mar 30 2013

Riflessioni pasquali: un dio pastore

“Tu, pastore d’Israele”

L’identificazione di Dio e del suo popolo con il pastore e il suo gregge pervade tutto l’Antico Testamento, ispirando il Salmista:

1 Salmo. Di Davide.
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla;
2
su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce.
(Salmi
22,1-2)

2 Tu, pastore d’Israele, ascolta, tu che guidi Giuseppe come un gregge. Assiso sui cherubini rifulgi
3
davanti a Efraim, Beniamino e Manasse. Risveglia la tua potenza e vieni in nostro soccorso.
(Salmi
79,2-3)

E, anche se nel corso dei secoli ha vinto l’interpretazione metaforica del binomio pastore/gregge, non bisogna dimenticare che storicamente (cioè intorno alla metà del II millennio a.C.) il popolo ebraico nasce come popolo nomade dedito alla pastorizia.

Ora — al di là dei manierismi arcadizzanti che in varia misura hanno condizionato e ancora condizionano l’immaginario collettivo in relazione alle meraviglie perdute della civiltà contadina — se c’è un mestiere che concentra in sé il potere terribile e arbitrario di dare la vita e al contempo la morte, questo è proprio la pastorizia. A nessuno, come al pastore, si attaglia la descrizione di colui che con una mano dà e con l’altra prende[1]: il pastore che oggi affronta il lupo per salvare l’agnello, domani sgozzerà la bestiola con le sue stesse mani; il pastore che passa la notte assistendo la vacca che deve sgravarsi, fa già il conto di quanto ricaverà dalla vendita o dalla macellazione dei vitelli.

In un mondo siffatto, c’è forse da stupirsi se la divinità — che l’ingenuità originaria si raffigura come un essere di sembianze simili a quelle umane, ma dotato in massimo grado delle qualità umane e totalmente scevro dagli umani difetti — assume i caratteri di un pastore onnipotente? Un pastore che tutto sa e tutto può; un pastore che non guida animali, ma uomini; un pastore che garantisce al suo gregge un ovile (la Terra Promessa) e la sicurezza dagli attacchi dei nemici, pretendendone in cambio la cieca sottomissione del bestiame destinato al macello? Naturalmente, poiché quello umano è un bestiame che riflette e progetta, per convincerlo ad accettare quel macello inevitabile e imprevedibile (poiché dipende dall’arbitrio del pastore) con serenità o almeno con non troppe ambasce occorre ingannarlo “per il suo bene”: e incantarlo con gli imperscrutabili disegni di Dio o con la promessa di una vita — quella vera!  — dopo la morte.

In questa prospettiva prossima alla zootecnia, anche la lunga marcia di Mosè assume le caratteristiche di una particolarissima transumanza dal sigillo divino: il gregge umano, retto dalla verga del pastore nominato da Dio, lascia gli stazzi egizi e va verso il mare, oltre il quale si stendono i pascoli della terra promessa:

[5] La parola del Signore è contro di te, Canaan, paese dei Filistei: «Io ti distruggerò privandoti di ogni abitante.
6 Diverrai pascoli di pastori e recinti di greggi».
(Sofonia 2,5-6)

Esiste davvero, dunque, più che una somiglianza una vera analogia fra il Dio-pastore e gli uomini-pastori dell’Antico Testamento. Come i pastori umani usano festeggiare gli eventi lieti con banchetti a base di bestiame macellato, così anche il pastore divino ama la carne e il sangue; e al riguardo emana precise disposizioni — per esempio questa:

26 Il Signore aggiunse a Mosè: 27 «Quando nascerà un vitello o un agnello o un capretto, starà sette giorni sotto la madre; dall’ottavo giorno in poi, sarà gradito come vittima da consumare con il fuoco per il Signore. 28 Non scannerete vacca o pecora lo stesso giorno con il suo piccolo. […] Io sono il Signore.

31 Osserverete dunque i miei comandi e li metterete in pratica. Io sono il Signore.

(Levitico 22,26-31)

Per la verità, l’Antico Testamento rigurgita di animali ammazzati nei modi più diversi ed è prodigo di esortazioni in tal senso — non mancano neppure espliciti inviti a riservare lo stesso tipo di trattamento ad alcune categorie umane, come questo:

2 «Così dice il Signore degli eserciti: […] 3 Va’ dunque e colpisci Amalek e vota allo sterminio quanto gli appartiene, non lasciarti prendere da compassione per lui, ma uccidi uomini e donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini». […] 7 Saul colpì Amalek […]. 8 Egli prese vivo Agag, re di Amalek, e passò a fil di spada tutto il popolo. 9 Ma Saul e il popolo risparmiarono Agag e il meglio del bestiame minuto e grosso, gli animali grassi e gli agnelli, cioè tutto il meglio, e non vollero sterminarli; invece votarono allo sterminio tutto il bestiame scadente e patito.

(1 Samuele 15,2-9)

Senza entrare nel merito etico o ideologico di quest’ultima creativa applicazione del concetto di sacrificio gradito a Dio, vale invece la pena di sottolineare il senso pratico di questo popolo di pastori, che neanche il furor guerresco riesce a offuscare: risparmiarono il meglio del bestiame minuto e grosso, gli animali grassi e gli agnelli, cioè tutto il meglio, e non vollero sterminarli; invece votarono allo sterminio tutto il bestiame scadente e patito”[2]. È il trionfo del pragmatismo più spicciolo — quello che, semplicemente, reifica tutto ciò che è altro-da-sé per consentire al soggetto di considerare e quindi sfruttare tutto (persone, animali e cose) come mezzo per i suoi fini. È il trionfo del padrone sulle sue proprietà — paradossalmente, il trionfo del nichilismo stile Ottocento: «Non già quell’albero, bensì la mia forza di disporre d’esso come mi pare e piace, costituisce la mia proprietà. Come s’esprime ora questa forza? Dicendo: io ho diritto a quest’albero, oppure, esso è mia proprietà legittima. […] Io non debbo alla natura, come tale, alcun rispetto: verso di lei mi si concede ogni diritto»[3]. Il trionfo del capitalismo, potremmo dire: il trionfo della modernità.

[...]

Il buon pastore

La figura del pastore ritorna anche nel Nuovo Testamento, e segnatamente nei Vangeli: nei quali, in particolare,  Gesù viene identificato col “buon pastore”, cioè il pastore che fa bene il suo mestiere — quello che “offre la vita per le pecore” (Giovanni 10,11); che “conosce le sue pecore come le pecore conoscono lui” (Giovanni 10,14); che deve condurre “altre pecore che non sono di quest’ovile”, ma che ascolteranno la sua voce e “diventeranno un solo gregge e un solo pastore” (Giovanni 10,16). Soprattutto, nella Lettera agli Ebrei è Paolo di Tarso che definisce Gesù «il Pastore grande delle pecore, in virtù del sangue di un’alleanza eterna» (Ebrei 13,20).

Ma, nell’altra accezione del termine, è davvero buono, questo pastore? O piuttosto, grattando via la vernice dell’apparenza, non affiora la sostanza violenta del Cristo e del suo messaggio?

Così si esprime Francesco Saba Sardi:

«Di che cosa è portatore il dio ipostatizzatosi una tantum […] nel figlio del falegname e della Vergine, il rampollo del cielo? Egli è il veicolo del Verbo, imposizione di un ordine razionale (Salvezza) al caos (male, peccato, paganesimo); e insieme, è ambasciatore di violenza (definitiva condanna del reprobo, cioè del miscredente, del criminale nemico dello stato — del potere — ovvero della comunità celeste). È un persecutore.»[4]

Soprattutto, Gesù è implacabile — e sincero. È quello che dice «chi non è con me è contro di me» (Matteo 12,30); e che ammonisce «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera:  e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa» (Matteo 12,34-36).

Coerentemente con le premesse veterotestamentarie, Gesù ribadisce la sua continuità con esse:

36 […] le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. 37 E anche il Padre, che mi ha mandato, ha reso testimonianza di me. […] 39 Voi scrutate le Scritture credendo di avere in esse la vita eterna; ebbene, sono proprio esse che mi rendono testimonianza. […] 46 Se credeste infatti a Mosè, credereste anche a me; perché di me egli ha scritto».

(Giovanni 5,36-46)

E persegue i suoi fini con ogni mezzo, nel solco dell’antica tradizione, come dimostrano un paio di episodi solitamente trascurati — almeno per quanto ne riguarda il senso e (di nuovo) il messaggio: si tratta della liberazione degli indemoniati e della maledizione del fico.

Il primo episodio ricorre in due versioni che differiscono di poco:

28 Giunto all’altra riva, nel paese dei Gadarèni, due indemoniati, uscendo dai sepolcri, gli vennero incontro; erano tanto furiosi che nessuno poteva più passare per quella strada. 29 Cominciarono a gridare: «Che cosa abbiamo noi in comune con te, Figlio di Dio? Sei venuto qui prima del tempo a tormentarci?».

30 A qualche distanza da loro c’era una numerosa mandria di porci a pascolare; 31 e i demòni presero a scongiurarlo dicendo: «Se ci scacci, mandaci in quella mandria». 32 Egli disse loro: «Andate!». Ed essi, usciti dai corpi degli uomini, entrarono in quelli dei porci: ed ecco tutta la mandria si precipitò dal dirupo nel mare e perì nei flutti. 33 I mandriani allora fuggirono ed entrati in città raccontarono ogni cosa e il fatto degli indemoniati. 34 Tutta la città allora uscì incontro a Gesù e, vistolo, lo pregarono che si allontanasse dal loro territorio.

(Matteo 8,28-34)

1 Intanto giunsero all’altra riva del mare, nella regione dei Gerasèni. 2 Come scese dalla barca, gli venne incontro dai sepolcri un uomo posseduto da uno spirito immondo. 3 Egli aveva la sua dimora nei sepolcri e nessuno più riusciva a tenerlo legato neanche con catene, 4 perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva sempre spezzato le catene e infranto i ceppi, e nessuno più riusciva a domarlo. 5 Continuamente, notte e giorno, tra i sepolcri e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre. 6 Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi, 7 e urlando a gran voce disse: «Che hai tu in comune con me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!». 8 Gli diceva infatti: «Esci, spirito immondo, da quest’uomo!». 9 E gli domandò: «Come ti chiami?». «Mi chiamo Legione, gli rispose, perché siamo in molti». 10 E prese a scongiurarlo con insistenza perché non lo cacciasse fuori da quella regione.

11 Ora c’era là, sul monte, un numeroso branco di porci al pascolo. 12 E gli spiriti lo scongiurarono: «Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi». 13 Glielo permise. E gli spiriti immondi uscirono ed entrarono nei porci e il branco si precipitò dal burrone nel mare; erano circa duemila e affogarono uno dopo l’altro nel mare. 14 I mandriani allora fuggirono, portarono la notizia in città e nella campagna e la gente si mosse a vedere che cosa fosse accaduto.

15 Giunti che furono da Gesù, videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. 16 Quelli che avevano visto tutto, spiegarono loro che cosa era accaduto all’indemoniato e il fatto dei porci. 17 Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio.

(Marco 5,1-17)

Si noterà l’umorismo involontario di entrambi gli evangelisti, che diligentemente riportano la preghiera rivolta dai locali a Gesù perché lasci il loro territorio — meglio qualche indemoniato e un cospicuo branco di porci, piuttosto che nessuno dei due. A parte queste frivolezze, però, resta il fatto centrale: l’assimilazione di esseri viventi a semplici cose, da utilizzare — in questo caso, letteralmente, buttare — senza nessuna considerazione per il loro valore intrinseco di creature.

Naturalmente, sulla scorta di quanto detto fin qui non ci si stupirà dell’apparente bizzarria. Anche perché il secondo episodio — narrato anch’esso da Matteo e Marco con lievi differenze — è ancora più singolare:

18 La mattina dopo, mentre rientrava in città, ebbe fame. 19 Vedendo un fico sulla strada, gli si avvicinò, ma non vi trovò altro che foglie, e gli disse: «Non nasca mai più frutto da te». E subito quel fico si seccò. 20 Vedendo ciò i discepoli rimasero stupiti e dissero: «Come mai il fico si è seccato immediatamente?». 21 Rispose Gesù: «In verità vi dico: Se avrete fede e non dubiterete, non solo potrete fare ciò che è accaduto a questo fico, ma anche se direte a questo monte: Levati di lì e gettati nel mare, ciò avverrà. 22 E tutto quello che chiederete con fede nella preghiera, lo otterrete».

(Matteo 21, 18-22)

12 La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fame. 13 E avendo visto di lontano un fico che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se mai vi trovasse qualche cosa; ma giuntovi sotto, non trovò altro che foglie. Non era infatti quella la stagione dei fichi. 14 E gli disse: «Nessuno possa mai più mangiare i tuoi frutti». E i discepoli l’udirono. […] 20 La mattina seguente, passando, videro il fico seccato fin dalle radici. 21 Allora Pietro, ricordatosi, gli disse: «Maestro, guarda: il fico che hai maledetto si è seccato».

(Marco 11,12-20)

Di quale colpa si è macchiato, infatti, il povero fico? Proprio di nessuna: non aveva frutti semplicemente perché “non era quella la stagione dei fichi”; e se di “colpa” si deve parlare, l’unico “colpevole” qui è proprio il figlio del dio creatore, che certe cose avrebbe pur dovuto saperle. Ma l’impressione che se ne ricava è quella di un moto di stizza molto simile a quello di chi, contrariato perché qualcosa non va per il verso giusto, rompe un oggetto o se la prende con qualcuno che non c’entra nulla: il moto di stizza tipico di chi, preoccupato soltanto dei propri fini, considera l’altro-da-sé come semplice mezzo — Kant è ancora di là da venire[5].

NOTE

[1] Giobbe 1,21: «Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!».

[2] A proposito di senso pratico, l’economista americano William Sharpe, premio Nobel per l’economia nel 1990, «riporta il primo contratto d’opzione già nella Bibbia, nella Genesi al cap. 29: Giacobbe ottiene la possibilità di sposare Rachele (l’underlying asset) in cambio di sette anni di lavoro (il premio) per il padre di lei, Labano; allo scadere dell’option però Labano sostituisce l’asset Rachele con l’altra figlia, Lea “dai begli occhi”. Giacobbe decide quindi, in assenza di ogni possibilità di vedere riconosciuta la validità del contratto verbale stipulato sette anni prima, di lavorare altri sette anni e avere infine Rachele»: Chiara Oldani, I derivati finanziari dalla Bibbia alla Enron, Milano, Franco Angeli 2010, p. 47. Cfr. inoltre il classico benché controverso Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo.

[3] Max Stirner, L’Unico e la sua proprietà, Torino, Bocca, 1902, pp. 276-278.

[4] Francesco Saba Sardi, Dominio. Potere religione guerra, Milano, Bevivino 2004, p. 120.

[5] Sempre in quest’ottica si colloca la curiosa idea di preghiera lumeggiata da Gesù, per cui tutto quello che verrà chiesto con fede sarà ottenuto, e che sta agli antipodi del sentire precristiano, più fluidamente logico e rispettoso del reale: «Un uomo aveva due figlie, maritata una a un vasaio e l’altra a un ortolano. Un giorno andò a trovare la moglie del vasaio, e quella gli disse: “Padre, prega che faccia bel tempo e ci sia sole e caldo, perché i vasi che ha fatto mio marito possano asciugare per bene”. L’uomo le promise che l’avrebbe fatto e poi si recò dalla moglie dell’ortolano, la quale a sua volta gli disse: “Padre, prega che venga la pioggia, così la terra che mio marito ha coltivato potrà dare frutto”. A queste parole il pover’uomo, sconsolato, rispose: “Tu, figlia mia, vuoi la pioggia, e tua sorella invece vuole il sole. Quale delle due dovrò accontentare pregando gli dèi?”» (Esopo).

(tratto da: Alessandra Colla, “Il monoteismo giudaico-Cristiano e il non-umano”, in La persona nelle filosofie dell’ambiente, Limina Mentis 2012)


feb 23 2013

“Oggi è giorno di elezioni!”


gen 25 2013

Sulla servitù moderna – il film

sulla servitù moderna – il film.


gen 13 2013

Per Roberta Ragusa, donna tradita da donne

Non amo parlare di fatti di cronaca su queste pagine, ma oggi faccio un’eccezione — una riflessione.

Esattamente un anno fa scompariva Roberta Ragusa: non ci spendo molte parole, perché la cosa è nota. Così, eviterò di parlare del marito (proprio in queste ore sembra che la sua posizione si stia aggravando) e del suocero — impenetrabili e uniti forse da una solidarietà tutta maschile ancora più forte del rapporto di sangue; ed eviterò di parlare anche del cognato e della sua famiglia, figure assenti e misteriose.

Vorrei parlare brevemente, invece, di altre due donne che compaiono in questa storia ignobile e non tanto piccola, sia pure a titolo assai diverso: la Suocera e la Rivale (uso la maiuscola per sottolineare il carattere di tipo psicologico delle due figure).

Sappiamo che Roberta non aveva più una famiglia d’origine, e che le erano rimasti soltanto dei cugini; il suo essere madre- moglie-nuora in un ambiente se non apertamente ostile, certo non caldo e avvolgente come si presume o ci si illude debba essere una famiglia anche acquisita (ma Aristotele diceva che la famiglia è il luogo della tragedia), deve esserle pesato non poco, e meno male che Roberta occhi-pensosi ha potuto contare, non sappiamo fino a che punto, su amiche sincere. Ma la Suocera? Donna, è stata moglie e madre e nuora a sua volta: eppure sembra che abbia potuto dimenticare queste fasi della vita. Del pari, sembra aver potuto tollerare il clima di freddezza creatosi intorno alla moglie di suo figlio — nonché madre dei suoi nipoti; e forse vi ha contribuito lei stessa: per convinzione, per educazione, per rivalsa, per paura… Sono varie e molteplici le motivazioni che inducono le donne a farsi la guerra, in modo più o meno strisciante ma sempre feroce e talvolta vigliacco. Max Scheler ha scritto pagine intense sulla figura della suocera, aprendo spiragli significativi sul conflitto fra le due polarità femminili — materna e coniugale — che ruotano intorno al maschio nella nostra cultura. Ma non credo che nella vicenda di Roberta ci sia spazio per Scheler — non c’era spazio nemmeno per lei, ingabbiata in una routine povera di soddisfazioni e passabilmente frustrante, a giudicare da quello che è emerso.

Quanto alla Rivale, l’altra sera a “Quarto grado” Barbara Palombelli è cautamente esplosa chiedendo «ma non ha una coscienza?!?»: dando così voce alle perplessità dei molti che seguono il caso e che, indipendentemente dal sesso, non si capacitano dell’assoluta indifferenza con cui questa ragazza, capitata per caso nella vita di Roberta, l’ha vampirizzata fino a toglierle tutto, senza la minima remora e con una sfrontatezza imbarazzante.

Quello che mi colpisce, in definitiva, è la totale mancanza di empatia della Suocera e della Rivale nei confronti di una donna come loro — è l’assenza del maternage e della sorellanza.

Ecco, l’ho detto. Ho tirato fuori due concetti così misconosciuti da farmi pensare che forse me li sono sognati — naturalmente non è così, ma mi chiedo perché siano confinati negli ambiti ristretti degli specialisti, e non rispolverati e diffusi e donati a tutte le donne: il termine maternage indica propriamente l’insieme di cure e attenzioni che la madre presta al bambino nei primi anni di vita, ma si è poi esteso a comprendere una tecnica psicoterapica e una modalità relazionale fra donne non consanguinee (Rachele Farina ne individua un esempio illustre in Adelaide Bono Cairoli e Adriana Panizza); il termine “sorellanza”— «parola e concetto il cui status politico è ancora debole e incerto»—, modellato sul più comune “fratellanza” e tipico del pensiero femminista, viene così spiegato dalla teologa femminista Mary Daly:

il termine «sorellanza» puntualizza direttamente il fenomeno rivoluzionario dell’unione tra coloro che sono state condizionate a rimanere divise e poste l’una contro l’altra: un’unione che presagisce rivolta ed è di per se stessa l’inizio della rivoluzione. La nuova sorellanza non è la semplice incorporazione in una fratellanza, come è avvenuto per esempio per le «sorelle» religiose che sono state incorporate in un certo modo nella fratellanza della Chiesa. Al contrario, è uno sforzo attivo di guarire il dualismo presente all’interno del sé femminile. Anziché implicare un’illusoria incorporazione nella «fratellanza degli uomini», implica lo starne fuori. Essa fornisce la sola base realistica per accettare la fraternità, perché senza di essa le donne vengono rigettate nella dipendenza emotiva dagli uomini che le strutture sociali prevalenti esigono. (M. Daly, Al di là di Dio Padre, traduzione di D. Maisano e M. Lister, Editori Riuniti, Roma 1990, pp. 76-77).

Tornando al caso di Roberta Ragusa, mi sembra di poter cogliere un’immensa aridità nelle altre figure femminili che la affiancano nel fortilizio domestico di Gello: la Suocera non sembra capace o interessata a prestare alla giovane nuora quelle attenzioni affettuose che tanto più s’imponevano dopo che Roberta era rimasta orfana di entrambi i genitori; e la Rivale non sembra vedere in Roberta una donna come lei, con le sue stesse fragilità e aspettative, ma piuttosto un mero ostacolo sulla via della felicità (?) accanto all’uomo che da anni le ripete le menzogne di tutti i mariti fedifraghi e che di fatto l’ha irretita in una sorta di ménage-à-trois — particolarmente odioso perché uno dei vertici del triangolo, la povera Roberta, è ignara e ingannata.

È plausibile che la Suocera, proveniente da un’epoca e una cultura assai più maschiliste dell’attuale (il che è tutto dire), non fosse davvero in grado di cogliere il disagio di Roberta; o che sia così succube dei maschi della famiglia da non avere il coraggio di opporsi (prima) e di parlare (adesso), neppure di fronte allo smarrimento dei nipotini — senza madre da un anno, con l’orrendo sospetto che il papà possa essere in qualche modo implicato nella scomparsa, e ai quali viene da qualche mese imposta la presenza in casa della donna che potrebbe essere coinvolta nella sparizione della loro mamma.

Ma la Rivale, più giovane di Roberta, sembra riassumere in sé il fallimento del lungo impegno a beneficio delle donne portato avanti per secoli da altre donne, nel nome di un destino comune e di un comune obiettivo che le affrancasse finalmente da uno stato di soggezione più o meno palese e dalle infinite sfumature.

Così, Suocera e Rivale restano inscritte nel circolo vizioso della dipendenza dal maschio: Marito, Figlio o Amante che sia, figura centrale attorno alla quale ruota l’intera esistenza di queste donne incapaci di trovare al proprio esistere un senso compiuto, esterno alla relazione di appartenenza a un uomo — “moglie di…”, “madre di…”, “amante di…” — oppure, quel che è peggio, caparbiamente attaccate a questo modello di rappresentazione di sé.

Nel momento in cui scrivo, non ho idea di come andrà a finire la brutta storia di Roberta, donna e moglie ripetutamente tradita, madre tenerissima che non potrà accompagnare i suoi figli nell’avventura della crescita. Come donna, come moglie e come madre, resto sgomenta di fronte a una perdita che colpisce tutti, che dovrebbe far riflettere e che nessuno potrà mai colmare. Che terribile spreco.


gen 9 2013

La distruzione delle relazioni umane

Nella modernità neoliberale, la dominazione burocratica colonizza tutti gli aspetti della vita quotidiana.


dic 21 2012

21-12-2012: la fine del mondo secondo me

L’ho sempre saputo di essere distratta. E infatti ieri, dimenticandomi che oggi il mondo finirà, mi sono comprata delle cose carine che non farò in tempo a indossare, accidenti.

O forse sì, se il mondo finisce a mezzanotte. Ma se finisce prima? Mi piacerebbe saperlo, anche se sono una abituata agli imprevisti. E mi piacerebbe sapere se finisce proprio per tutti definitivamente, o se poi resta un qualcuno come nei film catastrofici di serie Z che adoro guardare mentre faccio altro — scrivo, agucchio (quanto mi piace questo verbo d’antan), riordino eccetera. Dicevo che  mi piacerebbe sapere se poi resta qualcuno: perché è solo in quei film lì che i superstiti sono bellissimi buonissimi bravissimi — kalokagathòtatoi, credo si direbbe in greco. Forse faccio ancora in tempo a chiederlo al mio referente filologico, o forse no perché se il mondo finisce ho un sacco di cose da fare, prima.

Anzi no, a pensarci bene: se dopo non resta nessuno, che m’importa di lasciare le cose in sospeso? Una bella ekpyrosis, come ipotizzavano gli Stoici, e via andare. Decisamente, una cosina rapida sarebbe auspicabile: un po’ perché non mi piacciono le robe tirate in lungo e un po’ perché, se proprio si deve soffrire, che il dolore sia breve, eccheccàspita. Già non è il massimo fare in tempo a rendersi conto che sta finendo tutto e che non puoi farci niente  (come quando cadi dall’ultimo piano di un grattacielo, per dire, o da un aereo senza paracadute), figurarsi dover aspettare delle ore perché venga il proprio turno: molto meglio uno zot! — attimo non fermarti, perché stavolta non sei mica tanto bello.

Che poi le versioni sono discordanti: il mondo finisce per una convergenza di catastrofi planetarie e poi non ne rimase nessuno, come diceva Agatha; no, il mondo finisce perché arriva Nibiru dallo spazio e l’impatto sarà tale da sbriciolare il globo e chi s’è visto s’è visto; macché, arriva sì Nibiru, ma si limiterà (?) a sbucciare un po’ d’arancia azzurra e certo dall’altra parte non si starà mica tanto bene e le ripercussioni negative ci saranno eccome ma insomma domani è un altro giorno e francamente me ne infischio. Vai a sapere qual è la versione giusta.

Il guaio è che ho a che fare con gente che non ci crede neanche un po’, alla fine del mondo. Così stamattina, nonostante tutto, mi è toccato alzarmi presto e spedire il figlio a scuola e dare una sistemata alla casa e vestirmi e truccarmi e uscire per andare al lavoro: mentre invece mi sarebbe piaciuto così tanto poltrire in vestaglia, un caffè a metà mattina e un buon libro, con mia madre che telefona alle amiche e il cane che rosicchia un ramo preso al parco e il suddetto figlio che chatta e mio marito che pensa a cosa cucinerà stasera — vorrai mica andartene a digiuno?!?

Insomma oggi sembra che sarà un giorno come un altro, me lo sento — almeno finché non verremo spazzati via da chissà cosa. Pare ci sia tempo fino a mezzanotte, e allora non resta che aspettare. Intanto sono riuscita anche a prendere appuntamento con la parrucchiera, affinché la morte mi trovi forte, degna e col capello stiloso — quel che si dice andarsene in bellezza.

Arrivederci, gente, e non addio.


dic 15 2012

“Memento naturae” contro Telethon

Comunicato ufficiale 15 Dicembre 2012 (successivo al blitz)

Venerdì 14 dicembre 2012 dalle 10 di mattina fino al tardo pomeriggio, l’associazione “Memento Naturae” ed il gruppo giovanile “Istinto Animale” hanno coordinato una azione volta a smascherare i considerevoli finanziamenti alla vivisezione commissionati dalla Fondazione Telethon.

Una Vela di 4 metri ha attraversato moltissime zone della Capitale come Circo Massimo, Piramide, Aventino, Labicana, Manzoni, Emanuele Filiberto, San Giovanni, Re di Roma, Merulana, Porta Pia, Via XX Settembre, Piazza Esedra, Stazione Termini, Cavour, Muro Torto, Piazzale Flaminio, Lungotevere, Piazza Mazzini, Piazzale Clodio, Piazzale degli Eroi, Cipro, Pio XII, Olimpica e Villa Pamphili, Circonvallazione Gianicolense, San Giovanni di Dio, Stazione Trastevere, Piazzale della Radio, Portuense, Marconi, Eur, Laurentina e Tintoretto (ma di passaggio anche molte altre vie), con la scritta “Ma Telethon finanzia la Vivisezione? Ricorda che sacrificando un topolino non aiuterai mai un bambino! Pensaci quando ti chiedono di donare!

La scelta concordata di utilizzare per la grafica l’immagine di un topo ed il riferimento ironico sulle migliaia di volantini distribuiti con la frase “se doni 1 euro a Telethon ammazzi Topolino”, sono nate dall’esigenza di fare vera e propria chiarezza scientifica non utilizzando volutamente quei classici riferimenti animali che offrono sicuramente sensibilità maggiori e consensi più facili, ma invece portando in campo quegli animali molto meno amati dalla gente e che proprio per questa loro poca simpatia sono utilizzati sull’altare della vivisezione, facendo credere a chi non sa, che il loro sacrificio salverà vite umane, soprattutto bambini.

Ebbene come ha magistralmente ricordato il Dr. Thomas Hartung noi però non siamo topi di 70 kg. ed il cancro indotto artificialmente su un topolino non potrà mai essere confrontato con un cancro umano nato spontaneamente e lo stesso discorso vale per le terapie geniche dove il modello murino non permetterà mai di ottenere una stessa risposta accettabile anche nell’uomo.

Noi siamo sicuramente molto simili ma al tempo stesso molto differenti e questo è un dettaglio di non poco conto e che ha creato catastrofi farmaceutiche di una certa rilevanza, basti pensare alla vicenda Talidomide.

Tornando all’azione, Il momento più importante è stato sicuramente quando verso l’ora di pranzo siamo arrivati nella “Tana del Lupo”, dove giocava in casa Telethon e la sua amichetta RAI, visto che davanti al rinomato Bar Vanni ci siamo posizionati ed abbiamo iniziato un volantinaggio a tappeto in tutte le vie limitrofe che forse ha mandato di traverso il boccone a qualcuno.

Tra Via Monte Zebio e Via Col di Lana (dove si trova proprio il Teatro delle Vittorie RAI) e comunque nei pressi di Piazza Mazzini abbiamo ripetutamente mandato in “missione” la nostra vela che è stata sicuramente una inaspettata sorpresa a vedere gli occhi dei presenti e dei vip che di fronte al teatro si stavano preparando per un collegamento televisivo.

Ma non ci è bastato questo! Siamo anche volutamente passati in Via Teulada, agli studi centrali della RAI e davanti alla statua del suo cavallino, davanti alla sede di LA7 ed in altri punti “strategici”, perché nostra intenzione era di manifestare il nostro (e di molti altri) dissenso, nei confronti di quel cosiddetto servizio pubblico che continua a far parlare solo una voce del coro senza accettare mai un confronto.

Sappiamo molto bene che questo comunicato darà fastidio a qualcuno, probabilmente non avrà grosso seguito da parte delle testate giornalistiche più conosciute.

Ma oggi fortunatamente, sta crescendo un mondo nuovo con cui si può condividere e si può partecipare: la rete, un mondo “virtuale” che da un momento all’altro può trasformarsi in “reale”, visto che oramai ci siamo accorti tutti di quella sudditanza ormai troppo evidente e sfacciata di stampa e tv nei confronti di un potere omologato e servo solo al Dio Denaro e di certo non attento alle opinioni e alle richieste della gente e a ciò che siamo tutti indistintamente costretti a subire.

Ai signori della Telethon cui due anni fa abbiamo inviato una nostra risposta ad un loro comunicato che non ha poi avuto “stranamente” seguito, vorremmo chiedere a quali risultati “promettenti” si arriverà con un accordo fatto con la multinazionale britannica del settore farmaceutico Glaxo SmithKline, sotto inchiesta per alcuni vaccini che hanno comportato problemi in alcuni paesi, cliente di HLS (Huntingdon Life Sciences, una delle aziende peggiori nel campo della vivisezione) e con una sua sede in Italia (precisamente a Verona) fatta chiudere nel febbraio 2010, cioè otto mesi prima della vostra “brillante” alleanza?

Ed alla direttrice di Telethon, che in una intervista di qualche tempo fa su “Il Giornale”, ha avuto il coraggio di affermare che i metodi alternativi alla vivisezione sono complementari e non sostitutivi, quando perfino gli stessi vivisettori ammettono che i risultati ottenuti sugli animali sono assolutamente fuorvianti e casuali quando applicati agli umani, cosa le dovremmo rispondere?

Bastano queste due cose, tralasciandone moltissime altre, per notare come in alcuni di questi personaggi che in televisione ci chiedono caritatevolmente fondi, ci sia molta poca trasparenza.

Ecco perché tutti insieme dobbiamo iniziare a collaborare ripartendo dalla base per far finalmente crollare questo loro castello di carta attraverso una convinta opera di disinformazione che miri ad accendere la mente di chi ancora fideisticamente crede alle loro chiacchiere.

1mo Comunicato (antecedente il blitz)

Venerdì 14 dicembre 2012 l’associazione “Memento Naturae” ed il gruppo giovanile “Istinto Animale” hanno organizzato una azione volta a smascherare i considerevoli finanziamenti alla vivisezione commissionati dalla Fondazione Telethon.

Una Vela di 4 metri attraverserà molte zone della Capitale tra cui Circo Massimo, Piramide, Aventino, San Giovanni, Re di Roma, Piazza Esedra, Termini, Piazza Mazzini, Piazzale Clodio e molte altre, con la scritta “Ma Telethon finanzia la Vivisezione? Ricorda che sacrificando un topolino non aiuterai mai un bambino! Pensaci quando ti chiedono di donare!

Sono tantissime, in Italia e nel mondo, le voci contrarie di associazioni e cittadini alla sperimentazione animale o vivisezione (che è la stessa cosa, nonostante ci sia ancora chi vuol far credere che si tratti di cose diverse: a parole forse, ma non certo per il dolore e la morte degli animali che la subiscono); sono numerosi i ricercatori anti-vivisezionisti che da anni chiedono ai ricercatori vivisettori la possibilità di un contradditorio pubblico per dimostrare la non scientificità di un modello animale o transgenico per la cura delle malattie genetiche; sono recenti (dicembre 2009) gli studi scientifici sulla DMD – Distrofia Muscolare di Duchenne che hanno rivelato l’inutilità di ratti e topi, e ai quali non è stata data smentita o risposta.

Nonostante la realtà concreta di tutti questi fatti, Telethon continuerà ancora a finanziare le false ricerche e a raccogliere fondi attraverso i media.

Anche in questa Maratona 2012 la Rai, con tutti i mezzi di cui dispone, sosterrà con il suo nutrito palcoscenico la Fondazione Telethon e di conseguenza anche le multinazionali della vivisezione: infatti oltre alle moltissime banche che “stranamente” si adoperano per ottenere donazioni a favore di Telethon si è aggiunto, dall’ottobre 2010, il colosso multinazionale farmaceutico Glaxo SmithKline, che in qualità di suo partner, avrà la licenza esclusiva di sviluppare e mettere in commercio la terapia genica contro la ADA-SCID, rara malattia di immunodeficienza. Questo deve far riflettere.

Ogni anno si dichiara di aver ottenuto risultati promettenti su questa o quell’altra malattia particolare, ma non è ben chiaro a quale scopo sia effettivamente destinata la spropositata quantità di denaro che finisce nelle casse della Fondazione Telethon.

Dalle solite dichiarazioni ufficiali preconfezionate o dalle frasi emotive ad effetto non si capisce molto: la realtà è che, se si vuole curare veramente una malattia genetica negli umani e soprattutto nei bambini, l’unica terapia efficace è da riscontrare SOLO nell’uomo stesso e MAI nell’animale, che anzi è un modello scientificamente obsoleto.

In un momento di ristrettezza economica come la presente è doveroso dire alle persone che si privano dei loro soldi faticosamente guadagnati che “uccidere un topo per salvare un bambino” è solo PURA MENZOGNA.

Fino a quando la Fondazione Telethon non si impegnerà a destinare le sue ingenti risorse alla ricerca vera, quella che non lucra sulla pelle degli animali, tutti i sospetti che gravano su di essa in relazione ai bilanci impressionanti che denunciano introiti colossali ottenuti di anno in anno grazie alle donazioni e alle offerte, per noi diventeranno assolute certezze della precisa intenzione di voler nascondere ben altre e meno nobili verità e per questo continueremo in questa contro-informazione e la boicotteremo per smascherare queste diverse finalità.


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