean la bianca vesta;
a la virtù che vender non si vuole,
ecco, il delitto resta.
E grida, udite, il volgo macilente:
– “Noi, plebe, non morremo,
ma ne ’l gran giorno, in faccia a ’l sol lucente
giustizia ci faremo.
Da le città, da gli abituri foschi
che il sol mai non abbella,
giù da i monti, da ’l mar, da gli aspri boschi
che l’aquilon flagella,
innumeri, feroci e disperati,
noi plebe maledetta,
incontro a voi discenderemo armati
di ferro e di vendetta.
Siete voi che rideste allor che invano
pietà per Dio pregammo
ed una pietra ci metteste in mano
quando un pan mendicammo.
Non sperate pietà dunque ne ’l santo
giorno de l’ira eterna.
Troppo, dinanzi a voi, troppo abbiam pianto.
Vigliacchi, a la lanterna!” -
(Lorenzo Stecchetti, Iustitia)

