apr 26 2013

La cosa è sinistra

Apprendo ora dall’amica Rita Ciatti che «Pierpaolo Farina, l’autore dell’articolo in Qualcosa di… sinistra in cui confonde un’azione di disubbidienza civile con un attacco terroristico, scrive sulla sua bacheca: “È ora che la politica cominci a prendere sul serio e a reprimere, con la forza se è necessario, il nuovo brigatismo animalista di matrice clericale”».

La cosa è interessante, per svariati motivi. Vediamoli (non era la mia massima aspirazione, di prima mattina, ma come dico sempre il lavoro sporco qualcuno lo deve pur fare).

1) «È ora che la politica cominci a prendere sul serio…»: lo sta già facendo, poiché mai come nell’ultima campagna elettorale si sono viste tante strizzate d’occhio al mondo animalista — foto con pet che hanno sostituito le tradizionali foto con bambini, punti programmatici sul benessere animale variamente inteso (per esempio Rivoluzione civile di Ingroia, che poi ha scordato di averlo scritto e sostiene la candidatura del vivisettore Ignazio Marino a sindaco di Roma), pronunciamenti di vario genere sul trasporto di animali da macello (certo, la vivisezione e la caccia non si toccano perché sono lobby potenti e foriere di voti)… Segno che la “politica” ha capito che la galassia animalista si compone non soltanto di banditi e guerriglieri ma anche di cittadini normali che pretendono il libero esercizio del diritto/dovere di voto, esigendo al contempo l’attenzione degli schieramenti in gioco: e conseguentemente guarda a questi potenziali elettori con l’interesse ipocrita del bottegaio che deve piazzare la sua mercanzia — però li guarda.

2) «È ora che la politica cominci (…) a reprimere, con la forza se è necessario». Farina, qui, invoca la repressione dell’avversario da parte di un soggetto ambiguamente indicato: messo così come dice lui, il suggerimento sembrerebbe quello della criminalizzazione ideologica dell’avversario, e/o quello di un intervento diretto dello Stato — giacché una repressione dall’alto che sia manifestazione di forza giusta e non di arbitrio violento non può che essere quella di governo, che definisce ciò che è reato (potere legislativo), impedisce che venga commesso (potere esecutivo) e da ultimo punisce i trasgressori (potere giudiziario).
Ho detto altrove che vengo da un’altra epoca: non è un artificio retorico, è un fatto anagrafico. La mia epoca era quella in cui, a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta del XX secolo, “destra” e “sinistra” alternativamente invocavano la repressione dello Stato contro l’avversario, e il medesimo Stato veniva alternativamente contestato come “antifascista” o “fascista”. Mi fermo qui, perché il discorso è lungo e i nervi scoperti: ma era tanto per ricordare l’immutabile relatività delle umane vicende, e per richiamare l’attenzione sul fatto che, sollecitando una repressione dall’alto, diventa inevitabile attribuire ai reprimendi una collocazione ideologica universalmente sgradita, pena un consenso parziale dell’opinione pubblica. Allora, questa collocazione?

3) «il nuovo brigatismo animalista di matrice clericale». Eccola, la collocazione, secondo Farina. Noto intanto che parla di “brigatismo” anziché di “squadrismo”: riconosciamogli quest’originalità.
Quello che mi lascia perplessa, invece, è la “matrice clericale”. Perché “clericale” indica, senza possibilità di equivoco,  l’appartenenza: i) al clero inteso come complesso delle persone che appartengono all’ordine sacerdotale di una religione o di una Chiesa; ii) allo schieramento dei cattolici laici che dopo la breccia di Porta Pia nel 1870 affiancarono la Santa Sede nella protesta contro lo Stato italiano; oggi il termine è usato per definire i più ferventi sostenitori del potere della Chiesa.
Ma, come dimostra bene Luigi Lombardi Vallauri nel suo esemplare Nera luce. Saggio su cattolicesimo e apofatismo (Le Lettere, Firenze 2001), tradizionalmente «Lungo i secoli e quasi fino ad oggi, [la Chiesa] è rimasta indifferente ai massacri e alle sevizie degli esseri senzienti non umani» (p. 138), e «La cristianità è massicciamente vivisettrice e carnivora» (p. 148, nota 4). Dunque sembra che possiamo escludere aprioristicamente un orientamento filocattolico degli “animalisti” — cosa del resto verificabile empiricamente e senza bisogno di scomodare illustri pensatori.
Allora non resta che pensare all’accezione metaforica del termine “clericale”, e supporre che Farina abbia inteso alludere al fanatismo dogmatico degli “animalisti”. Ma se c’è un ambito laico in cui, oggi, è possibile ritrovare accenti di fanatismo dogmatico, quello è proprio l’ambito della ricerca scientifica: in cui il dogma dell’imprescindibile necessità della sperimentazione animale non può essere messo in discussione, costituisce l’assioma per eccellenza su cui si fonda l’edificio mentale del ricercatore, viene celebrato con quotidiani sacrifici nei laboratori di tutto il mondo e se ne pretende la tutela con mezzi coercitivi.

4) Last but not least, il grido di dolore di Farina sembra ricalcato sulle relazioni di Vittorfranco Pisano e di Gianluca Ansalone apparse rispettivamente nel 2001 e 2011 su “Gnosis. Rivista italiana di intelligence”. Sembra, insomma, un richiamo forte alla necessità di tutelare lo stato delle cose, senza lasciare sbocchi alla possibilità di provare a modificare una situazione iniqua. Il che, vado a naso, mi sembra confliggere alquanto con la visione del mondo tradizionalmente attribuita alla “sinistra” — non credo di dovermi dilungare nei dettagli: più o meno l’ho già fatto qui.

Ognuno tragga le conclusioni che vuole e che crede. Quanto a me, il fatto di essere — ancora una volta — dalla parte di una minoranza passibile di repressione mi conferma la fedeltà a me stessa: e tanto mi basta per esserci e andare avanti. Andare oltre.


feb 21 2013

21 febbraio 1965: l’assassinio di Malcolm X

Il testo che segue è apparso nel 2005 sul mensile “Orion” (n. 245/febbraio 2005) per il quarantennale dell’assassinio di Malcolm X. Ora, da quell’evento tristissimo di anni ne sono passati 48: ma le cose che dicevo allora nel breve cappello introduttivo mi sembrano ancora valide e, soprattutto, le riscriverei tali e quali senza cambiare una virgola. Le dedicai allora a certi lettori di quella rivista; le dedico adesso a molti altri che non leggono ma eleggono.

In morte di Malcolm X

Sono passati quarant’anni dalla morte di Malcolm X. Quarant’anni dall’assassinio di un uomo che fu e resta il simbolo delle rivendicazioni avanzate dai neri americani contro l’oppressione statunitense. Non è il caso di aggiungere altro: la sua biografia e il suo pensiero li trovate in rete — se vi interessa sapere o ricordare qualcosa di quest’uomo, preparatevi spiritualmente e non fate le vittime: perché se ancora pensate che si debba avere la pelle bianca per avere anche il diritto di parlare di libertà e dignità, siete fuori strada di brutto. È chiaro che Malcolm X dice cose che possono suonare assai sgradevoli alle orecchie delicate e cloroformizzate di tanti onesti euroccidentalisti: pertanto, se in voi la curiosità è più forte dell’abitudine passatevi una mano sulla coscienza, non dite che non ve l’avevo detto e leggetevi qualche brano scelto (da me…) dell’appassionato discorso che Malcolm X tenne il 3 aprile 1964 nella Cory Methodist Church di Cleveland — e fateci sopra un pensierino, ché male non fa. Auguri tanti.


La scheda o il fucile

«[...] No, io non sono americano. Sono uno dei ventidue milioni di uomini dalla pelle nera che sono vittime dell’americanismo, uno dei ventidue milioni di vittime della democrazia che non è altro che un’ipocrisia travestita. Non vengo qui a parlarvi da americano, da patriota, non sono uno che saluta la bandiera o che la tira fuori ad ogni occasione, no! Io vi parlo da vittima del sistema americano; vedo l’America con gli occhi della vittima e non riesco a vedere nessun sogno americano. Quello che vedo è un incubo americano. [...] la scelta è oggi tra la scheda e il fucile. La scheda o il fucile, vi ripeto. Se avete paura di servirvi di questa espressione, ebbene tornatevene in campagna, nel campo di cotone, oppure in qualche vicolo buio dei bassifondi. [...] è proprio il governo, il governo degli Stati Uniti, il responsabile dell’oppressione, dello sfruttamento e della degradazione del popolo nero in questo paese. [...] c’è un nuovo modo di affrontare i problemi che si sta facendo strada, un nuovo modo di pensare e una nuova strategia. Questo mese saranno le bottiglie Molotov, il prossimo le bombe a mano e il prossimo ancora qualche altra cosa. Ci saranno o le schede o i fucili, o la libertà o la morte. L’unica differenza, però, tra questa e l’altra morte è che sarà reciproca. [...] normalmente non ho a che fare con gente importante, ma solo con persone comuni. Credo che si possano mettere insieme tante di queste persone comuni e spazzar via tanti di quei personaggi importanti. Quelli non hanno nulla da perdere e nulla da guadagnare e te lo dicono subito che per ballare il tango bisogna essere in due e quando si muove l’uno anche l’altro è costretto a muoversi. [...] È giusto cercare di assicurarsi diritti civili se essi significano uguaglianza di opportunità perché noi non cerchiamo di fare altro che riscuotere gli interessi dei nostri investimenti. I nostri padri e le nostre madri hanno investito in questo paese il loro sudore e il loro sangue [...] Questo è il nostro investimento, il nostro contributo, il nostro sangue perché non soltanto noi abbiamo dato loro gratuitamente la nostra fatica, ma anche il nostro sangue. Tutte le volte che l’uomo bianco chiamava il paese alla guerra, noi siamo stati i primi a indossare l’uniforme e a morire su tutti i campi di battaglia. Il nostro sacrificio è stato più grande di quelli compiuti da chi oggi gode di una posizione di privilegio in America. Il nostro contributo è stato più grande ma in cambio abbiamo ricevuto meno di tutti. [...] Cercate di capire che quando volete ottenere ciò che vi appartiene, chiunque vi privi di tale diritto è un criminale. Quando volete ottenere ciò che è vostro, siete nel pieno diritto di esigerlo e chiunque cerca di privarvene infrange la legge ed è un criminale. Questo principio fu indicato chiaramente nella sentenza della Corte Suprema che dichiarava illegale la segregazione. Ciò vuol dire che si tratta di un comportamento contrario alla legge, che il segregazionista viola la legge e quindi è un criminale. Non c’è altro modo per definirlo e quando voi dimostrate contro la segregazione, siete dalla parte della legge e la Corte Suprema è con voi. Ora, chi è che si oppone a voi quando volete far applicare la legge? La polizia, con i suoi cani e i suoi manganelli. Quando voi dimostrate contro la segregazione, sia che si tratti delle scuole, delle zone residenziali o di qualsiasi altra cosa, avete la legge dalla vostra parte e coloro che vi si oppongono non la rappresentano più, ma anzi la violano e quindi non sono più suoi rappresentanti. [...] Se non sarete capaci di agire con fermezza, i vostri figli cresceranno «vergognandosi» di voi: se non assumete un atteggiamento deciso. Con ciò non voglio dire che dovete essere violenti, ma al tempo stesso che non dovete mai essere non violenti a meno che non incontriate chi si comporta pacificamente. Io sono non violento con quelli che lo sono con me, ma quando qualcuno usa la violenza nei miei confronti, allora è come se impazzissi e non sono più responsabile delle mie azioni. [...] Quando sapete di non infrangere la legge, di battervi per i vostri diritti legali e morali, secondo giustizia, allora sappiate morire per quello in cui credete. Ma non morite soli, fate che la vostra morte sia reciproca. Questo è quello che s’intende per uguaglianza. Occhio per occhio, dente per dente. [...] Il mondo deve sapere che le mani di questa società grondano sangue. Il mondo deve sapere quanto è grande la sua ipocrisia. La scelta sia dunque tra la scheda e il fucile. L’America sappia dunque che l’unica alternativa è quella fra la scheda e il fucile.»

(La versione originale di questo scritto è apparsa su “Orion” n. 245/febbraio 2005 – © Alessandra Colla)


gen 11 2013

Niscemi militarizzata

(fonte)
REPORT NOTTE DEL 10-11 gennaio 2013: Niscemi INVASA da centinaia di forze di polizia. Con inaudita violenza sono stati rimossi i blocchi dei manifestanti per il passaggio del convoglio con i mezzi per il montaggio delle antenne MUOS.

Alle 22,30 della sera del 10 gennaio é stato avvistato il convoglio con 4 camion e 2 gru della ditta COMINA scortati da numerosi reparti d’assalto di Polizia e Carabinieri lungo la Statale Catania-Gela. Il convoglio partito da Belpasso per evitare il transito attraverso la città ha proseguito lungo la SS115 per poi risalire da C.da Terrana a sud della base militare di Niscemi.

Alle ore 00.30 gli occupanti del presidio, situato a Nord della base per timore di non riuscire ad impedire il passaggio del convoglio si sono mobilitati e diretti in C.da Terrana.

Nelle stesse ore Niscemi veniva invasa da decine di truppe di Polizia e Carabinieri che hanno effettuato innumerevoli posti di blocco nei punti nevralgici di transito verso la base militare, non permettendo il passaggio delle persone, creando numerose difficoltà anche ai residenti che alle prime ore del giorno si recavano al lavoro.
Cio’ nonostante, numerosi attivisti e cittadini (allertati da internet e SMS) si sono recati in C.da Ulmo ma le forze di polizia schierate presidiavano tutti gli accessi ed hanno impedito a tutti di proseguire in direzione del convoglio, né di accedere al presidio di C.da Ulmo. Solamente gli attivisti che già si trovavano al Presidio di C.da Ulmo sono riusciti a raggiungere il convoglio in C.da Terrana.

All’1.30 del mattino, in C.da Gallo (al bivio tra il borgo di S.Pietro e Caltagirone) si è tenuto un primo blocco da parte del Comitato NO MUOS di Niscemi unitamente ad alcuni membri di altri Comitati che sono riusciti a sopraggiungere nel frattempo da altre città. Le forze di polizia in tenuta anti-sommossa hanno reagito duramente e con violenza. Hanno effettuato alcune cariche, ma nonostante l’impeto dei poliziotti i manifestanti sono riusciti a resistere ai blocchi sotto le manganellate per alcune ore.

La dinamica del blocco è stata estremamente dura, i manifestanti ripetutamente si opponevano con il corpo al passaggio dei mezzi pesanti in maniera pacifica, ma le forze dell’ordine, incitate dai capi dell’operazione, non rinunciavano ad utilizzare le maniere forti per rimuovere fisicamente gli attivisti con numerose cariche. Il convoglio alle 3.30 dopo ore di resistenza è riuscito a passare e a proseguire lungo la Strada Provinciale che porta alla base militare. Dopo aver superato il primo blocco alcuni reparti hanno impedito ai manifestanti di spostarsi per almeno un paio d’ore, assicurandosi che non riuscissero a raggiungere altri manifestanti che nel frattempo arrivavano dalla città.

Altri attivisti che arrivavano dalla Città sono riusciti a superare i posti di blocco e a raggiungere la Strada Provinciale in posizione utile per effettuare un presidio per impedire il passaggio del convoglio.

Alle ore 4. 00 circa nei pressi di C.da Vituso (lungo la S.P. Niscemi-Caltagirone) viene effettuato un secondo blocco stradale in maniera pacifica e civile. Nonostante che l’opposizione fisica dei manifestanti fosse del tutto serena, le centinaia di forze dell’ordine che scortavano il convoglio, anche questa volta non hanno esitato ad utilizzare le maniere forti per rimuovere fisicamente i singoli manifestanti.

Dunque, dopo ore di resistenza civile, il convoglio è riuscito alla fine ad accedere alla base militare intorno alle 4.30 scortato e protetto da centinaia di agenti di Polizia e Carabinieri.

Alle ore 5.30 i manifestanti sono riusciti a ritornare al presidio di c.da Ulmo ed hanno indetto un’assemblea immediata ed urgente, dopo un breve dibattito si è deciso di allertare ed informare la città di Niscemi del grave fatto accaduto. Alle ore 6.00 presso il Largo Spasimo si è tenuto un breve comizio rivolto ai niscemesi che si recavano al lavoro nelle campagne.

Il presidio di C.da Ulmo denuncia il grave fatto accaduto questa notte, un invasione armata da parte dello Stato ha di fatto impedito l’esprimersi del territorio. Con la forza lo Stato ha voluto impedire che la popolazione che ospiterà questa installazione decida se accettare o meno il prezzo da pagare in termini di salute, pace e inquinamento. “E’ un atto di prepotenza inaudita, che tuttavia non ci indebolisce” – dicono gli attivisti del presidio – “Il passaggio di questo convoglio non è una sconfitta ma l’inizio di una nuova fase della resistenza all’installazione del MUOS. Verrà probabilmente indetta a breve una grande mobilitazione per portare la questione alla ribalta nazionale”.

E’ convocata per domani 12 gennaio alle ore 15.00 un’assemblea generale del coordinamento regionale NO MUOS dove verranno decise le prossime mosse delle azioni di contrasto all’installazione.

Ore 8.35 – Presidio NO MUOS di C.da Ulmo


dic 27 2012

Lo specismo è manifesto

Ottorino Pianigiani dixit

Fra le riviste patinate che fanno bella mostra di sé in edicola figura il mensile “GQ – Moda e tendenze uomo”. “GQ” sta per “Gentlemen’s Quarterly”, ovvero “il trimestrale dei gentlemen” — rivista statunitense fondata nel 1957. Potrei tradurre pedissequamente gentleman con “gentiluomo”, ma il termine inglese non indica soltanto un individuo di sesso maschile dal comportamento corretto e dalle maniere impeccabili: evoca invece austere dimore immerse nel verde, collegi esclusivi, gare di canottaggio su placidi fiumi, sentori di cuoio e tabacco da qualche parte in Savile Row eccetera.

Oggi “GQ” è un mensile; e non si rivolge più soltanto ai gentlemen. Anzi, a giudicare da certi suoi contenuti si sospetterebbe che un gentleman un giornale così potrebbe solo darlo al suo maggiordomo per pulirci le scarpe (in mancanza d’altro, la carta stampata fa miracoli sulle calzature in pelle).

La copertina del numero di “GQ” che forse è ancora in edicola è questa:

Il maschio vestito di tutto punto è Carlo Cracco, considerato uno dei cuochi più famosi d’Italia: fonti attendibili mi precisano che è anche uno dei più cari, forse più del leggendario Gualtiero Marchesi o di Gianfranco Vissani.  La femmina quasi completamente nuda ad eccezione di un paio di stivaletti di vernice nera col tacco a stiletto ha anche lei un nome che però non compare in copertina — plausibilmente, non interessa saperlo.

Il maschio guarda in macchina, con un’espressione un po’ uomo-che-non-deve-chiedere-mai e un po’ jamesbond, mentre la femmina gli si avvinghia con atteggiamento inequivocabile brandendo noncurante un pesce morto (mi chiedo se il creativo che ha ideato la scena abbia una qualche infarinatura di psicoanalisi).

Con un po’ di imbarazzo per tanta banalità, rilevo in questa copertina che non è una copertina (Magritte docet) alcuni tratti classici della società a modello dominatore (come direbbe l’antropologa Riane Eisler), che da sempre concorrono a formarne l’immaginario, e che mi sembra di poter individuare come segue: 1) la centralità prevaricatrice del maschio adulto, 2) la reificazione della donna e dell’animale, 3) la trasformazione di un istinto in dichiarazione ideologica.

1) Come enuncia la copertina, al centro — della stessa, dell’attenzione, della società, della storia… — sta l’uomo. Non nella sua genericità (per esempio come nell’espressione “la comparsa dell’uomo sulla Terra” e simili), ma proprio nella sua specificità di maschio adulto (e bianco). Il tratto saliente è che il padrone ovvero lo schiavista è sempre vestito, lo schiavo sempre nudo.

Che si tratti del morbido erotismo di scuola orientalista

Jean-Léon Gérôme,"Il mercato degli schiavi di Tunisi"

o dell’essenziale crudezza propagandista

Stampa popolare dell'Ottocento

il vestito, cifra ideologica eccellente,  simboleggia lo stato di cultura contro lo stato di natura, la civilizzazione contro ciò che è selvaggio, il potere contro ciò che è sottomesso.

Ma mentre una persona nuda, da sola, è nuda, una persona senza vestiti accanto a una persona vestita non è più nuda: è spogliata — il termine polisemico rimanda all’esser privato di qualche cosa, diminuito, avvilito, in stato di soggezione (espressione polisemica quant’altre mai). La persona spogliata è indifesa, riportata allo stato di nudità proprio del neonato — essere amorfo, persona non compiuta e ancora in fieri, per così dire. E poiché, parafrasando l’argomento ontologico di Anselmo d’Aosta (che ha fatto scuola nei secoli),  qualunque persona è meglio di una non-persona, ecco che qualunque essere umano è meglio di qualunque essere non-umano. Ci era già arrivato Aristotele, definendo gli schiavi “strumenti animati” (al pari degli animali); e prima di lui anche Platone aveva lasciato intendere qualcosa del genere, dando per scontato l’istituto della schiavitù — al contrario, i sofisti sostenevano l’assoluta non-naturalità della schiavitù, basata (dicevano) su di una convenzione o sulla violenza e mettendo così in dubbio la legittimità dell’intera struttura sociale coeva; non a caso, nel tempo sono stati i termini “sofista” e “sofismo” ad assumere una connotazione dispregiativa, e non certo “platonico” o “aristotelico”:

Dunque lo schiavo, che pure sembra appartenere alla specie umana, nella sua qualità di strumento in realtà ne è escluso; condivide questo destino di non-appartenenza alla dimensione senziente con l’animale domestico, che nella società a modello dominatore è mero oggetto — strumento e perfino unità di misura per la quantificazione della ricchezza:

Giambattista Vico, "Principj di scienza nuova"

Diverso il discorso per quanto riguarda gli animali selvatici, tradizionalmente ritenuti (fino a non molto tempo fa) res nullius, ossia “cosa di nessuno”, dei quali chiunque poteva disporre a proprio piacimento.

2) Nella copertina di “GQ” gli strumenti animati sono due: la femmina, ancora viva, e il pesce, già morto: la donna sta sullo stesso piano dell’animale, ed entrambi sono appunto strumentali al soddisfacimento di due bisogni complementari all’istinto di conservazione: alimentarsi e riprodursi. Presenti in ogni vivente, nell’essere umano questi bisogni hanno raggiunto livelli di complessità notevole: ma complessità non è sempre sinonimo di perfezionamento, e anzi l’atteggiamento nei confronti del cibo e del sesso scivola talvolta nella perversione — che non è un portato recente della civiltà: Epicuro (IV/III sec. a.C.) diceva che «la natura ingrata dell’anima ha reso la creatura umana avida di variazioni illimitate nel modo di vivere». E Seneca (I sec. d.C.) così descriveva il ricco romano dei suoi tempi: «Egli mangia oltre la capacità del suo stomaco e con grande avidità riempie il ventre rigonfio oltre misura e ormai non più avvezzo alle sue funzioni: è più affaticato a vomitare il cibo che a ingerirlo» e biasimava «voi, la cui smodata e insaziabile golosità di qui fruga i mari di là le terre, cerca di prendere alcuni animali con l’amo, altri col laccio, altri con varie specie di reti: nessun animale è tranquillo, finché voi non sentite la nausea. Di coteste vivande, che vi procurate mediante l’opera di tante persone, quanto poco gustate con la bocca stanca di raffinate sensazioni! di cotesta fiera cacciata con grave rischio quanto poco riuscirà ad assaggiare il padrone che digerisce a stento ed è facile alla nausea! di tante ostriche, provenienti da paesi cosí lontani, quanto poche van giú per cotesto stomaco insaziabile! Disgraziati, dunque credete che in voi la fame sia piú grande del ventre?».

Quanto al sesso, la pratica del medesimo sganciata da finalità procreative è antica quanto e più dell’uomo — sappiamo che anche altre specie animali praticano (talvolta) il sesso per fini diversi dalla riproduzione —, ma è l’uomo che vi ha mischiato disturbi, deviazioni e aberrazioni senza le quali Krafft-Ebing non sarebbe passato alla storia. (Del resto, è noto che senza la Chiesa non ci sarebbe stato il marchese de Sade).

Come un perfetto strumento, la femmina non prova alcun disagio nel tenere in mano il cadavere di quello che fu un essere vivente perfetto e compiuto nella sua irripetibilità di individuo adattato all’ambiente — il tagliere in cucina ospita con la stessa opaca indifferenza il cespo d’insalata e un lacerto di carne sanguinolenta. Se fosse una persona, la femmina si interrogherebbe sul proprio essere lì in quel modo, e confronterebbe il proprio esser- spogliata con la nudità innocente dell’animale morto, ridotto a cosa, a mero complemento d’arredo per esaltare la figura del maschio.

3) Ma la femmina in copertina non è una persona: è una cosa-femmina-viva che non mostra alcuna empatia con la cosa-animale-morto. Senza capire che cosa accomuna la propria corporeità vivente a quella del pesce ormai morto, la femmina in copertina è soltanto l’emblema del sex affiancato al food, che insieme al rock’n'roll (trasgressivo negli anni Cinquanta, ma qui svuotato di senso e ridotto a trito luogo comune) adombra la trimurti dell’uomo ideale — ovvero del lettore -tipo di “GQ”. Questa femmina, dunque, non è una persona perché il suo aderire al maschio — in senso proprio e figurato — denuncia soltanto l’accettazione di un ruolo che la confina all’assunzione di visibilità in rapporto a qualcos’altro, e mai per se stessa. Allo stesso modo, ogni nudità femminile su carta patinata denuncia la disponibilità alla reificazione: accettando di espormi agli sguardi altrui in tempi e modi indipendenti dalla mia volontà, accetto di diventare una cosa — alle cose non si chiede il permesso per usarle, né una cosa può rifiutarsi di essere usata (in modo proprio o improprio, non importa). La donna nuda sul calendario o sulla rivista non è, ontologicamente, diversa dalla mensola appesa al medesimo muro o dal posacenere appoggiato sul medesimo tavolino: la si usa se e quando serve. In questa prospettiva distorta, cibo e sesso sono strumenti al servizio dell’uomo, e il modo in cui vengono presentati rientra a pieno titolo nella costruzione dell’ideologia dominante — o forse addirittura ne costituisce il veicolo privilegiato presso la massa: riducendo a mero status symbol ciò di cui ci si nutre e ciò da cui si ricava piacere, si cancella ogni forma di reciprocità ovvero di rispetto per l’altro-da-sé. Così, il cuoco di lusso in copertina suggerisce, attraverso un gioco implicito di sottintesi e di rimandi, che se puoi permetterti di mangiare da lui puoi permetterti anche  la femmina più appetibile (appunto) e il cibo migliore — sullo sfondo non avrebbe stonato un’automobile esclusiva, di quelle che cantava Rino Gaetano trentacinque anni fa, cogliendo appieno simbolismi e allusioni delle quattro ruote:

Spider coupè gitti alfetta
a duecento c’è sempre una donna che ti aspetta
sdraiata sul cofano all’autosalone
e ti dice prendimi maschiaccio libidinoso coglione

In conclusione (di questo breve scritto, non certo del discorso sullo specismo) non posso fare altro che pormi — e porre a chi legge, se c’è — una domanda non retorica e certo allarmante: se, come ho detto, certi simbolismi e certe allusioni potevano essere agevolmente individuati e criticati trentacinque anni fa; e se adesso, a distanza di trentacinque anni, siamo ancora qui a individuare e criticare analoghi segni di un sentire ugualmente distorto, che cosa non ha funzionato e perché? Non dovremmo cessare di interrogarci, se davvero intendiamo ripensare il mondo e costruire nuovi modi di stare con gli altri viventi.


ott 11 2012

Dalla banalità del male all’ottusità dell’ordinario

Ieri sera la trasmissione Chi l’ha visto? ha mandato in onda il filmato che riporta l’episodio allucinante svoltosi a Padova ieri mattina.

È sicuramente una delle cose più turpi che abbia mai visto.
Ed è una delle pagine più vergognose nella storia delle forze dell’ordine, con l’ispettrice di polizia che dice «io sono un ispettore di polizia e lei non è nessuno» — cosa credeva, di essere la Marchesa del Grillo? Mi ha fatto venire in mente un altro bell’esemplare di donna in divisa — quella della Centrale operativa di Genova che ai tempi del G8 liquidava l’assassinio di Carlo Giuliani con un disinvolto «Tanto uno già va beh e gli altri… 1-0 per noi…». Bisognerà superare dei test per entrare in polizia, immagino; ma non riesco a immaginare quali possano essere. So per certo che io non ne passerei neanche uno. Per fortuna.
Mi auguro che la faccenda non finisca nel dimenticatoio, e so di non essere la sola a pensarlo.

Già che ci sono, però, mi viene in mente la famosa banalità del male di cui diceva Hannah Arendt — e non voglio tirare in mezzo ideologie di nessun colore (ché poi l’autorità, la gerarchia, l’ordine e la disciplina son gli stessi dappertutto e hanno sempre l’opaca eguaglianza delle uniformi), ma soltanto constatare.

Constatare che da quanto dice la poliziesca gentildonna del filmato si evince che lei  e i suoi colleghi stanno soltanto eseguendo degli ordini:

Mi chiedo, se esiste, dove sia la differenza. E dove, partendo dalle premesse del filmato padovano, si possa arrivare ancora oggi. Qualunque risposta mi sgomenta.


ott 2 2012

Per chi suona la sveglia

Non sono per niente scandalizzata né tantomeno stupita per tutto il marciume che affiora ribollendo in questi giorni dalle stanze dei palazzi. Disgustata sì, è ovvio, come quando per strada si pesta uno scaracchio o un preservativo usato.

Ma c’è una cosa che mi disgusta ancora di più, se possibile; ed è la sorpresa, lo stupore, lo sdegno, lo stracciarsi le vesti, lo scandalizzarsi, il coretto ipocrita degli “uuuh!” e degli “oooh!” che accompagna questo recente e presente ribollire. Perché non riesco (in coscienza) a credere che nessuno sapesse, nessuno sospettasse, nessuno intuisse che — da quando il Politico è diventato politica, e il “fare politica” un sinonimo di “tirare a campare” — questo e non altro ci si dovesse aspettare dai politici, appunto.

Come accade spesso, i casi sono due e tertium non datur: o davvero non si sapeva quello che stava accadendo, o faceva comodo non sapere. Punto. Ne consegue, a mio avviso, che ci fosse da un lato chi era ignorante e non capiva, e dall’altro chi era mascalzone e facesse finta di niente. Ora, se uno non sa una cosa è meritorio insegnargliela: nel frattempo, però, evitiamo che faccia danni; del pari, se uno bazzica il Palazzo e i palazzi ma se ne frega del bene comune, evitiamo che faccia danni anche lui. E stabiliamo che in entrambi i casi costoro non debbano potersi avvicinare alle urne, né come elettori né come candidati, per nessuna ragione al mondo: perché il loro pasticciare con voti di scambio, schede fantasma e crocette vagabonde sarebbe una catastrofe per il Paese.

Mi si fa notare che la catastrofe c’è già stata. A parte che — così a naso — non mi pare ancora compiuta (ed è questo che mi spaventa), chi ti dice che sia un male?


set 14 2012

Il vento e la tempesta

Sto seguendo con attenzione i fatti di Bengasi e sono profondamente, visceralmente disgustata.

Non dalla macelleria ai danni dell’ambasciatore Usa Chris Stevens e degli altri dipendenti dell’ambasciata americana, no. Ma dall’indignazione farisaica di tutti quelli che inveiscono contro il terrorismo islamico e l’oscurantismo musulmano in nome della libertà d’espressione e della democrazia.

La cosa che trovo più inquietante, al momento, è la perdita dell’autonomia di giudizio e di ogni capacità critica che sembra essere divenuta la costante dei nostri tempi e delle nostre sorti di colonia.

Mi chiedo infatti in che cosa consista la differenza tra quello che è stato fatto dai libici l’altro giorno a Chris Stevens e quello che è stato fatto dagli americani ai detenuti iracheni di Abu Ghraib nel 2004; o dagli israeliani ai civili palestinesi dai tempi di Qibya (1953) fino a oggi; o dall’oligarchia filoamericana di Roberto D’Aubuisson alla popolazione del Salvador negli anni Ottanta. Cos’è, stavolta, che fa davvero orrore? La mera violenza in quanto tale? O il fatto che si sia osato alzare le mani su un rappresentante della prima potenza mondiale? Vorrei saperlo. Perché le ossa si spaccano ovunque con lo stesso rumore, il tessuto vitale lacerato lascia zampillare il sangue allo stesso modo, il terrore riempie le pupille che si vanno offuscando nell’agonia con la stessa intensità. Dunque? Seviziare e ammazzare l’ambasciatore americano aggiunge forse, al raccapriccio che si deve a ogni linciaggio, l’abominio per la colpa di lesa maestà che pende cupa sugli autori di quell’impresa? Certo, da che mondo è mondo i diplomatici godono dell’immunità; ma da quando esistono, gli Stati Uniti e i loro cittadini godono dell’impunità — che è tutt’altra cosa, e che dovrebbe indurre a riflettere.

Come dovrebbe indurre a riflettere la massiccia capillare presenza di cittadini statunitensi in posti chiave del pianeta; e il fatto che il nome “esportazione di democrazia” sia assai meno innocente di quanto si creda, e rechi in sé il germe di una cosa che troppo facilmente può sfuggire al controllo — anzi, l’ha già fatto. E il bello è che nessuno sembra averlo capito.

Già, la democrazia. E con essa la libertà. Sì, quella di cui già Mme Roland, prima di affidare la bella testa alla lama impietosa della ghigliottina, aveva detto “O liberté, que des crimes on commet en ton nom!”, libertà, quanti delitti si commettono in tuo nome… La libertà, ampia coperta da stiracchiare a piacimento; la libertà, che troppe volte è libertà di e non libertà per; la libertà, che è divenuta licenza e non possibilità. La libertà di insultare (peggio, criminalizzare) un’idea politica o una religione che non è la propria, di giudicare senza sapere, di giustificare non importa quale sopruso e quale angheria contro popoli rei di non essere illuminati come l’Occidente — bell’affare, questo Occidente rischiarato ormai soltanto dall’elettricità e non più dalla coscienza.

Del resto sono così violenti, i musulmani… Sono così primitivi che pretendono addirittura che venga rispettata la loro religione, che selvaggi. Noi civilissimi, invece, queste cose ce le siamo lasciate alle spalle da un pezzo; e ci burliamo di tutto, e a nulla riconosciamo una qualche intangibilità — non foss’altro che per questioni di misura e di pudore. Abbiamo abbattuto ogni tabù e possiamo permetterci il lusso di parlare disinvoltamente di tutto, senza pregiudizi, perché abbiamo spazzato via ogni assoluto, altro che quei fanfaroni degli anarchici… Siamo libertari, liberali e liberisti; abbiamo mixato etica politica ed economia e shakerato per bene con uno spruzzo di ignoranza e una goccia di viltà. Così succede che sbeffeggiamo chi crede in un unico dio ma non osiamo levare la voce contro chi si conforma ad un unico pensiero; difendiamo chi va a occupare una terra che non gli appartiene ma condanniamo chi si batte per proteggere la sua patria e la sua gente; prestiamo armi e uomini a chi esporta la guerra in tutto il mondo ma non siamo in grado di garantire la pace ai nostri figli.

Maestri in quest’arte sono gli italiani: credendo di esser saliti sul carro del vincitore, non si sono accorti di esservi aggiogati. Più realiste del re, se il segretario di Stato americano Hillary Clinton definisce “disgustoso e riprovevole” il film su Maometto ritenuto all’origine del dramma di Bengasi, le nostrane mosche cocchiere parlano di “religione assassina” e “terroristi travestiti da ribelli”, mentre preparano liste di proscrizione continuando bellamente a ignorare che le parole sono — a tutti gli effetti — armi non convenzionali.

Ma vorrei chiedere ai diretti interessati e ai loro tirapiedi: che cosa si aspettavano, gli americani, dopo l’11 settembre 2001? Che dopo aver seminato conflitti e distruzione in tutto il mondo, dopo aver fomentato un’islamofobia tanto incosciente quanto incontrollabile, dopo aver scatenato odio e terrore — che dopo tutto questo dunque li si potesse ancora e sempre contemplare come gli eterni “liberatori”? Dall’alto (o dal basso) del loro fondamentalismo ottuso e criminale, hanno massacrato, distrutto e avvelenato tutto ciò su cui hanno allungato le loro ben curate mani bianche evangeliche e occidentali.

La storia si ripete; e a loro si confanno le parole che Tacito mette in bocca a Calgaco, capo dei Caledoni, alla vigilia della battaglia contro i Romani — «Predatori del mondo intero, dopo aver devastato tutto, non avendo più terre da saccheggiare, vanno a frugare anche il mare; avidi se il nemico è ricco, smaniosi di dominio se è povero, tali da non essere saziati né dall’Oriente né dall’Occidente, gli unici che bramano con pari veemenza ricchezza e miseria. Distruggere, trucidare, rubare, questo, con falso nome, chiamano impero e là dove hanno fatto il deserto, lo hanno chiamato pace».


apr 17 2012

Semantica dell’inganno

Dal blog Asinus Novus, un mio contributo.

Devo darvi due notizie — una buona e una cattiva.

Cominciamo da quella cattiva: la lobby della ricerca c.d. scientifica si prepara a impestare le nostre città con cartelloni e manifesti pubblicitari a favore della ricerca, lanciando una campagna in grande stile «insieme a voi per fare un impatto positivo su tutto il mondo, in piu di 30 paesi, e nella tua communita’» — come si legge, in un italiano un po’ approssimativo, sull’home page del sito www.ricercasalva.it, evidentemente ancora “under construction” (c’è anche una sezione intitolata rozzamente «Sei contro ricerca animale?», ma è vuota). Sono tanti, hanno i soldi e si appoggiano a istituzioni che il grande pubblico considera prestigiose.

Quella buona, invece, è che se pensano di dover uscire allo scoperto è perché si sentono minacciati, e per di più cercano di controbattere alle serie e numerose accuse portate contro le loro pratiche antiquate proponendo un messaggio debole e vecchio.

Vediamo un po’ i dettagli. [continua qui]


mar 7 2012

Sassolini nella scarpa – 1: I nostri marò in India

Danno un fastidio… vero? Allora me ne tolgo qualcuno.

Comincio dall’ultimo, appena entrato e già così molesto: i marò italiani prigionieri in India.
Come sempre succede in questi casi, siamo diventati tutti esperti — di diritto marittimo, diritto internazionale, diritto delle genti, arte diplomatica, competenze ministeriali, geopolitica, massimi sistemi eccetera. Non m’immischio neanche: di fronte a tanti dotti non potrei che fare una ben magra figura.
Allora mi limito a fare le mie osservazioni da un punto di vista differente.

Per esempio, mi pare che in questo caso specifico non si fosse in presenza di un conflitto dichiarato: i marò erano sull’Enrica Lexie — una petroliera, non dimentichiamolo — in una posizione assimilabile, pare, a quella di guardie giurate. Cioè nel caso in oggetto non erano in discussione cose alte e complesse come la difesa dei sacri confini della patria o la difesa a oltranza di cittadini italiani in quanto tali. La missione consisteva nel tutelare un carico mercantile. Allora possiamo dire che si è trattato di un’iniziativa militare inquadrabile nell’ottica della guerra preventiva che ha travalicato i limiti assegnatile? Forse.
Fatto sta che due civili disarmati sono morti — accoppati, dico, non per cause naturali. E giustamente la nazione di appartenenza dei due vorrebbe sapere per favore chi è stato e perché. Oggettivamente, non mi sembra una gran pretesa. (Poi naturalmente si può discutere su tempi e modi di conduzione della faccenda).

Detto questo, siccome ho buona memoria non posso non ricordare altri casi che m’inducono a sospettare l’esistenza strisciante, in questa nostra Italia, di una seccante bipartizione — cittadini di serie A e cittadini di serie B. Intendo che ci sono cittadini italiani in difficoltà per cui sbattersi, e cittadini italiani in difficoltà per cui prendersela comoda. Non parlo qui del caso di Silvia Baraldini, perché qualche anima bella potrebbe turbarsi per l’appartenenza della stessa a un partito rivoluzionario d’oltreoceano — lo statunitense Black Panther Party. (Curiosamente, come ho potuto constatare nel corso degli anni in occasione delle manifestazioni pro-Baraldini, quelle medesime anime belle non hanno mai fatto un plissé per l’esistenza e l’operatività del partito secessionista nostrano che risponde al nome di Lega Nord). La quale Baraldini, va detto per gli smemorati e i distratti, era imputata di concorso in evasione, associazione sovversiva, due tentate rapine e ingiuria al tribunale. Una criminale sanguinaria, insomma.

Dunque non parlo di Silvia Baraldini. Ma parlo invece di Enzo Baldoni, il giornalista morto ammazzato in Iraq nell’agosto 2004 nella totale indifferenza del suo governo e accompagnato dal criminale dileggio di galantuomini della risma di Vittorio Feltri e Renato Farina (proprio lui, l’agente Betulla).

E parlo anche dei tre medici di Emergency arrestati nell’aprile 2010 in Afghanistan con l’accusa di connivenza con Al Qaeda.
Nell’occasione il ministro degli Esteri Frattini li tacciò di terrorismo, e il senatore Gasparri li definì “una vergogna per l’Italia”, suscitando perfino la nettissima presa di posizione del generale Fabio Mini — ciò che già allora mi suscitò qualche perplessità sul senso della parola “Stato” corrente in Italia.

In conclusione, al momento non mi va di pormi troppe domande su sovranità nazionale e competenze giurisdizionali: sono troppo impegnata a cercare di capire perché, se tutti i cittadini italiani sono uguali di fronte alla legge, alcuni di essi lo siano di più e meglio. E stavolta non so se Orwell mi sarà d’aiuto.


gen 26 2012

27 gennaio, giornata di una memoria