mar 29 2011

La Siria manifesta al fianco di Assad

Un video che difficilmente vedremo sui media ufficiali:

http://italian.irib.ir/videos/item/90592-siria-video-delle-manifestazioni-di-oggi


feb 2 2011

Finirà l'era del telemarketing selvaggio?

Di volata, ma esterno il mio sollievo per questa iniziativa vista ieri su paperblog:

Da oggi 1 febbraio 2011 STOP alle telefonate rompiquiete domestica. Va in vigore la legge che “dovrebbe” consentire maggiore tranquillità nelle nostre case, sarà possibile infatti, sfuggire alla persecuzione di tutti quei venditori molesti che turbano la nostra tranquillità domestica.

Un serio stop al telemarketing che finalmente arriva per porre fine al selvaggio squillare dei telefoni delle abitazioni e che disturba chi riceve le telefonate indesireate, soprattutto ad orari improponibili. Chi non si iscriverà sul registro delle opposizioni, continuerà a essere bersagliato di mira dalle telefonate pubblicitarie non richieste. Stop a pubblicità di prodotti o di proposte telefoniche, sondaggi e offerte commerciali con pochi e facili passi e che invece durano decine di minuti.

Ecco l’indirizzo al quale registrarsi www.registrodelleopposizioni.it.

Funzionasse, sarebbe una benedizione…


ago 16 2010

Cari amici vicini, lontani e ritrovati…

… e cari lettori/commentatori,
sono certa che potrete pazientare fino alla fine di agosto per leggermi.
Qui dove sono, la connessione internet è — userò un eufemismo — problematica. Anche una cosa così semplice come controllare la posta richiede tempi geologici ai quali non siamo più abituati, e dal momento che sono (o presumo di essere) in vacanza l’ultima cosa che voglio è restare incatenata a questo diabolico oggetto che è il computer.
Quindi, poiché in questo scampolo di web non si trattano, per ora, questioni di vita o di morte, spero non me ne vorrete se rimando tutte le risposte a quando sarò tornata — in me, all’usato lavoro, in città… alla normalità, insomma.
Grazie e a presto.


mag 19 2010

A Malcolm X, che oggi compirebbe gli anni

Oggi, se fosse vivo, Malcolm X compirebbe 85 anni.
Il 27 aprile scorso è uscito di prigione Talmadge Hayer, noto anche come Thomas Hagan, uno degli assassini di Malcolm X — sembra che Sarah Palin (noi abbiamo la Santanché, gli americani sono più forti e hanno scelto per primi) abbia commentato «era ora!», ma non trovo pezze d’appoggio e non mi assumo la responsabilità della cosa. Che se anche fosse vera, non mi stupirebbe.
Malcolm X, dunque, avrebbe 85 anni: mica me lo vedo, però. Per me, che ho imparato a conoscerlo una buona decina d’anni dopo la sua morte, non può che restare così com’era il 21 febbraio del 1965, quando fu tolto di mezzo da qualcuno dei molti che lo consideravano ormai troppo scomodo.
A lui e al suo sogno spezzato dedico quello che scrissi a quarant’anni dal suo assassinio. Tanto, per me, Malcolm X è uno di quelli che non muore mai.


Sono passati quarant’anni dalla morte di Malcolm X. Quarant’anni dall’assassinio di un uomo che fu e resta il simbolo delle rivendicazioni avanzate dai neri americani contro l’oppressione statunitense.
Non è il caso di aggiungere altro: la sua biografia e il suo pensiero li trovate in rete — se vi interessa sapere o ricordare qualcosa di quest’uomo, preparatevi spiritualmente e non fate le vittime: perché se ancora pensate che si debba avere la pelle bianca per avere anche il diritto di parlare di libertà e dignità, siete fuori strada di brutto.
È chiaro che Malcolm X dice cose che possono suonare assai sgradevoli alle orecchie delicate e cloroformizzate di tanti onesti euroccidentalisti: pertanto, se in voi la curiosità è più forte dell’abitudine passatevi una mano sulla coscienza, non dite che non ve l’avevo detto e leggetevi qualche brano scelto (da me…) dell’appassionato discorso che Malcolm X tenne il 3 aprile 1964 nella Cory Methodist Church di Cleveland — e fateci sopra un pensierino, ché male non fa. Auguri tanti.

La scheda o il fucile
«[...] No, io non sono americano. Sono uno dei ventidue milioni di uomini dalla pelle nera che sono vittime dell’americanismo, uno dei ventidue milioni di vittime della democrazia che non è altro che un’ipocrisia travestita. Non vengo qui a parlarvi da americano, da patriota, non sono uno che saluta la bandiera o che la tira fuori ad ogni occasione, no! Io vi parlo da vittima del sistema americano; vedo l’America con gli occhi della vittima e non riesco a vedere nessun sogno americano. Quello che vedo è un incubo americano. [...] la scelta è oggi tra la scheda e il fucile. La scheda o il fucile, vi ripeto. Se avete paura di servirvi di questa espressione, ebbene tornatevene in campagna, nel campo di cotone, oppure in qualche vicolo buio dei bassifondi. [...] è proprio il governo, il governo degli Stati Uniti, il responsabile dell’oppressione, dello sfruttamento e della degradazione del popolo nero in questo paese. [...] c’è un nuovo modo di affrontare i problemi che si sta facendo strada, un nuovo modo di pensare e una nuova strategia. Questo mese saranno le bottiglie Molotov, il prossimo le bombe a mano e il prossimo ancora qualche altra cosa. Ci saranno o le schede o i fucili, o la libertà o la morte. L’unica differenza, però, tra questa e l’altra morte è che sarà reciproca. [...] normalmente non ho a che fare con gente importante, ma solo con persone comuni. Credo che si possano mettere insieme tante di queste persone comuni e spazzar via tanti di quei personaggi importanti. Quelli non hanno nulla da perdere e nulla da guadagnare e te lo dicono subito che per ballare il tango bisogna essere in due e quando si muove l’uno anche l’altro è costretto a muoversi. [...] È giusto cercare di assicurarsi diritti civili se essi significano uguaglianza di opportunità perché noi non cerchiamo di fare altro che riscuotere gli interessi dei nostri investimenti. I nostri padri e le nostre madri hanno investito in questo paese il loro sudore e il loro sangue [...] Questo è il nostro investimento, il nostro contributo, il nostro sangue perché non soltanto noi abbiamo dato loro gratuitamente la nostra fatica, ma anche il nostro sangue. Tutte le volte che l’uomo bianco chiamava il paese alla guerra, noi siamo stati i primi a indossare l’uniforme e a morire su tutti i campi di battaglia. Il nostro sacrificio è stato più grande di quelli compiuti da chi oggi gode di una posizione di privilegio in America. Il nostro contributo è stato più grande ma in cambio abbiamo ricevuto meno di tutti. [...] Cercate di capire che quando volete ottenere ciò che vi appartiene, chiunque vi privi di tale diritto è un criminale. Quando volete ottenere ciò che è vostro, siete nel pieno diritto di esigerlo e chiunque cerca di privarvene infrange la legge ed è un criminale. Questo principio fu indicato chiaramente nella sentenza della Corte Suprema che dichiarava illegale la segregazione. Ciò vuol dire che si tratta di un comportamento contrario alla legge, che il segregazionista viola la legge e quindi è un criminale. Non c’è altro modo per definirlo e quando voi dimostrate contro la segregazione, siete dalla parte della legge e la Corte Suprema è con voi.
Ora, chi è che si oppone a voi quando volete far applicare la legge? La polizia, con i suoi cani e i suoi manganelli. Quando voi dimostrate contro la segregazione, sia che si tratti delle scuole, delle zone residenziali o di qualsiasi altra cosa, avete la legge dalla vostra parte e coloro che vi si oppongono non la rappresentano più, ma anzi la violano e quindi non sono più suoi rappresentanti. [...] Se non sarete capaci di agire con fermezza, i vostri figli cresceranno «vergognandosi» di voi: se non assumete un atteggiamento deciso. Con ciò non voglio dire che dovete essere violenti, ma al tempo stesso che non dovete mai essere non violenti a meno che non incontriate chi si comporta pacificamente. Io sono non violento con quelli che lo sono con me, ma quando qualcuno usa la violenza nei miei confronti, allora è come se impazzissi e non sono più responsabile delle mie azioni. [...] Quando sapete di non infrangere la legge, di battervi per i vostri diritti legali e morali, secondo giustizia, allora sappiate morire per quello in cui credete. Ma non morite soli, fate che la vostra morte sia reciproca. Questo è quello che s’intende per uguaglianza. Occhio per occhio, dente per dente. [...] Il mondo deve sapere che le mani di questa società grondano sangue. Il mondo deve sapere quanto è grande la sua ipocrisia. La scelta sia dunque tra la scheda e il fucile. L’America sappia dunque che l’unica alternativa è quella fra la scheda e il fucile.»

(La versione originale di questo scritto è apparsa su “Orion” n. 245/febbraio 2005 – © Alessandra Colla)


ott 7 2009

7 ottobre 1571: corsari a Lepanto

(da “Orion” n. 265, ottobre 2006, titolo originale «Corsari a Lepanto»)

Il puntuale ripetersi delle scadenze, anno dopo anno, ha un che di rassicurante più che di monotono. E anche se i giorni e i mesi vanno sempre via, la ciclicità del nostro esistere, che rende la nostra vita così diversa e così uguale (grazie, Guccini), e così frusciantemente simile a quei foglietti svolazzanti, suggerisce un’immutabilità affascinante per noi creature effimere che crediamo di essere i signori della Terra…
Quando andavo a scuola io, le scadenze dell’autunno erano sospese fra il sacro e il profano — il 4 ottobre, san Francesco d’Assisi (patrono d’Italia, ma non ho mai capito perché, dal momento che è il più panteista dei santi cristiani, e col Vaticano ebbe da dire… misteri della fede); il 31 ottobre, giornata del Risparmio (chissà se c’è ancora); l’1 e il 2 novembre (con quell’affollarsi di morti e vivi in giro per i cimiteri; e io grondavo lacrime d’inchiostro su temi deamicisiani che molto piacevano alla mia maestra, deamicisiana anch’essa); e su tutto si spandeva il profumo delle caldarroste, dispensate per quattro soldi da un’affabile vecchietta (ora ci sono nerboruti adulti muniti di veicolo a motore che con una mano ti elargiscono poche castagne malate e con l’altra ti rapinano 5 euro).

Come si cambia…
Segni dei tempi. Negli ultimi anni, per esempio, ogni ottobre che una qualche divina casualità mette sulla scorza di quest’arancia azzurra, scatta un’altra “giornata della memoria”, non meno fondamentalista di quell’altra che non dico e che si celebra a gennaio. E non meno fastidiosa. Non fate finta di non saperlo. Sto parlando di Lepanto, la cui ricorrenza cade il 7 ottobre.
Da qualche anno, dunque, ogni 7 ottobre si parla di Lepanto: e la querula insistenza che circonda l’evento aleggia per i quattordici giorni prima e per i quattordici giorni dopo — come le temibili “cose” delle donne.
Ma io mi ricordo che negli anni Settanta formidabili e sciagurati le femministe (quelle vere, quelle che volevano cambiare la testa della gente, quelle che a guardarsi intorno mi pare siano passate invano) — le compagne femministe organizzavano gruppi di autocoscienza, all’interno dei quali s’imparava pure ad affrontare il disagio legato a quella condizione mensile e tutta nostra (chi scrive è una donna), avvolta da residui paretiani di vergogna, imbarazzo, pruderie e senso d’inferiorità stratificatisi in secoli di devota misoginia. Dài e dài, almeno qui si è arrivati a qualcosa: e oggi “quei giorni” non sembrano più un problema.
Allora mi chiedo perché non sarebbe possibile organizzare degli analoghi gruppi di autocoscienza per imparare ad affrontare il disagio legato ai fatti di Lepanto.

Lepanto per noi…
… fu l’ultima battaglia a venire combattuta esclusivamente tra navi a remi, e fu senz’ombra di dubbio una delle più sanguinose che la Storia ricordi: i Turchi persero oltre 20mila uomini, la Lega Santa quasi ottomila.
Sicuramente, poi, lo schieramento cristiano vinse grazie alla superiorità schiacciante delle galeazze veneziane (praticamente inabbordabili e potentemente armate), e all’armamento individuale assai avanzato per l’epoca (gli europei disponevano di archibugi, mentre i turchi erano ancora armati con archi). Ma i cristiani preferirono attribuire la loro vittoria soprattutto alla miracolosa protezione della Vergine Maria: e nell’anniversario della battaglia fu fissata la festa della Madonna del Rosario.
Com’è come non è, per molti miei e vostri contemporanei, invece, quello scontro viene celebrato come una vittoria religiosa: il Cattolicesimo contro l’Islam — interpretazione, ne converrete, facile e comodissima.
In realtà (e questa è la versione più antipatica), in quello specchio di mare nel Golfo di Patrasso, ad essere in discussione erano le sorti politiche dell’Europa, dimostratasi fino ad allora incapace di opporsi concretamente alle conquiste del trionfante Impero ottomano. E fu soltanto con la paziente opera diplomatica del papa Pio V che si verificò l’autentico miracolo: convincere la Spagna di Filippo II, la Serenissima Repubblica di Venezia, la Repubblica di Genova ed altri alleati minori a superare i propri interessi particolari e ad unirsi nell’intento di respingere un avversario fattosi troppo pericoloso.
Ora, com’è andata a Lepanto lo sappiamo. Sappiamo dell’orrenda fine inflitta dai saraceni a Marcantonio Bragadin; sappiamo che nei combattimenti caddero quaranta cavalieri di Malta; sappiamo che praticamente tutto l’equipaggio della galera Fiorenza dell’Ordine di Santo Stefano fu ucciso (tranne, chissà come mai, il suo comandante Tommaso de’ Medici)… e molte altre cose variamente importanti, interessanti, folcloristiche o popolari.
Ne sappiamo di meno, invece, sulla morte di Don Girolamo di Pesaro, Giovanni Antonio di Jesi e Pietro Paolo di Maranzano, tutti e tre giustiziati per eresia il giorno prima di Lepanto, il 6 ottobre 1571.
Come ne sappiamo di meno sull’Index librorum prohibitorum — la Congregazione dell’Indice dei libri proibiti, fondata nel 1571 da Pio V come una istituzione di barriera, una muraglia virtuale volta a isolare e difendere il mondo cattolico dai pericoli rappresentati dalla stampa, specialmente ma non esclusivamente protestante: grazie ad essa e per secoli gli inquisitori poterono esercitare sul mondo della cultura una vigilanza speciale, che andava dalla concessione della licenza per la stampa e il commercio del materiale librario, al bando e alla censura per le opere, compresi i classici, ritenuti — anche indirettamente — pericolosi per la dottrina e la morale cattolica. Hroswitha di Gandersheim, con l’Index, avrebbe avuto vita durissima. Ma non divaghiamo. E restiamo su altri aspetti meno noti dell’evento-Lepanto: come, per esempio, il corsaro Occhialì.

Dalla rete alla scimitarra
Sappiamo, più o meno, che viso avesse, e che non era né giovane né bello come sempre sono gli eroi. Ma il nome proprio non lo sappiamo. Per comodità lo chiamiamo Occhialì, ma è noto anche come Ouloudj Alì, Uluch Alì, El Louck Alì, Uluch Alì, Uluge Alì, Uludo Alì, Euldj’ Alì el Fartas, Ucciali, Uchali, Ulug Alì, Vluzzali, Uichiali, Lucchiali, Locchiali, Luccali, Lucciali. Sembra che si chiamasse Luca Galeni, o forse di nome faceva Giovanni Dionigi. Era nato a Le Castella, pare, o magari a Cutro; di certo era calabrese, e figlio di un pescatore. Di certo era a Lepanto.
La sua vita potrebbe essere frutto della fantasia di Salgari — e invece è vera.
Nato nel 1519, Luca Galeni si guadagna la vita come pescatore: ma la sua intenzione è di farsi prete — non si sa se per vocazione o, più prosaicamente, per sottrarsi a una vita di stenti. A diciassette anni, nell’aprile del 1536, i suoi studi e i suoi sogni vengono bruscamente interrotti quando alcuni corsari, comandati da Ali Ahmed, piombano nel golfo di Squillace e nel corso di un’incursione nell’entroterra lo rapiscono. Ridotto in schiavitù, viene comprato dal corsaro Chiafer Rais (anch’egli di origine calabrese), proprietario di 3 galeotte, che lo destina al remo di una sua imbarcazione. Robusto e determinato, il giovane Galeni viene ben presto assegnato al remo di tribordo a prua, il posto tradizionalmente riservato al vogatore migliore, quello che dà il ritmo. La svolta della sua vita, a quanto pare, nasce da una casualità (il suo contemporaneo Shakespeare avrebbe detto «il caso è solo il nome che lo sciocco dà al Fato»…): un giorno viene insultato a morte da un marinaio napoletano che lo schiaffeggia. Desideroso di vendicarsi, si converte all’Islam: il che gli permette, pur continuando a tirare il remo come prima, di trasformarsi in bonavoglia e godere così di una relativa libertà* nonché di difendere il proprio onore: chiama l’uomo che lo ha insultato e lo uccide in una lotta corpo a corpo. Poco dopo arriva a sposare la figlia di Chiafer Rais, ed ottiene il grado di nostromo in una nave corsara. Ben presto arrivano i primi guadagni, grazie ai quali l’ex pescatore riesce ad acquistare la partecipazione in una galeotta; di qui al conseguimento della patente di comandante corsaro, il passo è breve. Siamo, più o meno, nel 1540 — Luca (o Giovanni Dionigi) Galeni non esiste più: sulla scena dei mari si affaccia Occhiali.

Il signore dei mari
Fino al 1571, le cronache registrano centinaia di combattimenti e decine di imprese, in un tourbillon di eventi che hanno il sapore della leggenda e la solidità della storia; nel 1562 il Sultano lo nomina capo della guardia di Alessandria (Al Iskandariyah) e comandante della nave ammiraglia; nel 1565 partecipa all’assedio di Malta per conto dell’Impero ottomano e, alla morte del Dragut, prende il suo posto come governatore di Tripoli; nel 1568 il sultano Solimano, in riconoscimento della sua attività, lo nomina begleberg o beilerbey di Algeri (vale a dire governatore) — sarà l’ultimo ottomano ad usufruire di tale titolo.
Nell’ottobre 1571, è a Lepanto, «al comando dell’ala sinistra, forte di 60-65 galee e 28 galeotte, equipaggiate quasi esclusivamente di corsari: di fronte ha le navi di Giovanni Andrea Doria. Quando vede lo schieramento avversario, prospetta al comandante supremo, l’agà dei giannizzeri Muesinsade Ali Pascià, l’ipotesi di una falsa ritirata per attirare la flotta nemica dove il golfo si restringe, in modo da sconvolgerne lo schieramento di battaglia. Finge di volere aggirare le navi del Doria; l’ammiraglio genovese si sposta incautamente verso la costa aprendo in tal modo un varco fra le sue linee ed il centro. L’Occhialì si avvia con la massima velocità consentita dai rematori verso l’apertura larga un miglio, subito seguito da una formazione di galee corsare. Prima che le navi della lega possano chiudere il varco, riesce ad attraversarlo con altri 12 capitani e può prendere alle spalle la flotta di don Giovanni d’Austria con il vento in poppa. Conquista la “Fiorenza”; con 7 galee si getta sulla capitana dei cavalieri di Malta, che è comandata da Pietro Giustinian, suo nemico personale. Lo scontro è accanito; il Giustinian è catturato dopo essere stato ferito da 5 frecce turche; l’Occhiali fa suo anche il vessillo dei cavalieri: sono sgozzati sul ponte 36 cavalieri e tutti gli ufficiali. Mette fuori combattimento 12 galee con l’uccisione di più di 1000 uomini. Appena tenta di disimpegnarsi, gli piomba addosso il Santa Cruz con la retroguardia. L’Occhialì taglia le cime della capitana maltese e si dà alla fuga con il gonfalone della nave avversaria: a bordo di essa si troveranno solo 3 superstiti, 2 cavalieri privi di sensi a causa delle ferite ed il Giustinian stesso: intorno ad essi giacciono i corpi di altri cavalieri, soldati e marinai e quelli di 300 turchi uccisi nel loro tentativo di avere il possesso della nave. L’Occhialì abbandona anche le 12 galee conquistate, e si mette in salvo con 25 galee e 20 galeotte, navi che hanno subito tutte forti danni nello scontro navale e che si affiancano a lui nella sua navigazione verso Costantinopoli. Ad accoglierlo nel porto, trova una folla festante ed un sultano riconoscente per avere fugato lo sconforto della sconfitta. [...] la sua squadra navale rimane l’unica forza navale turca che ancora batta il mare. Sta nascosto fra un’isola e l’altra, finché gli riesce di assalire una galea veneziana, la “Bua”, più lenta delle altre. A dicembre, punta su Costantinopoli con la flotta rimastagli; raccoglie 87 navi in vari porti dell’arcipelago. Viene nominato ammiraglio della flotta turca; gli è ordinato di abbandonare il soprannome di Uluge (rinnegato) per quello di Kilige Ali, Ali la Spada» (da www.corsaridelmediterraneo.it).

L’uomo, la spada
La sua carriera prosegue inarrestabile per sedici anni: finché, nel luglio del 1587, muore misteriosamente. Nessun cronachista dell’epoca è stato in grado o ha avuto il coraggio di riportare le modalità della morte di Occhialì. In tempi successivi, poeti e storici hanno avanzato varie e talvolta azzardate ipotesi sulla scomparsa di Ali la Spada: forse avvelenato da uno schiavo cristiano desideroso di vendetta; forse sgozzato dal suo infido barbiere vendutosi al nemico; forse schiantato tra le braccia di una bella schiava greca. Immensamente ricco, lasciò tutti i suoi favolosi tesori al sultano, insieme a 1300 schiavi.
Il mio compito, quello di chi aiuta a ricordare, termina qui. E riconsegno Occhialì alla storia, o forse alla leggenda (e gli dèi sanno se lo merita), con le parole leali dei suoi avversari: «Di nazione calabrese, schiavo e tenuto al remo qualche anno, che poi, rinegando, è asceso a tanta stima di savia e di ardita persona, che non ha alcuno il Gran-Signore cui più creda in questa materia [la marina] che a lui» (da una relazione di Giacomo Soranzo al senato veneziano).

* I bonavoglia erano uomini liberi benché il più delle volte disperati che si offrivano volontari per la voga sulle galere; giusto per esser tignosi, più di duecento anni dopo questi fatti, nel 1788, la Repubblica di Genova usava invece tenere incatenati i suoi bonavoglia: «il bonavoglia a’ termini del suo contratto è esente di giorno dalla catena [...] se [...] il bonavoglia commette mancanza, [è] condannato per qualche tempo alla continua Catena…» — “Decreto sotto relazione del prestantissimo Magistrato de’ conservatori delle leggi”, 26 settembre 1788.