giu
17
2011
E così se n’è andata anche lei, poco meno che centenaria, mente lucidissima murata viva nella tomba che era divenuto il suo corpo. Per me è sempre stata “la signorina S.”, da quando ho memoria. Vecchia amica di famiglia, generosa e combattiva, una vita difficile e un unico grande amore straziante, S. era un’apprezzata insegnante stimata e benvoluta da tutti. Per me, è stata la presenza costante di tutte le mie vacanze estive.
Fascista attiva ed entusiasta, con l’8 settembre 1943 conobbe l’occupazione americana: benché i nuovi antifascisti (memori del suo impegno civile e della sua onestà) si adoperassero per evitarle gli spiacevoli effetti dell’epurazione, dopo qualche antipatico episodio S. decise di lasciare la sua città. Aveva delle conoscenze in Sicilia, e trovò un posto come maestra nei pressi di Palermo. Erano gli anni difficili del dopoguerra, e la signorina entrò bruscamente in contatto con una realtà molto diversa da quella cui era stata abituata — sempre al Sud, ma la Sicilia è terra a parte.
Il 1° maggio 1947 era festa, e non c’era scuola — proprio come adesso. Non so se allora S. partecipò a qualche manifestazione pubblica, o se si limitò a godersi quel giorno di vacanza. Di sicuro, in serata raccolse anche lei le molte voci confuse e spaventate che narravano di un massacro inaudito — la strage di Portella della Ginestra. Lesse anche lei, il 3 maggio (il 2 i quotidiani non uscirono), i giornali che dettagliavano i fatti. Non so — forse non c’è più nessuno che lo sa — che cosa pensò, che cosa fece, che cosa la macerò nei mesi successivi a quella tragedia. Ma quando tornò nella sua città natale, prima del 1950, aveva la tessera del PCI.
So che lo annunciò formalmente a una ristretta cerchia di amici — mio padre e mia madre erano della partita. So che qualcuno le chiese come avesse potuto, lei fascistissima, addirittura tesserarsi nel partito che forse aveva fatto ammazzare il Duce. So che rispose, con la tranquillità e lo sguardo fermo che ricordo da sempre, di averlo fatto perché «il fascismo è finito, e oggi per salvare l’Italia bisogna essere comunisti».
Non fu l’unica a seguire questo percorso, come ho scoperto crescendo; quando ero una ragazzina impulsiva e confusa (come lo sono, immagino, tutte le ragazzine) la guardavo con sospetto per quel suo comunismo, e non mi capacitavo di come i miei continuassero a frequentarla con affetto e piacere. Poi, per fortuna, sono cresciuta: e adesso sono qui a ricordarla con lo stesso affetto e lo stesso piacere — la signorina S., prima fascista e poi comunista per amore dell’Italia.
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nov
19
2010
Giorgio GALLI su “Panorama”, 28 giugno 1977
Un missino dal carcere
Arturo Gussago, detenuto, rinviato a giudizio per la strage di Brescia, mi scrive in una lunga lettera:
«Mi rivolgo a lei in quanto penso che in quel bailamme che è il giornalismo italiano, trovare un professionista serio e non fazioso sia impresa ardua. Seguendo i suoi scritti mi è parso di individuare in lei una persona oltre che competente, obiettiva e disposta ad ascoltare chiunque. È sconfortante notare come la stampa, tranne rare eccezioni, dopo i peana per i primi arresti e mandati di cattura in merito alla strage di Brescia, taccia e non dia il dovuto risalto al fatto che la credibilità dell’istruttoria si sia progessivamente azzerata. Non è da molto che sono state effettuate le perizie tecniche sull’ipotesi accusatoria del congegno radiocomandato: i risultati hanno dimostrato quasi nulle le possibilità che tale ordigno potesse esplodere, ultima tegola sul capo degli inquirenti. Si badi, la succitata perizia non rappresentava soltanto una questione tecnica: si trattava di verificare una delle travi portanti dell’inchiesta, se non quella maestra. In base a essa si poteva smentire o dar credito alle versioni chiave di Bonati e A. Papa. A proposito della attendibilità di quest’ultimo si aggiunga che è stata depositata la perizia psichiatrica su di lui effettuata, la cui diagnosi è del seguente tenore: “soggetto gravemente immaturo e psichicamente vulnerabile con scarsa facoltà di intendimento”. Si può dunque affermare che gli esiti di questi importanti atti istruttori non siano molto confortanti per gli inquirenti. Eppure la nostra condizione di detenuti in attesa di giudizio, dopo due anni di carcerazione preventiva, di cui molti mesi trascorsi in duro regime di assoluto isolamento (personalmente 6 mesi) non muta; le varie istanze di scarcerazione e di proscioglimento sono sempre state sdegnosamente respinte; la verità istruttoria pare debba essere imposta sino alla futura celebrazione del processo. Non basta che due giornalisti di sicura fede democratica denuncino nel libro Strage a Brescia, potere a Roma tutte le nefandezze e le storture di cui è costellata l’inchiesta; non basta che un avvocato della parte civile, autorevole e onesto uomo della sinistra bresciana, affermi che il procedimento sia “inquinato come il Lambro e sbilenco come la Torre di Pisa”. Non basta, se gli organi di informazione e di opinione politica tacciono o anche più esplicitamente si defilano. Purtroppo in Italia i mass media e i fogli di opinione si muovono esclusivamente secondo i propri interessi politici e dare spazio, pubblicizzare la montatura di cui siamo vittime potrebbe risultare scomodo. Infatti la “tranquillizzante verità istruttoria”, per usare una definizione degli autori del citato libro, piace a molti: qualche ladruncolo, un gruppo di neofascisti, il figlio di un giudice che ha dato fastidio, agitare bene, il cocktail è pronto, senz’altro gradito ai centri di potere dell’antifascismo di Stato che hanno fatto un gigantesco specchio per le allodole. Avessimo almeno un Pannella disposto a digiunare a nostro favore… neppure quello».
I lettori possono trovare la storia dell’inchiesta nel libro citato, scritto da Achille Lega (“Il Giorno”) e Giorgio Santerini (“Corriere della Sera”). Bonati e Papa sono i due testimoni che hanno dato varie e contraddittorie versioni del supposto complotto organizzato da Ermanno Buzzi, un pregiudicato megalomane che nega tutto. Gussago e il figlio del giudice Arcai (giovani missini) vengono indicati come presenti a una riunione dei supposti terroristi in una delle versioni di Bonati (in un’altra versione erano stati invece indicati Bonocore e De Amici).
La lettera di Gussago è importante per capire le lontane radici del terrorismo di oggi. Non sono d’accordo con lui quando scrive che la stampa non informa correttamente per ragioni politiche. Nel 1970-1971 la stampa ha fornito corrette informazioni su piazza Fontana, sui rapporti tra la strage, i gruppi fascisti e i servizi segreti, quando la verità di Stato imputava gli anarchici. Ma è vero che dal 1972-73 giornalisti e commentatori ci siamo troppo facilmente convinti che tutto il terrorismo era «di chiara marca fascista». Così come oggi troppo facilmente si accetta che tutti i nostri guai derivino dalle P 38.
In realtà, ciò che ha scosso il senso di giustizia degli italiani, ciò che ha creato in centinaia di migliaia di giovani la certezza che in questo Paese volano gli stracci mentre i potenti non vengono mai infastiditi, è proprio quanto è accaduto per le stragi e per gli scandali.
L’Italia ha il primato in Occidente dei detenuti politici, di destra e di sinistra, quasi sempre giovani, sovente in carcere da anni senza aver avuto un processo. Molti di questi giovani sono certamente implicati in azioni terroristiche. Ma dei mandanti di piazza Fontana, di Brescia, dell’Italicus, dei mandanti dell’assassinio di Calabresi, di Coco, di Occorsio, non si sa e non si dice nulla.
Si sono praticamente distrutti i nostri servizi di sicurezza, pur di non chiarire i loro specifici comportamenti, pur di non punire i singoli responsabili di determinati illeciti. Il giovane missino Gussago è così in carcere senza processo, mentre il generale Miceli, già capo del Sid, è deputato al Parlamento per il Msi. A Catanzaro si accusano ministri e dirigenti dei servizi di sicurezza, ma senza arrivare a dire chi ha organizzato l’attentato, chi ha messo le bombe in piazza Fontana.
I presidenti del Consiglio, i ministri dell’Interno e della Difesa che hanno permesso tutte le deviazioni e tutti gli intrighi, hanno tuttora un ruolo di primo piano nel nostro sistema politico. Non possono essere credibili quando oggi si presentano come tutori della democrazia. Quando accusano giornalisti e commentatori di aver messo in pericolo quelle istituzioni democratiche che sono state invece screditate dalle menzogne di Stato.
La convinzione che non c’è giustizia in Italia ha creato altrettanti ribelli dell’emarginazione economica e sociale. Le carceri sono piene, ma i terroristi aumentano. La logica è ormai evidente: o si restaura la giustizia, individuando i veri autori delle stragi, o si intensifica la repressione contro chi si ribella all’ingiustizia.
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nov
18
2010
dal “Corriere della Sera”, 14 novembre 1974
Cos’è questo golpe? Io so
di Pier Paolo PASOLINI
Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. [continua qui]
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