set 17 2011

Bisanzio? È Sparta

Insomma ce l’hanno fatta. Da oggi, tanto per cominciare, l’IVA aumenta di un punto percentuale. Ho cercato di spiegare la cosa a mio figlio, più che altro per indurlo a frenare le sue esorbitanti richieste di preadolescente ignaro di meccanismi economici. Mi ha stoppato subito: «Ma come?!? C’è la crisi, la gente non ce la fa più e il governo invece di abbassare i prezzi alza le tasse?!?». Ora, mio figlio ha undici anni e mezzo e non è Keynes redivivo — però non è né scemo né in malafede. Di fronte al mio silenzio, è ritornato il ragazzino che è e si è messo a ipotizzare incursioni in stile Dragon Ball: «Gli mando Goku a Palazzo Chigi e gli faccio vedere io».

Il punto è che la creatura non ha mica tutti i torti. E il motivo principale per cui sono state varate misure così punitive per i cittadini è che  lorsignori al governo non hanno la minima intenzione di rinunciare a nessuno dei loro innumerevoli ingiusti e immeritati privilegi, preferendo che siano in molti a pagare i lussi di pochi. Ma il regime in cui a fare il bello e il cattivo tempo sono i pochi, alla faccia e sulla pelle dei molti, si chiama oligarchia, ed è un male antico:

«[...] Dacché la repubblica ha messo nelle mani di quelli ogni diritto ed ogni comando, ad essi obediscono i re, ad essi appartiene il pubblico denaro. I principi , i popoli sono lor tributari; colla feccia popolare van confusi gli onesti e coraggiosi cittadini tanto dell’ordine patrizio che del plebeo: privi di credito e di autorità , van soggetti ai capricci di coloro i quali tremerebbero davanti a noi se veramente sussistesse la repubblica. Il potere, gli onori, le dovizie, tutto è loro, solo sono nostri i pericoli, gli affronti, i supplizi. E sino a quando soffriremo, prodi amici, cotanta indegnità? Non è meglio morir con coraggio che languir lungamente fatti ludibrio e vittime del loro orgoglio, e terminare una vita inonorata, infelice? Ma la vittoria è in nostre mani , vel giuro, e chiamo in testimonio gli Dei e gli uomini. Siamo noi nel vigore degli anni e della mente: i nostri nemici sono sfiniti dall’età, snervati dalla opulenza. Sol che osiamo assalirli li vedremo cader quasi da loro. Chi potrà tollerare tanto lusso in quei tracotanti? Colmano essi la marina per fabbricarvi, spianano le montagne, occupano tutta Roma d’ immensi palagi, tutto il mondo contribuisce ai loro stravizi, ad esaurire le loro ricchezze non basta l’eccesso di tanta prodigalità: e noi? noi non abbiamo neppure il necessario alla vita, appena ci vien lasciato un angusto focolare. Ci divora la miseria, ci perseguitano i creditori, orribile è il nostro stato presente, sarà più terribile quello avvenire: qual altro bene ci resta se non una vita miserabile e da disperati? E quando dunque vi scuoterete?

Così Lucio Sergio Catilina, duemila e spiccioli anni fa. Non credo sia esattamente questo che s’intende parlando di “eterno ritorno”, ma è fuor di dubbio che il frangente in cui ci troviamo sia molto simile a quello di allora.

L’unica cosa che mi impedisce di sprofondare nella disperazione è la serena consapevolezza di non aver mai contribuito, neppure per un momento, neppure per sbaglio o per distrazione, all’edificazione e al mantenimento di questo sistema di governo. Contro il quale, anzi, mi batto da sempre. Come tutti, posso aver fatto anch’io cose di cui non andare particolarmente fiera (almeno col senno di poi): ma di sicuro nessuno potrà mai imputarmi ignavia o acquiescenza nei confronti di Berlusconi e del berlusconismo.

L’uomo può anche dimettersi e sparire dal panorama politico italiano: ma resta la sua visione del mondo, resta il suo approccio alla politica come mezzo per un bene personale e non come fine per il bene comune, resta la sua convinzione che tutto abbia un prezzo e niente un valore.

Ormai sono state plasmate su questo discutibile modello intere generazioni: e ne ho avuto la riprova l’altro giorno, quando, parlando con un giovanotto di belle speranze e genuino interesse per la politica, nel commentare l’infelice apprezzamento del premier nei confronti della cancelliera tedesca Angela Merkel il giovanotto se n’è uscito “be’, ha ragione”. Ora, se non si riesce a far capire alla gente che il problema non è quello che uno dice, ma il contesto in cui lo dice; che un presidente del consiglio dovrebbe evitare nel modo più assoluto di dire o fare qualunque cosa che possa essere fonte di imbarazzo diplomatico; e che il considerare una persona di sesso femminile soltanto come una somma di pezzi di carne da apprezzare volumetricamente non fa guadagnare punti a nessuno al di fuori del bar Sport — se tutte queste cose non fanno più parte dell’innata sensibilità popolare, siamo messi maluccio.

A scusante del giovanotto dirò che è, appunto, giovane. Il che rende comprensibile il suo commento, ma non lo giustifica. Il viceministro Castelli, invece, non ha neppure l’attenuante dell’età: la sua dichiarazione di povertà in diretta gli ha fruttato, giustamente, sequele di insulti. In altri tempi, probabilmente, quando il nome santo di anarchia evocava cose serie, qualcuno avrebbe già affilato lame o lubrificato carrelli. E la leggenda — non dimentichiamolo — vuole che a Maria Antonietta sia bastato suggerire al popolo di mangiare brioches in mancanza del pane per scatenare quel po’ po’ di rivoluzione.

Il problema grosso è che noi, in Italia, non siamo forti in rivoluzioni. Lo scempio che la “casta” — questo cancro trasversale che divora il paese da anni — è riuscita a fare (e ancora fa) nella pressoché generale indifferenza di masse rassegnate, paghe di lustrini e volgarità, è un delitto che meriterebbe ben altro che la povera indignazione di pochi onesti. Anche nell’ipotesi di un rovesciamento di regime (uso quest’espressione forte), assisteremmo davvero alla buona pratica dell’epurazione? Senza bisogno di pensare a patiboli e forche (che pure hanno un loro fascino cupo e pedagogico), occorre farsi una ragione della necessità di estirpare la mala pianta con tutte le radici. Fuor di metafora, una volta andati via Berlusconi e i suoi alleati sarà indispensabile togliere di mezzo, politicamente parlando, tutti i pagliacci, le ballerine e i lenoni che l’uomo di Arcore e la sua claque si sono portati dietro o hanno legittimato.

Il guaio è che questa turpe corte dei miracoli può contare, incredibilmente, su una base massiccia di sostenitori: come diceva Hannah Arendt, «il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più». Oggi nazismo e comunismo sono flatus vocis (e credere o far credere il contrario è soltanto un altro triste escamotage per tenersi stretto un po’ di potere da mezzadri), ma l’intuizione di base della Arendt è sempre valida: e tutti quelli che continuano, per ignoranza o malafede, per cecità o dolo, a difendere l’indifendibile sono e devono essere considerati complici a tutti gli effetti. Devono assumersi la responsabilità e pagarne le conseguenze — o essere obbligati a farlo. Non è facile: ci sono di mezzo concetti come l’etica, la dignità, la coscienza civile. Oggi si preferisce anteporvi la privacy e il business, e troppo spesso “onore” è solo una bella parola da slogan o da canzone.

Un paio di settimane fa ne parlavo con un amico: al mio commento «mi sa che a Bisanzio stavano meglio» si è messo a ridere e mi ha risposto «Bisanzio?!? Bisanzio è Sparta!». Ecco. Bisanzio è Sparta. La proporzione fatela voi.



giu 17 2011

Italia: i colori di un amore

E così se n’è andata anche lei, poco meno che centenaria, mente lucidissima murata viva nella tomba che era divenuto il suo corpo. Per me è sempre stata “la signorina S.”, da quando ho memoria. Vecchia amica di famiglia, generosa e combattiva, una vita difficile e un unico grande amore straziante, S. era un’apprezzata insegnante stimata e benvoluta da tutti. Per me, è stata la presenza costante di tutte le mie vacanze estive.

Fascista attiva ed entusiasta, con l’8 settembre 1943 conobbe l’occupazione americana: benché i nuovi antifascisti (memori del suo impegno civile e della sua onestà) si adoperassero per evitarle gli spiacevoli effetti dell’epurazione, dopo qualche antipatico episodio S. decise di lasciare la sua città. Aveva delle conoscenze in Sicilia, e trovò un posto come maestra nei pressi di Palermo. Erano gli anni difficili del dopoguerra, e la signorina entrò bruscamente in contatto con una realtà molto diversa da quella cui era stata abituata — sempre al Sud, ma la Sicilia è terra a parte.

Il 1° maggio 1947 era festa, e non c’era scuola — proprio come adesso. Non so se allora S. partecipò a qualche manifestazione pubblica, o se si limitò a godersi quel giorno di vacanza. Di sicuro, in serata raccolse anche lei le molte voci confuse e spaventate che narravano di un massacro inaudito — la strage di Portella della Ginestra. Lesse anche lei, il 3 maggio (il 2 i quotidiani non uscirono), i giornali che dettagliavano i fatti. Non so — forse non c’è più nessuno che lo sa — che cosa pensò, che cosa fece, che cosa la macerò nei mesi successivi a quella tragedia. Ma quando tornò nella sua città natale, prima del 1950, aveva la tessera del PCI.

So che lo annunciò formalmente a una ristretta cerchia di amici — mio padre e mia madre erano della partita. So che qualcuno le chiese come avesse potuto, lei fascistissima, addirittura tesserarsi nel partito che forse aveva fatto ammazzare il Duce. So che rispose, con la tranquillità e lo sguardo fermo che ricordo da sempre, di averlo fatto perché «il fascismo è finito, e oggi per salvare l’Italia bisogna essere comunisti».

Non fu l’unica a seguire questo percorso, come ho scoperto crescendo; quando ero una ragazzina impulsiva e confusa (come lo sono, immagino, tutte le ragazzine) la guardavo con sospetto per quel suo comunismo, e non mi capacitavo di come i miei continuassero a frequentarla con affetto e piacere. Poi, per fortuna, sono cresciuta: e adesso sono qui a ricordarla con lo stesso affetto e lo stesso piacere — la signorina S., prima fascista e poi comunista per amore dell’Italia.


giu 7 2011

Referendum: quattro “sì”, e vi spiego perché

I referendum si avvicinano, e qualcuno mi ha chiesto ragione dei quattro “sì” che campeggiano nel mio nuovissimo avatar su facebook.

È presto detto: due sono per l’acqua, bene pubblico e vitale — perché non mi piace l’idea che qualcuno voglia seriamente lucrare sopra sor Aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta. In buona sostanza, il punto centrale dei referendum sull’acqua è l’interrogativo su quale sia la gestione migliore delle risorse idriche — pubblica o privata? — fermo restando il mantenimento per l’acqua dello status di “bene comune”, ovvero la sua reale accessibilità da parte di tutti. Ciò che, in una dinamica di concorrenza delle imprese, potrebbe non verificarsi.
Personalmente, di fronte allo spettacolo desolante di quello che potrei definire mercantilismo familista (definizione che, essendo tutta mia ed estemporanea, è suscettibile di ogni e qualsivoglia discussione in merito), mi ritrovo a pensare che vorrei “più Stato nell’economia” — esattamente il contrario di quello che dice Emma Marcegaglia, la quale invece vuole “meno Stato e più mercato”. So benissimo che statalizzazione comporta burocratizzazione; ma so anche meglio che l’andamento della nostra società segue sempre più lo schema della tetrade di McLuhan [niente link, perché gli unici validi in rete sono in inglese e non tutti sono anglofoni; un giro in biblioteca è meglio] , e finché non irromperà il divino Caos a salvarci non vedo molte vie d’uscita — o di fuga.

Quanto agli altri due, il discorso è un po’ più lungo ma ugualmente semplice.

Nucleare. A dirla tutta, non sono completamente contraria all’utilizzo dell’energia nucleare. Anzi, sull’argomento riesco perfino a mettere da parte le convinzioni metafisiche (e forse anche etiche, hai visto mai?) sulla necessità, che definisco sacrale, di mantenere intatto il mistero intorno a ciò che sta alla radice ultima della materia.

Non riesco invece, perché la memoria fa strani scherzi, a dimenticare — per esempio — che nella notte del 10 ottobre 1963 il paese di Longarone fu letteralmente spazzato via dal crollo della diga del Vajont. Perché quel «capolavoro perfino dal lato estetico» (come ebbe a scrivere un po’ avventatamente Dino Buzzati all’indomani della sciagura) che fu la diga era stato costruito sulla sabbia metaforica della fretta, dell’approssimazione e della corruzione. E non parlo degli anni Sessanta, del boom, dell’entusiasmo del dopoguerra o dei guadagni facili della ditta SADE (ha detto tutto e come meglio non si potrebbe Marco Paolini): parlo di qualcosa che risale agli anni Quaranta, in piena seconda guerra mondiale. Ma facciamo il classico passo indietro, e precisamente fino al 1928: è di quest’anno, infatti, la prima relazione del geologo Giorgio Dal Piaz per l’individuazione della zona in cui costruire un bacino artificiale, attraverso l’edificazione di una diga destinata ad essere progettata dall’ingegner Carlo Semenza per conto della SADE — la Società Adriatica di Elettricità di proprietà di Giuseppe Volpi (che, per dubbi meriti acquisiti durante il regime fascista, diventerà conte di Misurata). Scopo dell’opera, la produzione di energia elettrica utile alla comunità nazionale; luogo prescelto, la valle del torrente Vajont. La relazione però non soddisfa, e il progetto resta dormire fino al 22 giugno 1940, quando con scarso tempismo il conte Volpi di Misurata (diventato nel frattempo presidente della Confederazione fascista degli industriali) chiede al ministero dei Lavori Pubblici, per conto della SADE, “di utilizzare i deflussi del Piave, degli affluenti Boite, Vajont e altri minori per scopi idroelettrici”. La richiesta prevede, fra l’altro, “l’utilizzazione dei deflussi regolati da un serbatoio della capacità di 50 milioni di metri cubi, creato mediante la costruzione, nel Vajont, di una diga alta 200 metri sottendente un bacino imbrifero di 52 chilometri quadrati”. Ma l’Italia è in guerra da meno di due settimane, e anche se la propaganda suggerisce che si tratterà di un Blitzkrieg nessuno se la sente di pensare alle grandi opere. Volpi di Misurata non demorde: attende paziente il momento opportuno per tornare alla carica, e lo fa il 15 ottobre 1943, quando si riunisce la quarta sezione del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici con sole 13 presenze su 34 — l’estate è stata caldissima: prima il 25 luglio, poi l’8 settembre. Nel caos politico e amministrativo che sta travolgendo  l’Italia la SADE cioè Volpi  ottiene l’approvazione del progetto del Vajont: manca il numero legale richiesto per legge, e il progetto della diga del Vajont viene varato in virtù di una decisione illegale. Questo peccato originale verrà in qualche modo redento il 21 marzo 1948, con una sanatoria firmata dal Presidente della repubblica Luigi Einaudi. Il resto della vicenda è, più che cronaca, storia.

Del pari, nemmeno riesco a dimenticare che alcuni anni fa il giudice Luca Tescaroli (nel suo Perché fu ucciso Giovanni Falcone, Rubbettino Editore 2001) scriveva testualmente: «In Cosa nostra sussisteva la preoccupazione che Falcone potesse imprimere, diventando Procuratore Nazionale Antimafia, un impulso alle investigazioni nel settore inerente alla gestione illecita degli appalti» (pag. 16); ancora Falcone, poi, «attraverso questo tipo di investigazioni [...]  aveva la possibilità di indagare, oltre che nel settore economico, nei confronti degli imprenditori e dei politici con i quali i primi “andavano a trattare”.  In tal modo, poteva intervenire sui contatti che l’organizzazione poteva, per tale via, instaurare con appartenenti alle Istituzioni.  Specificatamente, il dott. Falcone aveva contribuito a bloccare il progetto, che l’organizzazione aveva in cantiere proprio nel 1991, programma che mirava per l’appunto proprio ad impostare nuovi collegamenti istituzionali per il tramite di strutture imprenditoriali» (pag. 16).

E figuratevi che non riesco a dimenticare neppure quello che mi disse anni fa con nonchalance una giovane professionista milanese dall’insospettabile passato simil-rivoluzionario (ovviamente questa è la mia parola, passibile di smentita da parte della diretta interessata: ma ricordo perfettamente la circostanza  e potrei sostenere la mia versione in qualunque momento): mi raccontò, appunto, che all’epoca stava lavorando in uno studio vicino agli interessi di un noto gruppo imprenditoriale milanese, per conto del quale aveva dovuto recarsi più volte a trattare con gli amministratori pubblici di alcuni comuni lombardi al fine di aggirare l’ostacolo delle restrizioni edilizie locali — “insomma hai capito, no? gli diamo dei soldi e loro ci fanno costruire dove non si potrebbe”.

Ora, poiché i problemi principali relativi all’utilizzo e alla gestione del nucleare riguardano la sicurezza degli impianti e dello stoccaggio/smaltimento delle scorie, non ho difficoltà a dire che il nucleare, in questa Italia degli appalti truccati e della corruzione come prassi, mi preoccupa.
Se e quando dovessero cambiare le cose a livello di rapporti fra politica e criminalità organizzata; se e quando dovessero cambiare la politica ambientale e le modalità di assegnazione dei ministeri, affidandoli a tecnici onesti e competenti; se e quando dovesse prendere piede una sensibilità ecologista sincera e profonda; se e quando si dovesse affermare una coscienza civile ben radicata e testimoniata nel vivere quotidiano da governanti e governati — allora e soltanto allora potrei riconsiderare le mie posizioni in merito. Non prima.

Legittimo impedimento. Delle ragioni del “sì”, dirò dopo: adesso m’interessano le ragioni del “no”, che suonano piuttosto bizzarre. A parte i sostenitori conclamati di Berlusconi, che ovviamente voteranno “no”, sono parecchi coloro che ritengono questa faccenda del legittimo impedimento un pilastro portante della dinamica berlusconismo/antiberlusconismo alla quale si dichiarano estranei e sulla quale non vogliono esprimersi. Ora, se c’è un caso a fronte del quale veramente tertium non datur, è esattamente questo: al di là delle ideologie e delle simpatie politiche (relative al suo entourage, perché Berlusconi di politica non s’è mai occupato), gli eventi occorsi negli ultimi due anni hanno fatto sì che gli italiani fossero obbligati a prendere posizione, una volta per tutte, a favore o contro il premier. E pronunciarsi contro non significa in nessun caso essere schierati con i diretti avversari del Cavaliere: al contrario, indica l’esigenza di ritornare a contemplare una dimensione politica seriamente sollecita del bene comune e  in cui l’attrazione per il bel sesso si  riduca a una debolezza marginale e perciò accettabile — tutto il contrario, insomma, del cabaret di questi ultimi anni, in cui le parole chiave sono state “egolatria” e “satiriasi” . Sostenere, in quest’Italia odierna, di essere al di fuori della dinamica berlusconismo/antiberlusconismo è lecito soltanto al Grande Puffo.
Coloro che voteranno “sì” (ed io fra quelli) sostengono, in estrema sintesi, che nel caso di specie il legittimo impedimento costituisce un grave vulnus alla democrazia (come sempre, non entro qui nel merito della bontà o meno della democrazia moderna: siccome vivo in una repubblica democratica, mi adeguo). Brevemente e in generale, il “legittimo  impedimento” altro non è che l’istituto giuridico in base al quale l’imputato può, in alcuni casi (tipicamente, una malattia), giustificare la propria assenza in aula. Ma il legittimo impedimento di cui si tratta nel referendum concerne precisamente l’eventualità che un cittadino qualunque che sia, casualmente, anche presidente del consiglio o ministro, possa in quanto tale rinviare la propria presenza ad un processo per un periodo di 6 mesi. Ora, basta dare una scorsa ai giornali dell’ultimo anno per capire che se c’è una legge ad personam, signori miei, è questa. Quando ci sentiamo dire che la legge è uguale per tutti, vorremmo che lo fosse davvero — anche e soprattutto per chi ci rappresenta e dovrebbe dare il buon esempio (non sono più i tempi di Catone il Censore, lo so benissimo, ma mi accontenterei di molto meno); e quando non solo la legge ma anche la sua applicazione diventano ineguali, vuol dire che la democrazia è in sofferenza. Quando qualcuno è accusato di un crimine, non importa quanto grave, ha il diritto/dovere di difendersi: e il luogo per farlo è il processo. Quando ci si mette in gioco assumendo cariche pubbliche (e qui stiamo parlando della quarta carica dello Stato) se ne assumono gli òneri insieme agli onori: il potere comporta grandi responsabilità, non grande impunità.

Così, questi sono i motivi precisi dei miei personalissimi quattro “sì”. Ma, a differenza delle elezioni politico-amministrative con le loro zavorre ideologiche e clientelari,  i referendum sono il luogo della libertà di pensiero e di coscienza: massimi privilegi da esercitare nel chiuso del seggio. Ognuno, quindi, voti come crede — ma VOTI.


mag 29 2011

Vivisezione: le solite scuse…

Un commento al mio post su Federparchi e Telethon recita testualmente:

Cara Alessandra, ci terrei a precisare che “ricerca di base o sperimentazione in vivo o sperimentazione su modelli animali o sperimentazione animale o vivisezione” non sono sinonimi.

Sicuramente avrai un parente che è stato malato ed è guarito, oppure che continua a vivere grazie a farmaci che abitualmente prende o magari grazie ad una qualche operazione. Bene, secondo il tuo ragionamento tu preferiresti che non ci fosse stata nessuna sperimentazione, quindi nessuna cura e che ora i tuoi cari ora fossero morti. Ti invito a riflettere su questo.

Poi, se vogliamo discutere sul fatto che siamo in troppi su questo pianeta, che le case farmaceutiche preferiscano un semi-malato dipendente da farmaci per tutta la vita piuttosto che guarirlo definitivamente e che il Vaticano è una grossissima palla al piede ti do ragione in pieno, ma non mi puoi dire che non si debba fare ricerca!

Daniele

Poiché ha il pregio di riassumere in sé tutte (o quasi) le argomentazioni a favore della vivisezione, questo commento merita ampiamente una risposta a parte — non foss’altro perché, come dicevano gli antichi, repetita juvant, le cose ripetute non guastano mai.

Dunque Daniele dice che «”ricerca di base o sperimentazione in vivo o sperimentazione su modelli animali o sperimentazione animale o vivisezione” non sono sinonimi».
Definiamo i termini: precisamente, per ricerca di base s’intende ogni «attività sperimentale o teorica sviluppata per acquisire nuove conoscenze su fenomeni fondamentali, iniziata senza la previsione di una sua particolare applicazione», ex art. 3 comma 4 del Decreto legislativo n. 116/92. Questo significa che «tutto quanto può passare per la mente del ricercatore, in cerca di finanziamenti, titoli o pubblicazioni, può essere accettato». Ma siccome i finanziamenti ai laboratori di ricerca variano anche a seconda del numero di esperimenti effettuati e del numero (e tipo) di cavie utilizzate per la sperimentazione, il ricorso all’impiego di animali per la ricerca è diventato una prassi, al punto che oggi s’invocano progetti e normative per “una ricerca di base senza animali”, proprio come se ormai la ricerca di base fosse possibile soltanto coll’impiego di animali.
Per il resto, è chiaro a tutti che la parola “vivisezione” non piace ai ricercatori che la praticano: perché difficilmente una persona dotata di normale sensibilità resterebbe impassibile di fronte a certi esperimenti effettuati in nome della “scienza”, accettando serenamente il loro reiterarsi. Tant’è vero che viene riconosciuto e ufficialmente sancito il diritto all’obiezione di coscienza da parte di studenti e lavoratori impegnati in progetti di studio che contemplino anche il ricorso alla vivisezione (sì, io continuo a chiamarla così perché gli eufemismi, quando c’è di mezzo la carne e il sangue e il dolore senza perché del vivente torturato, mi fanno vomitare).
Ma la lingua italiana è precisa e non di parte. Così, secondo il dizionario De Mauro (ed. Paravia), la definizione di vivisezione è:  «Vivisezione: s.f. dissezione anatomica di animali vivi effettuata a scopo di studio e sperimentazione | estens., qualunque tipo di sperimentazione effettuata su animali di laboratorio che induca alterazioni a livello anatomico o funzionale, come l’esposizione a radiazioni, l’inoculazione di sostanze chimiche, di gas, ecc.». Del pari, nel Vocabolario della lingua italiana ( Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani s.p.a., Milano 1994), alla voce vivisezione, si legge: «Termine che, secondo un’accezione restrittiva, aderente all’etimo, designa ogni atto operatorio su animali vivi, svegli o in anestesia totale o parziale, privo di finalità terapeutiche ma tendente a promuovere, attraverso il metodo sperimentale, lo sviluppo delle scienze biologiche, o a integrare l’attività didattica o l’addestramento a particolari tecniche chirurgiche, o, più raramente, a fornire responsi diagnostici. Con significato più ampio, il termine viene riferito – almeno ai fini dell’interpretazione giuridica ed etica – a tutte quelle modalità di sperimentazione, non necessariamente cruente, che inducano lesioni o alterazioni anatomiche e funzionali (ed eventualmente la morte) negli animali di laboratorio (generalmente mammiferi), come ustioni, inoculazione di sostanze chimiche, esposizione a gas tossici o ad altre energie (radiante, elettrica, di altra natura), soffocamento, annegamento, traumi vari».
Quanto alla “sperimentazione in vivo“, essa è una delle due possibili strade tentate dalla ricerca biomedica: come spiega impeccabilmente Patrizia Restani (Dipartimento di Scienze Farmacologiche, Università di Milano), «Da sempre la ricerca biomedica si è avvalsa di approcci metodologici che comprendono studi in vivo e in vitro. Condurre studi in vitro significa utilizzare cellule in coltura o parti di organismi viventi (tessuti o organi isolati). Condurre studi in vivo significa utilizzare organismi viventi in toto. I due approcci sono entrambi validi e in grado di dare informazioni utili, anche se presentano in parallelo aspetti negativi.  Gli studi in vitro sono più semplici, più economici e non comportano l’uso di animali, fatto che determina implicazioni di tipo etico e affettivi. D’altra parte, l’uso di un animale in toto consente di verificare il destino di una molecola in un organismo complesso, in cui organi e sistemi funzionano insieme e non in modo separato come negli organi isolati. Negli studi in vivo i risultati saranno pertanto molto più rispondenti a quello che si verifica in un organismo umano. [...] La valutazione dell’efficacia e degli effetti tossici di un farmaco che deve entrare sul mercato richiede necessariamente uno studio su organismi animali prima di passare alla fase clinica. In mancanza di questi studi, la sperimentazione in vivo si dovrebbe fare direttamente sull’uomo (tra cui non dimentichiamo ci sono soggetti particolarmente sensibili come i bambini, gli anziani, i soggetti con patologie), con un grado di rischio che oggi non è accettabile». Per i non addetti ai lavori, rilevo che l’espressione “animale in toto” indica la cavia da laboratorio.

La “sperimentazione su modelli animali” è un sinonimo del tipo precedente di sperimentazione, poiché «Un modello animale è un organismo vivente, non umano, che può essere utilizzato nella ricerca scientifica per indagare vari aspetti biologici. Può essere utilizzato per mimare un processo biologico naturale o patologico, per un’indagine dell’impatto di una sostanza o di un inquinante».

“Sperimentazione animale” è un’espressione così chiara che mi limito a fare riferimento alla definizione che ne dà Wikipedia: «La sperimentazione sugli animali (o sperimentazione animale) è la sperimentazione a scopo di studio e ricerca su animali da laboratorio, per esempio in ambito farmacologico, fisiologico, fisiopatologico, biomedico e biologico».

Chiariti dunque i termini, senza di che — insegna Aristotele — tanto varrebbe parlare a un tronco secco, andiamo avanti: e precisamente là dove Daniele dice: «Sicuramente avrai un parente che è stato malato ed è guarito, oppure che continua a vivere grazie a farmaci che abitualmente prende o magari grazie ad una qualche operazione. Bene, secondo il tuo ragionamento tu preferiresti che non ci fosse stata nessuna sperimentazione, quindi nessuna cura e che ora i tuoi cari ora fossero morti. Ti invito a riflettere su questo». Ci avrei giurato. Ringrazio Daniele per avermi risparmiato l’altra versione che figura solitamente nel kit del perfetto vivisezionista — “per salvare tuo figlio non preferiresti sacrificare anche un milione di animali?”.

Ho avuto qualche parente e diversi amici cardiopatici o malati di cancro, effettivamente. Sono stati curati, sono stati operati — e sono morti. Ma a parte questo, è chiaro che Daniele parte da una premessa sbagliata: cioè la convinzione che sia possibile trasferire all’essere umano i risultati di una ricerca condotta su organismi non umani. È questo il peccato originale della scienza vivisezionista, e non c’è battesimo o redentore che possa cancellarlo. Gli eccellenti risultati ottenuti grazie alla ricerca effettuata senza il ricorso alla vivisezione stanno a dimostrare non soltanto che una ricerca senza animali è possibile, ma anzi che essa è doverosa. Proprio come è doveroso porre fine all’orrore del massacro quotidiano, inutile e dannoso, di milioni di animali in tutto il mondo cosiddetto civile, perpetrato perlopiù a meri fini di lucro.

Lottare contro la vivisezione non significa affatto lottare contro la ricerca: al contrario, significa proprio battersi per una ricerca scientifica degna di questo nome, scevra di pregiudizi e seriamente interessata al bene comune anziché al portafoglio di pochi; significa riconoscere i limiti che ci impone la natura e rispettare la vita e il suo mistero; significa imparare a considerare ogni entità vivente come un unicum compiuto e irripetibile, in una visione olistica che spazzi via una volta per tutte la frammentazione dell’essere imposta dalla falsa scienza.

Non è mica facile. Ma ci sono ancora persone che amano le sfide.


mag 23 2011

Ballottaggio, entropia e vecchie zie

Il mio amico Alberto sollecita le mie impressioni sull’esito elettorale di Milano e sul prossimo ballottaggio.

Non abito a Milano, e non voto. Farò un’eccezione per i referendum del 12-13 giugno — quattro “sì” secchi, perché l’acqua è di tutti e il valore vitale non ha un prezzo; perché la sicurezza del nucleare non è cosa di questo mondo; e perché la tutela dei satrapi non è e non può essere la priorità di chi non ne sia complice, moralmente o materialmente.

Detto questo, Alberto mio, che impressioni vuoi che abbia?

Con riferimento a un’altra accezione del termine, sono impressionata sì — e da molte cose: la pressoché totale assenza di programmi concreti, dall’una e dall’altra parte; la pochezza delle argomentazioni; la propaganda così sfrenata da diventare grottesca. E, su tutto, ancora e ancora e di nuovo la tristissima contrapposizione antifascismo/anticomunismo di cui, caro il mio Alberto, mi trabocca ogni e qualsiasi recipiente reale o virtuale che sia.

Che poi, diciamocela tutta questa verità nuda e dolorosa, è inutile che si disperino: perché se da un lato ci sono gli antifascisti a oltranza, dall’altro ci sono gli anticomunisti a oltranza — e ognuno rinforza l’avversario, in un perverso circuito Stimolo/Risposta. Se almeno una delle due parti si decidesse una buona volta a farla finita e ad andare oltre, della serie “ok, c’hai ragione, w la resistenza/w Hitler, adesso però vai a farti un giro e lasciami pensare alle cose serie”, l’altra parte prima o poi capirebbe che per giocare a guardie e ladri bisogna essere in due, e se uno dei due se ne va bisogna smettere.

In conclusione, se vinceranno le c.d. sinistre non credo che Milano diverrà invivibile — forse soltanto un po’ scomoda per alcuni, soprattutto giovani, ai quali toccherà pagare lo scotto di non aver saputo o voluto capire la necessità di operare scelte radicali, sicuramente difficili ma in grado di offrire, sul lungo periodo (certo non nell’immediato!) sbocchi interessanti. Ma non sono pazienti, i giovani d’oggi, e non hanno tanta voglia di fare fatica; aggiungi che, avendo meno testa di un tempo, hanno sempre più bisogno di un capo. Resta il fatto che ai miei tempi,  e sospetto anche ai tuoi, l’essenziale era combattere il sistema, non fargli le feste e scodinzolare quando ti allunga una carezza.

Se vinceranno le c.d. destre, non cambierà niente e, in ossequio al sacro Secondo principio della Termodinamica, a vincere sarà soltanto l’entropia. Il che mi sembra di gran lunga il risultato peggiore, per tutti.

Non so perché, mi viene in mente una frase di Longanesi — «ci salveranno le vecchie zie?».

Ci vediamo ai referendum.


mag 18 2011

Federparchi, Telethon e le solite bufale scientiste

L’altro giorno ho scritto a Federparchi per protestare contro il supporto dato a Telethon —> https://www.facebook.com/event.php?eid=109399892480635

Ne ho ricevuto in risposta la seguente mail:

Telethon ha come missione il finanziamento della ricerca scientifica che possa portare alla cura delle malattie genetiche <http://www.telethon.it/ricercainforma/glossario/Lists/Glossario/DispForm.aspx?ID=25> . Contemporaneamente Telethon è contro ogni maltrattamento degli animali.

Grazie ai progressi della ricerca scientifica che mettono a disposizione dei ricercatori molteplici sistemi su cui testare l’efficacia delle terapie sperimentali (ad esempio cellule, tessuti), oggi solo una parte dei progetti finanziati richiede la sperimentazione su modelli animali. In questi casi, Telethon richiede ai ricercatori di utilizzare il minor numero possibile di animali e di applicare un rigido codice di comportamento che minimizzi la loro sofferenza.

Inoltre, Telethon vigila affinché si applichi la legislazione vigente in materia (in Italia è in vigore il Decreto legislativo 116 del 27 gennaio 1992 <http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_normativa_946_allegato.pdf> , in attuazione della direttiva del Consiglio Europeo 86/609/CEE <http://ec.europa.eu/food/fs/aw/aw_legislation/scientific/86-609-eec_it.pdf> ) e affinché i ricercatori abbiano ottenuto l’autorizzazione dei comitati etici dei loro istituti. La sperimentazione sugli animali fatta secondo le leggi e le normative in vigore è tutt’altra cosa rispetto alla vivisezione, contro la quale anche Telethon si pronuncia in maniera forte.

Ma perché è necessario sperimentare sugli animali? La ricerca di una terapia per una malattia genetica è un percorso lungo e complesso che normalmente passa da una fase cosiddetta “di base” dove i ricercatori si concentrano su sistemi cellulari o addirittura molecolari per identificare i meccanismi che portano alla malattia e i modi per bloccarne l’insorgenza.

Una volta che si sono isolati dei sistemi (farmaci, geni, cellule) che bloccano il percorso della malattia nei sistemi di base, è spesso necessario, prima di somministrarli ai malati, controllarne l’efficacia e l’assenza di tossicità in un organismo complesso il più possibile simile all’uomo. Questo diminuisce considerevolmente il rischio di commettere errori di formulazione e di somministrazione.

Moltissimi passi avanti compiuti dalla medicina negli ultimi decenni, passi avanti che hanno guarito o alleviato le sofferenze di milioni di malati al mondo, non sarebbero stati possibili senza una motivata, attenta e accurata sperimentazione sugli animali.

A mia volta, ho risposto come segue:

Egregi signori,

comprendo benissimo che informarsi seriamente su argomenti tanto complessi come la ricerca di base o sperimentazione in vivo o sperimentazione su modelli animali o sperimentazione animale o vivisezione richiede tempo, pazienza e competenza; ma esibire come risposta le veline di una struttura che fa del supporto alla ricerca di base o sperimentazione in vivo o sperimentazione su modelli animali o sperimentazione animale o vivisezione la sua attività principale non è bello. Non è neanche serio e sa un po’ di presa per i fondelli, ne convenite?

Ora, poiché non tutti i firmatari di petizioni contro la ricerca di base o sperimentazione in vivo o sperimentazione su modelli animali o sperimentazione animale o vivisezione agiscono su basi di pura emotività o parlano a vanvera, ma fra loro figurano medici, biologi, etologi, giuristi, filosofi eccetera, mi corre l’obbligo di sottoporvi alcune considerazioni sulla validità e sull’eticità della ricerca di base o sperimentazione in vivo o sperimentazione su modelli animali o sperimentazione animale o vivisezione.

Voi/Telethon scrivete:

# Telethon ha come missione il finanziamento della ricerca scientifica che possa portare alla cura delle malattie genetiche <http://www.telethon.it/ricercainforma/glossario/Lists/Glossario/DispForm.aspx?ID=25> . Contemporaneamente Telethon è contro ogni maltrattamento degli animali.

Dunque Telethon si occupa direttamente di finanziamenti, che serviranno poi a sostenere la ricerca. Insomma la mission di Telethon è chiedere soldi.

# Grazie ai progressi della ricerca scientifica che mettono a disposizione dei ricercatori molteplici sistemi su cui testare l’efficacia delle terapie sperimentali (ad esempio cellule, tessuti), oggi solo una parte dei progetti finanziati richiede la sperimentazione su modelli animali. In questi casi, Telethon richiede ai ricercatori di utilizzare il minor numero possibile di animali e di applicare un rigido codice di comportamento che minimizzi la loro sofferenza.

È molto bello che Telethon chieda ai ricercatori di “utilizzare il minor numero possibile di animali e di applicare un rigido codice di comportamento che minimizzi la loro sofferenza”. Il problema consiste nel fatto che una tale richiesta non ha nulla di vincolante o di cogente: richiedere un impegno in questo senso non comporta automaticamente l’accoglimento della richiesta.
In caso contrario, cioè nel caso in cui Telethon scoprisse che i progetti finanziati sono stati eseguiti senza tener conto delle sue richieste, ovvero con l’impiego di un cospicuo numero di animali da laboratorio senza riguardo alla loro sofferenza, che farebbe Telethon? Si farebbe ridare i soldi? Sconfesserebbe il progetto e i ricercatori? Esiste un protocollo etico/deontologico che preveda una simile possibilità?

# Inoltre, Telethon vigila affinché si applichi la legislazione vigente in materia (in Italia è in vigore il Decreto legislativo 116 del 27 gennaio 1992 <http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_normativa_946_allegato.pdf> , in attuazione della direttiva del Consiglio Europeo 86/609/CEE <http://ec.europa.eu/food/fs/aw/aw_legislation/scientific/86-609-eec_it.pdf> ) e affinché i ricercatori abbiano ottenuto l’autorizzazione dei comitati etici dei loro istituti. La sperimentazione sugli animali fatta secondo le leggi e le normative in vigore è tutt’altra cosa rispetto alla vivisezione, contro la quale anche Telethon si pronuncia in maniera forte.

Telethon può vigilare quanto vuole, ma la legislazione vigente in materia è pressoché quotidianamente e ovunque disattesa, come provano le innumerevoli azioni intraprese (e relative denunce promosse) dalle associazioni c.d. animaliste.
Quanto alla “autorizzazione dei comitati etici dei loro [cioè dei ricercatori] istituti”, è un po’ come se i carnefici della Santa Inquisizione avessero chiesto il permesso al papa…
La vera perla, però, è questa: “La sperimentazione sugli animali fatta secondo le leggi e le normative in vigore è tutt’altra cosa rispetto alla vivisezione, contro la quale anche Telethon si pronuncia in maniera forte”. Sul “Corriere della Sera” del 5 settembre 2010 leggiamo le seguenti parole di Silvio Garattini, leader indiscusso della ricerca di base o sperimentazione in vivo o sperimentazione su modelli animali o sperimentazione animale o vivisezione in Italia: «Secondo il farmacologo inoltre è retrogrado parlare di “vivisezione, parola utilizzata per creare sensazione nell’ opinione pubblica. Questi studi restano fondamentali, non esistono vie alternative. Le simulazioni al computer e le colture cellulari non sono attendibili. Se oggi abbiamo cure contro leucemia, diabete o certi tumori, se abbiamo debellato alcune gravissime malattie lo dobbiamo ai test su specie viventi che al 98% coinvolgono i roditori e solo in minima parte specie più grandi”».
Secondo Garattini, dunque, l’impiego del termine “vivisezione” è retrogrado, ovvero serve soltanto a scuotere l’opinione pubblica. Ma anche se si cambiano i nomi, i significati restano: e il significato di “vivisezione” è esattamente quello di ricerca di base o sperimentazione in vivo o sperimentazione su modelli animali o sperimentazione animale.
Ma c’è un’altra cosa: Garattini dichiara che attualmente “i test su specie viventi … al 98% coinvolgono i roditori”. Ebbene, sul numero di “Le Scienze” (edizione italiana di “Scientific American”) del 4 dicembre 2009 è apparso il seguente articolo, che riporto integralmente:

Distrofia di Duchenne

Uomini e topi: una piccola, grande differenza


Due importanti caratteristiche di un gene chiave nello sviluppo della malattia sono presenti in quasi tutte le specie di mammiferi, uomo incluso, ma non nei topi e nei ratti

Uomini e topi hanno mostrato di avere differenze potenzialmente critiche, finora ignorate, in uno dei geni coinvolti nell’insorgenza della distrofia muscolare di Duchenne (DMD). A scoprirlo è stato un gruppo di ricercatori del King’s College di Londra che ne parlano in un articolo (Profound human/mouse differences in alpha-dystrobrevin isoforms: a novel syntrophin-binding site and promoter missing in mouse and rat) pubblicato sulla rivista “BMC Biology”.

In particolare hanno scoperto che due importanti caratteristiche di un gene chiave nella DMD sono presenti in quasi tutte le specie di mammiferi, uomo incluso, ma non nei topi e nei ratti. Questo risultato mette in questione il ricorso a questi animali come modello di riferimento per lo studio della malattia.

La scoperta è stata fatta da Roland Roberts e collaboratori nel corso sello studio della alfa-distrobrevina, una sotto-unità citoplasmatica del complesso proteico associato alla distrofina, che nella DMD è disfunzionale.

La DMD è una miopatia che provoca la perdita di massa muscolare in tutto il corpo, ma può essere anche associata a effetti neurologici che possono manifestarsi come cecità notturna, disturbi nella visione dei colori o difficoltà di apprendimento. La α-distrobrevina è espressa in modo particolarmente spiccato proprio a livello cerebrale.

“Due differenze precedentemente non notate (un interruttore genico, o promotore, e un nuovo sito di legame per la sintrofina) sono codificate dal gene per la α-distrobrevina di quasi tutti i tetrapodi, eccetto che nel topo. Riteniamo che questo riconoscimento tardivo di caratteristiche chiave di un gene che è intensamente studiato fin dalla sua scoperta 13 anni fa sia dovuto al predominio del topo quale modello animale per lo studio della DMD e alla specifica distruzione di queste parti del gene nel topo”, ha osservato Roberts.

Dal confronto con il genoma di altri roditori, risulta che questa semplificazione del gene per la alfa-distrobrevina nel topo e nel ratto si sia verificata fra i 30 e i 40 milioni di anni fa. ( gg)

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Ho sottolineato i punti che mi sembrano più rilevanti per un corretto approccio al problema della reale validità della ricerca di base o sperimentazione in vivo o sperimentazione su modelli animali o sperimentazione animale o vivisezione.

Ma andiamo avanti.

# Ma perché è necessario sperimentare sugli animali? La ricerca di una terapia per una malattia genetica è un percorso lungo e complesso che normalmente passa da una fase cosiddetta “di base” dove i ricercatori si concentrano su sistemi cellulari o addirittura molecolari per identificare i meccanismi che portano alla malattia e i modi per bloccarne l’insorgenza.
Una volta che si sono isolati dei sistemi (farmaci, geni, cellule) che bloccano il percorso della malattia nei sistemi di base, è spesso necessario, prima di somministrarli ai malati, controllarne l’efficacia e l’assenza di tossicità in un organismo complesso il più possibile simile all’uomo. Questo diminuisce considerevolmente il rischio di commettere errori di formulazione e di somministrazione.

È chiaro che, anche per quanto detto prima, i dubbi sulla reale efficacia dei metodi attuati dalla ricerca di base o sperimentazione in vivo o sperimentazione su modelli animali o sperimentazione animale o vivisezione sono destinati a sussistere. Non si capisce, infatti, perché chi sostiene la ricerca di base o sperimentazione in vivo o sperimentazione su modelli animali o sperimentazione animale o vivisezione sia solito affermare la profonda somiglianza fra uomo e animale quando c’è da considerare validi e/o attendibili i risultati della ricerca, salvo poi negare quella medesima somiglianza quando si richiami l’attenzione sulla sofferenza dell’animale utilizzato per la medesima ricerca o sul fallimento della stessa…

# Moltissimi passi avanti compiuti dalla medicina negli ultimi decenni, passi avanti che hanno guarito o alleviato le sofferenze di milioni di malati al mondo, non sarebbero stati possibili senza una motivata, attenta e accurata sperimentazione sugli animali.

Di tutti i ricatti emozionali messi in atto dai sostenitori della ricerca di base o sperimentazione in vivo o sperimentazione su modelli animali o sperimentazione animale o vivisezione, questo è veramente il più patetico, risibile e datato. Non voglio sprecarci neanche una parola, e rimando al “British Medical Journal” http://archivio.panorama.it/scienze/articolo/idA020001039479.art

È tutto, egregi signori.

Io continuerò a boicottare Telethon, e di riflesso tutte le strutture e attività che la sostengono. Insieme a me, lo faranno molte altre persone in Italia e nel mondo.

Voi che farete?

Cordialmente

Alessandra Colla


mag 13 2011

“La destra non sappia quel che fa la sinistra” (parafrasando Gesù)

Il ministro della Difesa Ignazio La Russa ignora chi sia Lukashenko, e il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con delega all’attuazione del programma di Governo Daniela Garnero in Santanché confonde la bandiera della Freedom Flotilla con quella di Hamas. Non ho ancora letto in merito una dichiarazione di apprezzamento del ministro per le Pari opportunità Maria Rosaria Carfagna, ma suppongo che sarà soddisfatta per la combattiva presenza delle attuali quote rosa.

A dirla tutta, non sono neanche tanto convinta di questo post che sto scrivendo: perché cosa c’è da dire, in fondo? Che le destre di governo siano insopportabilmente becere e arroganti non è una novità; né lo è l’imbarazzante ignoranza dell’ex ducia, il cui rapporto conflittuale con l’islam e col buonsenso è noto da tempo.

La chiudo qui, allora, perché non è bello prendersela con chi non è in grado di difendersi, e poi perché tanto quos vult Iupiter perdere, dementat prius: e a noi non resta che stare a guardare.


mag 4 2011

Lettera ai Signori Terroristi che minacciano il mondo

Gentili Signori Terroristi,

so perfettamente che in questo momento siete assai affaccendati e dunque prometto che vi ruberò pochissimo tempo.

L’uccisione di Osama Bin Laden è stata un fulmine a ciel sereno per tutti: ma, più che sparigliare le carte, ha permesso di quadrare il cerchio con straordinario tempismo — tant’è che qualche soave imbecille l’ha definita come il nuovo miracolo di papa Wojtyla, fresco beato che tanto ha fatto in nome e per conto della globalizzazione, grazie tante Santità.

La popolarità del presidente Obama è schizzata dal 47 al 56 per cento in sole 48 ore — risultato eccellente, se si pensa che nemmeno due settimane fa i sondaggi lo davano in calo nel gradimento del popolo sotto Dio, da tempo dubbioso sulle scelte presidenziali.

Proporzionalmente, è salita alle stelle l’agitazione nell’islam radicale — e anche in quelle parti del mondo civile in cui la bassa macelleria, condotta non importa sotto quale insegna, continua a riscuotere scarso gradimento e decisa riprovazione.

Curiosamente, però, si rafforza il richiamo alla necessità di guerre preventive e misure emergenziali: ma la scomparsa del nemico più pubblico e più numero 1 che la storia umana ricordi non avrebbe invece dovuto infliggere una battuta d’arresto a certe procedure? La domanda, ça va sans dire, è meramente retorica.

E allora, gentili Signori Terroristi, convenite con me che l’uccisione di Osama Bin Laden (capitolo ancora aperto, apertissimo anzi forse da riscrivere) cade come suol dirsi a fagiolo per consentirvi di continuare nella vostra missione psicopatologica di esportatori di democrazia full time e dappertutto isole comprese? Perché naturalmente i terroristi veri siete voi, gentili Signori del Governo Americano: voi col vostro codazzo di quelli che un tempo si chiamavano, con pudore da educanda, servi sciocchi e che ora vanno chiamati col loro nome — ributtanti criminali e scandalosi leccaculo: non vedo in quale altro modo, infatti, definire i quacquaracquà che fanno a gara nell’offrirsi a voi e non esitano a dichiararsi più americani di voi, tanto grande è la foia servile che si portano in corpo.

Come sempre succede, però, gentili Signori Terroristi, quando è troppo lungo il gioco stanca. Anche in mezzo al vostro daffare, datevi la pena di fare un giro in rete, e vedrete come sia costantemente in aumento il numero delle persone che si stanno stancando di giocare. E non lo sottovalutate, Signori Terroristi. Perché il mondo non è vostro, e il mondo lo sa.


apr 28 2011

Le strane equazioni della Lega: “più bombe, più immigrati”

È incredibile come ci casco sempre. Baudelaire diceva di sentirsi, a volte, sfiorato dall’ala dell’imbecillità: a me invece ogni tanto sembra che mi si schianti addosso un Canadair a pieno carico, quando credo a certe cose. E mi piglierei a schiaffi da sola.

Infatti l’altro ieri, ritagliandomi un coriandolo di tempo in queste giornate convulse che vedono affastellarsi lavori impegni e rivelazioni, ho letto che la Lega non è per niente d’accordo con Berlusconi sul bombardamento della Libia.

Ohibò!, mi son detta. E bravo Bossi. Sta’ a vedere che stavolta ne fanno una giusta e mi tocca rimangiarmi tutti i veleni che gli ho riversato addosso in questi anni — opporsi ai bombardamenti in Libia è proprio una bella cosa. Anche perché magari ci si sarebbe dovuto pensare prima, non adesso che a Gheddafi gli dice male ed è troppo comodo andar lì a fare bella figura all’ultimo quando les jeux, se non sono già del tutto faits, poco ci manca. Ma è da un po’ che all’Italia piace vincere facile, ve ne sarete accorti.

Insomma stavo iniziando a dispormi di buon animo verso la Lega, quando proprio stamattina leggo la seguente dichiarazione del ministro Maroni:

«No alla guerra, no al bombardamento. È una decisione sbagliata che avrà come conseguenza certa un’ondata di immigrati mandati da Gheddafi o che scappano dalla guerra».

Ah, ecco. Tutto si spiega. C’era il trucco — non è che la Lega fosse contraria ai bombardamenti in Libia per questioni, chessò, umanitarie, etiche, financo politiche. Figuriamoci: la Lega disapprova Berlusconi perché se no arriva l’invasione e mamma li turchi e le radici dell’Europa sono in pericolo e saresti contento se tua figlia sposasse un negro?  e preferiresti che tua moglie fosse stuprata da un bianco o da un negro? (giuro che è vera, l’ha chiesto un leghista anni fa a mio marito).

E allora niente di nuovo sotto il sole. Ripongo in bell’ordine le mie boccettine di veleno sullo scaffale, aspettando il momento giusto per cavarne qualche goccia, e ritorno all’usato lavoro. Mannaggia a me che ci casco sempre.


apr 15 2011

Vittorio vive, e vive Palestina

Non è una buona giornata, oggi, e c’è poco da dire sull’assassinio di Vittorio Arrigoni — anche se sui media potete trovare parecchio.

Morte sospetta, ça va sans dire: perché Vittorio era uno che parlava chiaro, e sapeva tenere gli occhi bene aperti. Due qualità piuttosto scomode, dappertutto ma in particolare nella Striscia di Gaza: nei confronti della quale vale sicuramente la massima “occhio non vede, cuore non duole”, ma ancora di più vale il precetto aureo del “non lo so, non c’ero e se c’ero dormivo” — se l’Occidente avesse i bicipiti, potrebbe farselo tatuare.

Non credo che a breve salterà fuori la verità sulla morte di Vittorio, perlomeno a livello ufficiale. Quelli svegli come lui, invece (e che sono più di quanto si creda), un’idea se la sono già fatta: e non la lasceranno cadere troppo presto.

Abbiamo nel cuore la Palestina, dunque anche Vittorio: dimenticare è un verbo che non ci appartiene.