Io

 

In un’estate brava di tanti ma tanti anni fa, la mia colonna sonora fu Voglio una vita spericolata.

Spericolata non lo so, ma ad averla piena di guai ci sono riuscita, in vari modi e a vario titolo. Eppure a quella canzone c’avrei messo la firma — anzi, la firma continuo a metterla sotto a un sacco di cose che talvolta portano guai (in vari modi e a vario titolo…). Ma non so che farci.

Mi è successo anche di recente, con una firmetta messa qui e chi lo sa come andrà a finire.

Del resto non è mica la prima volta: se vi ricordate cos’è successo il 13 dicembre 2003 a Roma, allora sapete già anche chi sono io. Quindi siete pronti per entrare in questo sito — o per uscirne precipitosamente.

Adesso chiedetemi perché mi faccio un sito tutto mio. La risposta è paradossale: perché, se non mi piace parlare di me, mi piace ancora meno che lo facciano gli altri, e per di più a sproposito. Per facilitare le cose, qui sotto metto un elenco in ordine sparso di quello che mi piace e di quello che non mi piace, così fate prima:

MI PIACE

- andare a vedere come stanno le cose, e mettere fra parentesi i pregiudizi e i sentito dire

- parlare di quello che so: su quello che non so, taccio

- ascoltare gli altri (se hanno qualcosa da dire)

- Nietzsche

- il cioccolato fondente

- tutto quanto fa natura (gatti, cani e animali in genere, rettili e insetti compresi; alberi, fiori, funghi, mare, rocce eccetera)

- Mozart

- Gaetano Bresci

- l’antica Grecia

- Steve McQueen

… e altre migliaia di cose

NON MI PIACE

- che qualcuno mi dica cosa devo pensare e come devo agire

- etichettare ed essere etichettata

- accontentarmi delle spiegazioni preconfezionate

- la carne

- Silvio Garattini

- l’imperialismo americano

- Schubert

- Garibaldi

- lo Stato pontificio

- Michael Jackson

… e altre migliaia di cose + 1.

 

Alcune cose di me le sanno tutti, ormai: anche che ho scritto un saggio su Ipazia (oh, cielo!). Verissimo.

Altre cose sono altrettanto vere, ma le sanno in pochi: che ho frequentato l’Università Cattolica di Milano (dove mi sono laureata con una tesi in filosofia medioevale dal terribile titolo Il problema dello Stato nel “Commento” di Giovanni Buridano alla “Politica” di Aristotele — e sono sopravvissuta); che ho preso la tessera di giornalista pubblicista nel 1980; che sono stata vegetariana convinta per 5 anni e animalista per molto più tempo; che ho tradotto il “Manifesto contro la società tecnologica” di Unabomber e ritradotto i “Miserabili” di Victor Hugo; che ho lavorato in un mensile di astrologia; che sono stata a cena con Francesco Guccini. Più, ovviamente, le solite migliaia di cose che, com’è giusto, non importano a nessuno.

È chiaro che alla gente interessa di più il lato oscuro delle persone, così posso capire che sia più intrigante immaginarmi come Ilse-la-belva-delle-SS piuttosto che come una mamma che va a prendere il bambino a scuola. Invece è molto più faticoso e meno divertente cercare di capirle, le persone: chiedersi, per esempio, perché una persona che “nasce” quasi anarchica si sposta rapidamente a destra per ritrovarsi poi isolata e finire a dialogare con singoli individui provenienti dalle più disparate esperienze politiche; o com’è che nel giro di pochi mesi (in quel 2003 che mi sembra adesso così lontano) una quasi-perfetta-sconosciuta finisce per diventare l’incubo del mondo libero peggio di Al Qaeda — potenza della propaganda. (Ma tranquillizzatevi. Al momento, pare, sono soltanto pericolosetta).

È vero che sono molto diversa da com’ero vent’anni fa — e meno male. Si cresce, si matura, si diventa più critici e dunque si cambia. È un processo naturale, ma oggi che viviamo nell’era dell’artificio e della manipolazione questo processo tende a scomparire. La gente resta com’è, fissata in un’eterna adolescenza acritica che rifiuta ogni responsabilità e delega in continuazione, sempre, per qualunque cosa e non importa a chi. Questo è l’aspetto che mi piace di meno nella società di oggi: perché se si toglie all’individuo la capacità di pensare con la propria testa lo si distrugge, e distruggere l’individuo significa distruggere la libertà.

Io questo non lo vorrei proprio. Così è inevitabile che stia con i nativi americani contro gli yankee, e con i palestinesi contro gli israeliani, e col subcomandante Marcos contro gli Usa, e con Cuba contro il resto del mondo… E vorrei che l’Africa tornasse agli africani, e che si eliminassero le multinazionali, e che i bambini non dovessero più lavorare, e che ci si dimenticasse degli OGM, e che si rispettassero gli Xavante e gli Yanomami lasciandoli vivere nella loro foresta amazzonica non più devastata… e le solite altre migliaia di cose che oggi costituiscono una serie spaventosa di priorità di fronte alle quali il tenore di vita di un 15% del genere umano perde ogni consistenza e diviene sacrificabile.

Io tutte queste cose le vorrei davvero. Me le sogno, perfino. E voi?

Adesso cliccate pure, se vi va. Ma state attenti.

 

Liberi di copiare quello che volete,
ma citate sempre la fonte:

Sito personale di Alessandra Colla

http://www.alessandracolla.net/