apr 27 2013

… e tre!

«Prima ti ignorano; poi ti deridono; poi ti perseguitano; infine vinci».

Questo, in sintesi, l’iter obbligatorio per ogni rivoluzione che si rispetti.

Ora, l’antispecismo è di fatto una rivoluzione, ovvero un movimento teso al cambiamento radicale di uno stato di cose: in questo caso, l’inganno antropocentrista con tutti i corollari che ne discendono.

L’occupazione del Dipartimento di Farmacologia alla Statale di Milano del 20 aprile scorso ha scatenato un dibattito piuttosto acceso, come registra la Rete; ma, soprattutto, ha innalzato i toni dello scontro — c’è chi ha ventilato denunce, querele, interventi repressivi eccetera.

La natura amministra i rumori con saggia parsimonia, perché il rumore, ovvero un suono improvviso, non desiderato e disturbante, è percepito come un segnale di allerta. In particolare, sono i rumori forti a ingenerare molestia: quando i decibel aumentano di colpo, si mettono in moto le ghiandole surrenali e aumenta la secrezione di adrenalina: sostanza che nei predatori stimola l’aggressività, e nelle prede l’istinto di fuga. Il leone e il gorilla, quando vogliono segnalare la loro presenza e avvertire gli eventuali intrusi di starsene alla larga, non fanno “psst”: il primo ruggisce facendosi udire fino a 9 chilometri di distanza, il secondo si percuote il torace con i pugni emettendo versi profondi. Chi ha assistito a queste esibizioni conferma che è roba da farsela nelle mutande.

L’essere umano, che è un animale acculturato, non sfugge alla regola: lo sapevano bene gli eserciti che si scontravano in campo aperto.
L’esibizione di aggressività di fronte al nemico è presente in tutte le culture, e anche se si è andata poi codificando nel corso del tempo, non ha perso il suo significato — i legionari romani che battevano le daghe sugli scudi non sono molto dissimili dai Maori che danzavano di fronte al nemico; e, da che mondo è mondo, nelle risse si urla.

Ma c’è una differenza fra l’animale non umano e quello umano. Il primo “sa” di essere o un predatore o una preda, e si comporta di conseguenza. Il secondo può rivestire entrambi i ruoli conformemente alle circostanze, e può anche darsi il caso che i ruoli si invertano inaspettatamente.

Per entrambi gli animali, invece, il meccanismo di difesa scatta quando non si può più né attaccare né fuggire — che sono le modalità base dell’autoconservazione.

Così, i fatti di questi giorni possono essere letti in chiave diversa; e si potrebbe pensare di essere giunti alla fase 3 della trafila. L’ipotesi non è da sottovalutare, sapete? Pensiamoci.


apr 26 2013

La cosa è sinistra

Apprendo ora dall’amica Rita Ciatti che «Pierpaolo Farina, l’autore dell’articolo in Qualcosa di… sinistra in cui confonde un’azione di disubbidienza civile con un attacco terroristico, scrive sulla sua bacheca: “È ora che la politica cominci a prendere sul serio e a reprimere, con la forza se è necessario, il nuovo brigatismo animalista di matrice clericale”».

La cosa è interessante, per svariati motivi. Vediamoli (non era la mia massima aspirazione, di prima mattina, ma come dico sempre il lavoro sporco qualcuno lo deve pur fare).

1) «È ora che la politica cominci a prendere sul serio…»: lo sta già facendo, poiché mai come nell’ultima campagna elettorale si sono viste tante strizzate d’occhio al mondo animalista — foto con pet che hanno sostituito le tradizionali foto con bambini, punti programmatici sul benessere animale variamente inteso (per esempio Rivoluzione civile di Ingroia, che poi ha scordato di averlo scritto e sostiene la candidatura del vivisettore Ignazio Marino a sindaco di Roma), pronunciamenti di vario genere sul trasporto di animali da macello (certo, la vivisezione e la caccia non si toccano perché sono lobby potenti e foriere di voti)… Segno che la “politica” ha capito che la galassia animalista si compone non soltanto di banditi e guerriglieri ma anche di cittadini normali che pretendono il libero esercizio del diritto/dovere di voto, esigendo al contempo l’attenzione degli schieramenti in gioco: e conseguentemente guarda a questi potenziali elettori con l’interesse ipocrita del bottegaio che deve piazzare la sua mercanzia — però li guarda.

2) «È ora che la politica cominci (…) a reprimere, con la forza se è necessario». Farina, qui, invoca la repressione dell’avversario da parte di un soggetto ambiguamente indicato: messo così come dice lui, il suggerimento sembrerebbe quello della criminalizzazione ideologica dell’avversario, e/o quello di un intervento diretto dello Stato — giacché una repressione dall’alto che sia manifestazione di forza giusta e non di arbitrio violento non può che essere quella di governo, che definisce ciò che è reato (potere legislativo), impedisce che venga commesso (potere esecutivo) e da ultimo punisce i trasgressori (potere giudiziario).
Ho detto altrove che vengo da un’altra epoca: non è un artificio retorico, è un fatto anagrafico. La mia epoca era quella in cui, a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta del XX secolo, “destra” e “sinistra” alternativamente invocavano la repressione dello Stato contro l’avversario, e il medesimo Stato veniva alternativamente contestato come “antifascista” o “fascista”. Mi fermo qui, perché il discorso è lungo e i nervi scoperti: ma era tanto per ricordare l’immutabile relatività delle umane vicende, e per richiamare l’attenzione sul fatto che, sollecitando una repressione dall’alto, diventa inevitabile attribuire ai reprimendi una collocazione ideologica universalmente sgradita, pena un consenso parziale dell’opinione pubblica. Allora, questa collocazione?

3) «il nuovo brigatismo animalista di matrice clericale». Eccola, la collocazione, secondo Farina. Noto intanto che parla di “brigatismo” anziché di “squadrismo”: riconosciamogli quest’originalità.
Quello che mi lascia perplessa, invece, è la “matrice clericale”. Perché “clericale” indica, senza possibilità di equivoco,  l’appartenenza: i) al clero inteso come complesso delle persone che appartengono all’ordine sacerdotale di una religione o di una Chiesa; ii) allo schieramento dei cattolici laici che dopo la breccia di Porta Pia nel 1870 affiancarono la Santa Sede nella protesta contro lo Stato italiano; oggi il termine è usato per definire i più ferventi sostenitori del potere della Chiesa.
Ma, come dimostra bene Luigi Lombardi Vallauri nel suo esemplare Nera luce. Saggio su cattolicesimo e apofatismo (Le Lettere, Firenze 2001), tradizionalmente «Lungo i secoli e quasi fino ad oggi, [la Chiesa] è rimasta indifferente ai massacri e alle sevizie degli esseri senzienti non umani» (p. 138), e «La cristianità è massicciamente vivisettrice e carnivora» (p. 148, nota 4). Dunque sembra che possiamo escludere aprioristicamente un orientamento filocattolico degli “animalisti” — cosa del resto verificabile empiricamente e senza bisogno di scomodare illustri pensatori.
Allora non resta che pensare all’accezione metaforica del termine “clericale”, e supporre che Farina abbia inteso alludere al fanatismo dogmatico degli “animalisti”. Ma se c’è un ambito laico in cui, oggi, è possibile ritrovare accenti di fanatismo dogmatico, quello è proprio l’ambito della ricerca scientifica: in cui il dogma dell’imprescindibile necessità della sperimentazione animale non può essere messo in discussione, costituisce l’assioma per eccellenza su cui si fonda l’edificio mentale del ricercatore, viene celebrato con quotidiani sacrifici nei laboratori di tutto il mondo e se ne pretende la tutela con mezzi coercitivi.

4) Last but not least, il grido di dolore di Farina sembra ricalcato sulle relazioni di Vittorfranco Pisano e di Gianluca Ansalone apparse rispettivamente nel 2001 e 2011 su “Gnosis. Rivista italiana di intelligence”. Sembra, insomma, un richiamo forte alla necessità di tutelare lo stato delle cose, senza lasciare sbocchi alla possibilità di provare a modificare una situazione iniqua. Il che, vado a naso, mi sembra confliggere alquanto con la visione del mondo tradizionalmente attribuita alla “sinistra” — non credo di dovermi dilungare nei dettagli: più o meno l’ho già fatto qui.

Ognuno tragga le conclusioni che vuole e che crede. Quanto a me, il fatto di essere — ancora una volta — dalla parte di una minoranza passibile di repressione mi conferma la fedeltà a me stessa: e tanto mi basta per esserci e andare avanti. Andare oltre.


apr 25 2013

Qualcosa di sinistra?

Vengo da un’altra epoca.

Un’epoca in cui si voleva ridisegnare il mondo, e le estreme — quelle serie, non quelle dei picchiatori inebetiti e indottrinati degli opposti schieramenti tanto graditi ai piani alti — le estreme, dicevo, non si fronteggiavano ma si confrontavano, e si spaccavano la testa a colpi non di spranga ma di elaborazioni, unite com’erano nella comune lotta al Sistema. Non è un caso, infatti, se tanti anni (decenni!) dopo ci si ritrova ancora nelle pieghe del virtuale, senza rinnegare il passato ma con l’antico rispetto per l’avversario e l’amara constatazione che la fine delle ideologie — citando il mago Merlino di Excalibur — è stata un sogno per alcuni, ma un incubo per molti. Un incubo dal quale non si sono ancora risvegliati.

Attualizzando, tutti i blablabla sulla recente occupazione del Dipartimento di Farmacologia della Statale di Milano da parte di un gruppo di attivisti animalisti, con conseguente liberazione di un nutrito gruppo di cavie (fortunate oltre ogni dire), mi fanno ridere. In particolare perché provengono da persone che si autodefiniscono “di sinistra” — auto, perché difficilmente un osservatore esterno potrebbe definire “di sinistra” chi condanna generici “reati contro lo Stato”. Lasciatele dire a Carlo Giovanardi queste cose.

Eugène Ionesco, vedendo sfilare sotto le sue finestre i manifestanti enragés del Maggio francese, gli gridò «Finirete tutti notai!», preconizzando la normalizzazione del movimento che si sarebbe poi puntualmente verificata negli anni a seguire. E adesso io, vedendo i giovani arrabbiati che non hanno nessuna intenzione di cambiare il mondo, ma anzi cercano il modo migliore di accoccolarcisi dentro come un embrione pigro in un utero accogliente nel quale non maturare e dal quale non uscire possibilmente mai, mi chiedo quale malsana concezione di “sinistra” possano avere assimilato; e in che cosa consista, per loro, quel “progresso” invocato e rivendicato da ogni sinistra che si rispetti.

Giacché i ricercatori-che-sperimentano-in-vivo (uso questa dotta circonlocuzione perché hanno la pelle così delicata, poveri cari, che se dicessi “vivisettori” gli verrebbe una dermatite) non soltanto prendono volentieri i soldi da quello Stato che i loro padri nobili combattevano in modi più o meno morbidi, ma col loro impegno ottuso da guardie bianche rafforzano e preservano il meccanismo globale oppressivo e di controllo che regge l’intero impianto neo-, post- o turbo-capitalista che dir si voglia.  Parlo Ottocento? Rimedio subito.

La corporazione medica è diventata una grande minaccia per la salute. L’effetto inabilitante prodotto dalla gestione professionale della medicina ha raggiunto le proporzioni di un’epidemia. Il nome di questa nuova epidemia, IATROGENESI, viene da IATROS, l’equivalente greco di ‘medico’, e GENESIS, che vuole dire ‘origine’. La discussione sulla malattia nata dal progresso della medicina è passata ai primi posti negli ordini del giorno dei convegni sanitari, i ricercatori si concentrano sui poteri patogeni (cioè generatori di malattia) della diagnosi e della terapia, e le relazioni sul danno paradossale provocato dalle cure occupano sempre maggiore spazio nella stampa medica. [...]
Un’approfondita discussione pubblica della pandemia iatrogena, che cominci con una sistematica demistificazione di tutto ciò che riguarda la medicina, non può essere pericolosa per la collettività. Pericoloso è invece un pubblico passivo ridotto ad affidarsi alle superficiali pulizie intraprese per loro conto dai medici. La crisi della medicina può permettere al profano di rivendicare efficacemente il proprio controllo sulla percezione, classificazione e decisione sanitaria.
La laicizzazione del tempio di Esculapio può portare a invalidare i dogmi religiosi su cui si fonda la medicina moderna, oggi sottoscritti da tutte le società industriali, di destra come di sinistra. [...]
Fra tutti gli specialisti del nostro tempo, i medici sono infatti quelli addestrati al più alto livello di incompetenza specifica per questa ricerca indilazionabile. La guarigione dal morbo iatrogeno che pervade la società è un compito politico, non professionale. Deve fondarsi su un consenso di base, popolare, circa l’equilibrio tra la libertà civile di guarire e il diritto civile a un’equa assistenza. Durante le ultime generazioni il monopolio medico sulla cura della salute si è sviluppato senza freni usurpando la nostra libertà nei confronti del nostro corpo. La società ha trasferito ai medici il diritto esclusivo di stabilire che cosa è malattia, chi è o può diventare malato e che cosa occorre fargli. La devianza è ormai ‘legittima’ solo quando merita e in ultima analisi giustifica l’interpretazione e l’intervento del medico. L’impegno sociale di fornire a tutti i cittadini una massa pressoché illimitata di prodotti del sistema medico rischia di distruggere le condizioni ambientali e culturali necessarie perché la gente viva una vita di costante guarigione autonoma. Di questa tendenza occorre prendere atto perché si possa poi rovesciarla. [...] Bisogna ormai rendersi conto che ciò che ha fatto dell’assistenza sanitaria un’impresa generatrice di malattia è l’intensità stessa di uno sforzo ingegneristico che ha convertito la sopravvivenza umana da prestazione di organismi in risultato di manipolazione tecnica. [...]
La minaccia che la medicina attuale rappresenta per la salute della gente è analoga alla minaccia rappresentata dal volume e dall’intensità del traffico per la mobilità, alla minaccia rappresentata dall’istruzione e dai “media” per l’apprendimento, e alla minaccia rappresentata dall’urbanizzazione per la capacità di fare le case. In ognuno di questi casi, un grande sforzo istituzionale si è trasformato in qualcosa di controproducente.
L’accelerazione del traffico che genera perdita di tempo, le comunicazioni divenute chiassose e frastornanti, l’istruzione che addestra sempre più gente a livelli di competenza tecnica sempre più elevati e a forme specializzate di incompetenza generale: sono tutti fenomeni paralleli alla produzione di malattia iatrogena da parte della medicina. In ciascun caso un grande settore istituzionale ha allontanato la società dal fine specifico per cui quel settore era stato creato e
tecnicamente apprezzato. [...]
La medicina potrebbe diventare un bersaglio di prim’ordine per un’azione politica che si proponga di invertire la società industriale.
Solo coloro che hanno recuperato la capacità di provvedere a salvaguardarsi reciprocamente e hanno imparato a combinare tale capacità con l’assoggettamento alle applicazioni della tecnologia contemporanea, saranno pronti a limitare il modo di produzione industriale anche negli altri principali campi. [...]

Questo lo scriveva il pensatore radicale di sinistra (lui sì) Ivan Illich, nel suo testo classico e fondamentale Nemesi medica. L’espropriazione della salute, nel 1976. Potrei anche ricordare tutte le riflessioni femministe sull’espropriazione del corpo femminile e quelle di Michel Foucault sull’espropriazione del corpo in generale: ma pare che in molta giovane “sinistra” contemporanea certi argomenti e certi nomi non siano trendy. Allora continuo con un’altra eresia (sapete che le adoro).

È notevole come le persone siano in genere assai poco consapevoli, socialmente e politicamente, del concetto di benessere; e della disponibilità di alternative alla medicina ufficiale, capitalistica e orientata al profitto.
Nonostante la consapevolezza di quello che sta succedendo nel mondo, la maggior parte di noi non si preoccupa davvero della propria salute e preferisce, invece, accogliere i dogmi della “chiesa” che è ormai la medicina capitalistica, supportata da organizzazioni come l’American Medical Association (AMA) e la Food and Drug Administration (FDA). Queste organizzazioni sono in pratica estensioni del complesso medico-industriale transnazionale, che costituisce una delle industrie più potenti nel mondo “globalizzato” di oggi. La linea di fondo sottesa a queste istituzioni — e la loro preoccupazione fondamentale — è che se non c’è profitto in una ricerca o in un prodotto, essi non verranno neppure presi in considerazione. E se c’è un profitto, esso deve essere incrementato in qualsiasi modo e a qualunque costo. Questa è “assistenza sanitaria” a scopo di lucro. Il fondamento capitalistico della medicina “convenzionale” è, per definizione, inconcepibile: si ha a che fare solo con la contabilità. E questo è un autentico veleno che colpisce al cuore la medicina, recando con sé conseguenze di vasta portata.
Il movente del profitto in medicina distorce radicalmente tutte le cure sanitarie, determinandone ogni aspetto — il tipo di ricerca, i trattamenti raccomandati, la quantità di tempo da trascorrere con il paziente. Tutto questo è fondamentalmente in contrasto con la preoccupazione basilare espressa nel classico Giuramento di Ippocrate — portare la salute al massimo con la minima sofferenza per ogni paziente. [...] Sto offrendo queste informazioni a beneficio di coloro che stanno lottando contro i soprusi più eclatanti del sistema, e a coloro che si battono per fondare una società più umana e più giusta. È necessario essere consapevoli delle alternative alla macchina medica dei padroni, e avervi accesso.
Il sistema del profitto sicuramente sa come difendersi, e si traduce spesso in danni fisici e mentali inferti a chi osa sfidarlo. [...] State in salute, e continuate a lottare!

Questo, invece, lo dice la dottoressa Erika Price, nel 2000.

E se vi fate un giretto in rete, troverete parecchio materiale interessante sulle amicizie pericolose fra AMA, FDA e lobby del farmaco.

Così, cari i miei ricercatori “di sinistra”, prima di riempirvi la bocca con paroloni come “progresso” e “libertà”, riempitevi il cervello — con un po’ di conoscenza dei meccanismi politici e sociali del nostro tempo; e la coscienza — con un po’ di quell’etica e di quella deontologia che, non potendole fare a pezzi per vedere di che colore è il loro sangue, per voi non esistono. E riservate il vostro sdegno per cause migliori.

Io, per me, sto dalla parte delle cavie. Sempre e comunque.


apr 21 2013

Qualcosa sta cambiando

Sì, qualcosa sta cambiando. E poiché ogni cambiamento, recando in sé una forte componente d’ignoto, fa paura, ci giurerei che è in aumento il numero di quanti cominciano ad avere paura della minoranza grintosa disposta a tutto per la liberazione animale, anche ai piani alti. Lo dice bene Rita Ciatti, nel suo ultimo post: «finalmente il potere istituzionalizzato della violenza sui più deboli comincia a sentir vacillare le proprie fondamenta».

Perché, gente, da che mondo è mondo funziona sempre così: prima ti deridono, poi ti ignorano, poi ti perseguitano — poi vinci. E questa è l’unica cosa che non cambia.


mar 29 2013

Ai firmatari della “Lettera al papa contro il massacro degli agnelli a Pasqua”

Grazie a Rita Ciatti, la famosa “Lettera” è stata recapitata in Vaticano. A questo punto, non resta che aspettare gli eventuali sviluppi e, per quanto mi riguarda, ringraziare, commentare e concludere.

Ringraziare

Naturalmente ringrazio tutte le persone che hanno firmato — e sono, oltre a me, 223 da tutta Italia; ma particolarmente desidero ringraziare coloro che hanno firmato, per così dire, a scatola chiusa: ovvero senza conoscermi di persona e senza porsi/pormi domande di alcun tipo, ma basandosi esclusivamente su quello che ho scritto — a riprova del fatto che l’incontro su un terreno comune è possibile, come sostengo da molti anni.

Come ho detto, in 223 si sono uniti a me in quest’avventura epistolare che mai avrei pensato di intraprendere e che non avrei mai immaginato potesse riscuotere quello che considero un notevole successo: perché l’idea mi è venuta da un giorno all’altro, perché ne ho parlato in cerchie molto ristrette, e perché il tempo della raccolta firme è stato veramente poco. Eppure ho ottenuto un riscontro di tutto rispetto, perché l’insieme dei firmatari costituisce un autentico microcosmo: hanno firmato giovani e meno giovani, credenti e non credenti, studenti e docenti, casalinghe, giornalisti, intellettuali, artigiani, professionisti, operai, negozianti, provenienti dalle più disparate esperienze esistenziali e politiche, ma tutti uniti da un medesimo intento — battersi per porre fine a uno dei massacri più insensati perpetrati dall’uomo nel nome di una “tradizione” da sempre crudelissima e perdipiù ormai del tutto priva di senso

Così, ringrazio sentitamente quelle persone con le quali, in passato, c’è stato qualche problema di comunicazione: e che in questa occasione, invece, mi hanno dato la loro piena disponibilità e si sono attivate per raccogliere altre firme. A dimostrazione del fatto che il dialogo paga — sempre.

Infine, poiché non si trattava di una petizione, hanno potuto firmare anche dei minorenni: segnatamente, diversi allievi della classe ginnasiale V A presso il Liceo Classico “Omero” di Milano, insieme alla loro insegnante di Lettere. Li ringrazio con speciale fervore, perché saranno le donne e gli uomini di domani: a loro vorrei consegnare non dico un mondo migliore, ma perlomeno e soprattutto una diversa consapevolezza del vivente.

Grazie a tutti, dal profondo del cuore.

Commentare

Al di là di quello che sarà il riscontro effettivo della lettera — che potrà essere letta oppure no, meritare una risposta o venire ignorata — mi sembra che la stessa possa costituire uno spunto interessante per alcune riflessioni sulle ragioni che mi hanno spinto a scriverla. In tutta sincerità, se l’attuale pontefice non fosse Francesco I dubito molto che mi sarei presa la briga di indirizzargli una lettera. Ma poiché bisogna cogliere l’attimo, mi è sembrato opportuno profittare dell’inattesa apertura di papa Bergoglio per tentare di avviare un sereno confronto.

Il che ha scatenato una serie di critiche che elencherò di seguito, suddividendole per argomenti.

Argomento del nemico
“Col nemico non si parla”: in sintesi, è quanto mi sono sentita dire da alcuni a cui avevo sottoposto il testo della lettera. “Non firmo perché il Vaticano va raso al suolo”, “non firmo perché non tratto con certa gente” (qui “certa gente” è un eufemismo, ma temo che se riportassi le parole originali potrei incorrere nel reato di vilipendio di capo di stato o qualcosa del genere, e comunque certe espressioni qualificano chi le pronuncia) eccetera.

Ora, questo tipo di argomentazione è la negazione stessa della diplomazia, intesa in senso sia proprio che figurato. Se avesse avuto successo, il genere umano si sarebbe estinto da tempo; e solo in fumettacci come Trecento l’assassinio di un ambasciatore può venire apprezzato. Del pari, secondo questo modo di vedere non avrebbe senso nessun tipo di trattativa — niente petizioni, niente referendum, niente negoziati, niente tavoli…

Alla base di questo atteggiamento stanno, in modo tenace benché a volte confuso, il rifiuto del confronto e una ben dissimulata (in modo più o meno inconsapevole) inclinazione allo scontro: il nemico, cioè l’altro, viene percepito come indegno di considerazione e meritevole di annientamento — con tutti i corollari del caso.

È evidente che questo argomento esclude ogni tipo di dialogo.

Argomento della torre d’avorio
In apparenza simile al precedente, se ne discosta invece perché proclama una generale inadeguatezza dell’altro (chiunque sia) al soggetto (chiunque sia): è la pratica applicazione della regola “come ti muovi, sbagli”. Il soggetto percepisce se stesso come superiore a chiunque altro, e così facendo svaluta irrimediabilmente ogni iniziativa che non sia la propria: “bisognava/non bisognava…”, “si doveva/non si doveva…”, “perché non… invece di…?” eccetera, in un perpetuo biasimo dell’altrui agire. Il che comporta, perlopiù, un immobilismo rancoroso e sterile che la saggezza popolare stigmatizza così: «Chi sa fa, chi non sa insegna».

Anche questo argomento, palesemente, impedisce il dialogo.

Argomento del calabrachismo
Più formale, verte sulle modalità espressive. Nella fattispecie, mi è stato rimproverato il modo in cui mi sono rivolta al destinatario della lettera — che è, non dimentichiamolo, la guida spirituale di oltre un miliardo di persone nel mondo, nonché il capo di uno Stato riconosciuto dal diritto internazionale. Poiché dunque il papa non è Charlie Brown e io non sono Piperita Patty, apostrofarlo con un «Ehilà, Ciccio, come ti butta?» non mi è parso un approccio adeguato. Generalmente, i fautori di questo argomento tendono a confondere la forma con la sostanza, e il mezzo col fine: i più grossolani fra loro confondono l’educazione con la debolezza — errore comunissimo di questi tempi, in cui il valore di una comunicazione misurata sembra essersi perso irrimediabilmente.

Come ho fatto notare al riguardo, scrivere una lettera è un po’ come entrare in casa d’altri: e se lo faccio in modo irrispettoso e rumoroso non posso aspettarmi di essere accolta con benevolenza dal padrone di casa; se il mio obiettivo è farmi accogliere, devo necessariamente comportarmi in modo da facilitare, e non ostacolare, la cosa.

Anche questo argomento tende a precludere molte possibilità di dialogo.

Argomento della preferenza colpevole
“Sì, bravi, salvate gli agnelli: intanto muoiono i maiali, le mucche e i polli, ma tanto a voi che v’importa?”. Ovviamente, non è che si vogliono salvare solo gli agnelli/capretti perché non c’importa niente degli altri animali: ma poiché ci si offre l’opportunità di provare a cambiare le cose almeno per agnelli e capretti, personalmente trovo stupido lasciarcela sfuggire. Anche perché se si riuscisse a indurre la riflessione sulla mattanza degli agnelli/capretti, non è escluso che si riuscirebbe a indurla per analogia anche sulla mattanza quotidiana di tutti gli altri viventi non-umani. Che è, mi pare, il fine a cui tendiamo tutti. Dal momento che è palesemente impossibile far cambiare le cose totalmente e all’istante, è necessario imparare a procedere gradualmente e su tutti i fronti, dovunque si apra uno spiraglio di operatività.

A questo argomento si affianca il cosiddetto “sofisma del peggio”, come lo definisce brillantemente Jean-Baptiste Jeangène Vilmer: di qualunque orrore ci si possa occupare, ci verrà sempre obiettato che esiste “qualcosa di peggio” e ci si rimprovererà di non occuparci di questo anziché di quello.

Il punto, però, è che da qualche parte si deve pur cominciare.

Argomento del tempo perso
È assimilabile al “sofisma del peggio” di cui al punto precedente. L’assunto di base è che qualunque risultato si ottenga nella lotta per il benessere animale, si saranno spesi tempo ed energie che avrebbero potuto essere impiegati per qualche altra battaglia, perché c’è sempre qualcosa di più grave ed urgente per cui battersi. Così, in attesa della Causa Giusta, ci si agita criticando chi fa o, in alternativa, si sta fermi ad aspettare senza fare niente — e questo potremmo chiamarlo “corollario di Godot”.

Argomento della contiguità deleteria
“Bella iniziativa! Chi sono gli altri?” “Non c’è nessun altro, la lettera è mia” “Sì, ok, l’hai scritta tu, ma il gruppo?” “Non c’è nessun gruppo, l’idea è mia e basta” “Ah, è tua? E chi firma?” “Non lo so, sto appunto proponendo la cosa a chi conosco per raccogliere firme, se si è d’accordo” “No, sai, perché se firma il gruppo X o la persona Y io non posso proprio esserci, mi capisci…”.

No, non capisco. Perché non ci trovo niente di male nell’aderire, come gruppo o come singoli, a una lettera che non esibisce alcun contrassegno. Qualunque gruppo o associazione o singolo mi avesse chiesto di firmare, non avrei avuto nessuna preclusione. Ma questo pensiero matemaGico — per cui se il nome di A compare in una lista in cui compare anche il nome di B, e C lo vede, poiché C odia A odierà automaticamente anche B; e se D, che disprezza B ma è amico di C, vede il nome di C nella lista insieme a quello di B chissà cosa penserà dei rapporti tra B e C e via così all’infinito — mi sembra avvilente, e soprattutto destinato ad avvitarsi su se stesso. In altre parole, «La tua identità è quello che sei, la tua immagine è quel che io percepisco di te, la tua reputazione è quello che io dico di te a un’altra persona»: sono tre cose ben diverse, ma la maggioranza della gente tende a sovrapporle e a confonderle — un po’ per pigrizia, un po’ per comodità e un po’ per mera ignoranza. Il risultato, purtroppo, è l’instaurarsi di una serie di equivoci che, quando va bene, si risolvono in cancellazioni e blocchi virtuali; quando va male, provocano danni concreti che nessuno ripagherà. Mi chiedo se ne valga la pena, soprattutto quando, a parole, si dichiara di avere in vista il medesimo fine.

Concludere

Sono fermamente convinta che ogni esperienza rechi in sé la sua lezione: così la “Lettera”, indipendentemente dal suo accoglimento o dal suo rifiuto, mi ha insegnato che l’ostinazione a continuare sulla strada del confronto non è poi così biasimevole o peregrina; anzi, per quanto mi riguarda, è forse l’unica a rivelarsi pagante, laddove il muro-contro-muro serve soltanto a disperdere tempo e forze mentre là fuori loro soffrono e muoiono. Vorrei continuare il dialogo con quanti, attraverso la loro firma, mi hanno fatto capire che collaborare è davvero possibile, e che gli sforzi di tutti non cadono nel vuoto ma portano acqua al mulino dell’agire insieme per il bene comune — il bene di tutti i viventi. Ancora grazie, e alla prossima.


mar 20 2013

“Niente cuccioli in tavola”: perché cambiare si può


mar 7 2013

Ecofemminismo: così è, se vi pare. E un ricordo di Marti Kheel

Il testo che segue si basa su parte di uno scritto più ampio destinato (sembrerebbe) alla pubblicazione — se così non fosse,
lo riporterò per intero in questa sede. Ho tolto parecchio dal testo originale, e  ho aggiunto qualcosa,
segnatamente il brano di Marti Kheel in chiusura.

“Ecofemminismo”, in Italia, è una parola che piace poco. Eppure, è soltanto una parola nuova per una cosa antica.

Per tutta una serie di motivi sociali e culturali, per lunghi secoli la frattura tra mondo delle donne e mondo naturale si è approfondita, relegando in un dimenticatoio sempre più lontano e difficile da raggiungere il prezioso patrimonio del sapere femminile. Ma è chiaro che, sia pure tardi e con qualche difficoltà, la natura e i temi ad essa connessi non avrebbero potuto sottrarsi ancora per molto all’analisi critica del movimento femminista.

Il quale, è innegabile, arriva decisamente tardi alla riflessione ecologica; ma quando ciò accade la sua attenzione si focalizza direttamente sulla questione dei diritti animali e dell’antispecismo: non c’è da stupirsi, e per almeno due buoni motivi.

Il primo è l’acquisizione di quello che non è più soltanto un’intuizione o un concetto, bensì un dato di fatto: la costruzione sociale e l’oppressione/marginalizzazione della donna sono strettamente — di più: inestricabilmente — connessi al modo in cui la civiltà occidentale considera le altre specie e ne abusa.

Il secondo è la consapevolezza (faticosamente raggiunta) che la lotta per i diritti degli animali, lungi dal sottrarre vigore ed energie a quella per i diritti delle donne, al contrario la rafforza e le conferisce un più ampio respiro, contribuendo a caratterizzare correttamente la struttura sociale occidentale come androcentrica e non più soltanto come antropocentrica — incentrata sul maschile e non più genericamente sull’umano.

Dalla fusione di queste due istanze nasce il movimento di pensiero noto (oltralpe e oltreoceano molto più che in Italia) come ecofemminismo.

Quando si parla di ecofemminismo, la mente degli addetti ai lavori corre all’americana Carol Adams — esponente di spicco del movimento e considerata generalmente l’ideatrice della parola stessa. In realtà (e senza voler nulla togliere al contributo fondamentale di Adams in questo campo) “ecofemminismo” — «un nuovo termine per una saggezza antica»[1] — risale al 1974, quando compare per la prima volta nel libro Le féminisme ou la mort di Françoise d’Eaubonne[2], che lo postula come un “nuovo umanesimo”.

Tre anni più tardi d’Eaubonne, sulla scorta di una cospicua quantità di prove  antropologiche e storiche e nel solco delle ricerche effettuate da Marija Gimbutas, sosterrà l’ingresso del patriarcato nella storia sociale dell’umanità a partire dall’ultima fase del Paleolitico (17.000-10.000 anni prima della nostra èra): il Neolitico porta con sé quello che possiamo definire un pre-patriarcato, identificabile nel cambiamento di sesso — da femminile a maschile — del Serpente divino, simbolo di fertilità e sapienza presso numerose culture ma destinato a mutare di segno nelle civiltà dominate dalle religioni monoteiste.

Per quanto mi riguarda, e sulla base di quello che sono venuta studiando negli ultimi lustri, credo che in buona sostanza “ecofemminismo” indichi soprattutto “il modo in cui la donna guarda la natura”.

Ma, come accade spesso, per comodità di linguaggio si tende ad attribuire a un termine una quantità di sfumature e di significati che, in realtà, finiscono con lo svuotare il termine stesso della sua effettiva pregnanza, contribuendo ad innescare una serie di equivoci semantici che giovano ben poco alla comprensione della materia espressa da quel termine. Neanche ecofemminismo sembra sfuggire a questa regola.

Di fatto, l’ecofemminismo si configura come una sorta di mosaico multidisciplinare, le cui differenti prospettive puntano a evidenziare le interconnessioni esistenti tra le varie forme di rapporti gerarchizzati e gerarchizzanti all’interno della struttura sociale patriarcale; naturalmente, al centro della riflessione ecofemminista stanno le relazioni che interessano allo stesso titolo la condizione della donna e quella della natura.

Lungi dall’essere una teoria definita dai contorni precisi, l’ecofemminismo si presenta piuttosto come un sistema aperto — utilizzando un’espressione “in tema”, per così dire. Proprio per questo, e per la bipolarità stessa del termine (che ingloba l’ambito femminista unitamente all’ambito ecologista), l’ecofemminismo è riuscito ad attirarsi critiche da entrambi i fronti. L’elencazione dei molti rivoli concettuali e semantici in cui si è ramificato il termine originario, così come un’analisi dettagliata degli stessi, richiederebbe una trattazione a parte: qui mi limiterò a delineare per sommi capi le correnti principali dell’ecofemminismo.

Abbiamo visto la genesi del termine in Françoise d’Eaubonne; ma, nonostante le origini tutte francesi, il termine conosce assai rapidamente una grande diffusione e al contempo un grande successo (destinato a durare) negli Stati Uniti: nel marzo 1980 la cittadina di Amherst (Massachusetts) ospita la prima conferenza ecofemminista, Women and Life on Earth: a Conference on Ecofeminism in the Eighties, incentrata sull’analisi dei nessi tra femminismo, ecologia e militarismo. Dunque la prima dimensione dell’ecofemminismo è sicuramente critica e articolata su due piani: quello della denuncia dei rapporti di dominio/subordinazione aventi per oggetto la donna, e quello della decodificazione dei meccanismi socio-culturali che regolano questi rapporti.

Anche per questo motivo, l’ecofemminismo può essere visto come un perfetto esempio di work in progress, e in nessun caso come una cristallizzazione teorica: ciò che lo rende da un lato vulnerabile, ma dall’altro estremamente plastico e suscettibile di affinamenti e puntualizzazioni di grande significato.

Così, Karen J. Warren[3] (una delle pensatrici più rappresentative del movimento) ricorre alla suggestiva metafora della quilt-theory[4] (“teoria della trapunta”) per chiarire come l’ecofemminismo sia una sorta di lavoro collettivo in cui ogni membro del “gruppo” apporta il proprio fattivo contributo cognitivo ed esperienziale che, inserito in un insieme più vasto di analoghi contributi, concorrerà a dare una forma compiuta all’impegno di tutti i partecipanti, oltre le differenze e i limiti di tempo, spazio e cultura. In quest’ottica è possibile attingere a molteplici fonti epistemologiche — narrativa e arti figurative, psicologia, sociologia, economia, politica etc. — per individuare le forme assunte dalla struttura patriarcale del potere. È chiaro che qui Warren ha in vista l’ecologia sociale di Murray Bookchin — la critica (e dunque l’analisi) della frattura venutasi a creare tra uomo e natura[5].

Altre ecofemministe, come per esempio Val Plumwood, appuntano invece la loro critica sul concetto di antropocentrismo, definito fuorviante[6]: a loro avviso gli ecologisti che invitano a un ripensamento della natura in chiave non più antropocentrica bensì ecocentrica o biocentrica eludono il punto focale della questione — è stato il sistema di pensiero maschile, e non certamente quello femminile, a elaborare un rapporto con la natura in una prospettiva di dominio e di sfruttamento, replicando il rapporto distorto con l’altro sesso. Dunque non è l’antropocentrismo che bisogna combattere, bensì l’androcentrismo.

Per Maria Mies e Vandana Shiva, invece, l’urgenza di un ripensamento radicale del ruolo della donna riposa sull’acquisizione di un dato di fatto essenziale: scienza e tecnologia non sono neutre, ma significativamente di genere. Nel solco degli studi intrapresi da Carolyn Merchant[7], Mies e Shiva vedono l’applicazione di un medesimo modello di sfruttamento/oppressione nei confronti sia della natura che della donna, a partire dall’avvento della scienza moderna nel XVI secolo fino ai giorni nostri. Così, se il risultato conclusivo del sistema globale si traduce in una minaccia generalizzata contro la vita sul pianeta, ad essere in pericolo non è soltanto la natura ma la specificità femminile in quanto tale: pertanto diviene imperativo lo sforzo congiunto per la sopravvivenza di entrambe[8].

In questa prospettiva, e di pari passo con l’emergere dei problemi relativi al raggiungimento e al mantenimento di uno sviluppo sostenibile[9] (obiettivo delle varie conferenze sull’ambiente degli ultimi vent’anni: Rio de Janeiro 1992, Johannesburg 2002 e di nuovo Rio de Janeiro 2012), si muove Rosi Braidotti, che vede nell’ecofemminismo una possibile risposta alla crisi ambientale che incombe sul pianeta[10].

Un posto a parte merita (a mio avviso) Marti Kheel, autrice nel 1993 di un testo notevole — From Heroic to Holistic Ethics: The Ecofeminist Challenge[11], nel quale individua due sistemi etici differenti sottesi alle due opposte visioni del mondo, quella patriarcale e quella femminista: nella prima, che Kheel definisce “eroica”, il soggetto guarda ma non vede, agisce ma non sente, pensa ma non conosce, e si muove in un mondo frammentato e conflittuale; nella seconda, definita “olistica”, il soggetto vede il conflitto ma lo percepisce come una rottura dell’insieme, e tenta di scoprire come si è giunti a quella rottura e come la si possa comporre. In altre parole, la chiave di lettura del mondo eroico è “combattere”, quella del mondo olistico è “comprendere”. Sta proprio qui, dice Kheel, la grande sfida dell’ecofemminismo: riuscire a lasciarsi alle spalle l’epoca del conflitto per ri-costruire l’epoca dell’intero, in cui tutte le facce del reale si equilibrano per dar vita a un tutto armonico.

Come si vede, quali che siano le sfumature e le prospettive di queste diverse declinazioni dell’ecofemminismo il messaggio conclusivo è uno solo, ed è il medesimo: se si vuole salvare il vivente, bisogna salvare la donna — e viceversa.

Nel momento in cui scrivo queste righe, sta facendo il giro del mondo uno studio del biologo americano Anthony Barnosky, che definire allarmante è poco[12]. Secondo Barnosky, è ormai noto e dimostrato che i sistemi ecologici locali passano improvvisamente e irreversibilmente da uno stato a un altro quando vengono spinti da fattori esterni oltre la soglia di criticità; oggi, purtroppo, abbiamo l’evidenza assoluta del fatto che l’ecosistema dell’intero pianeta è sul punto di reagire nello stesso modo, dal momento che si sta avvicinando a un punto critico di transizione a causa dell’influenza dell’uomo. È necessario andare alla radice delle cause di questo stravolgimento biologico, ed è certo che la causa primaria sia il comportamento dell’uomo; ma può bastare? Può fermare la caduta?

Se è necessario ricongiungersi allo spazio arcaico, alle origini della produzione simbolica dell’umano, occorre anche essere capaci di porsi delle domande radicali. Chiedersi, ad esempio, come abbiamo fatto socialmente a sviluppare una civiltà che rinuncia al linguaggio creativo di metà di essa, che sopprime addirittura la vita della sua parte generativa. [...] Questa scissione operata dal maschile nei confronti del femminile nell’organizzazione sociale porta il segno di una patologia sociale [...] Valori culturali vengono cioè assunti come verità in grado di dominare e assoggettare uomini e donne ponendosi come ragioni meta-fisiche che trascendono l’umano [...] Forse va riconsiderata l’idea della dea-madre che costituì l’immaginario umano della civiltà neolitica [..] o rilanciato nel futuro il modello “gilanico” o della partnership collaborativa tra uomini e donne nella vita privata e pubblica [...].[13]

Tutto quello che sappiamo è che il ventaglio delle possibilità fra cui scegliere si è ridotto vertiginosamente, e forse soltanto uno sguardo ci potrà salvare. Uno sguardo diverso, s’è detto; uno sguardo che veda, e che vedendo sappia — sappia recuperare la perduta modalità relazionale che chiamiamo rispetto.

Come suggeriva Marti Kheel, etimologicamente rispettare non significa altro che “guardare di nuovo”[14], “guardare ancora” e reiterando lo sguardo cogliere, di ciò che si vede, quello che prima ci era sfuggito. Così, forse non c’è bisogno di amare l’altro-da-sé per salvarlo: forse può bastare rispettarlo, guardarlo di nuovo e ancora per coglierne somiglianze e differenze con noi che guardiamo, e nel fare questo lasciargli la semplice libertà di esistere, così com’è e per quello che è.

Ma Kheel si affidava all’etimologia anche per cogliere il senso profondo di un’altra parola — responsabilità: che propriamente indica la capacità di dare una risposta[15]. E la prima esperienza che il neonato fa è la risposta della madre al suo pianto. Dobbiamo pensare allora che la risposta sia l’espressione femminile per eccellenza? È possibile. Sicuramente, è femminile (sia per gli umani che per i non-umani) accorrere al richiamo, soccorrere chi è in difficoltà, blandire il dolore.

In questa accezione, non è peregrino pensare che sia l’ecofemminismo, ovvero il femminismo giunto a maturazione, la risposta adeguata al disagio del vivente e del pianeta in questo secolo che sta correndo — se Barnosky ha ragione — verso la propria rovina con l’incoscienza dell’eroe che corre verso il nemico. Se imparassimo a guardare il tutto nella sua interezza, coglieremmo tutto quello che ci è sfuggito prima, e nel farlo ci sembrerebbe di scorgere un mondo nuovo. Poi, andremmo avanti.

Intanto, però, in questa giornata voglio dedicare un pensiero speciale proprio a Marti Kheel, scomparsa prematuramente nel novembre 2011. E lo faccio riportando un brano dal suo ultimo libro, Nature Ethics: An Ecofeminist Perspective (2008) — tutte e tutti noi, credo, vorremmo poter raccontare le stesse cose, un giorno non troppo lontano.

Mi piace immaginare che fra molti, moltissimi anni, me ne starò seduta accanto al fuoco con la nipotina di mia sorella. Lei si girerà verso di me e mi chiederà una storia di cose successe tanto tempo fa, in un passato lontano. Io la guarderò, e comincerò a parlare:

«Tanto, tanto tempo fa» le dirò «è esistito un periodo che adesso chiamiamo l’Età del Tradimento. In questo periodo, gli uomini avevano paura della natura e si rivoltarono contro le antiche società matriarcali che vivevano in armonia col mondo naturale come facciamo noi ora. In quel tempo accaddero molte cose terribili, che per te ora sarebbe difficile capire. Le donne venivano violentate e la terra avvelenata e la guerra era diventata roba da tutti i giorni.

«Gli animali venivano torturati dovunque. Venivano intrappolati e scuoiati così la gente poteva indossare le loro pellicce. Venivano ridotti in schiavitù e tenuti in grandi gabbie — zoo, laboratori e allevamenti. La gente mangiava la carne degli animali ed era sempre ammalata. I ricercatori dicevano alla gente che se “sacrificavano” gli animali nei laboratori lo facevano per poter curare le malattie. La gente non credeva più nel proprio potere di guarire se stessi, e così credeva a quello che gli veniva detto.

«Gli uomini avevano dimenticato che una volta avevano venerato gli stessi animali che ora oltraggiavano. Invece adoravano un Dio che aveva detto loro che occupavano un posto speciale nella Creazione, al di sopra degli altri animali sulla terra. Trovavano un grande conforto in questa credenza. E così continuavano a comportarsi crudelmente e senza cuore.»

A questo punto della mia fantasia, immagino che la mia nipotina si girerà verso di me e mi guarderà con aria incredula.

«Veramente mangiavano gli animali?», mi chiederà.

«Sì», le risponderò gentilmente, «e hanno fatto molto, molto peggio. Ma adesso tutto questo è storia. Come un terribile incubo. Adesso, finalmente, possiamo vivere in pace e armonia con tutte le creature della terra. L’Età del Tradimento è finita».

© Alessandra Colla 2012-2013


[1] Irene Diamond & Gloria Feman Orenstein, Reweaving the World: The emergence of Ecofeminism, Sierra Club Books, San Francisco 1990, p. XV.

[2] Ma secondo alcuni i princìpi-guida dell’ecofemminismo si ritroverebbero già in un celebre testo di Rachel Carson ormai considerato a buon diritto un classico dell’ecologia: Silent Spring (tr. it. Primavera silenziosa), del 1962. Tutto il libro è pervaso dalla convinzione che la natura nei suoi vari aspetti sia un tutto organico, in cui ogni vivente è connesso a tutti gli altri in una rete sottile e incredibilmente complessa di relazioni, la cui tutela e, per contro, la cui compromissione ricadono interamente sotto la responsabilità dell’essere umano: «La storia della vita sulla Terra è la storia dell’interazione tra gli esseri viventi e la natura circostante. L’ambiente esterno ha avuto una grande importanza nel plasmare la morfologia e il comportamento del regno vegetale ed animale. Al contrario, da quando la Terra esiste, gli esseri viventi hanno modificato l’ambiente in misura trascurabile; soltanto durante il breve periodo che decorre dall’inizio di questo secolo ai giorni nostri, una sola “specie” — l’uomo — ha acquisito una notevole capacità di mutare la natura del proprio mondo. Nel corso degli ultimi 25 anni questo potere non solo è diventato tanto grande da costituire un pericolo, ma ha assunto anche un aspetto completamente nuovo. [...] “L’uomo”, come ha detto Albert Schweitzer, “riesce raramente a ravvisare gli aspetti diabolici delle proprie creazioni”» (R. Carson, Primavera silenziosa, Feltrinelli 1966, pp. 26-27).

[3] Cfr. Karen Warren, Ecological Feminism, Rutledge, London 1994.

[4] Il quilt è un tipo particolare di trapunta, nato nell’America della conquista sette-ottocentesca. Il quilt si compone di uno strato superiore realizzato con pezzi diversi di stoffa (patchwork, che significa letteralmente “lavoro con le pezze”), un’imbottitura e uno strato inferiore liscio. Le tre parti vengono poi assemblate insieme per mezzo di una fettuccia (sbieco) che corre su tutti e quattro i lati del lavoro; infine si rifinisce e decora il tutto con numerose impunture a vista. La confezione di ogni quilt in uso nella comunità vedeva la partecipazione di tutte le donne, che concorrevano alla produzione dell’oggetto in un flusso scambievole di tecniche, informazioni e creatività personale, rendendo così la fabbricazione del quilt un momento importante di interazione articolata nelle due fasi di apprendimento e trasmissione di un sapere.

[5] Cfr. Murray Bookchin, L’ecologia della libertà, Elèuthera, Milano 1986.

[6] Val Plumwood, «Androcentrism and Anthropocentrism», in:  Ecofeminism: Women, Culture, Nature (dir. Karen J. Warren), Indiana University Press,  Bloomington et Indianapolis 1997, pp. 327-355.

[7] V. supra.

[8] Maria Mies & Vandana Shiva, Ecoféminisme, Editions l’Harmattan, 1998.

[9] Il concetto di sviluppo sostenibile risale al 1987 e si deve proprio a una donna — Gro Harlem Brundtland, presidente della Commissione Mondiale sull’Ambiente e lo Sviluppo (WCED) per quell’anno, e coordinatrice del rapporto Our Common Future — Il futuro di tutti noi (noto anche come rapporto Brundtland), nel quale si dava la seguente definizione: «lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni».

[10] Rosi Braidotti et al. (Ewa Charkiewicz, Sabine Hausler, Saskia Wieringa), Women, the Environment and Sustainable Development. Towards a Theoretical Synthesis,  Zed Books,  London 1994.

[11] Marti Kheel, From Heroic to Holistic Ethics: The Ecofeminist Challenge, in: Greta Gaard (Ed.), Ecofeminism: Women, Animals, Nature, Temple University Press, Philadelphia 1993, pp. 243-271.

[12] Anthony Barnosky, Approaching a state shift in Earth’s biosphere, “Nature” 486 (07 June 2012) , pp. 52-58.

[13] Carla Weber, Crisi della pensabilità della polis, www.polemos.it/paper/crisi.doc, 24 febbraio 2006.

[14] Marti Kheel, art. cit.

[15] Ibidem.


gen 3 2013

Levi Montalcini, cattivi maestri e falsa scienza

Ora che, per dirla aulicamente, la parabola terrena di Rita Levi Montalcini si è conclusa, espongo qualche considerazione in merito.

Sono contenta che sia morta? No, direi di no. La morte è il destino di tutti i viventi, e mi pare stupido gioire di una necessità. Avrei preferito che intervenisse Nemesis, a suo tempo — ma capisco che il secolo breve abbia imposto anche alle divinità un surplus di lavoro.

Alfred Rethel, "Nemesis" (1837)

Non mi dispiace nemmeno che sia vissuta fino a 103 anni: naturalmente è lunghissima la lista di coloro che avrei preferito beneficiassero della medesima longevità, ma la cosa non dipende da me né da nessun altro mortale — pertanto è inutile dolersene.

Non me la prendo neanche per le ombre sull’assegnazione del Nobel e sulla vecchia serissima faccenda del Cronassial, il farmaco spacciato per miracoloso e rivelatosi poi mortale; né per l’entusiastico sostegno a scenari da incubo come la produzione e l’impiego  degli embrioni chimera.

In realtà quello che più mi urta (mi ha sempre urtato) è l’incrollabile fiducia di questa pia macellaia nella bontà-giustezza-doverosità della sperimentazione animale, pratica discutibile ormai riconosciuta inaffidabile eppure sempre difesa a spada tratta col ricorso ai consueti distinguo:

[...] Nel 1960 il direttore di una commissione australiana sul cancro, Kenneth Starr dice: «È impossibile applicare alla specie umana informazioni ottenute provocando il cancro negli animali». Nel 1981, Dulbecco: «l’alterazione della funzione dei geni è diversa nell’animale e nell’uomo». Il professor Burr della California: «Possiamo fidarci solo delle sperimentazioni compiute sull’uomo».
C’è qualcuno che recentemente ha denunciato gli abusi nella sperimentazione animale. È il premio Nobel Rita Levi Montalcini, destando stupore sulle pagine di alcuni giornali.

RITA LEVI MONTALCINI
Non sono animalista. Sono per il controllo e la dignità dell’animale. Tanto è che giovane, ancora adolescente, ho rifiutato qualunque esperimento che potesse comportare sofferenza al cucciolo, poniamo. Quindi io ho mai cambiato, sono sempre stata per il rispetto dell’animale, ho rifiutato la carriera di sperimentazione che non accettavo. Quando io ero in America ho visto tagliare le corde vocali agli animali domestici per non sentir le loro urla. Questo è atroce: non soltanto si fa soffrire l’animale ma gli si impedisce di dimostrarlo. Ho fatto un esperimento su un primate, un piccolo, e si è ribellato, era semplicemente un’iniezione innocua, ma la sofferenza che io vedevo mi ha impedito di lavorare anche a livello dei primati subumani.

AUTRICE
Serve o non serve allo scienziato?

RITA LEVI MONTALCINI
Si, oddio bisogna che sia controllata, purtroppo non possiamo farne a meno, però lo si deve fare con il massimo rispetto dell’animale stesso e senza farlo soffrire.

[...]

AUTRICE
Ma esistono dei farmaci che sono stati sperimentati sugli animali e poi sull’uomo hanno dato risultati completamente diversi.

RITA LEVI MONTALCINI
No, non mi risulta! Io ritengo che l’esperimento sull’animale è valido, naturalmente con il controllo. Scusi: ma sono domande che non mi vanno tanto. [fonte]

Ora, questa donna è campata fino a superare il secolo di vita; posto che ci si comincia a interrogare sulla possibilità/esigenza di una via alternativa alla sperimentazione animale (non chiamatela “vivisezione”, ché questi dispatici s’indispettiscono) perlomeno sul finire degli anni Cinquanta del XX secolo, all’epoca Rita Levi Montalcini era quasi nel mezzo del cammin di sua vita. Da allora, ha continuato la sua attività per un altro mezzo secolo: possibile che una studiosa preparata, di mente acuta e intelligenza aperta (così dicono), in tanti decenni non abbia mai neanche per un momento avvertito l’esigenza di fermarsi a riflettere o il bisogno di interrogarsi sul suo vissuto? Possibile che in un campo sdrucciolevole come quello della ricerca la signora non sia mai stata sfiorata dal dubbio che certe pratiche fossero superate o di esito incerto o eticamente riprovevoli?

Ecco, è questa inscalfibile certezza che mi spaventa — diffido sempre di chi non nutre dubbi e non osa mettersi in discussione. Così, lo ripeto, non sono contenta che sia morta Rita Levi Montalcini; e neanche dirò che mi dispiace. Quello che mi dispiace veramente è che abbia allevato generazioni di studiosi pronti a seguire il suo esempio — cattivi maestri formano cattivi allievi.


nov 30 2012

Letterina quasi natalizia alla Chiesa di Roma

Gentile Signora Chiesa di Roma,

era da tanto che volevo scriverLe: ma poiché altri e più degni di me l’hanno fatto, in tempi remoti e recenti, ho sempre lasciato perdere — un po’ per pigrizia e un po’ per scoramento.

Ora però, Signora Chiesa, mi scusi, non riesco più a tacere.

Già nei giorni scorsi ero rimasta un po’ stupita nell’apprendere dell’esistenza di alcuni Suoi documenti ufficiali su circensi e fieranti,  ma poi ci ho ragionato sopra: già, Lei si occupa di ogni aspetto del vivere, quindi come pensare che queste categorie potessero sfuggire al Suo interesse? Così mi sono messa d’impegno a leggere, e ho trovato qua e là delle affermazioni un tantino stiracchiate — mi permetta — che mi hanno fatto riflettere: per esempio là dove si dice, testualmente:

L’essere itineranti. I giovani del circo e del lunapark, se accettano la dimensione itinerante della loro vita, sono in piena sintonia con l’appello di Dio ed il messaggio evangelico, perché Dio accompagna il suo popolo in itinere.

La festa. Essa ci dà una anticipazione di quella del Regno. È importante per i giovani fieranti creare uno spirito di festa, con l’animazione artistica, e soprattutto percepire la dimensione profetica della loro professione-vocazione.

La gioia. Il clown viene preso in giro, deriso, quasi ad immagine di Cristo che viene schernito, umiliato. Egli rappresenta l’umanità decaduta… La risata è vista qui però anche come risurrezione nel quotidiano, che ci aiuta ad accettare i nostri limiti e le nostre imperfezioni; dobbiamo avere la capacità di ridere di noi stessi.

La bellezza. Tra le qualità di questo mondo, che ci invitano a sollevare lo sguardo in alto, c’è la bellezza. Essa vive nelle infinite meraviglie della natura… L’uomo è cosciente di ricevere tutta questa bellezza, anche se, tramite la sua azione, ha parte nella sua manifestazione, ma egli non la scopre e ammira pienamente se non quando riconosce la sua fonte, la bellezza trascendente di Dio.

Il superamento di sé. Gli artisti del circo – acrobati, trapezisti, addestratori, ecc. – vogliono arrivare sempre più lontano, desiderano superare i propri limiti. Essi rispondono così al desiderio di andare oltre, al di là, posto da Dio nel cuore dell’uomo.

La gratuità. Essa si manifesta nel dono del meglio di sé stessi al servizio della gioia degli altri, attraverso il proprio duro lavoro, e anche una certa solitudine e sofferenza. Tale gratuità non esime dall’applicazione della giustizia sociale nei riguardi dei circensi e fieranti, in quanto lavoratori.

La vita di comunità. Al circo e al lunapark si vive sempre l’uno vicino all’altro. La qualità di vita in società non è certo riservata ai soli cristiani, ma per loro essa trova la sua radice in Dio, è partecipazione della vita divina in Cristo.

Ma Lei, Signora Chiesa, è quella del “credo quia absurdum”, anche in virtù del quale l’apostata Tertulliano figura largamente tra le auctoritates citate da Lei in tanti Suoi documenti. Eppure Tertulliano è l’autore di un testo celeberrimo, il De spectaculis, in cui bolla con parole di fuoco i cristiani che si recano al circo… Naturalmente Lei, Signora Chiesa, mi dirà che il circo di allora non è il circo di oggi: Glielo concedo, ma Le faccio notare che Tertulliano dice espressamente in più punti che tutto, nel circo, è manifestazione di idolatria, compresi gli spettacoli equestri. In ogni caso, chi sono io per sindacare sulla scelta dei Suoi riferimenti?

Tuttavia c’è un punto, Signora Chiesa, che mi ha lasciato veramente basita; ed è precisamente il punto 11 delle “Considerazioni generali” del “Documento finale dell’Ottavo Congresso Internazionale di Pastorale per i Circensi e i Fieranti (Roma, 12-16 dicembre 2010)” , che riporto integralmente e testualmente:

11) In alcuni Paesi, i circhi tradizionali devono far fronte alla politica di Amministrazioni pubbliche che contrastano l’impiego degli animali nello spettacolo, cosa che invece è apprezzata dal pubblico. Gli esercizi con gli animali sono tipici del circo classico, dove l’esibizione artistica dimostra che l’uomo può stabilire relazioni di intesa e di collaborazione con gli animali, grazie ad un addestramento rispettoso e positivo. Per assicurare la continuità di questa forma d’arte, i proprietari dei circhi vigilano sull’adeguato trattamento degli animali, tenendo conto del loro benessere.

Vede, Signora Chiesa, io capisco benissimo che Lei abbia tante cose importanti a cui pensare: tutelare i preti pedofili, spiegare alle famiglie che handicap e Aids sono divini strumenti punitivi, impedire che la teologia della liberazione possa danneggiare le multinazionali americane; ma è mai possibile che lì dove sta Lei non ci sia proprio nessuno che in questi anni si sia preso la briga di andare un po’ a vedere com’è che vengono trattati gli animali nei circhi? Voglio dire, mettete il vostro sacro naso dappertutto, financo sotto le lenzuola dei vostri fedeli, e non vi viene in mente di documentarvi almeno un pochino — basterebbe il granello di senape evocato da quel Galileo che voi amate citare a proposito e a sproposito — sulle sofferenze e le umiliazioni inflitte nei circhi a quelle che secondo voi, almeno quando vi fa comodo, sono pur sempre creature del vostro Dio (un po’ distratto o un po’ malvagio — un po’ poco “dio”, insomma, avrebbe detto quel paganaccio di Epicuro)…

Non mi sembra bello, Signora Chiesa. Sappiamo da tempo che Lei non è mai stata tenera con gli animali; e quelli fra i Suoi fedeli che inclinavano alla compassione per le bestie non hanno avuto vita facile — a partire da quel Francesco di Pietro Bernardone il cui Ordine, partito per ricordare a Lei, Signora Chiesa, l’importanza dell’umiltà e della povertà secondo la predicazione evangelica, finì poi a giustificare le imprese invece assai poco evangeliche della Santa Inquisizione. Imperscrutabili disegni di Dio o manipolazioni umane e temporali? Mistero della fede.

Ma sa, Signora Chiesa, cos’è che ultimamente mi ha fatto proprio arrabbiare? La notizia che per addobbare piazza San Pietro e il Colosseo in occasione del Natale verranno utilizzati due abeti secolari — due meravigliosi esseri viventi moriranno per celebrare una festa di rinnovamento antica di millenni, onorata ben prima che arrivaste voi a scipparla per commemorare la nascita di un dio così disinvoltamente noncurante dei viventi non umani.

Capisco benissimo che la vostra sia una tradizione consolidata: cominciò — ricorda? — l’anglosassone Wynfrith, poi monaco benedettino e vescovo col nome di Bonifacio, apostolo della Germania su mandato di Carlo Martello, che per sradicare metaforicamente le esecrande “superstizioni” pagane pensò bene di sradicare concretamente gli alberi sacri oggetti di culto delle popolazioni germaniche in Assia e Turingia; nel 723, a Geismar, fece abbattere la colossale quercia sacra a Donar (Thor), e col medesimo legno fece erigere nel medesimo luogo una chiesa dedicata a san Pietro. Convinto della bontà di questa pratica (invero assai poco pedagogica), continuò ad applicarla negli anni; finché il 5 giugno 754, in Frisia, un gruppo di frisoni restii ad essere convertiti uccisero lui e i suoi catecumeni sulle rive del Borne, presso Dokkum.

Ma i tempi, Signora Chiesa, sono cambiati — in meglio? In peggio? Che importa? Sono cambiati: e dovrebbe imparare a cambiare anche Lei, conformemente a com’è cambiato il mondo e a com’è cambiata la nostra consapevolezza nei confronti dell’immensità vivente in cui siamo immersi, e verso la quale la nostra meraviglia non sa esaurirsi.

Ci rifletta, Signora Chiesa; e se vuole continuare ad occuparsi delle anime immortali faccia pure — è Lei l’antropocentrista, non io. I corpi mortali li lasci pure ai miscredenti come me e come i miei amici, che sappiamo rispettarli e onorarli assai meglio di quanto Lei abbia dimostrato di saper fare negli ultimi duemila anni.

Cordialmente, ma senza esagerare

a.c.


nov 16 2012

«Giocando con Hitler»: uno scritto esemplare

Dal blog Kelebek, un pezzo eccellente di Miguel Martinez. Va bene, siamo amici, ma giuro che non sto esagerando: anche perché la questione animale è una delle due o tre cose su cui Miguel e io nutriamo punti di vista differenti — non opposti né inconciliabili, ma semplicemente diversi. Il che è una garanzia di sincerità, solidità del rapporto e rispetto reciproco. Ma stavolta veramente Miguel si è superato, e lo ringrazio dal profondo del cuore.