mag 29 2011

Vivisezione: le solite scuse…

Un commento al mio post su Federparchi e Telethon recita testualmente:

Cara Alessandra, ci terrei a precisare che “ricerca di base o sperimentazione in vivo o sperimentazione su modelli animali o sperimentazione animale o vivisezione” non sono sinonimi.

Sicuramente avrai un parente che è stato malato ed è guarito, oppure che continua a vivere grazie a farmaci che abitualmente prende o magari grazie ad una qualche operazione. Bene, secondo il tuo ragionamento tu preferiresti che non ci fosse stata nessuna sperimentazione, quindi nessuna cura e che ora i tuoi cari ora fossero morti. Ti invito a riflettere su questo.

Poi, se vogliamo discutere sul fatto che siamo in troppi su questo pianeta, che le case farmaceutiche preferiscano un semi-malato dipendente da farmaci per tutta la vita piuttosto che guarirlo definitivamente e che il Vaticano è una grossissima palla al piede ti do ragione in pieno, ma non mi puoi dire che non si debba fare ricerca!

Daniele

Poiché ha il pregio di riassumere in sé tutte (o quasi) le argomentazioni a favore della vivisezione, questo commento merita ampiamente una risposta a parte — non foss’altro perché, come dicevano gli antichi, repetita juvant, le cose ripetute non guastano mai.

Dunque Daniele dice che «”ricerca di base o sperimentazione in vivo o sperimentazione su modelli animali o sperimentazione animale o vivisezione” non sono sinonimi».
Definiamo i termini: precisamente, per ricerca di base s’intende ogni «attività sperimentale o teorica sviluppata per acquisire nuove conoscenze su fenomeni fondamentali, iniziata senza la previsione di una sua particolare applicazione», ex art. 3 comma 4 del Decreto legislativo n. 116/92. Questo significa che «tutto quanto può passare per la mente del ricercatore, in cerca di finanziamenti, titoli o pubblicazioni, può essere accettato». Ma siccome i finanziamenti ai laboratori di ricerca variano anche a seconda del numero di esperimenti effettuati e del numero (e tipo) di cavie utilizzate per la sperimentazione, il ricorso all’impiego di animali per la ricerca è diventato una prassi, al punto che oggi s’invocano progetti e normative per “una ricerca di base senza animali”, proprio come se ormai la ricerca di base fosse possibile soltanto coll’impiego di animali.
Per il resto, è chiaro a tutti che la parola “vivisezione” non piace ai ricercatori che la praticano: perché difficilmente una persona dotata di normale sensibilità resterebbe impassibile di fronte a certi esperimenti effettuati in nome della “scienza”, accettando serenamente il loro reiterarsi. Tant’è vero che viene riconosciuto e ufficialmente sancito il diritto all’obiezione di coscienza da parte di studenti e lavoratori impegnati in progetti di studio che contemplino anche il ricorso alla vivisezione (sì, io continuo a chiamarla così perché gli eufemismi, quando c’è di mezzo la carne e il sangue e il dolore senza perché del vivente torturato, mi fanno vomitare).
Ma la lingua italiana è precisa e non di parte. Così, secondo il dizionario De Mauro (ed. Paravia), la definizione di vivisezione è:  «Vivisezione: s.f. dissezione anatomica di animali vivi effettuata a scopo di studio e sperimentazione | estens., qualunque tipo di sperimentazione effettuata su animali di laboratorio che induca alterazioni a livello anatomico o funzionale, come l’esposizione a radiazioni, l’inoculazione di sostanze chimiche, di gas, ecc.». Del pari, nel Vocabolario della lingua italiana ( Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani s.p.a., Milano 1994), alla voce vivisezione, si legge: «Termine che, secondo un’accezione restrittiva, aderente all’etimo, designa ogni atto operatorio su animali vivi, svegli o in anestesia totale o parziale, privo di finalità terapeutiche ma tendente a promuovere, attraverso il metodo sperimentale, lo sviluppo delle scienze biologiche, o a integrare l’attività didattica o l’addestramento a particolari tecniche chirurgiche, o, più raramente, a fornire responsi diagnostici. Con significato più ampio, il termine viene riferito – almeno ai fini dell’interpretazione giuridica ed etica – a tutte quelle modalità di sperimentazione, non necessariamente cruente, che inducano lesioni o alterazioni anatomiche e funzionali (ed eventualmente la morte) negli animali di laboratorio (generalmente mammiferi), come ustioni, inoculazione di sostanze chimiche, esposizione a gas tossici o ad altre energie (radiante, elettrica, di altra natura), soffocamento, annegamento, traumi vari».
Quanto alla “sperimentazione in vivo“, essa è una delle due possibili strade tentate dalla ricerca biomedica: come spiega impeccabilmente Patrizia Restani (Dipartimento di Scienze Farmacologiche, Università di Milano), «Da sempre la ricerca biomedica si è avvalsa di approcci metodologici che comprendono studi in vivo e in vitro. Condurre studi in vitro significa utilizzare cellule in coltura o parti di organismi viventi (tessuti o organi isolati). Condurre studi in vivo significa utilizzare organismi viventi in toto. I due approcci sono entrambi validi e in grado di dare informazioni utili, anche se presentano in parallelo aspetti negativi.  Gli studi in vitro sono più semplici, più economici e non comportano l’uso di animali, fatto che determina implicazioni di tipo etico e affettivi. D’altra parte, l’uso di un animale in toto consente di verificare il destino di una molecola in un organismo complesso, in cui organi e sistemi funzionano insieme e non in modo separato come negli organi isolati. Negli studi in vivo i risultati saranno pertanto molto più rispondenti a quello che si verifica in un organismo umano. [...] La valutazione dell’efficacia e degli effetti tossici di un farmaco che deve entrare sul mercato richiede necessariamente uno studio su organismi animali prima di passare alla fase clinica. In mancanza di questi studi, la sperimentazione in vivo si dovrebbe fare direttamente sull’uomo (tra cui non dimentichiamo ci sono soggetti particolarmente sensibili come i bambini, gli anziani, i soggetti con patologie), con un grado di rischio che oggi non è accettabile». Per i non addetti ai lavori, rilevo che l’espressione “animale in toto” indica la cavia da laboratorio.

La “sperimentazione su modelli animali” è un sinonimo del tipo precedente di sperimentazione, poiché «Un modello animale è un organismo vivente, non umano, che può essere utilizzato nella ricerca scientifica per indagare vari aspetti biologici. Può essere utilizzato per mimare un processo biologico naturale o patologico, per un’indagine dell’impatto di una sostanza o di un inquinante».

“Sperimentazione animale” è un’espressione così chiara che mi limito a fare riferimento alla definizione che ne dà Wikipedia: «La sperimentazione sugli animali (o sperimentazione animale) è la sperimentazione a scopo di studio e ricerca su animali da laboratorio, per esempio in ambito farmacologico, fisiologico, fisiopatologico, biomedico e biologico».

Chiariti dunque i termini, senza di che — insegna Aristotele — tanto varrebbe parlare a un tronco secco, andiamo avanti: e precisamente là dove Daniele dice: «Sicuramente avrai un parente che è stato malato ed è guarito, oppure che continua a vivere grazie a farmaci che abitualmente prende o magari grazie ad una qualche operazione. Bene, secondo il tuo ragionamento tu preferiresti che non ci fosse stata nessuna sperimentazione, quindi nessuna cura e che ora i tuoi cari ora fossero morti. Ti invito a riflettere su questo». Ci avrei giurato. Ringrazio Daniele per avermi risparmiato l’altra versione che figura solitamente nel kit del perfetto vivisezionista — “per salvare tuo figlio non preferiresti sacrificare anche un milione di animali?”.

Ho avuto qualche parente e diversi amici cardiopatici o malati di cancro, effettivamente. Sono stati curati, sono stati operati — e sono morti. Ma a parte questo, è chiaro che Daniele parte da una premessa sbagliata: cioè la convinzione che sia possibile trasferire all’essere umano i risultati di una ricerca condotta su organismi non umani. È questo il peccato originale della scienza vivisezionista, e non c’è battesimo o redentore che possa cancellarlo. Gli eccellenti risultati ottenuti grazie alla ricerca effettuata senza il ricorso alla vivisezione stanno a dimostrare non soltanto che una ricerca senza animali è possibile, ma anzi che essa è doverosa. Proprio come è doveroso porre fine all’orrore del massacro quotidiano, inutile e dannoso, di milioni di animali in tutto il mondo cosiddetto civile, perpetrato perlopiù a meri fini di lucro.

Lottare contro la vivisezione non significa affatto lottare contro la ricerca: al contrario, significa proprio battersi per una ricerca scientifica degna di questo nome, scevra di pregiudizi e seriamente interessata al bene comune anziché al portafoglio di pochi; significa riconoscere i limiti che ci impone la natura e rispettare la vita e il suo mistero; significa imparare a considerare ogni entità vivente come un unicum compiuto e irripetibile, in una visione olistica che spazzi via una volta per tutte la frammentazione dell’essere imposta dalla falsa scienza.

Non è mica facile. Ma ci sono ancora persone che amano le sfide.


mag 18 2011

Federparchi, Telethon e le solite bufale scientiste

L’altro giorno ho scritto a Federparchi per protestare contro il supporto dato a Telethon —> https://www.facebook.com/event.php?eid=109399892480635

Ne ho ricevuto in risposta la seguente mail:

Telethon ha come missione il finanziamento della ricerca scientifica che possa portare alla cura delle malattie genetiche <http://www.telethon.it/ricercainforma/glossario/Lists/Glossario/DispForm.aspx?ID=25> . Contemporaneamente Telethon è contro ogni maltrattamento degli animali.

Grazie ai progressi della ricerca scientifica che mettono a disposizione dei ricercatori molteplici sistemi su cui testare l’efficacia delle terapie sperimentali (ad esempio cellule, tessuti), oggi solo una parte dei progetti finanziati richiede la sperimentazione su modelli animali. In questi casi, Telethon richiede ai ricercatori di utilizzare il minor numero possibile di animali e di applicare un rigido codice di comportamento che minimizzi la loro sofferenza.

Inoltre, Telethon vigila affinché si applichi la legislazione vigente in materia (in Italia è in vigore il Decreto legislativo 116 del 27 gennaio 1992 <http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_normativa_946_allegato.pdf> , in attuazione della direttiva del Consiglio Europeo 86/609/CEE <http://ec.europa.eu/food/fs/aw/aw_legislation/scientific/86-609-eec_it.pdf> ) e affinché i ricercatori abbiano ottenuto l’autorizzazione dei comitati etici dei loro istituti. La sperimentazione sugli animali fatta secondo le leggi e le normative in vigore è tutt’altra cosa rispetto alla vivisezione, contro la quale anche Telethon si pronuncia in maniera forte.

Ma perché è necessario sperimentare sugli animali? La ricerca di una terapia per una malattia genetica è un percorso lungo e complesso che normalmente passa da una fase cosiddetta “di base” dove i ricercatori si concentrano su sistemi cellulari o addirittura molecolari per identificare i meccanismi che portano alla malattia e i modi per bloccarne l’insorgenza.

Una volta che si sono isolati dei sistemi (farmaci, geni, cellule) che bloccano il percorso della malattia nei sistemi di base, è spesso necessario, prima di somministrarli ai malati, controllarne l’efficacia e l’assenza di tossicità in un organismo complesso il più possibile simile all’uomo. Questo diminuisce considerevolmente il rischio di commettere errori di formulazione e di somministrazione.

Moltissimi passi avanti compiuti dalla medicina negli ultimi decenni, passi avanti che hanno guarito o alleviato le sofferenze di milioni di malati al mondo, non sarebbero stati possibili senza una motivata, attenta e accurata sperimentazione sugli animali.

A mia volta, ho risposto come segue:

Egregi signori,

comprendo benissimo che informarsi seriamente su argomenti tanto complessi come la ricerca di base o sperimentazione in vivo o sperimentazione su modelli animali o sperimentazione animale o vivisezione richiede tempo, pazienza e competenza; ma esibire come risposta le veline di una struttura che fa del supporto alla ricerca di base o sperimentazione in vivo o sperimentazione su modelli animali o sperimentazione animale o vivisezione la sua attività principale non è bello. Non è neanche serio e sa un po’ di presa per i fondelli, ne convenite?

Ora, poiché non tutti i firmatari di petizioni contro la ricerca di base o sperimentazione in vivo o sperimentazione su modelli animali o sperimentazione animale o vivisezione agiscono su basi di pura emotività o parlano a vanvera, ma fra loro figurano medici, biologi, etologi, giuristi, filosofi eccetera, mi corre l’obbligo di sottoporvi alcune considerazioni sulla validità e sull’eticità della ricerca di base o sperimentazione in vivo o sperimentazione su modelli animali o sperimentazione animale o vivisezione.

Voi/Telethon scrivete:

# Telethon ha come missione il finanziamento della ricerca scientifica che possa portare alla cura delle malattie genetiche <http://www.telethon.it/ricercainforma/glossario/Lists/Glossario/DispForm.aspx?ID=25> . Contemporaneamente Telethon è contro ogni maltrattamento degli animali.

Dunque Telethon si occupa direttamente di finanziamenti, che serviranno poi a sostenere la ricerca. Insomma la mission di Telethon è chiedere soldi.

# Grazie ai progressi della ricerca scientifica che mettono a disposizione dei ricercatori molteplici sistemi su cui testare l’efficacia delle terapie sperimentali (ad esempio cellule, tessuti), oggi solo una parte dei progetti finanziati richiede la sperimentazione su modelli animali. In questi casi, Telethon richiede ai ricercatori di utilizzare il minor numero possibile di animali e di applicare un rigido codice di comportamento che minimizzi la loro sofferenza.

È molto bello che Telethon chieda ai ricercatori di “utilizzare il minor numero possibile di animali e di applicare un rigido codice di comportamento che minimizzi la loro sofferenza”. Il problema consiste nel fatto che una tale richiesta non ha nulla di vincolante o di cogente: richiedere un impegno in questo senso non comporta automaticamente l’accoglimento della richiesta.
In caso contrario, cioè nel caso in cui Telethon scoprisse che i progetti finanziati sono stati eseguiti senza tener conto delle sue richieste, ovvero con l’impiego di un cospicuo numero di animali da laboratorio senza riguardo alla loro sofferenza, che farebbe Telethon? Si farebbe ridare i soldi? Sconfesserebbe il progetto e i ricercatori? Esiste un protocollo etico/deontologico che preveda una simile possibilità?

# Inoltre, Telethon vigila affinché si applichi la legislazione vigente in materia (in Italia è in vigore il Decreto legislativo 116 del 27 gennaio 1992 <http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_normativa_946_allegato.pdf> , in attuazione della direttiva del Consiglio Europeo 86/609/CEE <http://ec.europa.eu/food/fs/aw/aw_legislation/scientific/86-609-eec_it.pdf> ) e affinché i ricercatori abbiano ottenuto l’autorizzazione dei comitati etici dei loro istituti. La sperimentazione sugli animali fatta secondo le leggi e le normative in vigore è tutt’altra cosa rispetto alla vivisezione, contro la quale anche Telethon si pronuncia in maniera forte.

Telethon può vigilare quanto vuole, ma la legislazione vigente in materia è pressoché quotidianamente e ovunque disattesa, come provano le innumerevoli azioni intraprese (e relative denunce promosse) dalle associazioni c.d. animaliste.
Quanto alla “autorizzazione dei comitati etici dei loro [cioè dei ricercatori] istituti”, è un po’ come se i carnefici della Santa Inquisizione avessero chiesto il permesso al papa…
La vera perla, però, è questa: “La sperimentazione sugli animali fatta secondo le leggi e le normative in vigore è tutt’altra cosa rispetto alla vivisezione, contro la quale anche Telethon si pronuncia in maniera forte”. Sul “Corriere della Sera” del 5 settembre 2010 leggiamo le seguenti parole di Silvio Garattini, leader indiscusso della ricerca di base o sperimentazione in vivo o sperimentazione su modelli animali o sperimentazione animale o vivisezione in Italia: «Secondo il farmacologo inoltre è retrogrado parlare di “vivisezione, parola utilizzata per creare sensazione nell’ opinione pubblica. Questi studi restano fondamentali, non esistono vie alternative. Le simulazioni al computer e le colture cellulari non sono attendibili. Se oggi abbiamo cure contro leucemia, diabete o certi tumori, se abbiamo debellato alcune gravissime malattie lo dobbiamo ai test su specie viventi che al 98% coinvolgono i roditori e solo in minima parte specie più grandi”».
Secondo Garattini, dunque, l’impiego del termine “vivisezione” è retrogrado, ovvero serve soltanto a scuotere l’opinione pubblica. Ma anche se si cambiano i nomi, i significati restano: e il significato di “vivisezione” è esattamente quello di ricerca di base o sperimentazione in vivo o sperimentazione su modelli animali o sperimentazione animale.
Ma c’è un’altra cosa: Garattini dichiara che attualmente “i test su specie viventi … al 98% coinvolgono i roditori”. Ebbene, sul numero di “Le Scienze” (edizione italiana di “Scientific American”) del 4 dicembre 2009 è apparso il seguente articolo, che riporto integralmente:

Distrofia di Duchenne

Uomini e topi: una piccola, grande differenza


Due importanti caratteristiche di un gene chiave nello sviluppo della malattia sono presenti in quasi tutte le specie di mammiferi, uomo incluso, ma non nei topi e nei ratti

Uomini e topi hanno mostrato di avere differenze potenzialmente critiche, finora ignorate, in uno dei geni coinvolti nell’insorgenza della distrofia muscolare di Duchenne (DMD). A scoprirlo è stato un gruppo di ricercatori del King’s College di Londra che ne parlano in un articolo (Profound human/mouse differences in alpha-dystrobrevin isoforms: a novel syntrophin-binding site and promoter missing in mouse and rat) pubblicato sulla rivista “BMC Biology”.

In particolare hanno scoperto che due importanti caratteristiche di un gene chiave nella DMD sono presenti in quasi tutte le specie di mammiferi, uomo incluso, ma non nei topi e nei ratti. Questo risultato mette in questione il ricorso a questi animali come modello di riferimento per lo studio della malattia.

La scoperta è stata fatta da Roland Roberts e collaboratori nel corso sello studio della alfa-distrobrevina, una sotto-unità citoplasmatica del complesso proteico associato alla distrofina, che nella DMD è disfunzionale.

La DMD è una miopatia che provoca la perdita di massa muscolare in tutto il corpo, ma può essere anche associata a effetti neurologici che possono manifestarsi come cecità notturna, disturbi nella visione dei colori o difficoltà di apprendimento. La α-distrobrevina è espressa in modo particolarmente spiccato proprio a livello cerebrale.

“Due differenze precedentemente non notate (un interruttore genico, o promotore, e un nuovo sito di legame per la sintrofina) sono codificate dal gene per la α-distrobrevina di quasi tutti i tetrapodi, eccetto che nel topo. Riteniamo che questo riconoscimento tardivo di caratteristiche chiave di un gene che è intensamente studiato fin dalla sua scoperta 13 anni fa sia dovuto al predominio del topo quale modello animale per lo studio della DMD e alla specifica distruzione di queste parti del gene nel topo”, ha osservato Roberts.

Dal confronto con il genoma di altri roditori, risulta che questa semplificazione del gene per la alfa-distrobrevina nel topo e nel ratto si sia verificata fra i 30 e i 40 milioni di anni fa. ( gg)

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Ho sottolineato i punti che mi sembrano più rilevanti per un corretto approccio al problema della reale validità della ricerca di base o sperimentazione in vivo o sperimentazione su modelli animali o sperimentazione animale o vivisezione.

Ma andiamo avanti.

# Ma perché è necessario sperimentare sugli animali? La ricerca di una terapia per una malattia genetica è un percorso lungo e complesso che normalmente passa da una fase cosiddetta “di base” dove i ricercatori si concentrano su sistemi cellulari o addirittura molecolari per identificare i meccanismi che portano alla malattia e i modi per bloccarne l’insorgenza.
Una volta che si sono isolati dei sistemi (farmaci, geni, cellule) che bloccano il percorso della malattia nei sistemi di base, è spesso necessario, prima di somministrarli ai malati, controllarne l’efficacia e l’assenza di tossicità in un organismo complesso il più possibile simile all’uomo. Questo diminuisce considerevolmente il rischio di commettere errori di formulazione e di somministrazione.

È chiaro che, anche per quanto detto prima, i dubbi sulla reale efficacia dei metodi attuati dalla ricerca di base o sperimentazione in vivo o sperimentazione su modelli animali o sperimentazione animale o vivisezione sono destinati a sussistere. Non si capisce, infatti, perché chi sostiene la ricerca di base o sperimentazione in vivo o sperimentazione su modelli animali o sperimentazione animale o vivisezione sia solito affermare la profonda somiglianza fra uomo e animale quando c’è da considerare validi e/o attendibili i risultati della ricerca, salvo poi negare quella medesima somiglianza quando si richiami l’attenzione sulla sofferenza dell’animale utilizzato per la medesima ricerca o sul fallimento della stessa…

# Moltissimi passi avanti compiuti dalla medicina negli ultimi decenni, passi avanti che hanno guarito o alleviato le sofferenze di milioni di malati al mondo, non sarebbero stati possibili senza una motivata, attenta e accurata sperimentazione sugli animali.

Di tutti i ricatti emozionali messi in atto dai sostenitori della ricerca di base o sperimentazione in vivo o sperimentazione su modelli animali o sperimentazione animale o vivisezione, questo è veramente il più patetico, risibile e datato. Non voglio sprecarci neanche una parola, e rimando al “British Medical Journal” http://archivio.panorama.it/scienze/articolo/idA020001039479.art

È tutto, egregi signori.

Io continuerò a boicottare Telethon, e di riflesso tutte le strutture e attività che la sostengono. Insieme a me, lo faranno molte altre persone in Italia e nel mondo.

Voi che farete?

Cordialmente

Alessandra Colla


ott 5 2010

L'UE dice sì alla vivisezione: "e lasciami gridare…" (6. – continua [forse])

Prima di tutto, grazie a quanti hanno seguito — leggendo, scrivendomi privatamente e commentando in pubblico — questa piccola storia ignobile del Parlamento europeo, contro la quale si è mobilitato il web.

Mi credete se vi dico che sono stanca da morire? — dentro, intendo. In queste settimane ho fatto (e ancora sto facendo) una full immersion da incubo nei troppi orrori che costellano l’atroce condizione dell’essere animali oggi. Mi sento, e forse sono, letteralmente sommersa da un oceano di malvagità: riesco a stare a galla, ma nuotare è complicato e a tratti affiora l’idea insidiosa di lasciarsi andare, cullati da flutti che sono marosi, e che ti riempiranno la bocca la gola i polmoni finché non potrai più respirare né esalare l’ultimo “no” di protesta e di rabbia… Fa molto Martin Eden, Jack London mi perdoni.

Tornando a dimensioni più terrene e prosaiche, vorrei davvero che tutti si soffermassero a considerare, per una volta, la mole immensa di violenza che schiaccia e ottenebra la nostra “civiltà”: edificata sul sangue di miliardi di vittime, umane e non umane, a maggior gloria di un delirio di onnipotenza che coniuga esizialmente l’antropocentrismo monoteista e l’arroganza faustiana (che in fondo ne è figlia…).

Come sempre, è una questione di consapevolezza. Se qualcuno mi dicesse “sì, so perfettamente che il mio trucco, il mio piatto, il mio abbigliamento, il mio divertimento, il mio benessere grondano sangue, ma non me ne importa nulla”, credo che potrei sopportarlo: dopotutto, essere consapevoli di un’azione significa assumersi la responsabilità delle conseguenze che ne derivano.
Invece quello che mi fa più male e che mi disgusta fino alla nausea (vomitare non piace a nessuno, neanche ai bulimici: questo essere continuamente in preda ai conati è debilitante, ve l’assicuro) — quello che è peggio, dicevo, è la beata, stolida, opaca ignoranza della stragrande maggioranza delle persone. Che, dimentica di avere un cervello di meravigliosa complessità e spessissimo incapace di usarlo, trascina la propria esistenza dalla culla alla tomba lasciandosi dietro una scia di dolore inflitto non con l’inconsapevolezza dell’innocente, ma con l’indifferenza dell’idiota.

A volte, mi càpita di pensare che l’intuizione migliore di H.P. Lovecraft sia stata quella di Azathoth, il dio cieco e idiota che gorgoglia al centro dell’universo: è a sua immagine e somiglianza che sembra fatto l’uomo del mio tempo. A volte, mi sento stanca da morire.


set 26 2010

L’UE dice sì alla vivisezione: Veronesi fa marcia indietro? (5. – continua)

Ho appena finito di leggere la rubrica che Umberto Veronesi tiene sul settimanale “Grazia”, nel numero adesso in edicola, nel quale il professore sostiene che la sperimentazione animale è ancora utile, quindi bisogna lottare non per la sua abolizione ma per contrastarne gli eccessi. In attesa di postare il pezzo completo, esprimo disappunto, riprovazione e quel po’ di sana indignazione che sempre mi assale e mai riesco a reprimere di fronte al cerchiobottismo. Son fatta così.


set 26 2010

L’UE dice sì alla vivisezione: 25 settembre 2010, io c'ero! (4. – continua)

Per una volta, un pizzico di retorica e di intimismo ci può pure stare: io c’ero, ieri, alla manifestazione indetta per il 25 settembre e svoltasi in contemporanea in diverse città italiane per protestare contro l’approvazione della direttiva sulla sperimentazione animale votata l’8 settembre dal Parlamento europeo.
Io c’ero, e quello che ho visto ha superato le mie più rosee aspettative.
Perché ieri, a Milano, in piazza eravamo in tanti: senza sigle, senza strumentalizzazioni, uniti soltanto dal progetto comune di porre fine alle inutili sofferenze e alla morte di milioni di animali sacrificati in nome di una falsa scienza asservita al profitto di pochi.
Grazie al web, nel giro di un paio di settimane e sulla base di un’iniziativa assolutamente personale, centinaia di persone si sono ritrovate d’accordo sulla necessità di esprimere, da privati cittadini, il loro dissenso per la politica prevaricatrice, irresponsabile e criminale che ha prevalso a Bruxelles l’8 settembre.
Detto così, significa poco per chi non conosce certe realtà: ma per chi, come me, è impegnato sul fronte animalista da decenni (ormai…), il fatto di ritrovarsi in piazza spontaneamente, così numerosi e senza uno straccio di etichetta, rappresenta un successo inaudito e tale da far sperare in un futuro diverso e migliore.
Grazie a Elisabeth, Giuliana ed Anna, ieri siamo riusciti a realizzare un piccolo grande sogno: unire persone di esperienze e provenienze differenti, ma convinte che sia giunto il momento di dire “basta!” alla pratica incivile della vivisezione, autentica vergogna che non può più trovare posto nella nostra epoca.
Sono felice e orgogliosa di aver dato anch’io il mio piccolo contributo. E, romanticamente, ripeto : 25 settembre 2010, io c’ero…