apr 26 2013

La cosa è sinistra

Apprendo ora dall’amica Rita Ciatti che «Pierpaolo Farina, l’autore dell’articolo in Qualcosa di… sinistra in cui confonde un’azione di disubbidienza civile con un attacco terroristico, scrive sulla sua bacheca: “È ora che la politica cominci a prendere sul serio e a reprimere, con la forza se è necessario, il nuovo brigatismo animalista di matrice clericale”».

La cosa è interessante, per svariati motivi. Vediamoli (non era la mia massima aspirazione, di prima mattina, ma come dico sempre il lavoro sporco qualcuno lo deve pur fare).

1) «È ora che la politica cominci a prendere sul serio…»: lo sta già facendo, poiché mai come nell’ultima campagna elettorale si sono viste tante strizzate d’occhio al mondo animalista — foto con pet che hanno sostituito le tradizionali foto con bambini, punti programmatici sul benessere animale variamente inteso (per esempio Rivoluzione civile di Ingroia, che poi ha scordato di averlo scritto e sostiene la candidatura del vivisettore Ignazio Marino a sindaco di Roma), pronunciamenti di vario genere sul trasporto di animali da macello (certo, la vivisezione e la caccia non si toccano perché sono lobby potenti e foriere di voti)… Segno che la “politica” ha capito che la galassia animalista si compone non soltanto di banditi e guerriglieri ma anche di cittadini normali che pretendono il libero esercizio del diritto/dovere di voto, esigendo al contempo l’attenzione degli schieramenti in gioco: e conseguentemente guarda a questi potenziali elettori con l’interesse ipocrita del bottegaio che deve piazzare la sua mercanzia — però li guarda.

2) «È ora che la politica cominci (…) a reprimere, con la forza se è necessario». Farina, qui, invoca la repressione dell’avversario da parte di un soggetto ambiguamente indicato: messo così come dice lui, il suggerimento sembrerebbe quello della criminalizzazione ideologica dell’avversario, e/o quello di un intervento diretto dello Stato — giacché una repressione dall’alto che sia manifestazione di forza giusta e non di arbitrio violento non può che essere quella di governo, che definisce ciò che è reato (potere legislativo), impedisce che venga commesso (potere esecutivo) e da ultimo punisce i trasgressori (potere giudiziario).
Ho detto altrove che vengo da un’altra epoca: non è un artificio retorico, è un fatto anagrafico. La mia epoca era quella in cui, a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta del XX secolo, “destra” e “sinistra” alternativamente invocavano la repressione dello Stato contro l’avversario, e il medesimo Stato veniva alternativamente contestato come “antifascista” o “fascista”. Mi fermo qui, perché il discorso è lungo e i nervi scoperti: ma era tanto per ricordare l’immutabile relatività delle umane vicende, e per richiamare l’attenzione sul fatto che, sollecitando una repressione dall’alto, diventa inevitabile attribuire ai reprimendi una collocazione ideologica universalmente sgradita, pena un consenso parziale dell’opinione pubblica. Allora, questa collocazione?

3) «il nuovo brigatismo animalista di matrice clericale». Eccola, la collocazione, secondo Farina. Noto intanto che parla di “brigatismo” anziché di “squadrismo”: riconosciamogli quest’originalità.
Quello che mi lascia perplessa, invece, è la “matrice clericale”. Perché “clericale” indica, senza possibilità di equivoco,  l’appartenenza: i) al clero inteso come complesso delle persone che appartengono all’ordine sacerdotale di una religione o di una Chiesa; ii) allo schieramento dei cattolici laici che dopo la breccia di Porta Pia nel 1870 affiancarono la Santa Sede nella protesta contro lo Stato italiano; oggi il termine è usato per definire i più ferventi sostenitori del potere della Chiesa.
Ma, come dimostra bene Luigi Lombardi Vallauri nel suo esemplare Nera luce. Saggio su cattolicesimo e apofatismo (Le Lettere, Firenze 2001), tradizionalmente «Lungo i secoli e quasi fino ad oggi, [la Chiesa] è rimasta indifferente ai massacri e alle sevizie degli esseri senzienti non umani» (p. 138), e «La cristianità è massicciamente vivisettrice e carnivora» (p. 148, nota 4). Dunque sembra che possiamo escludere aprioristicamente un orientamento filocattolico degli “animalisti” — cosa del resto verificabile empiricamente e senza bisogno di scomodare illustri pensatori.
Allora non resta che pensare all’accezione metaforica del termine “clericale”, e supporre che Farina abbia inteso alludere al fanatismo dogmatico degli “animalisti”. Ma se c’è un ambito laico in cui, oggi, è possibile ritrovare accenti di fanatismo dogmatico, quello è proprio l’ambito della ricerca scientifica: in cui il dogma dell’imprescindibile necessità della sperimentazione animale non può essere messo in discussione, costituisce l’assioma per eccellenza su cui si fonda l’edificio mentale del ricercatore, viene celebrato con quotidiani sacrifici nei laboratori di tutto il mondo e se ne pretende la tutela con mezzi coercitivi.

4) Last but not least, il grido di dolore di Farina sembra ricalcato sulle relazioni di Vittorfranco Pisano e di Gianluca Ansalone apparse rispettivamente nel 2001 e 2011 su “Gnosis. Rivista italiana di intelligence”. Sembra, insomma, un richiamo forte alla necessità di tutelare lo stato delle cose, senza lasciare sbocchi alla possibilità di provare a modificare una situazione iniqua. Il che, vado a naso, mi sembra confliggere alquanto con la visione del mondo tradizionalmente attribuita alla “sinistra” — non credo di dovermi dilungare nei dettagli: più o meno l’ho già fatto qui.

Ognuno tragga le conclusioni che vuole e che crede. Quanto a me, il fatto di essere — ancora una volta — dalla parte di una minoranza passibile di repressione mi conferma la fedeltà a me stessa: e tanto mi basta per esserci e andare avanti. Andare oltre.


apr 25 2013

Qualcosa di sinistra?

Vengo da un’altra epoca.

Un’epoca in cui si voleva ridisegnare il mondo, e le estreme — quelle serie, non quelle dei picchiatori inebetiti e indottrinati degli opposti schieramenti tanto graditi ai piani alti — le estreme, dicevo, non si fronteggiavano ma si confrontavano, e si spaccavano la testa a colpi non di spranga ma di elaborazioni, unite com’erano nella comune lotta al Sistema. Non è un caso, infatti, se tanti anni (decenni!) dopo ci si ritrova ancora nelle pieghe del virtuale, senza rinnegare il passato ma con l’antico rispetto per l’avversario e l’amara constatazione che la fine delle ideologie — citando il mago Merlino di Excalibur — è stata un sogno per alcuni, ma un incubo per molti. Un incubo dal quale non si sono ancora risvegliati.

Attualizzando, tutti i blablabla sulla recente occupazione del Dipartimento di Farmacologia della Statale di Milano da parte di un gruppo di attivisti animalisti, con conseguente liberazione di un nutrito gruppo di cavie (fortunate oltre ogni dire), mi fanno ridere. In particolare perché provengono da persone che si autodefiniscono “di sinistra” — auto, perché difficilmente un osservatore esterno potrebbe definire “di sinistra” chi condanna generici “reati contro lo Stato”. Lasciatele dire a Carlo Giovanardi queste cose.

Eugène Ionesco, vedendo sfilare sotto le sue finestre i manifestanti enragés del Maggio francese, gli gridò «Finirete tutti notai!», preconizzando la normalizzazione del movimento che si sarebbe poi puntualmente verificata negli anni a seguire. E adesso io, vedendo i giovani arrabbiati che non hanno nessuna intenzione di cambiare il mondo, ma anzi cercano il modo migliore di accoccolarcisi dentro come un embrione pigro in un utero accogliente nel quale non maturare e dal quale non uscire possibilmente mai, mi chiedo quale malsana concezione di “sinistra” possano avere assimilato; e in che cosa consista, per loro, quel “progresso” invocato e rivendicato da ogni sinistra che si rispetti.

Giacché i ricercatori-che-sperimentano-in-vivo (uso questa dotta circonlocuzione perché hanno la pelle così delicata, poveri cari, che se dicessi “vivisettori” gli verrebbe una dermatite) non soltanto prendono volentieri i soldi da quello Stato che i loro padri nobili combattevano in modi più o meno morbidi, ma col loro impegno ottuso da guardie bianche rafforzano e preservano il meccanismo globale oppressivo e di controllo che regge l’intero impianto neo-, post- o turbo-capitalista che dir si voglia.  Parlo Ottocento? Rimedio subito.

La corporazione medica è diventata una grande minaccia per la salute. L’effetto inabilitante prodotto dalla gestione professionale della medicina ha raggiunto le proporzioni di un’epidemia. Il nome di questa nuova epidemia, IATROGENESI, viene da IATROS, l’equivalente greco di ‘medico’, e GENESIS, che vuole dire ‘origine’. La discussione sulla malattia nata dal progresso della medicina è passata ai primi posti negli ordini del giorno dei convegni sanitari, i ricercatori si concentrano sui poteri patogeni (cioè generatori di malattia) della diagnosi e della terapia, e le relazioni sul danno paradossale provocato dalle cure occupano sempre maggiore spazio nella stampa medica. [...]
Un’approfondita discussione pubblica della pandemia iatrogena, che cominci con una sistematica demistificazione di tutto ciò che riguarda la medicina, non può essere pericolosa per la collettività. Pericoloso è invece un pubblico passivo ridotto ad affidarsi alle superficiali pulizie intraprese per loro conto dai medici. La crisi della medicina può permettere al profano di rivendicare efficacemente il proprio controllo sulla percezione, classificazione e decisione sanitaria.
La laicizzazione del tempio di Esculapio può portare a invalidare i dogmi religiosi su cui si fonda la medicina moderna, oggi sottoscritti da tutte le società industriali, di destra come di sinistra. [...]
Fra tutti gli specialisti del nostro tempo, i medici sono infatti quelli addestrati al più alto livello di incompetenza specifica per questa ricerca indilazionabile. La guarigione dal morbo iatrogeno che pervade la società è un compito politico, non professionale. Deve fondarsi su un consenso di base, popolare, circa l’equilibrio tra la libertà civile di guarire e il diritto civile a un’equa assistenza. Durante le ultime generazioni il monopolio medico sulla cura della salute si è sviluppato senza freni usurpando la nostra libertà nei confronti del nostro corpo. La società ha trasferito ai medici il diritto esclusivo di stabilire che cosa è malattia, chi è o può diventare malato e che cosa occorre fargli. La devianza è ormai ‘legittima’ solo quando merita e in ultima analisi giustifica l’interpretazione e l’intervento del medico. L’impegno sociale di fornire a tutti i cittadini una massa pressoché illimitata di prodotti del sistema medico rischia di distruggere le condizioni ambientali e culturali necessarie perché la gente viva una vita di costante guarigione autonoma. Di questa tendenza occorre prendere atto perché si possa poi rovesciarla. [...] Bisogna ormai rendersi conto che ciò che ha fatto dell’assistenza sanitaria un’impresa generatrice di malattia è l’intensità stessa di uno sforzo ingegneristico che ha convertito la sopravvivenza umana da prestazione di organismi in risultato di manipolazione tecnica. [...]
La minaccia che la medicina attuale rappresenta per la salute della gente è analoga alla minaccia rappresentata dal volume e dall’intensità del traffico per la mobilità, alla minaccia rappresentata dall’istruzione e dai “media” per l’apprendimento, e alla minaccia rappresentata dall’urbanizzazione per la capacità di fare le case. In ognuno di questi casi, un grande sforzo istituzionale si è trasformato in qualcosa di controproducente.
L’accelerazione del traffico che genera perdita di tempo, le comunicazioni divenute chiassose e frastornanti, l’istruzione che addestra sempre più gente a livelli di competenza tecnica sempre più elevati e a forme specializzate di incompetenza generale: sono tutti fenomeni paralleli alla produzione di malattia iatrogena da parte della medicina. In ciascun caso un grande settore istituzionale ha allontanato la società dal fine specifico per cui quel settore era stato creato e
tecnicamente apprezzato. [...]
La medicina potrebbe diventare un bersaglio di prim’ordine per un’azione politica che si proponga di invertire la società industriale.
Solo coloro che hanno recuperato la capacità di provvedere a salvaguardarsi reciprocamente e hanno imparato a combinare tale capacità con l’assoggettamento alle applicazioni della tecnologia contemporanea, saranno pronti a limitare il modo di produzione industriale anche negli altri principali campi. [...]

Questo lo scriveva il pensatore radicale di sinistra (lui sì) Ivan Illich, nel suo testo classico e fondamentale Nemesi medica. L’espropriazione della salute, nel 1976. Potrei anche ricordare tutte le riflessioni femministe sull’espropriazione del corpo femminile e quelle di Michel Foucault sull’espropriazione del corpo in generale: ma pare che in molta giovane “sinistra” contemporanea certi argomenti e certi nomi non siano trendy. Allora continuo con un’altra eresia (sapete che le adoro).

È notevole come le persone siano in genere assai poco consapevoli, socialmente e politicamente, del concetto di benessere; e della disponibilità di alternative alla medicina ufficiale, capitalistica e orientata al profitto.
Nonostante la consapevolezza di quello che sta succedendo nel mondo, la maggior parte di noi non si preoccupa davvero della propria salute e preferisce, invece, accogliere i dogmi della “chiesa” che è ormai la medicina capitalistica, supportata da organizzazioni come l’American Medical Association (AMA) e la Food and Drug Administration (FDA). Queste organizzazioni sono in pratica estensioni del complesso medico-industriale transnazionale, che costituisce una delle industrie più potenti nel mondo “globalizzato” di oggi. La linea di fondo sottesa a queste istituzioni — e la loro preoccupazione fondamentale — è che se non c’è profitto in una ricerca o in un prodotto, essi non verranno neppure presi in considerazione. E se c’è un profitto, esso deve essere incrementato in qualsiasi modo e a qualunque costo. Questa è “assistenza sanitaria” a scopo di lucro. Il fondamento capitalistico della medicina “convenzionale” è, per definizione, inconcepibile: si ha a che fare solo con la contabilità. E questo è un autentico veleno che colpisce al cuore la medicina, recando con sé conseguenze di vasta portata.
Il movente del profitto in medicina distorce radicalmente tutte le cure sanitarie, determinandone ogni aspetto — il tipo di ricerca, i trattamenti raccomandati, la quantità di tempo da trascorrere con il paziente. Tutto questo è fondamentalmente in contrasto con la preoccupazione basilare espressa nel classico Giuramento di Ippocrate — portare la salute al massimo con la minima sofferenza per ogni paziente. [...] Sto offrendo queste informazioni a beneficio di coloro che stanno lottando contro i soprusi più eclatanti del sistema, e a coloro che si battono per fondare una società più umana e più giusta. È necessario essere consapevoli delle alternative alla macchina medica dei padroni, e avervi accesso.
Il sistema del profitto sicuramente sa come difendersi, e si traduce spesso in danni fisici e mentali inferti a chi osa sfidarlo. [...] State in salute, e continuate a lottare!

Questo, invece, lo dice la dottoressa Erika Price, nel 2000.

E se vi fate un giretto in rete, troverete parecchio materiale interessante sulle amicizie pericolose fra AMA, FDA e lobby del farmaco.

Così, cari i miei ricercatori “di sinistra”, prima di riempirvi la bocca con paroloni come “progresso” e “libertà”, riempitevi il cervello — con un po’ di conoscenza dei meccanismi politici e sociali del nostro tempo; e la coscienza — con un po’ di quell’etica e di quella deontologia che, non potendole fare a pezzi per vedere di che colore è il loro sangue, per voi non esistono. E riservate il vostro sdegno per cause migliori.

Io, per me, sto dalla parte delle cavie. Sempre e comunque.


gen 20 2012

Di navi, isole e ciò che non si può prevedere

Ci sono due modi per annullare la comprensione di un fatto: parlarne troppo, o parlarne male.
Ed è esattamente quello che si sta facendo in questi giorni in relazione a due fatti di non poco momento: 1) il disastro della “Costa Concordia” all’isola del Giglio, e 2) la rivolta (ormai non più soltanto siciliana) del Movimento dei Forconi.

1) Per una come me, cresciuta a pane e Salgari, innamorata del mare e della marineria, uno come il comandante Schettino meriterebbe come minimo un paio di giri di chiglia, e poi a terra per tutta la vita — cosa che per un marinaio dovrebbe essere la peggior condanna al mondo. Ma il punto non è il comandante Schettino con le sue manchevolezze (alle quali non aggiungerò alcun aggettivo), povero capro espiatorio di colpe non soltanto sue. Il punto vero e dolentissimo e sottaciuto è il corrente concetto di “crociera” (magari pure low cost): ovvero la convinzione, tanto errata quanto perniciosa, che oggi sia possibile tenere sotto controllo praticamente tutto. Nel centenario dell’affondamento del Titanic, dovremmo avere imparato che, se è molto difficile tenere sotto controllo ciò che è costruito dall’uomo, è umanamente impossibile esercitare un sia pur debole controllo su ciò che umano non è. E, per l’inspiegabilmente negletta legge della Gestalt (altro che complottismi… rileggiamoci Crichton, piuttosto), quattromila persone (compresi bambini, anziani, disabili e adulti incapaci di nuotare) su una nave comandata e servita da personale non esattamente qualificatissimo a centocinquanta metri dalla riva su fondali bassi e scogliosi è molto più che la somma delle parti. Questa roba non è una crociera. Questa roba non è nemmeno la nave dei folli. Questa roba è un grappolo di umanità appeso a poche dita incrociate, nell’illusione ottusa e modernissima che tutto sia per tutti e che un team di progettisti possa avere la meglio sul Caso — il quale è, non dimentichiamolo, soltanto il nome che lo sciocco dà al Fato.
Come diceva Pulcinella, “pe’mmare nun ce stanno taverne”. Bisognerebbe appunto tornare coi piedi per terra, e tributare al mare il rispetto millenario che gli si conviene.

2) Cominciata in Sicilia, la protesta popolare dei “Forconi” si sta estendendo all’Abruzzo e alla Sardegna, e sembra destinata a diffondersi ancora.
Qualcuno, auspico, mi perdonerà se mi cito (il brano che segue è tratto da un articolo sulle rivolte arabe pubblicato sul n. 2 di “Territorio – Mensile di impegno civile fondato da Paolo Albano e Ugo Maria Tassinari”):

«Anche se non ce lo ricordiamo, noi veniamo da un secolo di rivolte. Il fatto che il sistema Europa-Usa non ne abbia tenuto conto nell’orientare la propria politica estera ed economica indica soltanto la sua incapacità di comprendere il contesto globale a favore di un’autoreferenzialità i cui danni sono sotto gli occhi di tutti — e si profilano, ahinoi, destinati a durare nel tempo ancora per un pezzo.
Si trattava, naturalmente, di rivolte contadine. L’Occidente urbanizzato, luogo ideale del (post)capitalismo trionfante, ha minimizzato quei movimenti, relegandoli ai margini dell’attenzione mediatica e facendone oggetto di studio per pochi addetti ai lavori: il mondo contadino, deprivato della sua carica culturale e storica, è stato percepito come un residuo di epoche ormai superate e del tutto ininfluente sulla tessitura degli eventi planetari. Errore madornale, evidentemente.
La classe contadina è, senz’ombra di dubbio, un soggetto storico: lo dimostrano gli infiniti episodi che costellano la storia dell’umanità e che figurano nei libri di scuola — fino alla seconda metà dell’Ottocento, più o meno. Dopodiché, la grande (e rovinosa) avventura dell’urbanesimo sembra spazzar via il contadinato salvandone soltanto qualche brandello buono per le indagini etnologiche e di costume.
Eppure, dal Messico (1910 e anni Novanta) alla Russia (1917), dalla Cina (1927) al Vietnam (1930), da Cuba (1953) all’Algeria (1954) — per non parlare di Nicaragua e Salvador, devastati da decenni di conflitti —, il XX secolo è costellato di rivolte contadine dai caratteri spesso più di guerriglia che di sommossa — e non ne è stata immune neppure la vecchia Europa: nel 1988, a Béziers (Francia meridionale), diecimila viticoltori occitani manifestarono duramente per protestare contro alcune inique misure governative che li riguardavano; nel 1990 e nel 2010 si mosse anche Tolosa, e alla fine degli anni Novanta salì agli onori delle cronache l’agricoltore (nonché attivista no global e sindacalista) José Bové, che con le sue eclatanti proteste riuscì a richiamare l’attenzione dell’Occidente sulla sofferente ma ancora viva realtà contadina francese ed europea. [...] Sarebbe stato possibile prevedere questi sviluppi? Verosimilmente no, perché la concomitanza di fattori tanto numerosi e diversi vanifica irrimediabilmente qualsiasi tentativo previsionale. Tuttavia, c’è un’imbarazzante ovvietà che troppo spesso gli osservatori tendono a dimenticare, e che invece costituisce la base fondante di ogni e qualsivoglia comunità umana: il capo-Stato garantisce sussistenza e sicurezza, e i gregari-sudditi in cambio si accollano precisi doveri. Quando il primo non è più in grado di garantire niente, i secondi non sono più disposti a farsi carico dei loro doveri, e l’equilibrio sociale salta.»

Torniamo ai “Forconi”. Dopo giorni di silenzio tutt’altro che inspiegabile (il territorio c’è, è la mappa che bisogna costruire), i media hanno dovuto necessariamente occuparsi in chiaro della vicenda: e di fronte al fenomeno nuovissimo del marciare affiancati anziché contrapposti, posto in essere da elementi tradizionalmente riconducibili a “destra” e “sinistra”, da un lato è scattata la preoccupazione delle istituzioni e dall’altro serpeggia il nervosismo all’interno delle realtà antagoniste più rigide. Parola d’ordine: delegittimare. E così il Movimento dei Forconi è diventato di volta in volta fascista, massone, mafioso… e dio sa cos’altro — la fantasia può tutto, ma per fortuna qualcuno ragiona ancora. Per quanto mi riguarda, sto a vedere — con l’attenzione che si conviene a questi tempi interessanti.