mag 23 2011

Ballottaggio, entropia e vecchie zie

Il mio amico Alberto sollecita le mie impressioni sull’esito elettorale di Milano e sul prossimo ballottaggio.

Non abito a Milano, e non voto. Farò un’eccezione per i referendum del 12-13 giugno — quattro “sì” secchi, perché l’acqua è di tutti e il valore vitale non ha un prezzo; perché la sicurezza del nucleare non è cosa di questo mondo; e perché la tutela dei satrapi non è e non può essere la priorità di chi non ne sia complice, moralmente o materialmente.

Detto questo, Alberto mio, che impressioni vuoi che abbia?

Con riferimento a un’altra accezione del termine, sono impressionata sì — e da molte cose: la pressoché totale assenza di programmi concreti, dall’una e dall’altra parte; la pochezza delle argomentazioni; la propaganda così sfrenata da diventare grottesca. E, su tutto, ancora e ancora e di nuovo la tristissima contrapposizione antifascismo/anticomunismo di cui, caro il mio Alberto, mi trabocca ogni e qualsiasi recipiente reale o virtuale che sia.

Che poi, diciamocela tutta questa verità nuda e dolorosa, è inutile che si disperino: perché se da un lato ci sono gli antifascisti a oltranza, dall’altro ci sono gli anticomunisti a oltranza — e ognuno rinforza l’avversario, in un perverso circuito Stimolo/Risposta. Se almeno una delle due parti si decidesse una buona volta a farla finita e ad andare oltre, della serie “ok, c’hai ragione, w la resistenza/w Hitler, adesso però vai a farti un giro e lasciami pensare alle cose serie”, l’altra parte prima o poi capirebbe che per giocare a guardie e ladri bisogna essere in due, e se uno dei due se ne va bisogna smettere.

In conclusione, se vinceranno le c.d. sinistre non credo che Milano diverrà invivibile — forse soltanto un po’ scomoda per alcuni, soprattutto giovani, ai quali toccherà pagare lo scotto di non aver saputo o voluto capire la necessità di operare scelte radicali, sicuramente difficili ma in grado di offrire, sul lungo periodo (certo non nell’immediato!) sbocchi interessanti. Ma non sono pazienti, i giovani d’oggi, e non hanno tanta voglia di fare fatica; aggiungi che, avendo meno testa di un tempo, hanno sempre più bisogno di un capo. Resta il fatto che ai miei tempi,  e sospetto anche ai tuoi, l’essenziale era combattere il sistema, non fargli le feste e scodinzolare quando ti allunga una carezza.

Se vinceranno le c.d. destre, non cambierà niente e, in ossequio al sacro Secondo principio della Termodinamica, a vincere sarà soltanto l’entropia. Il che mi sembra di gran lunga il risultato peggiore, per tutti.

Non so perché, mi viene in mente una frase di Longanesi — «ci salveranno le vecchie zie?».

Ci vediamo ai referendum.


nov 19 2010

La strage di Brescia (2 – continua)

Giorgio GALLI su “Panorama”, 28 giugno 1977

Un missino dal carcere

Arturo Gussago, detenuto, rinviato a giudizio per la strage di Brescia, mi scrive in una lunga lettera:

«Mi rivolgo a lei in quanto penso che in quel bailamme che è il giornalismo italiano, trovare un professionista serio e non fazioso sia impresa ardua. Seguendo i suoi scritti mi è parso di individuare in lei una persona oltre che competente, obiettiva e disposta ad ascoltare chiunque. È sconfortante notare come la stampa, tranne rare eccezioni, dopo i peana per i primi arresti e mandati di cattura in merito alla strage di Brescia, taccia e non dia il dovuto risalto al fatto che la credibilità dell’istruttoria si sia progessivamente azzerata. Non è da molto che sono state effettuate le perizie tecniche sull’ipotesi accusatoria del congegno radiocomandato: i risultati hanno dimostrato quasi nulle le possibilità che tale ordigno potesse esplodere, ultima tegola sul capo degli inquirenti. Si badi, la succitata perizia non rappresentava soltanto una questione tecnica: si trattava di verificare una delle travi portanti dell’inchiesta, se non quella maestra. In base a essa si poteva smentire o dar credito alle versioni chiave di Bonati e A. Papa. A proposito della attendibilità di quest’ultimo si aggiunga che è stata depositata la perizia psichiatrica su di lui effettuata, la cui diagnosi è del seguente tenore: “soggetto gravemente immaturo e psichicamente vulnerabile con scarsa facoltà di intendimento”. Si può dunque affermare che gli esiti di questi importanti atti istruttori non siano molto confortanti per gli inquirenti. Eppure la nostra condizione di detenuti in attesa di giudizio, dopo due anni di carcerazione preventiva, di cui molti mesi trascorsi in duro regime di assoluto isolamento (personalmente 6 mesi) non muta; le varie istanze di scarcerazione e di proscioglimento sono sempre state sdegnosamente respinte; la verità istruttoria pare debba essere imposta sino alla futura celebrazione del processo. Non basta che due giornalisti di sicura fede democratica denuncino nel libro Strage a Brescia, potere a Roma tutte le nefandezze e le storture di cui è costellata l’inchiesta; non basta che un avvocato della parte civile, autorevole e onesto uomo della sinistra bresciana, affermi che il procedimento sia “inquinato come il Lambro e sbilenco come la Torre di Pisa”. Non basta, se gli organi di informazione e di opinione politica tacciono o anche più esplicitamente si defilano. Purtroppo in Italia i mass media e i fogli di opinione si muovono esclusivamente secondo i propri interessi politici e dare spazio, pubblicizzare la montatura di cui siamo vittime potrebbe risultare scomodo. Infatti la “tranquillizzante verità istruttoria”, per usare una definizione degli autori del citato libro, piace a molti: qualche ladruncolo, un gruppo di neofascisti, il figlio di un giudice che ha dato fastidio, agitare bene, il cocktail è pronto, senz’altro gradito ai centri di potere dell’antifascismo di Stato che hanno fatto un gigantesco specchio per le allodole. Avessimo almeno un Pannella disposto a digiunare a nostro favore… neppure quello».

I lettori possono trovare la storia dell’inchiesta nel libro citato, scritto da Achille Lega (“Il Giorno”) e Giorgio Santerini (“Corriere della Sera”). Bonati e Papa sono i due testimoni che hanno dato varie e contraddittorie versioni del supposto complotto organizzato da Ermanno Buzzi, un pregiudicato megalomane che nega tutto. Gussago e il figlio del giudice Arcai (giovani missini) vengono indicati come presenti a una riunione dei supposti terroristi in una delle versioni di Bonati (in un’altra versione erano stati invece indicati Bonocore e De Amici).
La lettera di Gussago è importante per capire le lontane radici del terrorismo di oggi. Non sono d’accordo con lui quando scrive che la stampa non informa correttamente per ragioni politiche. Nel 1970-1971 la stampa ha fornito corrette informazioni su piazza Fontana, sui rapporti tra la strage, i gruppi fascisti e i servizi segreti, quando la verità di Stato imputava gli anarchici. Ma è vero che dal 1972-73 giornalisti e commentatori ci siamo troppo facilmente convinti che tutto il terrorismo era «di chiara marca fascista». Così come oggi troppo facilmente si accetta che tutti i nostri guai derivino dalle P 38.
In realtà, ciò che ha scosso il senso di giustizia degli italiani, ciò che ha creato in centinaia di migliaia di giovani la certezza che in questo Paese volano gli stracci mentre i potenti non vengono mai infastiditi, è proprio quanto è accaduto per le stragi e per gli scandali.
L’Italia ha il primato in Occidente dei detenuti politici, di destra e di sinistra, quasi sempre giovani, sovente in carcere da anni senza aver avuto un processo. Molti di questi giovani sono certamente implicati in azioni terroristiche. Ma dei mandanti di piazza Fontana, di Brescia, dell’Italicus, dei mandanti dell’assassinio di Calabresi, di Coco, di Occorsio, non si sa e non si dice nulla.
Si sono praticamente distrutti i nostri servizi di sicurezza, pur di non chiarire i loro specifici comportamenti, pur di non punire i singoli responsabili di determinati illeciti. Il giovane missino Gussago è così in carcere senza processo, mentre il generale Miceli, già capo del Sid, è deputato al Parlamento per il Msi. A Catanzaro si accusano ministri e dirigenti dei servizi di sicurezza, ma senza arrivare a dire chi ha organizzato l’attentato, chi ha messo le bombe in piazza Fontana.
I presidenti del Consiglio, i ministri dell’Interno e della Difesa che hanno permesso tutte le deviazioni e tutti gli intrighi, hanno tuttora un ruolo di primo piano nel nostro sistema politico. Non possono essere credibili quando oggi si presentano come tutori della democrazia. Quando accusano giornalisti e commentatori di aver messo in pericolo quelle istituzioni democratiche che sono state invece screditate dalle menzogne di Stato.
La convinzione che non c’è giustizia in Italia ha creato altrettanti ribelli dell’emarginazione economica e sociale. Le carceri sono piene, ma i terroristi aumentano. La logica è ormai evidente: o si restaura la giustizia, individuando i veri autori delle stragi, o si intensifica la repressione contro chi si ribella all’ingiustizia.


nov 18 2010

La strage di Brescia (1 – continua)

dal “Corriere della Sera”, 14 novembre 1974

Cos’è questo golpe? Io so

di Pier Paolo PASOLINI

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. [continua qui]


ott 29 2010

La voglia matta di andare oltre: storia, repressioni e confusione

Qualche giorno fa, per un caso fortuito ma soprattutto fortunato, ho avuto il bene di rivedere un pezzetto di La voglia matta, capolavoro di Luciano Salce interpretato da Ugo Tognazzi e da un’esordiente Catherine Spaak (non mi dilungo, in rete trovate tutto quello che c’è da sapere su questo cult-movie del 1962). Per un sovrappiù di buona sorte, la mezz’oretta che ho visto comprendeva tre chicche — nell’ordine:
# un ragazzo fischietta un motivo, e all’amica che gli chiede «cos’è?» risponde «l’inno delle SS»;
# il protagonista va a trovare il figlio in collegio, e qui la madre superiora gli illustra il ruolo che il ragazzino avrà nella recita scolastica: «lui è Ugola Nera, un capo indiano che si converte al cristianesimo e poi noi gli tagliamo la testa»;
# un gruppo di ragazzi cerca un tema di conversazione, uno propone «parliamo di Stalin», un altro ribatte «e perché non di Hitler?» e una ragazza conclude «che noia, sempre con Stalin e Hitler! Ma perché non parliamo di Sinatra?».

Mentre mi godevo questi pochi fotogrammi non ho potuto fare a meno di chiedermi se oggi — a distanza di 48 anni dal film, di 65 anni dalla morte dei sunnominati personaggi politici e in un clima di dissacrazione diffusa — sarebbe possibile infilare in un film delle battutine analoghe senza farsi del male in modo irreparabile.
Mi sono anche data una risposta: no. E non lo dico per mera convinzione personale, ma perché mi pare che sia sufficiente dare un’occhiata in giro per rendersi conto che non è un momento propizio alla trattazione di certi argomenti. Non parlo tanto della frecciatina anticattolica (deliziosa, ne converrete), quanto piuttosto dell’evocazione di certi nomi sulfurei che ancora riesce a scatenare furori degni di miglior causa: perché, sinceramente, se tutto quello che un gruppo “politico” riesce a produrre è una conferenza su un personaggio discutibile o una scritta su un muro nella ricorrenza di un evento storico del secolo scorso, credo che le istituzioni democratiche possano dormire sonni tranquilli.

Più preoccupante per le medesime istituzioni potrebbe essere invece la voglia matta di fare storia portata recentemente alla ribalta dal caso Claudio Moffa — ottimo spunto per ribadire che non è il negazionismo olocaustico la pietra dello scandalo, bensì la pretesa di proibire la ricerca storica su un qualsivoglia tema. Al riguardo, la più corretta formulazione del problema mi sembra quella espressa nel famoso “appello per la libertà di fare storia” pubblicato il 13 dicembre 2005 sul quotidiano francese Libération e firmato da nomi illustri — Elisabeth Badinter, Marc Ferro, Jacques Le Goff, Emmanuel Leroy Ladurie, Pierre Milza, Jean-Pierre Vernant, Paul Veyne e Pierre Vidal-Naquet, fra gli altri.
Nell’appello e nelle puntualizzazioni che lo accompagnano si ribadiscono considerazioni che, senza andare a scomodare la categoria alta delle “verità fondamentali”, attengono semplicemente alla sfera del senso comune: la storia non è una religione, non è la morale, non è schiava dell’attualità, non è la memoria, non è un oggetto giuridico. Al contrario, la conoscenza storica è un’esigenza democratica — cioè del demos nella sua accezione più piena di popolo stanziato su di un territorio e unito da un patrimonio comune:

«la storia non è proprietà esclusiva degli storici. Tutto il contrario. [Questo appello] chiede libertà per la storia: non per gli storici. La storia non appartiene loro più di quanto appartenga ai politici. Le memorie sono plurali, frammentate, troppo spesso passionali e partigiane. La storia, dal canto suo, è critica e laica: essa è il bene di tutti. È proprio per preservare la libertà d’espressione e garantire a tutti il diritto di accedere alla conoscenza dei dati storici acquisiti in virtù di un lavoro scientifico liberato dal peso delle circostanze che i firmatari di questo appello si levano contro la proclamazione di verità ufficiali, indegne di un regime democratico. Che siano ricercatori o docenti, gli storici esercitano una funzione tale da crear loro più responsabilità che diritti: e lo sanno benissimo. [...] Se hanno ricordato che non sta ai parlamentari stabilire la verità storica, l’hanno fatto richiamandosi a una regola giuridica imposta dalla Costituzione, a un imperativo scientifico di ricerca critica e ad un’esigenza civica» (la traduzione è mia).

Sono lieta di precisare che sottoscrivo questo appello degli storici francesi fino all’ultima virgola: ed è per i motivi in esso contenuti che, a suo tempo, firmai io stessa un altro appello meno famoso ma certo più famigerato; e a giudicare da quel che si vede e sente in giro non posso fare a meno di trovare sempre più vere le parole di Henri de Montherlant: «La libertà esiste sempre: basta pagarne il prezzo».


ott 8 2010

Di pestaggi, sciacalli e insomma miserie

In questi giorni ero così occupata a dare un taglio a capelli e situazioni che non ho avuto neanche il tempo di commentare un paio di fatterelli.

Fatterello n. 1: sabato 2 ottobre, a Perugia, mentre è in attesa di presentare il suo libro — «Fuori dal cerchio – Viaggio nella Destra radicale italiana» — l’autore Nicola Antolini (di sinistra!) viene aggredito e picchiato da un gruppetto di facinorosi (di sinistra!!!), che lo spediscono al pronto soccorso. Inutile dire che la grande stampa non ha trattato l’argomento: se volete saperne di più e meglio, rivolgetevi a Ugo M. Tassinari.
Ora, indipendentemente dall’infinita e un po’ nauseata tristezza che mi suscita il reiterato utilizzo delle categorie di destra e sinistra, che, perdio!, sarebbe ora di rottamare una volta per tutte perché mai come in questo caso dicotomia fa rima con lobotomia — a parte questo, dunque, mi limito a constatare che l’episodio rientra nella lunga casistica della “militanza antifascista” che molto si richiama e nulla ha da invidiare alle pratiche in uso da una parte e dall’altra nel sanguinoso biennio rosso dell’Italia post-1918 — del resto, diceva Amedeo Bordiga, il danno peggiore prodotto dal fascismo è l’antifascismo. Non è noioso, tutto ciò? Non è indice di una profonda incapacità di contestualizzare e di adeguarsi al mutare dei tempi? Un’unica cosa mi conforta: se è vero che sopravvive solo chi si adatta meglio all’ambiente, questi tristi cascami di un’epoca finita spariranno anch’essi, prima o poi. Meglio prima.

Fatterello n. 2: mercoledì 6 ottobre, nel corso del programma “Chi l’ha visto?”, la conduttrice Federica Sciarelli ha gioiosamente annunciato in diretta, alla madre della vittima, il ritrovamento del cadavere di Sara Scazzi: toccando, probabilmente, uno dei punti più bassi nella storia della televisione italiana fino ad oggi. (A me viene in mente anche l’inviata di non so più quale tg che in occasione del terremoto dell’Aquila chiedeva alla gente costretta a dormire in macchina “come mai avesse preso quella decisione”; e, andando molto più in là nel tempo, ricordo l’altro horror show che fu l’interminabile diretta dell’agonia e della morte di Alfredino Rampi in un pozzo artesiano di Vermicino).
Sarebbe una bella cosa se Sciarelli potesse vergognarsi di ciò che ha fatto (anche se questo non diminuirebbe di un atomo la gravità desolante e sciagurata del suo gesto). Ma si può provare vergogna se si possiede una coscienza: e difficilmente “coscienza” va di pari passo con “carriera”. Sciarelli oggi è un personaggio di rilievo: non si raggiungono certi livelli senza pagare un prezzo. Naturalmente si è sempre liberi di scegliere, e poiché agli Dèi piacendo non siamo tutti uguali, c’è chi sceglie in un modo e chi in un altro: ma una volta che la scelta sia stata operata, è legittimo trarne una conclusione o pronunciare un giudizio.
Da donna, da madre e da giornalista (solo pubblicista, prego! E me ne vanto…) dedico volentieri a Sciarelli il brano di un noto cantautore che certo lei conoscerà, ma certe cose sono importanti da tenere a mente — e non se la prenda troppo, sono solo canzonette:

Io se fossi Dio,
maledirei davvero i giornalisti
e specialmente tutti,
che certamente non son brave persone
e dove cogli, cogli sempre bene.
Compagni giornalisti avete troppa sete
e non sapete approfittare delle libertà che avete,
avete ancora la libertà di pensare
ma quello non lo fate
e in cambio pretendete la libertà di scrivere,
e di fotografare immagini geniali e interessanti,
di presidenti solidali e di mamme piangenti.
E in questa Italia piena di sgomento
come siete coraggiosi, voi che vi buttate
senza tremare un momento:
cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti,
e si direbbe proprio compiaciuti.
Voi vi buttate sul disastro umano
col gusto della lacrima in primo piano.
Sì vabbè lo ammetto
la scomparsa dei fogli e della stampa
sarebbe forse una follia,
ma io se fossi Dio,
di fronte a tanta deficienza
non avrei certo la superstizione della democrazia!


lug 1 2010

Il morto e gli sciacalli

È incredibile come anche le cose apparentemente più banali riescano a tirar fuori il peggio dalle persone.
La scomparsa prematura e improvvisa di Pietro Taricone, per esempio, se ha suscitato pressoché ovunque un moto di commozione collettiva (era giovane, bello, famoso eppure semplice, compagno e padre felice) ha anche dato la stura a meschinità come questa. Che volgarità — ma, soprattutto, che stupidità. E che codardia.

Prima, perché la morte è, come ogni processo biologico, la grande livella che accomuna tutti i viventi di questo pianeta — tocca a tutti, prima o poi, e augurarla a qualcuno o gioirne una volta avvenuta è indice di estrema pochezza. Personalmente, trovo assai più creative le maledizioni in stile Alex Drastico o l’insuperabile (per me) “puozze passa’ nu guajo niro” partenopeo, con quella sua indefinitezza cupa che sgombra il campo a ogni e possibile tragedia.

Poi, perché la colpa (anzi la Colpa, con la maiuscola) di Taricone sembra essere stata la contiguità con un raggruppamento “fascista”: e qui entra in gioco il meccanismo perverso della responsabilità collettiva, che definirei volentieri “sindrome di Norimberga” se non ci fossero illustri precedenti:

“Voi inseguirete i vostri nemici ed essi cadranno dinanzi a voi colpiti di spada. Cinque di voi ne inseguiranno cento, cento di voi ne inseguiranno diecimila e i vostri nemici cadranno dinanzi a voi colpiti di spada.”
Levitico, 26:7-9

“Quando il Signore tuo Dio ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso e ne avrà scacciate davanti a te molte nazioni, tu le voterai allo sterminio; non farai con esse alleanza né farai loro grazia.”
Deuteronomio 7:1-2

“Non lascerai in vita alcun essere che respiri, ma li voterai allo sterminio, come il Signore tuo Dio ti ha comandato di fare”
Deuteronomio 20:16-17

A un singolo, in definitiva, si fa carico delle azioni commesse dalla sua comunità di appartenenza — vera o presunta; reale o ideale; presente, passata e financo futura, per sovrammercato — auspicandone la scomparsa.
Atteggiamento, questo, non scevro di implicazioni inquietanti.

Nella seconda guerra mondiale, per esempio, un membro della mia famiglia rimase vittima di uno dei molti bombardamenti angloamericani che devastarono l’Italia fra il 1943 e il 1944. Potendolo, a rigore dovrei sterminare la popolazione statunitense e quella britannica, Commonwealth compreso. E siccome le scelte angloamericane erano di necessità condivise dai loro alleati, la mia personale pulizia etnica dovrebbe estendersi a (in ordine di apparizione) Polonia, Francia, Nepal, Danimarca, Norvegia, Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi, Grecia, Jugoslavia, URSS, Repubblica Popolare di Tannu Tuva, Panama, Costa Rica, Repubblica Dominicana, El Salvador, Haiti, Honduras, Nicaragua, Repubblica di Cina, Guatemala, Cuba, Cecoslovacchia, Perù, Messico, Brasile, Etiopia, Iraq, Bolivia, Iran, Colombia, Liberia, San Marino, Albania, Ecuador, Paraguay, Uruguay, Venezuela, Turchia, Libano, Arabia Saudita, Argentina, Cile, Repubblica Popolare della Mongolia — credo di non aver dimenticato nessuno.

Ma non è finita. Siccome la seconda guerra mondiale è stata voluta, dicono, dalla Germania, dovrei prendermela anche col popolo tedesco, ovviamente, e con i suoi alleati di allora: Giappone, Ungheria, Romania, Bulgaria, Finlandia, Siam, Repubblica Slovacca, Croazia, Manchukuo, Cina di Nanchino, Mengjiang, Montenegro, Serbia, Principato del Pindo e Voivodato di Macedonia, Comitato Nazionale Ucraino, Repubblica di Lokot, Consiglio Centrale Bielorusso, Governo Provvisorio dell’India Libera, Birmania, Filippine, Vietnam, Cambogia, Laos, Spagna, Portogallo, Francia di Vichy, Iraq — e, naturalmente, Italia. Arrivando così al raffinato paradosso di odiare a morte me stessa nonché il povero zio Attilio morto, dicevamo, sotto i bombardamenti — ben gli sta, così impara a fare la guerra.

Da sola, insomma, avrei dato una bella botta alla risoluzione del problema demografico. Altri quattro o cinque come me, e qui sull’arancia azzurra non rimane nessuno (per quanto mi sforzi, non riesco a trovare validi motivi per l’eliminazione degli Xavante del Mato Grosso e degli Igbo nigeriani, ma non credano di cavarsela così a buon mercato, perbacco).

Ero poco più di una bambina quando lessi la frase (di chi? Non lo ricordo più…) «Non odio mai al plurale». Non la capii subito — la capisco ora.


apr 29 2010

Un aprile che non finisce, e un passato che non passa

In questi giorni d’aprile, come ti muovi sbagli.
Qualunque cosa si dica o si faccia, salta sempre su qualcuno a farti un processo alle intenzioni — e meno male che ci si limita a quello. Non che la cosa non succeda tutto l’anno, sia chiaro: ma in questo periodo è più frequente e anche più scontato, va’. Se non temessi di apparire troppo dissacrante, citerei volentieri Pietre di Antoine.
Fatto sta che il clima non è dei migliori — e non parlo di quello atmosferico, che pure dà da pensare. Così, so già che se parlassi di Sergio Ramelli o di Alberto Brasili scontenterei comunque qualcuno: e allora lascio stare.
Invece preferisco riflettere sul fatto che a 65 (ses-san-ta-cin-que) anni di distanza dalla conclusione della seconda guerra mondiale ci sia ancora gente disposta a scannarsi (metaforicamente, ma sospetto che lo farebbe volentieri in real life) su dicotomie vetuste come fascismo/antifascismo e comunismo/anticomunismo— come se non fossero categorie ormai consegnate alla storia, come se non fossero fenomeni ormai conclusi, come se il muro di Berlino non fosse caduto e la guerra fredda non fosse finita e le Twin Towers non fossero crollate.
In tutta onestà, oggi come oggi (e per la verità da un quarto di secolo almeno) non riesco a vedere un pericolo nel fascismo o nel comunismo o nei loro contrari o corollari eccetera eccetera. I pericoli sono altrove: e il bello è che sono così macroscopici che la gente neanche se ne accorge — un po’ come la luce del sole, che se la guardi troppo a lungo invece di rischiarare acceca.
Anzi, quando sento le qualifiche di “fascista” e “comunista” affibbiate a persone di cui non farò i nomi perché ne rigurgitano già i media d’Italia — quando sento questo, non riesco neanche più a innervosirmi. Mi viene da ridere — dio mi perdoni, con tutto il rispetto per il sangue copiosamente e generosamente versato dall’una e dall’altra parte, e che sembra essere scorso via come acqua sulle piume di un’anitra.
Tutto questo avvitarsi su di un odio non più generazionale ma generato da un’ignoranza cupa e dall’ottuso incancrenirsi su schemi ridotti a gusci vuoti mi fa un’immensa tristezza — pari soltanto all’immensa rabbia che mi monta dentro quando leggo e sento di maestrini che non sono né buoni né cattivi, ma soltanto stupidamente funzionali al mantenimento dell’Italia nel suo status non già di nazione sovrana (come dovrebbe essere e come non è più da un pezzo) bensì di colonia americana. E se penso che le cose avrebbero potuto andare diversamente (e quanto!), mi viene quasi voglia di mollare tutto — e Valle Giulia sembra ormai così lontana.


apr 28 2010

Renzo De Felice, «Rosso e Nero»

Quindici anni fa lo storico Renzo De Felice dava alle stampe (Baldini&Castoldi, 1995) un saggio-intervista, Rosso e Nero, curato da Pasquale Chessa. Di seguito, brani dall’ Introduzione dello stesso De Felice.


… è mia convinzione che lasciar tempo al tempo non è possibile: lo spazio per una effettiva chiarificazione storica aperto dalle vicende internazionali e nazionali di questi ultimi anni si sta in Italia richiudendo.
Una vulgata sta morendo, con buona pace dei suoi superstiti sostenitori ed epigoni, ma se ne sta sostituendo giorno dopo giorno un’altra, in parte diversa, ma altrettanto refrattaria alla verità storica e probabilmente altrettanto perniciosa. Ché se la vecchia tendeva a squalificare e invalidare alcune verità a tutto vantaggio dell’esaltazione e della legittimazione di una vulgata politica di comodo, la nuova par di capire tenda a legittimare le une e le altre in funzione di un immobilismo politico e culturale che — come in passato — ignori le esigenze di una società veramente moderna ed escluda un’effettiva partecipazione di larghissimi settori della popolazione, non mediata dal “vecchio” solo formalmente messo a nuovo. Col risultato di diffondere sfiducia, lacerare vieppiù ciò che resta del tessuto nazionale e far perdere quindi, a un numero sempre più vasto di italiani, ogni punto di riferimento nazionale e di orientamento etico.
Vent’anni fa, Rosario Romeo ammoniva che «un paese idealmente separato dal proprio passato, è un paese in crisi di identità e dunque potenzialmente disponibile, senza valori da cui trarre ispirazione e senza quel sentimento di fiducia in se stesso che nasce dalla coscienza di uno svolgimento coerente in cui il passato si pone come premessa e garanzia del futuro». Romeo — pur non sottovalutando affatto il peso che sulla crisi della coscienza nazionale ancora aveva il «trauma della seconda guerra mondiale» — non nascondeva la sua convinzione che ad accrescere la crisi di identità e la potenziale disponibilità degli italiani non fosse estranea una sorta di «operazione politico-culturale», portata avanti da una parte dei cattolici e dai comunisti, per contrapporre «alla storia realmente accaduta» una «storia alternativa, non realizzata in passato, ma realizzabile in avvenire» da loro stessi [Rosario Romeo, Scritti politici 1953-1987, Milano 1990, p. 40].
A questa operazione politico-culturale vari sintomi fanno pensare che si tenti oggi di sostituirne un’altra, apparentemente più “moderna”, i cui sponsor sono diversi e non solo politici. Un’operazione non diversa negli obiettivi e nei pericoli, sotto il profilo di un ulteriore indebolimento etico-politico della nazione italiana e del suo sentirsi, per dirla ancora una volta con Romeo, «un paese irrimediabilmente sbagliato». Con le conseguenze che ciò comporta.
La crisi seguita alla caduta del muro di Berlino ha investito, chi più chi meno, tutti i paesi europei. A prima vista, il fatto di aver determinato le premesse perché fossero sostanzialmente travolti sia la Prima Repubblica sia i partiti che per mezzo secolo hanno esercitato la loro egemonia politico-culturale su di essa potrebbe far ritenere che l’Italia ne ha risentito maggiormente.
Contrariamente alle apparenze, le cose sono andate in realtà in tutt’altro modo. Per limitarci all’aspetto che qui più interessa — quello culturale — è impossibile non rendersi conto che il gran parlare che si fa della necessità di un ripensamento critico della nostra storia nazionale, dei mali che l’hanno afflitta e l’affliggono, della inadeguatezza e addirittura della strumentalità dei rimedi messi in atto per curarli, più che a fare i conti con il nostro passato, serve a introdurre più o meno surrettiziamente problemi di politica contingente.
In questo contesto va letta tutta una serie di questioni, da quella “nazionale” a quella “antifascista”, dalla “comunista” alla “democratica” (come problema generale, ma anche in particolare nella Resistenza), eccetera… Un aspetto che non costituisce nemmeno una novità, perché — sia pure in forme meno esasperate — le stesse idee sono state pensate e dette in altri momenti di crisi, per esempio negli anni Settanta. E servono ancora per cercare di dare alla loro argomentazione (terra terra) una valenza storica se non addirittura etica o ad alzare un gran polverone gattopardesco volto a perpetuare il predominio della politica e dell’ideologia sulla cultura, con poche rettifiche di tiro e concessioni verbali, talvolta abili [...], talaltra ingenue fino all’autolesionismo [Si veda il caso dello studioso Lutz Klinkhammer, che alla domanda perché lo studio della Rsi è stato per anni appannaggio pressoché esclusivo della destra, condizionato dall’ambiente, ha risposto (…) di ritenere che «per un certo tempo… la Repubblica di Salò sia stata una demonizzazione necessaria, perché altrimenti l’antifascismo non si sarebbe imposto culturalmente». Cfr. “Ricerche storiche” (di Reggio Emilia), dicembre 1994, p. 17]. Al punto di non farsi scrupolo di ricorrere a vere e proprie risibili parodie della cultura per suffragare argomentazioni e tatticismi squisitamente politici. […]
A cinquant’anni dalla sua conclusione, la Resistenza costituisce ormai qualcosa di lontano, più di quanto cinque decenni giustifichino, e di sostanzialmente mal noto. Avulsi dal loro naturale contesto, i contorni della Resistenza sfumano nel vago. Così fascisti, tedeschi e Alleati restano il più delle volte controparti senza volto, che fanno pensare ai cori di certe tragedie classiche, e i partigiani con le non meglio identificate masse che sarebbero state loro dietro (ma delle quali la storiografia resistenziale non approfondisce pressoché mai il reale atteggiamento e le sue motivazioni) diventano gli unici protagonisti. Nonostante il gran parlare e scrivere che se ne è fatto, numerose sono infatti le pagine della sua storia ancora bianche o reticenti e soprattutto trattate con un animus non solo più ideologico-politico che storico, ma chiaramente dipendente dal mutare delle circostanze e delle strategie politiche.
Caratteristico è il giudizio sulla presenza cattolica, prima minimizzata al massimo, poi accusata di scarso impegno e di anticomunismo pregiudiziale, infine valorizzata anche oltre il lecito, il tutto adeguandosi puntualmente all’evoluzione dei rapporti Pci-Dc. Perciò la Resistenza è venuta assumendo agli occhi dei più, e in specie dei giovani che ne ignorano la dimensione esistenziale, una sorta di mito che non suscita altri effetti che non siano la noia e il disinteresse oppure il desiderio di sentire altre campane.
A questa situazione di fatto non sono mancati — soprattutto negli anni Settanta — tentativi di reagire estendendo e approfondendo la ricerca ad alcune almeno delle “zone d’ombra” che la storiografia resistenziale ufficiale non aveva sino allora preso in considerazione o non aveva ritenuto opportuno affrontare, un po’ per non turbare l’armonia del quadro che in un quarto di secolo aveva delineato e accreditato a tutti i livelli, un po’ perché essa stessa prigioniera della vulgata alla quale aveva dato vita. I risultati erano stati per altro scarsi, sia perché all’origine di tali tentativi erano ancora, piuttosto che motivazioni di natura scientifica, ragioni ideologico-politiche frutto delle contrapposizioni interne alla sinistra determinate dal Sessantotto, sia perché la tematica resistenziale rimase appannaggio di studiosi e di pubblicisti, anche di valore, ma che continuavano a concepirne lo studio in un’ottica politica e ad affrontarlo senza uscire dagli schemi tradizionali.
A un principio di “svolta” si è giunti solo in conseguenza della caduta del muro e al crollo del regime sovietico, allorché molte certezze ideologiche sono andate in frantumi e gli archivi russi hanno cominciato a mettere a disposizione degli studiosi una documentazione sino a quel momento a essi preclusa e che, pur indirettamente, incide anche sulla vulgata resistenziale. […]
Le celebrazioni del cinquantesimo anniversario della Guerra di liberazione e i pochi (e, salvo pochissime eccezioni, di modesto spessore) interventi più propriamente storico-culturali che le hanno punteggiate […] hanno messo in luce la centralità della Resistenza in tutta la vicenda politico-culturale successiva, ma anche come essa sia vista oggi dalla gran maggioranza dei politici e degli intellettuali attivi nel clima della Prima Repubblica in un’ottica forse anche più politica che in passato. Nel crollo delle ideologie in genere e in particolare dei tanti valori considerati sino a ieri “forti”, la Resistenza rimane uno dei pochissimi appigli per tentare di trovare la ragion d’essere, la legittimazione del proprio potere e della propria partecipazione a un sistema altrimenti indifendibile politicamente ed eticamente.
Sicché si sono generati due atteggiamenti contrapposti. Da una parte i nuovi protagonisti della politica, arrivati alla ribalta sull’onda della crisi della Prima Repubblica, la considerano una questione tutto sommato superata e quindi tale da non meritare una particolare attenzione […], incapaci come sono di rendersi conto che la Resistenza e la Rsi furono due aspetti, in gran parte uguali e contrari, di una stessa realtà più vasta e profonda che continuò a manifestarsi ben oltre il 1945. Dall’altra, per i primi è ancora essenziale più che in passato negare ogni validità ai tentativi di capire e spiegare la realtà del 1943-45, di qualsiasi tipo e origine, arrivando fino a tacciarli di revisionismo. Per un verso facendo leva sull’accezione negativa che Lenin e poi Stalin hanno dato a tale termine e che, più recentemente, ha impropriamente assunto nel dibattito sull’olocausto e il razzismo, in cui sempre più viene usato (talvolta anche ad arte) come sinonimo di “negazionismo” o, nel migliore dei casi, di “relativismo” e di “giustificazionismo” […], per un altro verso ricorrendo all’argomento che “criticare la Resistenza” equivarrebbe a “fare il giuoco dei fascisti”.
Per sua natura lo storico non può che essere revisionista, dato che il suo lavoro prende le mosse da ciò che è stato acquisito dai suoi predecessori e tende ad approfondire, correggere, chiarire, la loro ricostruzione dei fatti.
Non meraviglia quindi che — contrariamente a quanto avvenuto in altri paesi e in particolare in Francia — da noi il cinquantesimo anniversario della Resistenza (e della Rsi) non abbia dato luogo (almeno sino a oggi) a un vero dibattito storiografico. E non sorprende che le poche prese di posizione avutesi siano state pressoché tutte di tipo tradizionale ovvero volte a spostare il discorso su terreni diversi da quello della realtà del 1943-45: quello dell’antifascismo, quello della (presunta) identità tra fascismo e nazismo, quello della Resistenza come guerra civile e dei suoi caratteri, quello della posizione dei comunisti rispetto alla democrazia e soprattutto quello del “nesso irrinunciabile” tra Resistenza e Costituzione repubblicana e della “nuova forma di patriottismo” (non più “della Nazione”, ma “della Costituzione”) che da esso discenderebbe. […]
Tutti temi importanti e meritevoli di approfondimento, ma che, rispetto al problema della Resistenza e, più in generale, del biennio 1943-45, o costituiscono dei “fuor d’opera” ideologici o sono tutto sommato marginali o si collocano “a valle”, rispetto a quello che è il vero tema in concreto mai affrontato della Resistenza: quello della sua legittimazione popolare oppure, in altri termini, del suo rapporto con la popolazione civile.
Un problema, oltre tutto, che non riguarda solo la storia della Resistenza. È da qui, infatti, che bisogna prendere le mosse per comprendere sia la crisi collettiva di identità che l’Italia visse a seguito dell’8 settembre, sia le ragioni profonde del successo elettorale della Dc (anche in molte zone del Nord dove la presenza cattolica nella Resistenza era stata assai meno importante di quella delle sinistre e dei comunisti in specie) già nel 1945-46, prima cioè che entrasse in giuoco il fattore Guerra Fredda, e del “compromesso costituzionale”, che ha dominato per quasi mezzo secolo la vita politica italiana.
Ridurre, infatti, gli avvenimenti del 1943-45 alla contrapposizione antifascismo-fascismo e alla lotta armata tra la Resistenza e la Rsi non è in sede storica sufficiente. Non basta a spiegare compiutamente né i rapporti interni alla Resistenza e di questa con gli Alleati, con il Regno del Sud e con la Resistenza jugoslava, né quelli della Rsi con la Germania. E rende difficile capire alcune iniziative maturate nei due campi. E tanto meno aiuta a comprendere come tali avvenimenti furono vissuti dalla maggioranza della popolazione coinvolta in vario modo e misura nella lotta e le reazioni che questa suscitò. […] Allo stato degli studi molto si sa (o è documentato) sulla Resistenza e, seppure in misura minore, sulla Rsi. La vera e decisiva lacuna è dovuta alla mancanza di un quadro di riferimento motivazionale generale degli avvenimenti del 1943-45 nel quale si collochino sia la Resistenza che la Rsi (che, in sé e per sé, coinvolsero una minoranza della popolazione delle regioni nelle quali furono presenti) e trovi il suo posto anche la “condizione umana” di quegli anni, con i suoi molteplici stati d’animo, problemi morali e di vita materiale, speranze, delusioni… Una “condizione umana” a determinare la quale hanno concorso massicciamente una sequenza di eventi e stati d’animo.
In primo luogo l’andamento generale delle operazioni belliche e specialmente la guerra civile (in senso forte, ché per comprendere veramente la Resistenza, la Rsi e la vicenda italiana nel suo complesso e l’influenza che questa ebbe sugli avvenimenti successivi, non si può assolutamente sottovalutare, come troppo spesso è avvenuto, che l’Italia nel 1943-45 conobbe una guerra civile di dimensioni e drammaticità ignote ad altri paesi).
Al secondo posto il tipo e il grado del consenso di cui il regime fascista aveva goduto e il cui crollo non si tradusse in un più o meno mero ritorno ai comportamenti e ai valori prefascisti, ma in un atteggiamento psicologico-culturale in cui i vecchi comportamenti e valori trovavano posto solo in parte, mentre altri, acquisiti negli anni del regime, continuavano inconsapevolmente a essere in qualche misura presenti.
Al terzo soprattutto la crisi morale causata dal trauma dell’8 settembre che gravò sulla maggioranza della gente, su tutti coloro cioè che non fecero una consapevole scelta per o contro la Rsi. Una “condizione umana” che, dunque, è cosa ben diversa del “vissuto politico” degli italiani durante la Resistenza che, secondo Pietro Scoppola, sarebbe stato l’elemento etico che avrebbe più contribuito a tenere unito il paese, allora e poi, nel periodo della Guerra Fredda. Sia perché il “vissuto politico” di cui parla Scoppola (pensando da politico all’oggi, piuttosto che guardando da storico indietro) ha costituito un fatto solo di élite, sia perché proprio a esso deve, a ben vedere, farsi risalire in buona parte la crisi della consapevolezza unitaria degli italiani. […]
Ora, la domanda d’obbligo è: perché, dopo cinquant’anni, la cultura di questo paese non è riuscita e, tutto sommato, non vuole fare, salvo poche eccezioni, i conti con la storia del proprio passato? Ha creato solo una serie di alibi che assumono la forma dell’autocommiserazione e della denigrazione di un popolo che il ceto intellettuale non conosce o al quale attribuisce i tratti più adatti a marcare la propria differenza.
A domanda risposta: manca l’habitus scientifico, mancano i veri studiosi, manca una visione del mondo capace di far guardare al di là del pragmatismo politico. La crisi delle ideologie è ancora qualcosa di esterno e di subito. […] La spiegazione del fatto che temi fondamentali per fare i conti con la propria storia, come quello dell’8 settembre, la Resistenza, la Rsi, e come quello, strettamente connesso, sulle tensioni disintegrative che percorrono la società italiana d’oggi, non decollino e vengano vissuti dalla comunità intellettuale come un indistinto e sgradito rumore di fondo, è tutta qui. L’antifascismo non può costituire l’unica discriminante per capire il significato storico della Resistenza. Ne consegue che la “patente” antifascista non può sostituire la “patente” democratica, che il biennio 1943-45 va reinterpretato nel più vasto alveo della crisi collettiva che condizionò le vicende di allora e influenza quelle di oggi, che la gerarchia di valore della purezza antifascista al cui vertice subito si insediò il Pci non trova più corrispondenza (se mai l’ha veramente trovata) nella maggioranza degli italiani.
Né fascisti, né antifascisti, né comunisti, né anticomunisti sono legittimati a spiegare alla gente quanto è avvenuto, quanto sia stato importante, decisivo per la storia dell’Italia di oggi quel biennio. E, del resto, la gente non ha più fiducia in essi e li considera venditori di miti a cui non crede più e ai quali attribuisce buona parte delle responsabilità per la situazione nella quale si trova l’Italia e, quel che è più grave, estende questo giudizio negativo, sulla loro ricostruzione della storia, alla storia tout court. Con la conseguenza di accrescere quella crisi di identità che, in un contesto generale meno degradato, già vent’anni fa, lo si è detto, Romeo giustamente paventava. E che oggi è sempre più difficile frenare.